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Archivio per la categoria ‘Ambiente e Paesaggio’

il-taglio-del-nastro-di-Primavera-in-giardino-2013il-primo-cittadino-di-Milis-la-stampa-e-Italo-Vacca-organizzatore-di-Primavera-in-giardinoMilis, primo giorno di Primavera in giardino a Villa Pernis. Il sindaco, una giovane signora elegante e alla moda, inaugura la manifestazione in scarpe di vernice con i tacchi a spillo. “Si vede che lei non è pratica di mostre di giardinaggio – le dico un po’ insolente – perché altrimenti si sarebbe messa le scarpe da tennis”. Lei passeggia in tutta la mostra incurante (confessando alla fine che un paio di ballerine sarebbero state più comode), seguita da una nutrita schiera di sardi giunti qui per vedere piante diverse. E alle 11 io ho avuto l’impressione, come tutti gli altri anni in cui sono stata qui per la mostra di giardinaggio, che la fame di verde e di sapere, la curiosità culturale per le piante, siano molto più vive qui che in quasi tutte le altre manifestazioni simili italiane. Una trentina di persone se ne sono state due ore sedute ad ascoltare e a chiedere, dimenticandosi persino che era l’ora di pranzo. E siccome stava diventando tardi (quasi le 14), ho dato appuntamento al pomeriggio, e ci siamo ritrovati per perfezionare i discorsi. D’altronde molto interessanti.
Lina Podda dell’Orto Botanico di Cagliari ha illustrato le piante invasive della Sardegna. La sua ricerca, portata avanti da cinque anni, è sfociata tra l’altro in un blog: alieneinvasivesardegna.blogspot.it. Piante anche belle, spesso sfuggite ai giardini, dalle agavi che stanno invadendo le scarpate e le spiagge, alla mimosa Acacia saligna, al fico degli Ottentotti, Carpobrotus edulis. Un solo “fico” contiene sino a 1.000 semi fertili, capaci di far nascere altrettante nuove piante. E il suo parente Carpobrotus acinaciformis ha altre capacità invasive, sicché quando si ibridano tra loro  le nuove piante assumono le caratteristiche vincenti di entrambi i genitori, diventando padrone dell’ambiente sardo. Il giacinto d’acqua, Eichornia crassipes, ha invaso il rio Mar’e Foghe nell’Oristanese, e l’erba delle Pampas, Cortaderia selloana, comincia a mostrarsi nella sua veste di aliena invasiva, ciò che consiglia di evitare di piantarla. D’altronde, raccontava Lina Podda, la cortaderia è nell’elenco delle 100 specie più invasive del mondo. E ha aggiunto qualche dato interessante circa la presenza di invasive in Sardegna: solo il 17% della flora dell’isola, contro il 50% della flora, per esempio, in Nuova Zelanda, il 45% alle Hawaii. Ma – ha aggiunto la ricercatrice – la ricerca del 1992 fissava al 9% le presenze aliene in Sardegna, segno che oggi, quasi raddoppiate, sono in rapida espansione.
Dino-Pellizzaro-e-una-interessatissima-visitatriceorriosu-i-cannicciati-sardi-a-Milis-2013Il discorso era molto avvincente, sicché la gente non se n’è andata, con la prospettiva di saltare il pranzo in nome di qualcosa da imparare. Ma ciò che mi ha stupita ancora di più è che nessuno se n’è andato quando a parlare di un libro nuovissimo sui giardini storici sardi è venuto Antonino Soddu Pirellas. “Giardini storici della Sardegna” è stato scritto a quattro mani da questo artista-ricercatore insieme al direttore dell’Orto Botanico di Cagliari Mauro Balliero per l’editore Sandhi di Ortacesus (CA). Una realtà tutta da scoprire, con i giardini sorti nella seconda metà dell’Ottocento che collaborano a costruire la storia dell’epoca, i rapporti internazionali, l’evoluzione della società locale, la difesa politica del territorio. Oggi ho imparato molte cose. Vorrei che tutti i giorni fossero così. Ho scoperto che Giuseppe Garibaldi si ritirò a Caprera convinto di potersi occupare di agronomia e botanica e con il sogno di un giardino. Pensando alle sue piante mentre era lontano, si diceva “deliziosamente sollevato” nel pensarle. Sono stati messi a disposizione di Soddu Pirellas documenti inediti come questo, e grazie a Stefania Susini, pronipote dell’amico di La Maddalena che gli aveva venduto il terreno. Ho scoperto anche che Lamarmora ebbe un comportamento da ambientalista quando scoprì che stava per essere consentito a una società emiliana di abbattere e vendere 100.000 grandi alberi sardi. Portò in parlamento una mozione e venne sventato così il tentativo di depredare il patrimonio arboreo isolano. “Va bene – ha commentato una signora, immobile ad ascoltare invece del pranzo – ma poi hanno abbattuto tutte le querce che sono servite per le traversine ferroviarie italiane”.
Il mondo è così, in bilico tra conservazione e distruzione, tra innovazione e dietrologia. Ma è anche luogo di scoperte quotidiane che fanno ben sperare. Io oggi di piante ne ho viste poche, non ne ho avuto il tempo, ma ho goduto il privilegio di fare scoperte. La più bella di tutte è che la gente sta anche per ore seduta ad ascoltare e a chiedere di piante e giardini. Per ora in Sardegna, spero da domani anche altrove.

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Cantano i grilli

Follette-e-nuovi-elettiPartiti perdenti che dicono di aver avuto una rimonta eccezionale per nascondere 6 milioni di voti in meno, partiti vincenti con percentuali rilevabili solo al microscopio, partiti che non esistevano e che adesso fanno da ago della bilancia e ci tengono qui in bilico. Che ne sarà di noi? Risultati delle elezioni permettendo, due follette stagionate (che di urne ne hanno già viste molte) di notte in genere dormono sonni sereni perché sanno che si andrà avanti comunque. Telefona Rita Ammassari: “Non so perché, si vede che non ho digerito la cena, ma ieri notte mi sono svegliata di colpo. Adesso ti spedisco il risultato”. E per mail arriva la sua vignetta. Dalla quale deduco che la sua matita ha fatto cortocircuito tra le mie orecchie disfatte dalla fatica di reggere il ringhio dei tre cani dei vicini di casa e il clamore dei risultati elettorali, che pongono il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo come terzo partito di questo Paese e argomento del giorno da un po’ di giorni. Dietro alle storie di attualità, per il suo disegno c’è ancora un terzo piano di lettura, ed è quello di una natura disorientata che ha perso i suoi ritmi. D’altronde alle mie orecchie momentaneamente risparmiate dai cani sotto casa arrivano proprio ora i tonfi della neve, tanta neve, mai caduta in gennaio e poi invece giunta inaspettata e abbondantissima a fine febbraio e che oggi,  di colpo con troppi gradi sopra lo zero, cade rovinosamente dal tetto travolgendo tutto ciò che trova. Stiamo aspettando un segno di primavera, in parlamento come in natura.

