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Archivio per la categoria ‘Attualità del verde’

Conosco donne belle, vere, intense e donne che rincorrono i successi maschili e i modelli che non appartengono al lato più credibile dell’altra metà del cielo. Ne conosco tante che si occupano di verde e hanno cuore di giardiniere, o che hanno fatto del verde una professione, sicché di quelle ragiono.

Ho visto stamattina che le sue piantine di zucca stanno crescendo, così mi sono ricordata di lei. Una giovane donna, una blogger, un mese e mezzo fa a Camaiore mi ha toccata sulla spalla chiedendomi se ero Mimma Pallavicini e mi ha allungato con un sorriso una bustina di carta tirata a mano, con dentro un bigliettino con una composizione di petali colorati e, in mezzo, un pizzico di semi di zucca a far compagnia a una dedica piena di affetto. Ci conosciamo solo per come ci presentiamo nei nostri blog, ma riempie la vita sentirsi in sintonia e volersi bene. Un’altra donna ha accolto con entusiasmo la mia proposta di fare laboratorio di ricamo dei fiori invito-laboratorio-ricamo-a-Flowers-and-Food-a-Acqui-Termealla mostra Flowers & Food che si svolgerà sul Corso Bagni di Acqui Terme (AL) il prossimo fine settimana (25 e 26 maggio). Siamo tutte donne in carriera, facciamo vita affannata e quando ci avanza un attimo ce ne stiamo in giardino a armeggiare tra i fiori o visitiamo le mostre di giardinaggio. E allora, perché non sederci insieme e ritrovare il bandolo di un mondo femminile che non ci ricordiamo neppure più, fatto di manualità, tranquillità, tempo per discorrere e imparare i gesti che scrivono e disegnano con ago e filo? Detto fatto. La bresciana Monica Crescini ha fatto un imparaticcio prendendo a modello il logo della manifestazione, per altro anche quello disegnato da una donna. E sabato pomeriggio insegnerà a chi lo vuole i segreti del ricamo, sedute in mostra in una cornice di fiori e con Betti Calani che, poco più in là, organizzerà mazzi e bouquet per le appassionate dei fiori e della bellezza.

Se apprezzo donne così, come faccio a trattenermi davanti all’affarismo arraffone di chi disfa il lavoro nella direzione della cultura del verde che ho costruito per trent’anni? Per caso sono finita nella pagina facebook della mostra di Courson e lì ho trovato  “Manuflor, Italie. Cette jeune pépinière installée à Gênes s’est spécialisée dans la production de végétaux rares et difficiles à trouver. Aux côtés d’une foule de vivaces et d’arbustes rares, elle présentera des traitements bio adglicine-violetto-chiaroaptés aux graines et aux bulbes.” Mi hanno poi detto che ha pure vinto un premio per i “suoi” glicini. Non ho potuto esimermi dal lasciare un commento. Rigorosamente in italiano in modo che l’organizzazione, se vuole, debba farsi tradurre il testo. Va bene tutto, ma in tanti in Italia, un anno fa, abbiamo riso il giorno in cui sono stati acquistati nel vivaio di Francesco Vignoli e siamo stati avvertiti  che la prossima mossa di un sedicente vivaio, in realtà un’organizzazione commerciale da mercato rionale con il fiuto per i buoni affari, sarebbe stata la vendita dei glicini di questo vivaista specializzato da molti anni (www.wisteria.it).  Ma Courson è in Francia e là il tam tam non è arrivato. Comunque, con un episodio così m’è scaduto pure Courson. Meno male che ci sono le “mie” donne di fiori, una con la vanga, un’altra con il computer,  una con ago e filo e un’altra con il blocchetto di oasis, tutte con i fiori in testa e un amore che riempie la vita e che è così bello condividere.

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Le ragazze di Milano han’ passo di pianura/ che è bello da vedere/  che è bello da incontrare
cantava Ivano Fossati. Inaugurazione di Orticola ai giardini di via Palestro a Milano. Chissà se le sciure con il passo di pianura hanno i fiori in testa  e nel cuore, chissà. Volendo c’è un altro Ivano Fossati di annata, Le notti di maggio.  (In ogni caso la signora dell’ultima foto si chiama Giusi Ferrari Cielo e con i cappellini di fiori e piante o decorati con piante è una vera artista).

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Le cose del verde intorno a me succedono con una rapidità e un’intensità che, solo vent’anni fa, erano inimmaginabili. “Che almeno io non abbia dedicato la vita a qualcosa che invece non valeva tanto sforzo – mi ragiono a volte – e che a trarne beneficio siano la generazione dopo la mia e tutte le altre”. Puntuale, come ultima regola da giornalista (che applico senza quasi più essere tale), registro mutamenti e spostamenti di stile e di gusti e, se non ne parlo con la frequenza che vorrei, è solo perché i ritmi da tenere sono sempre più accelerati.

