Nell’epoca del potere mediatico che informa di sé qualsiasi cosa e fa apparire oro anche la vile latta, suona strano che qualcuno operi sul territorio senza servirsi del tam tam dei mezzi di comunicazione per far apparire più importante e di maggior successo ciò che realizza. Anche quando sa di realizzare qualcosa di eloquente e importante dal punto di vista formativo, in questo che è stato dichiarato dalla FAO “anno della patata”. Con molta determinazione, pochi mezzi, mesi di organizzazione e un piccolo drappello di consociati e amici, il Consorzio della Quarantina, associazione per la terra e la cultura rurale, ha chiesto ospitalità alla sede scientifica del Parco dell’Antola a Torriglia, nell’Alta Val Trebbia, entroterra di Genova, per allestire una magnifica mostra di patate dal mondo: una “mostra pomologica” come d’autunno se ne vedono ormai qui e là in Italia per raccontare di mele carle e annurche e di pere volpine recuperate dall’oblio, ma questa volta con un incredibile armamentario di patate d’ogni dove. Patate bianche gialle rosa blu verdi viola tonde lunghe bitorzolute a virgola native peruviane inglesi tedesche olandesi francesi italiane irlandesi vecchie di ottomila anni, dell’Ottocento o create quest’anno, in tutto quasi 700 (settecento) varietà per dire come funziona la biodiversità e quanto sia ricca e lunga la storia della convivenza di Solanum tuberosum con l’alimentazione dell’uomo. 
Modesti nel costruire l’evento (entra nel Festival della Scienza in corso a Genova sino al 4 novembre http://www.festivalscienza.it) come è umile il tubero oggetto dell’esposizione, quelli del consorzio della Quarantina hanno fatto il miracolo di mettere insieme diverse realtà del territorio, europee e anche del Nuovo Mondo (c’era una delegazione peruviana capitanata dal console), motivandole a costruire l’evento per la sua essenza simbolica, e non per il ritorno d’immagine. E già per questo, bravi. Ma bravi anche perché la regia nella sua discrezione è stata di notevole lucidità, come non si coglie in tanti eventi similari assai più reclamizzati, e forniti di budget ben più sostanziosi. C’erano gli allievi dell’Istituto agrario P. Marsano di Genova capitanati da un loro professore, addetti all’allestimento (con relativi costi a carico) e all’accoglienza; c’era il professor Vidal Villagomez Castillo dell’Universidad Nacional Agraria La Molina di Lima per testimoniare l’opera di catalogazione e di conservazione nella banca del germoplasma di 4.200 varietà di patate, di cui 2.800 native delle Ande (visitare per credere il sito www.cipotato.org); c’erano delegazioni italiane ed estere che hanno fornito i tuberi delle diverse varietà; nel cortile della sede del parco Antola c’erano anche i piccoli contadini locali del Consorzio della Quarantina (www.quarantina.it) con i sacchetti delle sei varietà di patate genovesi recuperate e le altre loro produzioni: una sorta di “Terra Madre” pollicina e senza la grandeur di quella voluta negli stessi giorni a Torino da Carlin Petrini di Slow Food. E poi, incredibile, c’erano gli amministratori del territorio. Non tanto nelle vesti dell’ufficialità, finita con l’inaugurazione del sabato mattina (tutti in piedi a dirsi di essere lì per “costruire un ponte tra montagne genovesi e andine e scambiarsi saperi e appoggi reciproci” parole del botanico genovese Mariotti), quanto per cogliere senso e umori, vorrei dire per andare a scuola di che cosa è fatta la normalità della gente e l’eccezionalità delle piante. Per dire: tutta la domenica mattina il presidente della Regione Liguria, l’ex ministro ed ex sindaco di Genova Claudio Burlando, se ne è stato tranquillo a parlare con i contadini per sentire le loro ragioni e raccogliere le loro richieste in una cornice di migliaia di tuberi di patata e con il via vai di un gruppo di peruviani residenti a Genova che preparavano i loro piatti tradizionali a base di patate, poi offerti a tutti. Il presidente del Parco Antola, intanto, si è lasciato scappare una considerazione: una volta anche i torrigliesi dovevano andare a cercare lavoro fuori, magari proprio in Perù, e adesso avviene il contrario. Qualcun altro poco prima aveva detto: “I popoli che hanno creato la ricchezza di varietà di patata oggi sono ancora tra i più poveri del mondo e non è giusto”. Tutte belle lezione su più fronti. Ogni tanto una domenica così ci vuole.