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Sono stufa marcia del politically correct, quando distorce il nostro rapporto con la natura o quando rivela una grave mancanza di equilibrio nel stabilire un ordine ai valori. Ci sono priorità, a me pare, e regole di civiltà e convivenza. O no? La considerazione nasce da una esasperazione. Tre cani abbaiano, anzi urlano, sotto casa mia dall’estate scorsa, notte e giorno ogni volta che passa un moscerino o un’auto, e a nulla vale cercare il contatto sereno con i proprietari o chiedere consiglio alle istituzioni, gli uni e gli altri sordi al diritto comune al silenzio e alla pace. Le urla peggiori si sentono quando uno dei cani viene lasciato libero (per di più in strada) e gli altri due, chiusi in un recinto squallido dall’altra parte del cortile, si sentono da meno e si agitano imprecando contro l’altro. Ma i cani hanno i loro diritti e bisogna lasciar fare. Per altro Berlusconi abbraccia un cagnolino per fare una tenerezza impossibile da provare nei suoi confronti, Monti replica baciando in diretta alla TV un cucciolo che poi si porta a casa, ribattezzandolo subito Empathy. Cani teneroni al servizio della campagna elettorale, quando non lo sono delle frustrazioni di chi non riesce ad avere rapporti normali e sani con il mondo. In Italia i cani registrati sono 7 milioni, senza contare quelli randagi che, per esempio, “adornano” a branchi le passeggiate turistiche dell’isola di Ischia e le architetture barocche di Noto.

La dice lunga questo cartello, trovato per caso su ebay. Se bisogna stare attenti ai cani, talvolta bisogna temere ancora di più i proprietari, ma non nel senso che intendono loro...

La dice lunga questo cartello, trovato per caso su ebay. Se bisogna stare attenti ai cani, talvolta bisogna temere ancora di più i proprietari, ma non nel senso che intendono loro…

So per certo che gli animali da compagnia, che suscitano in tanta gente una empatia che altrimenti non riesce più a provare, hanno ormai maggiori diritti delle persone. Lasciamo pur stare le mie orecchie sbranate dall’isterico ringhio canino fuori dal mio cancello. Ma conosco troppi cittadini che portano dal dentista il gatto quindicenne (e pagano profumatamente per questo) e ritengono di non dover contribuire, con le proprie tasse, a garantire la salute di chiunque viva sul territorio italiano, compresi marocchini, nigeriani e romeni.
So anche che il rapporto distorto con la natura si fa forte ipocritamente di due pesi e due misure: la natura è da violentare quando fa comodo, che so, per costruire un nuovo albergo in un ecosistema speciale e fragile (o per farci passare una TAV scellerata verso la Francia), oppure da preservare se l’intervento per ristabilire l’equilibrio comporta costi e impopolarità su qualche fronte (politico, di gruppi di potere, di corporazioni). Se in Piemonte un cinghiale ti attraversa la strada, ti conviene buttarti nel precipizio che è a lato della carreggiata piuttosto che investire il cinghiale, perché la Regione, invece di aiutarti a riparare l’auto scusandosi che un animale selvatico (patrimonio di tutti) abbia scelto di irrompere sulla scena in cui tu legittimamente sei autorizzato a transitare, ti chiede i danni per aver abbattuto un animale in quanto, appunto, patrimonio di tutti. Eppure i cinghiali sono sicuramente in sovrannumero, proliferati disperatamente nei territori all’abbandono e dilagati al punto che ora ce ne sono anche dove non ci sono mai stati e provocano gravi danni ambientali. Di fronte a casa mia un vasto prato tra i boschi è stato letteralmente arato per anni dai cinghiali in cerca di bulbi di croco: infatti quel prato, che a inizio marzo era trapuntato dai fiori bianchi e violetti di Crocus albiflorus, adesso non ha più un solo fiore. I cinghiali sono comunque prioritari: ma chi lo ha detto e per quale motivo? Poi ogni tanto si dà la soddisfazione ai cacciatori con una campagna di abbattimenti…
La natura che si vendica del malgoverno del territorio fa il paio con gli uomini che confondono i valori e, alla fine, succede quel che in Inghilerra è successo con le volpi. Vietata la caccia alla volpe perché scorretta politicamente, le volpi hanno cominciato a riprodursi in modo esagerato, hanno imparato a trovare cibo nei cassonetti della spazzatura, più comodi che andare a caccia e sufficienti a sfamare un numero ben maggiore di volpi, e hanno invaso Londra. L’altra notte una è entrata in una casa aprendosi da sé la porta d’ingresso, ha sentito profumo di neonato e, per fame, gli ha azzannato una manina. Solo l’arrivo disperato della mamma ha messo in fuga l’animale, a cui è stato strappato di bocca un dito.
Con questo esempio non voglio dire che sia sempre così. Ma che bisognerebbe capire in quale direzione stiamo andando. E a quelli che rivendicano a oltranza i diritti degli animali dico di lasciare da parte qualche volta i luoghi comuni buonisti e coccolosi,  per ascoltare le ragioni di tutti gli altri viventi e valutare con saggezza l’impatto delle loro scelte e la direzione da prendere. Sennò si ripetono sempre gli stessi errori. Sul fronte piante, tanto per dire, sono gli errori fatti piantando sconsideratamente eucalipti e criptomerie nel nostro meridione, o favorendo l’avanzata della robinia, solo per il fatto che il suo legno brucia anche appena tagliato.
Possibile che non si impari mai niente? Che la gente che muore di fame nel terzo mondo, i bambini rom di Milano che non possono andare a scuola perché le isttuzioni spostano continuamente i campi a disposizione delle loro comunità, le donne lapidate nei paesi arabi vengano dopo i cani “meno fortunati” da adottare? Ho suscitato un certo malumore, prima di Natale, nella hall dell’ipermercato in cui mi servo. A chiudere, praticamente sbarrare, il passaggio dei clienti verso l’uscita c’era il banchetto di un canile con un grande banner: “Fate un regalo di Natale ai cani meno fortunati donando una confezione di crocchette”. Al ragazzo che cercava di convincermi, non lasciandomi transitare, ho detto pacatamente: “No, grazie. Troverò giusto provvedere ai cani quando avrò donato a tutte le organizzazioni che provvedono agli esseri umani meno fortunati”. Ho sentito che mi rincorreva, astioso come i cani che stanno abbaiando qui sotto casa mia, con una gragnuola di vaffan…  Ho avuto voglia di tornare indietro e di prenderlo per il bavero: “Te l’ho detto bene, ho esposto le mie ragioni con civiltà e tu devi accettare che qualcuno abbia un’opinione diversa e non intenda collaborare a dar da mangiare ai tuoi cani.” Invece ho cercato conferma delle mie ragioni accendendo l’ipad e cercando su wikipedia “lapidazione”. Ricordavo di aver letto le modalità in Iran: “Le pietre non devono essere così grandi da far morire il condannato al solo lancio di una o due di esse; esse inoltre non devono essere così piccole da non poter essere definite come pietre”. Pietre di uomini per ammazzare uomini, crocchette ai cani. Ecco, lo scorso anno l’Iran ha abolito la lapidazione, forse un giorno riuscirò a dimostrare la mia partecipazione alla vita di tutti anche offrendo crocchette come dono natalizio ai cani meno fortunati. Nel frattempo sarò diventata dura d’orecchi, se non per vecchiaia, per le feroci urla dei cani sotto casa. Che lascio abbaiare per essere politically correct nei confronti di chi non lo è con me. Se qualcuno la pensa diversamente, me lo dica.