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Floracult lo scorso week end a Roma e, ancora una volta, la sensazione che da Firenze in giù siano arrivati dopo a considerare il giardinaggio e la cultura che ci sta dietro, ma adesso le loro risorse siano assai più fresche e brillanti e la loro curiosità meno corrosa dall’abitudine. Lo penso ricordando l’interesse e le domande intelligenti dei visitatori di Milis in Sardegna, la capacità di coinvolgimento attivo dei bambini di Cittanova, in Calabria, chiamati come gioco a mangiare pane e marmellata e a contare le piante della merenda. Bella circolazione di gente ai Casali del Pino alla Storta (a nord di Roma, sulla Cassia), molti meno birignao della serie infinita dei “tu non sai chi sono io” che registro con fastidio alle mostre di giardinaggio nostrane più quotate.  Qui, al massimo, personaggi più o meno in vista servono ai microgossip di Dagospia e si porgono con rassegnazione che quello è il loro ruolo, e non con ostentazione di potere come ho visto al Nord. Intanto a Floracult gli stessi espositori hanno mostrato maggiori ambizioni nell’allestimento rispetto ai sancta sanctorum nordici, da Masino all’Orticola di Milano passando per Murabilia a Lucca. Forse perché padrone di casa sono le Fendi, famiglia tutta al femminile di stilisti e imprenditori della moda. Che hanno impresso uno stile informale chic, con una particolare attenzione alla sostenibilità e al biologico che fa onore a Ilaria Venturini Fendi.

Dolenti note. Lo stand dell’AMA a Floracult, con l’omaggio ai visitatori di sacchetti da 1/2 kg di compost, mi ha incuriosito, visto che mi sto interessando di compostaggio e prendo nota di ciò che riguarda la raccolta dell’organico dai rifiuti urbani. A Roma la percentuale è ancora bassa, e la differenziata stenta a decollare: hanno gridato al miracolo per la percentuale del 30,2% raggiunta lo scorso dicembre, quando la CE alla stessa data chiedeva il 65%. E il “patto per Roma” si è dato tempo per mettersi a pari con l’Europa civile, ponendo come obiettivo del 2013 il 40% di differenziata. Mi ha raccontato a Floracult un dipendente AMA, addetto alla sensibilizzazione dei romani, che la gente non ne vuole sapere e allora hanno deciso di ricorrere alle maniere forti, aprendo e controllando i sacchetti e multando la famiglia quando i rifiuti non ben differenziati sono riconoscibili come di qualcuno, sennò tutte le famiglie del condominio (110 euro a famiglia!). Lo scorso anno gli “ispettori” con l’ingrato compito di piegare i cittadini al civismo hanno fatto 16.000 multe. Una nota a margine. Ho chiesto perché il compost non lo vendono; mi hanno risposto che, in quanto società con altre finalità, non possono. A San Francisco dal compost ricavato dall’umido urbano incamerano ogni anno 20 milioni di dollari. Te la do io l’America.

Dolenti note. Lo stand dell’AMA a Floracult, con l’omaggio ai visitatori di sacchetti da 1/2 kg di compost, mi ha incuriosito, visto che mi sto interessando di compostaggio e prendo nota di ciò che riguarda la raccolta dell’organico dai rifiuti urbani. A Roma la percentuale è ancora bassa, e la differenziata stenta a decollare: hanno gridato al miracolo per la percentuale del 30,2% raggiunta lo scorso dicembre, quando la CE alla stessa data chiedeva il 65%. E il “patto per Roma” si è dato tempo per mettersi a pari con l’Europa civile, ponendo come obiettivo del 2013 il 40% di differenziata. Mi ha raccontato a Floracult un dipendente AMA, addetto alla sensibilizzazione dei romani, che la gente non ne vuole sapere e allora hanno deciso di ricorrere alle maniere forti, aprendo e controllando i sacchetti e multando la famiglia quando i rifiuti non ben differenziati sono riconoscibili come di qualcuno, sennò tutte le famiglie del condominio (110 euro a famiglia!). Lo scorso anno gli “ispettori” con l’ingrato compito di piegare i cittadini al civismo hanno fatto 16.000 multe. Una nota a margine. Ho chiesto perché il compost non lo vendono; mi hanno risposto che, in quanto società con altre finalità, non possono. A San Francisco dal compost ricavato dall’umido urbano incamerano ogni anno 20 milioni di dollari.

Avrebbe potuto inseguire il barocco romano, la ridondanza piaciona della capitale,  la scenografia da Cinecittà, e invece per questo luogo in ristrutturazione (era un villaggio della Manifattura Tabacchi, acquistato pochi anni fa quando ormai era del tutto degradato e vilipeso) ha scelto il sottotono che lascia spazio al genius loci di una campagna bellissima, alla memoria antica degli Etruschi della città di Veio che ha lasciato vestigia sul territorio della tenuta, ai diritti del tufo e dell’acqua, dei prati, dei maestosi pini domestici (Pinus pinea) e delle greggi di pecore che pascolano come ai tempi della settecentesca  pittura di paesaggio.

Tanti piccoli segnali per dire che la redenzione di un luogo antropizzato  passa attraverso la coscienza e il desiderio di non dilapidare memoria e risorse. Dentro a costruzioni semidiroccate (ma senza il fascino sinistramente delabré delle rovine) in occasione di Floracult ci hanno messo una “scuola per reinventori”, le gabbie di pulcini e anatroccoli in vendita di un espositore, la zona conversazioni… Alla cura lucida e un po’ apprensiva di Antonella Fornai è stata lasciata anche la parte culturale, con una splendida conversazione di Stefano Mancuso che ha tenuto sedute 60 persone per due ore, con coda di domande intelligenti. Ho preso appunti, spero di ricavare il tempo necessario per mettere di fila il discorso e riproporlo sul blog.

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In mezzo a espositori un po’ diversi da quelli che animano le manifestazioni nostrane, purtroppo ho colto qualche segnale che stanno scendendo gli Unni vivaistici anche su Roma. Peggiore tra tutti, la figura del vivaio Degli Innocenti che, almeno in ricordo di una lunga e gloriosa storia di iris e giardinaggio fiorentino, dovrebbe esimersi dal prestarsi volgarmente al vivaismo commerciale olandese. Piante gonfiate come le labbra di certe signore, colori sgargianti e tronfi con accostamenti improbabili, cioè esattamente il contrario di ciò che si chiede a una mostra di giardinaggio. In mezzo, parecchi stand di associazioni caritatevoli, a cui è stata offerta anche la possibilità di raccontare nel conversatorio le finalità, installazioni d’arte, un laboratorio sul tema dell’idroponica (www.studiomobile.org), una stanza di animali curiosi che raccontano una natura diversa e meravigliosa, la presentazione di una rosa Barni dedicata a Mariangela Melato, consulenze di giardinaggio… In generale, una manifestazione che per me è una bella scoperta, e alla quale auguro un futuro pari almeno al presente.