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Come se fosse aprile

Sono qui a lavorare con la porta aperta sul giardinetto. Che sia inverno lo dice il calendario, mentre il termometro dice che è aprile. E’ quasi mezzanotte del 6 gennaio e qui a 800 metri ci sono 12 gradi. In genere sono molti meno, non di rado sono 12 gradi sotto zero. E’ la prima volta che sento aria di aprile in gennaio e, per quanto sia contenta che non faccia freddo, mi sento in allarme. Non sono la sola: oggi un vecchietto mi ha detto “Quando fa caldo fuori stagione c’è sempre un terremoto in arrivo”. Uno ha commentato: “I maya sono in ritardo, hanno sbagliato di poco la data”. Se nelle ore centrali di oggi c’erano 21 grandi, per domani ne sono previsti 16. Attendo di vedere i peschi che fioriscono, qui sulle Alpi, e mi sento in allarme. Il grafico degli ultimi giorni è quello  dell’Arpa Piemonte, che ringrazio. TERMAS2566

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La foto della testata del blog dal 2 novembre 2012
Cimiteri come paesaggio
Tutte le volte in cui, come oggi,  entro nel cimitero del mio paese penso a come sarebbe bello andarci a leggere il giornale, se solo ci fosse erba invece di ghiaia grigio scuro e nei punti strategici – dove lo sguardo può superare il muro di cinta e vedere la cima della montagna, davanti al piccolo quadrante dei bambini morti – ci fosse una panchina comoda e di buona fattura. Io a leggere il giornale in un posto di convivenza serena tra vivi e morti, la vecchietta a parlare con i suoi avi, la moglie a chiedersi perché il marito ha voluto lasciarla sola, ognuno seduto su una panchina senza fretta per restituire al cimitero un ruolo di giardino della pace eterna e della ricerca di pace quotidiana che invece in Italia, e in genere nella cultura cattolica, è solo di pena e di onore ai trapassati. Vorrei un giardino della memoria, fiorito non per circostanza come è in questi giorni, ma perché è un bel posto che può insegnare la convivenza e la tolleranza e farlo con il suo aspetto. Ci penso oggi, giorno dell’anno dedicato ai morti, come l’ho pensato l’estate scorsa scendendo dall’auto in un parcheggio del paesino valdese di Prali tra le montagne piemontesi e trovandoci nel prato antistante, tra erba sfalciata e scampoli di boschi, un minuscolo riquadro murato più simile a un salottino della comunità che a un camposanto. Ho tirato fuori la foto oggi pensando di condividere qui un luogo che fa paesaggio e al paesaggio partecipa, rendendo accettabile, più di un’infinità di ragionamenti e riti mai in grado di consolare, la sventura di non essere eterni.

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Ho saputo oggi che la prossima Floriade si solgerà nella città di Almere: lo studio di architetti che ha presentato il progetto ha vinto sulla candidatura di Amsterdam, Boskoop e Groningen. Vedere qui, e grazie a Nemeton, la rivista on line diretta da  Maurizio Corrado, da cui mi arriva l’informazione (www.nemetonmagazine.net).
Mi ricavo cinque minuti per dire la rabbia: noi italiani pianifichiamo un giorno per l’altro, nel mondo professionale in cui mi muovo se possibile ti dicono le cose chiedendoti di fare subito, ma vorrebbero che tu le avessi indovinate e prevenuto ogni desiderio. In Olanda non è ancora conclusa un’edizione di Floriade che già fanno vedere il piano quasi dettagliato di quella successiva. Non un anno o due dopo, ma  dieci anni dopo. Come se qui da noi si sapesse già che cosa se ne vuol fare dell’Euroflora del 2020.
Intanto Floriade 2012 di Venlo, nel sud-est dell’Olanda al confine con la Germania,  prosegue ancora sino al 7 ottobre. Se qualcuno deve imparare la tempistica, fa ancora in tempo ad andarci. Anzi bisognerebbe trasferire in massa pianificatori e amministratori nostrani, a cominciare da quelli dell’Expo universale del 2015 a Milano.
Io non posso fare molto neppure per soddisfare il mio personale piacere di pregustare gli eventi e la loro costruzione, sicché almeno lascio qui una manciata di appunti visivi della mia visita a Floriade 2012 di fine agosto. Tema: l’uso delle graminacee. Già imparare a lavorare con queste piante sarebbe un bel modo di guardare al futuro dei giardini e del paesaggio.

PS: tanto per dire che non sono solo gli olandesi ad essere ben organizzati sui tempi, lascio qui la prova che lo sono altrettanto in Germania. Nell’orto botanico (il primo della Germania: 1609) della  cittadina di Giessen, 70.000 abitanti, a nord di Francoforte, hanno già appeso il manifesto che annuncia la Landesgarternschau che ci sarà nel 2014 sul tema “Vivere la natura da vicino”, per altro con ben strutturato sito già in funzione (www.landesgartenschaugiessen.de).
Volando più vicino a casa, io questo fine settimana vado a vedere se tutte le pene degli organizzatori di “Piante e animali perduti” a Guastalla (RE) e di “Fiori frutti qualità”  a Celle Ligure (SV) sortiscono anche quest’anno i magnifici effetti che i visitatori si aspettano. Quello che stupisce della nostra nazione è che qui, perennemente nelle ristrettezze di mezzi e di tempi, non si sanno fare piani sulle lunghe distanze, ma i miracoli su quelle brevi sì.

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La notte dei cuccioli

Da qualche settimana, non sapendo come farmi desistere dal maneggiare computer sino a notte fonda, mio marito si è inventato l’hobby dell’animalwatching viaggiando di notte in auto, ad andatura lenta, su una stretta strada provinciale che passa in un bosco di fronte a casa. Stasera subito un allocco ha attraversato la nostra porzione di cielo. “È un piccolo – dice mio marito – il volo è dell’allocco, il colore grigio chiaro anche, ma hai visto che apertura alare ridotta?” Poi è arrivato il temporale e nessun animale si è fatto vedere. “Hanno paura di bagnarsi la coda -  dico io – stasera non c’è proprio nessuno”. Intanto siamo arrivati in un paese dove non si vedeva una sola finestra illuminata. “Che sera – rincaro la dose – hanno tutti paura di bagnarsi la coda, anche le persone di questo posto”. Abbiamo vagato qui e là con la pioggia e neppure un rospo che avesse voglia di fare il bagno. Poi abbiamo ripreso la strada del bosco per tornare a casa, un po’ delusi. Dietro ad una curva c’era invece un piccolo di capriolo. Si è allontanato dalla strada asfaltata di pochi passi e si è fermato tra la luce e l’ombra a guardarci. Mio marito ha arrestato l’auto e siamo rimasti così a guardarci, un minuscolo bambi e due umani. “Questo non avrà più di due mesi – ha detto quasi senza parlare mio marito temendo di spaventarlo – e se c’è lui mi sa che da qualche parte, non lontano, ci deve essere la mamma”. Abbiamo deciso di andar via, io pensavo alla mamma capriolo con il cuore in gola temendo per la sorte del suo piccolo. “Certo che abbiamo la tendenza a umanizzare i sentimenti degli animali – dico – ma quel che è certo è che la mamma volpe dell’altra sera parlava una lingua chiarissima anche a noi”. Mio marito annuisce mentre guida adagio nel bosco scrutando l’orizzonte. L’altra sera c’era un cucciolo di volpe sulla strada, ha continuato a gironzolare avanti e indietro fermandosi di tanto in tanto a guardarci. Dal folto del bosco, a sinistra, è arrivato un verso e il volpacchiotto  ha rizzato le orecchie. Abbiamo guardato ed era la sua mamma che lo chiamava. “Vieni via di lì, non vedi che c’è gente. Su, da bravo, vieni qui che ho una cosa da darti”. Il volpacchiotto tergiversava. “Togliti di lì, ti ho detto. Avanti, vieni qui subito”. La voce della volpe si era fatta allarmata e autoritaria. Il piccolo aveva fatto due o tre balzi, aveva provato a prendere tempo, ma a quel punto la mamma era uscita nel cono di luce dei fari e il piccolo si era risolto a raggiungerla. Noi fermi a guardare lei che brontolava e il suo piccolo che invece di seguirla mentre dissotterrava qualcosa guardava noi. Ricordavamo quell’incontro, con il volpacchiotto che a balzi allegri riattraversava la strada e la mamma che gli diceva “Sbrigati, togliti di lì e vai al buio nel bosco”. Due curve più in là, stasera lo abbiamo reincontrato, ma senza mamma o, se c’era, non si è fatta vedere. Il piccolo ci ha osservati, noi abbiamo fermato l’auto e lui, per vederci meglio, è salito sulla scarpatina, a un passo da me. Se avessi allungato la mano, quasi quasi sarei riuscita a toccargli il pelo sottile, grigio chiaro. Ci siamo detti cose tenere: si vede che gli animali sentono se vai da loro con intenzioni di pace, perché io gli parlavo e lui sembrava molto interessato ai complimenti. Prima di uscire dal bosco abbiamo ancora visto un riccio, anche lui giovane e per nulla spaventato dai fari e dal rumore dell’auto. “È la sera dei cuccioli – dice mio marito – manca solo di incontrare qui la cinghialessa e i sette piccoli che ho contato l’altra sera tornando a casa”. Ma i momenti magici sono belli proprio perché sono momenti e la nursery del bosco non ci ha concesso altro. Mentre salivo le scale di casa mi sono chiesta se è anche la notte delle piccole piante, ma questa è un’altra storia.