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Tornavo sulla strada del bosco verso casa, brancolando nel buio e tra le nuvole basse di questa serata di pioggia così autunnale. E, lenta come una lumaca,  per non finire ribaltata cercavo di ricordare il punto preciso in cui c’è la sorgente d’acqua che buca l’asfalto proprio in mezzo alla strada. Da vent’anni conosco questo problema di acqua sorgiva che, soprattutto nei periodi di forti piogge, viene fuori prepotente, fa sprofondare la strada e forma un’enorme pozzanghera, mettendo in pericolo l’incolumità di chi transita in auto. Di tanto in tanto, diciamo una volta ogni due anni, passa qualcuno dell’ANAS e butta un po’ di asfalto nella conca che si è formata, livella e si sente a posto per altri due anni. Ma il problema rimane, e giù a commentare che dovrebbero incanalare tutta quell’acqua, con quello che costa, con i danni che compie anche a valle sull’altra strada che corre in basso, infatti interrotta di tanto in tanto per smottamenti. Quando transito con altri a bordo, che mi vedono slalomare senza capire perché, racconto che vorrei vivere in una nazione dove i problemi vengono affrontati una volta per tutte, civilmente, perché livellare la strada è un palliativo, come spesso vietare o permettere per legge qualche cosa. Una volta i limiti dell’atrazina nell’acqua delle risaie erano a certi valori e quando hanno scoperto che erano ampiamente superati ovunque in Italia ci siano risaie, invece di correre ai ripari vietando il prodotto hanno alzato per legge i valori consentiti. Da stasera ho la sensazione che non si faccia più neppure questo, e si stia lentamente e inesorabilmente cedendo a burocrazie punitive che tutelano le istituzioni puntando il dito sul singolo cittadino, di continuo colpevolizzato di esserci, di avere in proprietà la casa in cui vive, di possedere un conto sul quale riceve lo stipendio, di fare figli e di volerli mandare a scuola, di usare l’auto per andare a lavorare fuori mano in un luogo non servito dai mezzi pubblici. Stasera ho visto che sul margine della strada, 20 metri prima del problema, in entrambe le careggiate hanno sistemato un palo con su il cartello triangolare di pericolo, con un punto esclamativo e, sotto, onde azzurre.
A me creano più sgomento queste iniziative di quotidiana, contorta e dispendiosa stupidità che i grossi fatti di cui ci si indigna, per dire: l’affaire Monte dei Paschi o i parlamentari alla Scilipoti. Segnali stradali come segni. Mi sgomentano perché mi ricordano quanto siano radicati la stupidità e il sadismo da regime (ho scritto da, non di: chi vuole capire, capisca), quanto sia capillare sul territorio la convinzione che, finita la stagione del paese di Bengodi, i problemi da adesso in avanti se li devono scazzare i cittadini. Da stasera se mi ribalto in auto, perché inghiottita da una voragine piena di acqua in mezzo alla strada asfaltata che mi porta a casa, sarà solo colpa mia. Il cartello appena piantato al margine della carreggiata (e al cui acquisto ho partecipato anch’io in quanto contribuente) sarà lì a fare da promemoria per conto delle istituzioni: “Te l’avevo detto”.  Pace e amen. Moltiplicate una piccola storia personale per l’intero territorio nazionale e per sessanta milioni di cittadini, e sentirete come me il bisogno di una ventata di primavera. Difficile credere che possa essere quella proposta da Grillo.
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Che cosa vuoi mai, con tutta la pioggia che c’è stata non si poteva pretendere di fare numeri di visitatori”. Questo è il marzo più freddo, piovoso e nevoso degli ultimi 50 anni, nel mio giardino si sono rifiutati di fiorire i crochi (o lo hanno fatto sotto la neve e non li ho visti) e le scille bifoglie sono in ritardo di 20 giorni, ma il problema delle manifestazioni di giardinaggio non è questo. Il problema è articolato, passa dalla saturazione della gente che è pari all’esplosione di nuove mostre mercato. L’idea di qualcuno di fare business con manifestazioni a pagamento cozza contro l’idea dei possibili visitatori su come fare a sbarcare il lunario, altro che andare a vedere e comperare fiori e piante, per di più sotto l’acqua, con un freddo assassino, senza una buona reason why che almeno solletichi la curiosità… Il decollo della stagione in questo settore non è un granché, invece della partenza rombante di un jumbo sembra il tentativo di una mosca con le ali bagnate di alzarsi dal piano su cui è posata. Se si mette anche la primavera a fare i capricci, a risentirne sarà tutto il settore. Mancano idee, idee vere, entusiasmi veri, felicità vera di maneggiare le piante e coinvolgere altri in uno stato di grazia che non riesce neppure a sospettare chi non ha mai provato a stare in giardino con le mani sporche di terra e il cuore ripulito da tutto il letame che ci sta intorno. Evito di commentare i luoghi comuni che riguardano l’orto declinato nelle forme più bizzarre e improbabili. Ecco, spero che un giorno dei prossimi arrivi la primavera, un fiore di prunus che sboccia generi stupore, e un refolo di vento porti nelle città l’odore buono del letame maturo sparso nei campi misto all’aroma della terra umida, così almeno coloro che certe emozioni le hanno già provate possano ricordarsi di essere vivi ed esserne contenti.
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AAttraverso il blog bene informato di Lidia Zitara sono arrivata a un sito che si chiama Intersezioni, organo di informazione dell’ordine degli agronomi e dei forestali di Milano. E ho letto di una legge fresca fresca di pubblicazione, la n.10 del 14 gennaio 2013 che, a detta dell’agronomo Luca Masotto estensore dell’articolo, “può costituire un punto di partenza per una nuova cultura italiana dell’albero e del paesaggio”. Non so se è il malumore che mi ha messo addosso il cartello di pericolo incontrato poco fa sulla strada di ritorno a casa, ma io non credo che sarà così. Anche perché ho messo in rubrica i molti modi in cui si esprime l’italica ipocrisia, e con quanta spensierata leggerezza questo Paese si pulisce la coscienza sporca con una facciata politically correct. Dalla giornata nazionale degli alberi (ogni anno il 21 novembre), a un albero piantato per ogni bambino nato (con estensione adesso ai bambini adottati) sino alla collaborazione pubblico privato, niente di nuovo. Esiste tutto da molto tempo e se ancora siamo qui a chiederci che albero è il tiglio rimasto a memoria di un viale urbano eliminato, vuole dire che non ha funzionato presentare così le cose. Sarebbe primavera pensare che ad aprile portano i bambini delle elementari a fare scuola nel prato (con la guida di un naturalista, non delle maestre), i ragazzi delle superiori a fare la gita scolastica per tre giorni nei giardini storici, i cassintegrati a fare lavori davvero socialmente utili nelle aiuole spartitraffico abbandonate al loro destino come se fosse il diktat di Gilles Clément in vena di sperimentare l’efficienza delle erbe vagabonde… Invece niente di tutto questo. Rifacciamo leggi per l’ennesima volta, come se bastasse a compiere un miracolo. A mio parere il miracolo è possibile solo crescendo giorno dopo giorno con la convinzione, trasmessa da chi ci crede davvero, che un bosco è indispensabile per l’ecosistema in cui viviamo, il verde migliora la qualità della vita, un parco in città è un polmone, un orto scolastico un prezioso maestro di vita e benessere.

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Acacia-dealbata-MireilleÈ morta ieri Teresa Mattei, classe 1921, “la ragazza di Montecitorio”, così chiamata perché fu la più giovane tra le 21 elette dell’Assemblea Costituente. Partigiana Chicchi dopo essere stata espulsa dalle scuole perché antifascista (ma si laureò in Filosofia a Firenze), riuscì a farsi espellere anche dal PCI perché contraria a Stalin. Se la ricordo in questo spazio è per un duplice motivo: perché vorrei ancora tante donne così, piene di dignità e di coerenza ai propri principi, fattive per creare la pace e favorire la crescita umana e culturale delle donne e perché fu lei a scegliere la morbida, solare e profumata mimosa come simbolo della giornata internazionale della donna. Si racconta che la scelse perché aveva sentito dire che la dirigenza del PCI voleva regalare un mazzolino di violette alle donne del partito in occasione della festa internazionale

Da leggere (non di soli libri di piante e giardini è lastricata la storia di chi fa giardinaggio) di Patrizia Pacini  il libro "La Costituente, storia di Teresa Mattei", ed Altraeconomia 2011, 224 pagine, 16 euro.

Da leggere (non di soli libri di piante e giardini è lastricata la storia di chi fa giardinaggio) di Patrizia Pacini il libro “La Costituente, storia di Teresa Mattei”, ed Altraeconomia 2011, 224 pagine, 16 euro.

della donna. E lei decise di superare l’immagine romantica suggerita dalle viole con un fiore né timido né ombroso, ma “povero e facile da trovare in campagna” come ebbe a dire, aperto al mondo e alla luce, che potesse rappresentare con forza e con gioia l’altra metà del cielo. Una mimosa è per lei, oggi, per accompagnarla.

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il-taglio-del-nastro-di-Primavera-in-giardino-2013il-primo-cittadino-di-Milis-la-stampa-e-Italo-Vacca-organizzatore-di-Primavera-in-giardinoMilis, primo giorno di Primavera in giardino a Villa Pernis. Il sindaco, una giovane signora elegante e alla moda, inaugura la manifestazione in scarpe di vernice con i tacchi a spillo. “Si vede che lei non è pratica di mostre di giardinaggio – le dico un po’ insolente – perché altrimenti si sarebbe messa le scarpe da tennis”. Lei passeggia in tutta la mostra incurante (confessando alla fine che un paio di ballerine sarebbero state più comode), seguita da una nutrita schiera di sardi giunti qui per vedere piante diverse. E alle 11 io ho avuto l’impressione, come tutti gli altri anni in cui sono stata qui per la mostra di giardinaggio, che la fame di verde e di sapere, la curiosità culturale per le piante, siano molto più vive qui che in quasi tutte le altre manifestazioni simili italiane. Una trentina di persone se ne sono state due ore sedute ad ascoltare e a chiedere, dimenticandosi persino che era l’ora di pranzo. E siccome stava diventando tardi (quasi le 14), ho dato appuntamento al pomeriggio, e ci siamo ritrovati per perfezionare i discorsi. D’altronde molto interessanti.
Lina Podda dell’Orto Botanico di Cagliari ha illustrato le piante invasive della Sardegna. La sua ricerca, portata avanti da cinque anni, è sfociata tra l’altro in un blog: alieneinvasivesardegna.blogspot.it. Piante anche belle, spesso sfuggite ai giardini, dalle agavi che stanno invadendo le scarpate e le spiagge, alla mimosa Acacia saligna, al fico degli Ottentotti, Carpobrotus edulis. Un solo “fico” contiene sino a 1.000 semi fertili, capaci di far nascere altrettante nuove piante. E il suo parente Carpobrotus acinaciformis ha altre capacità invasive, sicché quando si ibridano tra loro  le nuove piante assumono le caratteristiche vincenti di entrambi i genitori, diventando padrone dell’ambiente sardo. Il giacinto d’acqua, Eichornia crassipes, ha invaso il rio Mar’e Foghe nell’Oristanese, e l’erba delle Pampas, Cortaderia selloana, comincia a mostrarsi nella sua veste di aliena invasiva, ciò che consiglia di evitare di piantarla. D’altronde, raccontava Lina Podda, la cortaderia è nell’elenco delle 100 specie più invasive del mondo. E ha aggiunto qualche dato interessante circa la presenza di invasive in Sardegna: solo il 17% della flora dell’isola, contro il 50% della flora, per esempio, in Nuova Zelanda, il 45% alle Hawaii. Ma – ha aggiunto la ricercatrice – la ricerca del 1992 fissava al 9% le presenze aliene in Sardegna, segno che oggi, quasi raddoppiate, sono in rapida espansione.
Dino-Pellizzaro-e-una-interessatissima-visitatriceorriosu-i-cannicciati-sardi-a-Milis-2013Il discorso era molto avvincente, sicché la gente non se n’è andata, con la prospettiva di saltare il pranzo in nome di qualcosa da imparare. Ma ciò che mi ha stupita ancora di più è che nessuno se n’è andato quando a parlare di un libro nuovissimo sui giardini storici sardi è venuto Antonino Soddu Pirellas. “Giardini storici della Sardegna” è stato scritto a quattro mani da questo artista-ricercatore insieme al direttore dell’Orto Botanico di Cagliari Mauro Balliero per l’editore Sandhi di Ortacesus (CA). Una realtà tutta da scoprire, con i giardini sorti nella seconda metà dell’Ottocento che collaborano a costruire la storia dell’epoca, i rapporti internazionali, l’evoluzione della società locale, la difesa politica del territorio. Oggi ho imparato molte cose. Vorrei che tutti i giorni fossero così. Ho scoperto che Giuseppe Garibaldi si ritirò a Caprera convinto di potersi occupare di agronomia e botanica e con il sogno di un giardino. Pensando alle sue piante mentre era lontano, si diceva “deliziosamente sollevato” nel pensarle. Sono stati messi a disposizione di Soddu Pirellas documenti inediti come questo, e grazie a Stefania Susini, pronipote dell’amico di La Maddalena che gli aveva venduto il terreno. Ho scoperto anche che Lamarmora ebbe un comportamento da ambientalista quando scoprì che stava per essere consentito a una società emiliana di abbattere e vendere 100.000 grandi alberi sardi. Portò in parlamento una mozione e venne sventato così il tentativo di depredare il patrimonio arboreo isolano. “Va bene – ha commentato una signora, immobile ad ascoltare invece del pranzo – ma poi hanno abbattuto tutte le querce che sono servite per le traversine ferroviarie italiane”.
Il mondo è così, in bilico tra conservazione e distruzione, tra innovazione e dietrologia. Ma è anche luogo di scoperte quotidiane che fanno ben sperare. Io oggi di piante ne ho viste poche, non ne ho avuto il tempo, ma ho goduto il privilegio di fare scoperte. La più bella di tutte è che la gente sta anche per ore seduta ad ascoltare e a chiedere di piante e giardini. Per ora in Sardegna, spero da domani anche altrove.