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Murabilia è molto più di quanto non appaia al visitatore medio italiano. Che peccato dover definire così la stragrande maggioranza dei visitatori delle mostre di giardinaggio italiane. Mettiamo il coté inglese, per esempio. A Murabilia 2011 ci sono stati in giuria Roy Lancaster e Christopher Brickell e ho assistito ad una splendida conferenza di Bleddyn Wynn-Jones, il vivaista di Crug Farm che da qualche anno espone a Murabilia, sulle sue visite di cacciatore di piante a Taiwan (ex Formosa). Provo a raccontarvi qualcosa, tanto per dire le opportunità che a volte abbiamo sotto casa di conoscere storie di amore botanico di portata mondiale. Wynn-Jones, infatti, insieme ad un’istituzione mondiale come i Kew Gardens è l’unico autorizzato ad andare a caccia di piante a Taiwan. Ha raccontato che la prima volta in cui con sua moglie Sue andarono in vacanza, scelsero la visita da naturalisti in Giordania, salvo scoprire che le piante erano tutte da clima secco e arido, e in Inghilterra non potevano viverci. Allora decisero di provare con Taiwan, isola attraversata dal tropico del Cancro con cime di 4.000 m nonostante il caldo e le stagioni delle piogge che, a quelle quote, diventano talvolta neve: incredibile neve dei tropici. La grande varietà di ambienti, oltre al fatto che è un’isola relativamente giovane, dunque instabile dal punto di vista della vegetazione e della sua evoluzione, lo hanno spinto a tornare a distanza di anni, dopo il terremoto del 1999 che ha cambiato un po’ i connotati alle montagne sulle quali aveva trovato piante importanti, quasi tutte descritte per la prima volta, alcune introdotte con successo sul mercato europeo. La parte ovest dell’isola è industrializzata, quella ad est e quella nord intatte, con montagne che scendono direttamente in mare. Per quanto tropicale, non è vero che fa così caldo, anzi pare che faccia più freddo di quanto d’inverno possa farne nell’inglese Galles, dove si trova il vivaio Crug Farm.
Prima di partire Bleddyn ha fatto passare gli erbari di Kew per documentarsi sulle famiglie botaniche e sugli endemismi dell’isola. Adesso con internet pare che sia facile localizzare le piante documentate dagli erbari e arrivarci a colpo sicuro. L’ultimo tour, per esempio, è stato proficuo innanzi tutto per l’identificazione di sei specie di Hydrangea, di cui una messa poi in coltivazione. Una settimana prima di partire, e con il programma già fatto, ha contattato sull’isola un tale Alberto che si intende di piante e di trekking per cercarle in montagna. “Masticava poco l’inglese – dice Bleddyn – ma le piante le conosceva bene”.  Già visitando i parchi nazionali ha visto molte piante interessanti, a cominciare da Tricyrtis formosana (indovinate perchè la specie si chiama così) in una forma picchiettata di rosso anziché di porpora-viola, una nuova begonia, un Asarum, Clematis lasiandra, quest’ultima rivelatasi molto rustica in Inghilterra, al contrario di molte altre clematidi incontrate, alcune profumatissime, che si sono rivelate poco resistenti al freddo, per esempio C. hakonensis dai petali bianchi che mettono in risalto un ciuffo di stami al centro di un blu porcellana bellissimo. Una delle piante più belle raccolte, per altro, è proprio una clematide, C. tashiroi dai fiori gialli  con stami bianchi. E così Viburnum odoratissimum, che fiorisce solo se le temperature non scendono sotto -5 °C. Le montagne di Taiwan sono raggiungibili su ripide strade franose, rese ancora più pericolose dal fatto che nella stagione dei monsoni basta una pioggia violenta a far aumentare di un metro il livello dei fiumi in sole 24 ore. In montagna ci sono pochi posti dove dormire, e quasi tutti sono case di legno costruite dai giapponesi quando occuparono l’isola.
Spettacolari gli aceri, come Acer serrulatum, il più colorato in autunno, A. palmatum e A. buergerianum var. formosanum, molto rustico. Magnifiche le foglie di Schefflera taiwaniana. Sono state individuate tre nuove specie di Aspidistra e una sua parente stretta, Peliosanthes arisanensis. Tra alberi e arbusti, specie come Photinia lucida, Deutzia pulchra, Rubus taiwanicola, un rovo trovato in un dirupo a 3000 m, con foglie appattite sul terreno, fiori grandi e bianchi e frutti rossi simili a fragole, commestibili. Nel nord di Taiwan, a Talpingshan, ha trovato anche un altro Rubus interessante, R. rolfei, tappezzante, e con frutti arancioni molto buoni. Facile da far crescere ovunque, al sole e all’ombra, in terreno ben drenato.
Il terremoto del 1999 ha danneggiato l’ambiente, anzi ha persino spostato di un metro la cima di una delle montagne visitate. Sicché la scena che si è presentata nell’esplorazione del 2007 era parecchio cambiata. Ci sono foreste millenarie, e le specie vegetali comuni ad altri territori, a cominciare dal Giappone, qui hanno dimensioni maggiori. Come cacciatore di piante autorizzato Bleddyn può introdurre i semi, solo in alcuni casi le piante, che comunque sono soggette a 12 mesi di quarantena. Introdurre nuove piante non è sempre agevole, perché non ci sono dati sulla coltivazione. Sicché a questo vivaista è successo di seminare con tutte le cautele Clematis psilandra, una specie non rampicante che forma una base legnosa e rami lunghi 50-120 cm e fiorisce con campanelle rosa a fine estate e in autunno. E le giovani piante portate in serra in inverno per sicurezza contro l’umidità delle precipitazioni stagionali sono morte, probabilmente per l’umidità atmosferica dell’ambiente confinato, mentre quelle all’aperto ce l’hanno fatta benissimo. Molte piante della flora di Taiwan osservate sono state descritte per la prima volta da questo vivaista. Qualcuno alla fine gli ha chiesto: dove andrai la prossima volta, e quando sarà? Bleddyn Wynn-Jones ha sorriso come può fare solo chi ha già un piede sull’aereo: partirà infatti per il Vietnam in ottobre. Molte delle sue piante introdotte in coltura sono descritte e in vendita sul sito www.crug-farm.co.uk. Anche senza comperare, c’è da leggere e imparare parecchio. Soprattutto su che cosa voglia dire essere un moderno cacciatore di piante. E aver raggiunto il diritto, quando in patria, di tenersi le domeniche per sé. In un angolino, dopo i mesi e gli orari di apertura c’è scritto: “We will no longer be opening on Sundays from 2011 (after all we are grandparents now)”. Le foto sono del sito di Bleddyn, che qui ringrazio.

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Stamattina alle 10,50 su Rai Radio 3 Mauri Dattilo conversa con un giovane “folle giardiniere” d’eccellenza, Maurizio Usai, che ha creato il suo giardino della Pietra Rossa a Solana, vicino a Cagliari. Spero di trovare il modo, un anno tra aprile e maggio, di andarlo a vedere. L’ho solo visto in una presentazione di Maurizio e mi è sembrato un luogo di verde rigoglioso e magico. Questa domenica alla stessa ora sarà la volta di Italo e Leo del vivaio i Campi. Le foto si riferiscono al giardino, che ho fotografato lo scorso anno nei giorni di marzo in cui si svolge la manifestazione di MIlis “Primavera in giardino”. Ascoltare la storia e le motivazione dei giardini di questi sardi vuol dire capire non tanto la “follia” di essere giardinieri oggi (il termine non mi piace) quanto il bisogno di armonia, di cultura estetico-botanica nel rispetto delle regole imposte dal clima mediterraneo: poca acqua, inverni miti, estati roventi.