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Primavera-in-giardino-2013
Malauguratamente nevica ed è giornata di black out elettorale. Per un giorno ci lasciano orfani della politica che, da domani, rivelerà all’Italia nuovi scenari. Speriamo in bene. E tra una lavorata e l’altra sulla tastiera ormai consunta del mio mac, per sopravvivere a questa condizione di sepolta viva (per neve, per silenzio dell’informazione, per necessità di finire il mio lavoro) mi sono fatta venire una piccola idea. Ho ricevuto stamattina i manifesti della prima mostra di giardinaggio della stagione, a Milis in Sardegna, e quello dell’ultima di primavera, a Cittanova in Calabria. Io vi faccio vedere i due manifesti, casualmente entrambi nei toni di un vivido blu da primavera meditertranea e voi mi dite quello che vi piace di più e perché. Alle sette motivazioni che mi sembreranno più interessanti manderò in omaggio una copia dei libri che stanno per uscire a mio nome. Non dovete quindi avere troppa fretta: escono tra marzo e maggio. Perciò guardate, esprimete un giudizio e insieme mandate il vostro nome e indirizzo (che non pubblicherò), in modo che, a mano a mano che escono, io possa mandarvi la copia promessa. Vi lascio tempo di dire la vostra sino al 7 marzo. Poi spero che la neve se ne sia andata via tutta, che i lavori più urgenti siano giunti a buon fine e che io possa andarmene a inaugurare la primavera a Milis. Che per ora mi sembra un miraggio.
Voi mi raccomando votate bene: se non posso consigliarvi niente dal punto di vista politico, mi permetto di invitarvi a votare i contenuti della comunicazione di due manifestazioni che porteranno i fiori nel nostro Sud. Anche questo, a mio parere, un modo di fare politica. Ma è un’impressione mia e di pochi altri, suppongo.

Cittanova-Floreale-2013

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A volte penso che non ci sia più bisogno dei miei post per raccontare le piante e i fiori, i giardini d’Italia e ciò che avviene lungo lo stivale per conoscere, promuovere e fruire il verde ornamentale. Ho cominciato da pioniera, adesso sono in tanti a occuparsene. E allora succede che io abbia voglia di usare questo spazio mio e libero per dire ciò che in tanti non sanno o non saprebbero diversamente. Oggi a Moncalieri abbiamo salutato per l’ultima volta Piero Valenza, il marito competente e simpatico di Eufrasia Burzio (la prima vivaista a produrre tante viole del pensiero, sempre chiamate con il nome varietale). Piero è stato portato via da un tumore che lo ha fatto soffrire quattro anni. Era un bravo giardiniere e un vero appassionato di piante. Una volta, tanti anni fa, andai nel loro vivaio per un servizio e, alle domande sulle piante strane e speciali che stavo vedendo, Eufrasia mi disse che per avere risposta dovevo attendere l’arrivo di Piero, perché quelle erano le “sue” piante, la sua voglia di sperimentazione, la sua scommessa esotica. Un mondo tutto suo, un piacere privato e non vendibile. Vasi d’ogni genere e fatta occupavano metà di una serra, e non gliene importava che tutto quello spazio non rendesse nulla. Piero-Valenza-con-Amorphophallus-rivieriQuel giorno Eufrasia mi raccontò anche che si erano conosciuti che lei aveva 13 anni e lui 18 ed era un grande amore che continuava anche grazie all’interesse comune per le piante. Quarantasei anni dopo, oggi, lo ha accompagnato per l’ultima volta con una consolazione soltanto, credo: che un prete pieno di sobrietà e empatia lo ha ricordato come uomo dei fiori e dei giardini e ha consolato chi resta della perdita dicendo che la natura con le sue ragioni e la sua bellezza tende la mano per fare accettare il lutto, mentre lui nell’altra vita è andato a fare altri giardini.
Ricorderò l’uomo buono e appassionato come l’ ho fotografato l’ultima volta nel maggio 2009 a Masino. Se ne andava in giro nel suo stand spostando un grande vaso con dentro due inquietanti Amorphophallus rivieri fioriti. Si era lasciato fotografare in diverse pose con la sua pianta tra le braccia, un po’ orgoglioso e un po’ ironico. Oggi con lui se ne va un po’ del nuovo corso del giardinaggio, portato alla ribalta vent’anni fa dall’avvento delle mostre.