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Dallo scorso fine settimana, il libro ‘Rose e lavoro’ presentato a Franciacorta in Fiore a Cazzago San Martino da uno degli autori, Cristiano Calvi. Storia delle rose che vendono i nostri fiorai, prodotte a 8.000 chilometri di distanza dal nostro Paese, in Kenia a 150 km da Nairobi attorno al lago Naivasha (www.cdca.it/spip.php?article238). Dietro boccioli perfetti di rosa non storie gentili e competenze botanico agronomiche, che sono in mano a multinazionali, ma storie di veleni e inquinanti nell’ambiente, di sfruttamento, di danni alla salute della manodopera locale. Lavorano in 60.000 per un euro al giorno. A questi sono da aggiungere i 40.000 addetti alla floricoltura dell’Equador, i 94.000 della Colombia, i 25.000 dell’Etiopia. Ma insomma, bisognerà tornarci su prima che finisca il mese delle rose. Intanto si può leggere il libro, in vendita nei negozi del commercio equo e solidale a 10 euro, in appoggio alla sacrosanta campagna Fiori e Diritti.

Oggi, 19 maqgio, alle 14,30 avrei voluto essere a Brescia ad ascoltare un concerto nel giardino di via Odorici tenuto da giovanissimi violoncellisti bresciani  “per sollecitare l’Amministrazione comunale e sensibilizzare i cittadini sull’urgenza di quegli interventi di messa in sicurezza e di riqualificazione che da mesi richiedono, nel giardino di via Odorici, gli abitanti del quartiere del Carmine”. Come mi piace, anche se è già avvenuto, parlare di chi chiama i ragazzi della scuola di musica a tenere un concertino sotto gli alberi che i cittadini hanno protetto dalla scure pubblica. A soccombere dovevano essere 38 grandi olmi, oltrettutto con il costo esorbitante di 1 milione e 600.000 euro. Oggi questi alberi “si presentano verdi e ridenti e rigogliosi” dice il comunicato stampa che ho ricevuto da Italia Nostra, che aggiunge: “da mesi però è sempre più inquietante il silenzio del Comune, che non sembra intenzionato ad intervenire nemmeno con le opere indispensabili a rendere agibile e godibile all’uso pubblico il prezioso boschetto del quartiere del Carmine”.

Questo sabato anche Grado, provincia di Gorizia, avrà la sua mostra di giardinaggio, “Fiori e profumi tra cielo e mare”. Le info sono qui. Da segnalare il convegno “Verde urbano con una gestione ecosostenibile per migliorare la qualità della vita”. I nomi dei relatori mi dicono che c’è l’intervento di tecnici e direttori del verde pubblico del Nord Est, dove il verde urbano sembra avere qualche diritto in più che altrove. Leggo che ci sarà anche Gildo Spagnolli, mitico ex direttore del verde pubblico di Bolzano: un’istituzione che bisognerebbe clonare.

Domenica 22 maggio a Bassano del Grappa nell’ambito della manifestazione Rose in Villa a villa Giusti del Giardino verranno assegnate le “Cesoie d’oro” al migliore giardino tra i sedici che da un mese abbelliscono la città. Ho avuto l’onore di essere chiamata a partecipare alla giuria tecnica i primi giorni di allestimento in aprile, ma avrei potuto dire la mia anche come semplice visitatrice, in quanto tutti hanno potuto partecipare alla giuria popolare. Da un mese conservo il silenzio sul verdetto, e così faccio ancora adesso. Ne parlerò dopo la premiazione, se non altro per dire che ci sono tanti modi di costruire un giardino effimero e di interpretare il luogo che lo ospita. Se siete da quelle parti, andateci. La città è affascinante, alcune soluzioni di verde molto belle, il ponte degli alpini sul Brenta fa sempre sognare e poi da lì, affacciandosi, si vede in pieno rigoglio primaverile un bel giardino a terrazze disegnato da Pietro Porcinai, di cui lascio qui una foto.

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Tante volte mi dicono che sono troppo polemica, che non mi va mai bene niente. Essere polemica è un’inclinazione ma, soprattutto, fa parte del mio ruolo di opinionista: ho qualche strumento culturale, un po’ di esperienza acquisita negli anni, gli occhi e l’esercizio ad usarli perché amo troppo la Bellezza e troppo poco le ipocrisie del quieto vivere, sicché mi sento in dovere di guardare anche per chi non sa farlo o non sa esprimere la propria gioia o il proprio sdegno. E insomma, se mi mandano a Venaria Reale perché per un certo libro servono due scatti del nuovo Potager Royal, nuovissimo anzi, perché inaugurato con battages pubblicitari stratosferici lo scorso 16 aprile, ebbene se mi mandano io già tremo e fremo ma ci vado, eccome. Spero sempre di ricredermi, talvolta succede, quando chi è alle prime armi cresce e impara come si fa e, mentre pone rimedio, la natura diventa alleata e le piante collaborano.
Tutto questo pistolotto per dire che invece quello che ho trovato è peggio, molto peggio di ciò che ho lasciato l’ultima volta che ci sono andata. Indimenticabile la data: 6 gennaio dello scorso anno, con i bambini che giocavano a scivolare sul ghiaccio dei vialetti, i genitori esterrefatti che li trascinavano via tra scapellotti e altro, io arrabbiata nera per tutto lo schifo nuovo che era comparso dalla volta precedente. E che dire adesso: un doppio filare di pioppi cipressini che, messi di fila, fanno un chilometro e mezzo di pioppi, piantati sette o otto anni fa sono già stati segati, anzi nel  frattempo sono stati ripiantati due o tre volte, spesi insomma denari pubblici a più riprese per piantare e poi per segare. Il lavoro è stato fatto così male, oltrettutto, che qui e là stanno rispuntando i pioppi abbattuti: non hanno tolto le ceppaie, si vede che era troppo lavoro. Oggi guardavo e tra me pensavo: vorrei che crescessero in una notte alti e forti più di prima per dimostrare il potere della natura. Anche la menta assurda costretta in pieno sole e in terra che è più ghiaia da greto di fiume che terra, là attorno alle vestigia del giardino secentesco, non c’è più. Non c’è più niente, si vede che i geniali progettisti stanno aspettando un’idea, e altri soldi da spendere.
Ci sono arbusti morti qui e là; sublime la serie di tassi secchi non appena uno mette piede nel giardino e volta lo sguardo verso la reggia. Domanda: ma chi dà ordini ai giardinieri della Reggia di Venaria Reale? Perché decenza vuole che chi è responsabile e prende uno stipendio per questo dica “ragazzi, togliete subito quella pianta” non appena si accorge che sta seccando. Oppure nessuno a Venaria se ne accorge?