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Lonicera fragrantissima
Oggi la chiesa festeggia San Gaudenzio, primo vescovo di Novara attorno all’anno 400. A Novara nell’altissimo duomo (nelle giornate limpide d’autunno a volte ne scorgo la guglia da qui, a svariate decine di chilometri di distanza) si svolge ogni anno, dal 1400, la Cerimonia del Fiore per ricordare un miracolo: quello dei fiori che Gaudenzio avrebbe fatto sbocciare nel cuore di gennaio nel suo orto in segno di benvenuto a Ambrogio (santo anche lui, oltre che vescovo di Milano). Che fiori saranno stati? Né Hamamelis (americani) né calicanto (giapponese), né Viburnum farreri (cinese del Kansu) né Lonicera fragrantissima (siberiana).
A proposito di Lonicera fragrantissima. Non ho fatto in tempo a scrivere che delle Ladre di Piante pistoiesi non c’era ancora alcun riferimento se non una mail, ed ecco che mi rimbrottano: ma come? Siamo entrate quasi subito su internet. Vero. E andando a vedere mi è venuto subito voglia di fare uno shopping stagionale: proprio lei, Lonicera fragrantissima. E avere una pianta robusta che fiorisce e profuma l’aria d’inverno a 10,50 euro (andate a vedere qui), potrei anche cedere alla tentazione. Un bell’elogio di questa lonicera si trova in questo blog.

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La foto della testata del blog dal 2 novembre 2012
Cimiteri come paesaggio
Tutte le volte in cui, come oggi,  entro nel cimitero del mio paese penso a come sarebbe bello andarci a leggere il giornale, se solo ci fosse erba invece di ghiaia grigio scuro e nei punti strategici – dove lo sguardo può superare il muro di cinta e vedere la cima della montagna, davanti al piccolo quadrante dei bambini morti – ci fosse una panchina comoda e di buona fattura. Io a leggere il giornale in un posto di convivenza serena tra vivi e morti, la vecchietta a parlare con i suoi avi, la moglie a chiedersi perché il marito ha voluto lasciarla sola, ognuno seduto su una panchina senza fretta per restituire al cimitero un ruolo di giardino della pace eterna e della ricerca di pace quotidiana che invece in Italia, e in genere nella cultura cattolica, è solo di pena e di onore ai trapassati. Vorrei un giardino della memoria, fiorito non per circostanza come è in questi giorni, ma perché è un bel posto che può insegnare la convivenza e la tolleranza e farlo con il suo aspetto. Ci penso oggi, giorno dell’anno dedicato ai morti, come l’ho pensato l’estate scorsa scendendo dall’auto in un parcheggio del paesino valdese di Prali tra le montagne piemontesi e trovandoci nel prato antistante, tra erba sfalciata e scampoli di boschi, un minuscolo riquadro murato più simile a un salottino della comunità che a un camposanto. Ho tirato fuori la foto oggi pensando di condividere qui un luogo che fa paesaggio e al paesaggio partecipa, rendendo accettabile, più di un’infinità di ragionamenti e riti mai in grado di consolare, la sventura di non essere eterni.

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Oggi è iniziato a Torino il Salone del gusto e stasera, scaricato il programma dal sito internet (www.slowfood.it), ho letto il tema di quest’anno. Siccome hanno chiamato in causa le mele, eccone alcune del mio melaio elettronico ed ecco il testo di presentazione del salone. Che bisognerebbe visitare non tanto da gourmet, quanto da giardinieri coscienti.


Cibi che cambiano il mondo è lo slogan che sintetizza il senso dell’edizione 2012 del Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre, per la prima volta uniti in un solo grande evento per raccontare la straordinaria diversità agroalimentare di ogni continente, dando voce a tutti i piccoli produttori che, nel Nord come nel Sud del mondo, danno vita a cibi la cui qualità è definita dalla bontà organolettica, dalla sostenibilità ambientale e dalla giustizia sociale.Simbolo di  questo cambiamento è una mela, cibo metaforico per antonomasia e che più di tutti ha segnato, nel bene e nel male, rivoluzioni e trasformazioni epocali: il frutto proibito che determinò la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden; il pomo d’oro consegnato da Paride ad Afrodite, per premiarne l’insuperata bellezza tra le divinità dell’Olimpo; la apple della rivoluzione informatica, partita dalla Silicon Valley alla conquista del mondo; quella che, caduta su una testa ricettiva e pensante – quella di Sir Isaac Newton! –, determinò la scoperta della forza di gravità…

La nostra mela non è il frutto destagionalizzato, che parla ovunque la stessa lingua e rappresenta attualmente il 90% della produzione e del mercato. Non appartiene alle varietà commerciali golden o red delicious, granny smith, gala o fuij, ma si chiama Magnana in Piemonte,
Teresa in Liguria, Annurca in Campania, Green Newtown Pippin a New York… È una mela che vuole tracciare un solco positivo nel cambiamento che  ci auspichiamo il cibo “buono, pulito e giusto” imprima nel nostro pianeta. È una mela con i suoi tempi, i suoi luoghi e i suoi modi; che parla ovunque una lingua diversa, quella delle varietà, di metodi produttivi responsabili nei confronti dell’ambiente e remunerativi per gli agricoltori, di tutela del paesaggio, di un futuro buono da mangiare e bello da immaginare. A cui tutti abbiamo diritto. Quest’anno, dal 25 al 29 ottobre, la nostra mela sarà simbolo dell’intima connessione tra piacere gastronomico e responsabilità nei confronti di quel che mangiamo e di chi lo produce. E, come lei, tutti gli altri cibi protagonisti del Salone del Gusto e Terra Madre, che nei loro mille sapori renderanno più che mai evidente come l’esperienza gustativa affianchi la conoscenza delle donne e degli uomini che coltivano, allevano e trasformano i prodotti alimentari di tutto il mondo, dei territori dove essi nascono e nella cui terra hanno radici profonde.