Si direbbe che nessuno abbia occhi per vedere, basta svoltare verso i 10 ettari del Potager Royal. Ma che potager e potager, l’ultimo degli orti urbani da scarpata della ferrovia mostra più fantasia e amore di questa squallidissima e diseducativa macchina mangiasoldi. Quattro ortaggi in tutto, ripetuti graficamente e mezzi morti per mancanza di irrigazione, trattandosi di terra per modo di dire, men che meno terra grassa da orto. L’irrigazione funziona solo per sommergere qui e là prosperosi ciuffi di erbacce, in compenso è segnalata vistosamente con bandierine rosse. Sappiamo così che l’irrigazione poco e male funzionante di questo straordinario allestimento è di marca Toro: c’è scritto in bianco sulle bandierine rosse, unico punto di colore.
Erbacce ovunque: sotto e tra le siepi, tra i rosmarini che dovrebbero formare siepina e invece sono monchi, ne manca uno qui, ne è appena seccato un altro là, al posto dell’erba un carex nonsoqualis che spunta baldanzoso ovunque con frequenza inquietante. Se aspettano un po’ a diserbare si disseminerà più di quanto non abbia già fatto. Una coppia di mezza età con un aspetto per bene osservando quell’avanzo di potager aveva la perplessità stampata in faccia e, quando c’è riuscita, lei ha detto: “Mamma mia, è peggio di Euroflora!”
Ma adesso sto pensando che invece di continuare ad esercitare il proprio sguardo critico bisognerebbe cominciare a esercitare il proprio diritto di cittadini onesti raggirati nelle parole e nei fatti da incapaci e ladri di stipendi. Se qualcuno ha idea di come fare, lo dica, intanto ci penso anch’io, per non vergognarmi di vivere in un simile Paese, che non si vergogna di mostrare Venaria Reale e il suo Potager tanto poco regale come gioiellino del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Di quale Italia?

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La foto della testata del blog dal 18 aprile 2011
C’è un’Italia reale che non è Euroflora
Ogni giorno mi arrivano quattro, cinque, sei comunicati con i quali Euroflora mi comunica il suo nulla supportato dal business (oggi al settimo ho chiesto e ottenuto di essere cancellata dall’indirizzario). E ogni giorno, in questo crescendo primaverile di manifestazioni legate ai fiori e al giardinaggio e di crescendo di comunicati stampa genovesi in attesa dell’inaugurazione del 21 aprile, io penso che se qualcosa di buono sta succedendo non è certo sotto i padiglioni di cemento armato della Fiera di Genova, dove di cinque anni in cinque anni si eterna uno stile desueto e scorretto di vivere e comunicare il verde. E lo dico senza fanatismi. Vorrei arrivare al 1 maggio, quando Euroflora chiuderà i battenti e amen, senza parlare più di questa manifestazione, al contrario di siti e blog che – un po’ per affari e molto per piaggeria – annunciano l’Irrinunciabile Grande Evento in pompa magna, accettando quanto Euroflora dice di se stessa: “la fiera florovivaistica più famosa in Europa”. Ci vuole pelo per far finta di dimenticare il Chelsea Flower Show, ma anche una qualsiasi Buga tedesca… Qui e là per fortuna a fare da contraltare ci sono nuove esperienze che mettono radici sul territorio e allevano nuove generazioni di italiani che, mi auguro, tra qualche anno rideranno dell’autoreferenzialità attuale di Euroflora. Io conto su di loro. Ieri pomeriggio sono andata a Torino al PAV, Parco Arte Vivente – Centro Sperimentale d’arte contemporanea, un curioso quanto riuscito connubio di arte e verde,  fede nella creatività artistica e bisogno di rispettare la natura e di reintrodurla dove era stata cancellata, sensibilità paesaggistica e recupero del tessuto urbano di un’area industriale dismessa nel centro della città. La testata riguarda il piacere che ho provato nell’osservare la scena di un padre con due bambini seduti a giocare sulla panca a quadrilatero attorno ad un’aiuola di tulipani. E poco più in là tre donne – una mamma, la nonna, forse un’amica, a chiacchierare tranquillamente nell’ora del tramonto in un bel luogo sereno e intelligente che è risorsa e ricarica. Tutt’attorno i palazzi a molti piani di un’edilizia piccolo borghese, la ferrovia, una grande arteria di traffico, sicché è da considerare davvero un polmone quel verde privo di camminamenti obbligati, solo con il suggerimento di dove passare tracciato a tratti dal tosaerba, un labirinto interrato, opere d’arte contemporanea dislocate qui e là e la costruzione centrale sotterrata e mimetizzata nel parco e con il tetto dedicato al Jardin Mandala di Gilles Clément tra euforbie, stipa e sedum. Dietro e attorno l’idea dell’artista Piero Gilardi dei parchi d’arte contemporanea quali “musei interattivi nella natura” (la sua biografia qui). So di lui dalla fine degli anni Sessanta, quando in fase dissacratoria post pop saltavamo in minigonna e piedi nudi sui suoi tappeti natura in gommapiuma o davamo scherzosamente prova della nostra forza di ragazzi sollevando sassi di peso inesistente…

Manifestazione su manifestazione, uno dei prossimi giorni andrò invece a Bassano del Grappa per Giardini a Bassano, che l’Associazione Pro Bassano ha inaugurato giusto ieri (qualche notizia si trova qui). Diciotto giardini rimarranno allestiti per oltre un mese, sino al 22 maggio, nel centro storico. Ho visto qualche immagine della prima edizione lo scorso anno: all’aria, alla luce e contestualizzati ci sono piante, fiori e design per fare bella e vestire di primavera una città. Mille volte meglio in tutti i sensi dello spettacolo di Euroflora, e qualcuno (anche se ha già prenotato la visita a Genova) mi dica se sbaglio.

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La foto della testata del blog dal 5 dicembre 2010
Primi sentori d’inverno

Dopo una settimana china su una scrivania sempre troppo ingombra mi è stato imposto un pomeriggio di pausa e suggerita una meta vicina: la Valle d’Aosta, tanto per rifarmi lo sguardo con gli ariosi paesaggi alpini che mi piacciono tanto. E mentre ad una rotatoria di Arnad le rose (sicuramente della varietà ‘Cubana’) sono ancora tutte in fiore e attorno alle case ben esposte i cachi rilucono ancora

allegramente sui rami, qualche chiolometro più avanti sulle rocce in ombra della statale il ghiaccio già forma candide e rigide candele e l’acqua del fiume Dora ha un magnifico color verde-azzurro che sa di acque gelide. Sono gelate le cascate, un velo di neve croccante imbianca i prati ancora verdi. Lo scenario muterà in meglio solo a primavera. Il paesaggio racconta le stagioni che sono state e quella che sta arrivando; leggere i nuovi segnali è un gioco che mi riempie gli occhi e mi aiuta a chiudere una settimana e a prepararmi a quella nuova, con un piccolo brivido.

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Breve pausa in fondo alla Sicilia orientale, dove l’Italia è più vicina all’equatore di quanto lo sia Tunisi. I paesaggi dolci e assai meno riarsi di quanto vorrebbero i luoghi comuni sull’estate mediterranea. Il colore chiaro e morbido della pietra, l’arrendevolezza dell’arenaria, la caparbia attitudine dei capperi a colonizzarla. Il ricordo dei fasti nobiliari antichi e del potere della chiesa nelle monumentali facciate barocche patrimonio dell’umanità UNESCO: Modica, Noto, Scicli, Ragusa Ibla… Il ricordo della miseria popolana nei tessuti urbani affastellati e struggenti, nelle grotte che forano la roccia. L’eco del terremoto del 1693 che ha sconvolto un intero territorio e rimodellato il tessuto urbano. Quel mare straordinariamente sereno per chi guarda dalla Sicilia, pieno di speranze poi quasi sempre disattese per chi guarda dall’Africa. Palme, palme, palme e le motoseghe in azione sui lungomare dove il punteruolo rosso (Rhynchophorus ferrugineus) ha avuto la meglio. Ad emergere dallo skyline solo Araucaria excelsa (= A. heterophylla), conifera australiana dalla silhouette grafica elegantissima, oppure palazzi anni Settanta e Ottanta di cinque o sei piani tirati su senza ritegno sul più bello di borghi antichi e colline. Campi, vigne, serre a perdita d’occhio, queste ultime ora quasi tutte vuote: fanno pomodori e fiori quando altrove in Italia vince il freddo. La luce viva del giorno che toglie colore alle cose e quella morbida e avvolgente del tramonto, che in controluce disegna il contorno spinoso di Echinocactus grusonii, interi campi al Vivaio del Valentino di Sampieri, frazione di Scicli. L’uso delle bougainvillee, encomiabile perché discreto, come il profumo dei gelsomini, disperso dalla brezza quasi costante. E poi il calore della gente e la disponibilità a condividere un regno decentrato di bellezza, civiltà e natura; talvolta, pare di capire, dimenticato da chi sopra alla nostra testa fa il bello e il cattivo tempo e sembra non accorgersi che posti così sono la carta d’identità indimenticabile della nostra nazione.

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La foto della testata del blog dal 7 luglio 2010
Natura, cultura e la vertigine di un compleanno tondo

Da giorni mi arrovello, come è mia natura. Mi arrovello attorno al tema di quanto è innato in ognuno di noi e quanto invece indotto dall’ambiente, dalla famiglia, dalla formazione, dalla propria ambizione. Chiarisco subito: non voglio spararle grosse filosofeggiando intimisticamente: esistono già troppi blog che lo fanno e questo è un luogo virtuale in cui, al massimo, si filosofeggia su piante, giardini e poco più, e meglio ancora se su questi argomenti si fa e si condivide informazione e basta. Tuttavia voglio raccontare la ragione di tanto arrovellarmi. Tra qualche giorno compio anni tondi che sono un’enormità per come vivo la vita (tranquilli: non sono ancora ottanta) e, per gratificarmi, volevo scegliere una foto per la testata che mi rappresentasse (non mi importa agli occhi degli altri, ma ai miei, così come mi ritengo io). La scelta si è ristretta su due statue di Worlitz. Sono andata subito a cercare nella cartella di foto con questo nome perché già il luogo mi corrisponde. Infatti avrei dovuto intitolare questo post “Io e Franz” dove Franz è il principe di Anhalt Dessau che dal sesto decennio del Settecento, per quasi mezzo secolo, inseguì un suo progetto di bellezza, coinvolgendo 300 chilometri quadrati dei propri possedimenti attorno ad una grande ansa del fiume Elba. Il progetto di Worlitz Gartenreich (regno dei giardini) a me pare superbo nel suo respiro di sistema paesaggistico mediato tra Natura e Cultura (leggete qui le motivazioni del Premio Carlo Scarpa della Fondazione Benetton, assegnato a Worlitz nel 1997). Adoro il secolo dei Lumi, mi piacciono Jean Jacques Rousseau che aprì nuove finestre culturali sulla natura e l’omaggio del principe Franz al grande pensatore (nato nel segno del cancro come me, per altro) con una copia, ai margini di Worlitz, dell’Ile des Peupliers di Ermenonville, in Francia, dove egli nel 1778 venne sepolto.
Nel regno dei giardini di Worlitz ho fotografato due statue che, tutte e due, avrei voluto come testata di compleanno. Per questo mi arrovello da giorni.  Quando, alla prima visita di Worlitz, ho visto la statua della ragazza accucciata lungo il fiume, con lo sguardo alle foglie delle tife e degli iris che la dividono dall’acqua, ho pensato che quella situazione mi appartiene in modo innato. Sono cresciuta solitaria, silenziosa, osservatrice e in sintonia con le piante. Ma, dopo molto camminare, ai confini del parco di Worlitz ho trovato, ad un incrocio di sentieri selvaggi che portano ai campi, la statua di un ragazzo. Non so se ho deciso di mettere questa come testata perché guarda se stesso, come si tende a fare quando si comincia ad avere alle spalle molta storia da ripassare, oppure perché si sta togliendo qualche spina dolorosa o forse solo un sassolino, rimanendo elegante pur nel gesto informale, come vorrei sempre fare io.

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