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Abbiamo commentato in tanti che è innegabile: con questa edizione, l’ottava della versione autunnale, la mostra di Masino ha risollevato la testa dopo anni appannati e strafottenti, nei quali l’unico dato certo era il desiderio di rivendicare il proprio primato. E se ancora molto deve fare questa manifestazione capostipite di tutte le altre per scremare gli espositori puramente commerciali e affrontare il troppo carente controllo botanico, tuttavia sembra aver ripristinato l’atmosfera di santuario, un santuario, se non delle piante, di certo dei doni e delle grazie dell’autunno piemontese. Complice il bel tempo e la voglia dei molti visitatori di farne tesoro, anche se sempre di più Masino, come le altre mostre mercato di giardinaggio, tara l’affluenza sulle condizioni climatiche e di domenica incassa molto e poco ridistribuisce agli espositori. E insomma, lascio qui un mucchietto di segnali colti in poche ore di visita. L’ascesa delle acquatiche: quattro o cinque espositori; tra le bacche, l’evanescenza di quelle di Sorbus ‘Joseph Rock’ (vivaio Millefoglie); il cesto di rose color indian summer davanti allo stand Barni; le dodici varietà di patate della Valsusa ben esposte, raccontate e in vendita (varrebbe la pena di essere NO TAV anche solo per conservare questo patrimonio); Aster spathulifolium dalle grandi foglie pelose (vivaio Leonelli); l’unico stand allestito come una vetrina, con le graminacee, un banco parlante e poltrone anni Sessanta (vivaio Strano ma verde); i peperoncini ‘Habanero’ di 5 colori, i ‘Buth Jalokia’ e gli ‘Scorpion Red’, ovvero la gamma più piccante in assoluto, a movimentare lo stand della Casina di Lorenzo; gli oggetti fatti a mano e un po’ naif per abbellire l’orto di Le ceramiche fiabesche. Più un paio di incontri belli: quello con il vivaista di rose Paolo Pozzo radioso con Lisa, la sua bimba di due mesi, in braccio e quello con il silenzioso e affettuoso barbagianni (Tyto alba) a spasso con la sua proprietaria. Guarda un po’: c’è voluta una mostra di giardinaggio perché io potessi accarezzare il piumaggio luminoso e morbido di un rapace notturno.

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Oggi piove, il cielo non esiste, il fico del Portogallo in cortile è tutto carico di frutti maturi ma le foglie sembrano incollate e precarie. Basterà un alito di vento dopo la pioggia a farle cadere, e addio: sarà tutto finito sino alla primavera. Oggi, un attimo prima che cominciasse a piovere, mio marito ha raccolto le zucche che io, presa dai miei vortici, non ho neppure visto mentre maturavano. Ho spiato ai vari stadi di crescita solo una ‘Galeux d’Eysines’ tutta verruche appesa giù dal muro di pietra dell’orto, nelle mie rare incursioni di fine stagione in mezzo a peperoni friggitelli, fagiolini ‘Bobis’ e pomodori lampadina ancora straordinariamente produttivi sino all’altro giorno. E mentre l’autunno avanza e le prime foglie del bosco davanti a casa si colorano, stanno terminando anche le manifestazioni di giardinaggio. La scorsa settimana un tour de force tra Orticolario a Como, Frutti Antichi a Paderna e, la domenica, una deliziosa sagra delle zucche che pochi conoscono fuori dai confini del Piemonte e invece è un capolavoro di genuinità e di voglia di fare festa. E insomma, dal venerdì alla domenica un crescendo di sensazioni e di pensieri di dove stiamo andando, noi del mondo italiano delle piante e dei giardini. Verso i danarosi birignao lombardi a guardare Orticolario e ad averne assaggiato il costo del biglietto di ingresso (14 euro); verso una misurata e affettuosa ricorrenza tradizionale d’autunno dei saperi manuali, dei frutti della terra e dei fiori da giardino a Paderna (costo d’ingresso la metà di Orticolario). E poi la festa delle zucche di Piozzo, paesetto di mille anime al limite delle Langhe con le strade invase dai banchetti di ortaggi e dolci, la piazza allestita con banner e bandiere, carri colmi di zucche e trenta o quaranta metri di tavolo che, serpeggiando, racconta in 450 zucche e altrettante schede una storia di biodiversità. C’è chi suona zucche, chi invece le intaglia e chi le cucina, i bambini seduti a gambe incrociate sull’asfalto ridono delle battute di chi li intrattiene. Tutto naturale, nessuna lezione, nessun biglietto di ingresso, dodici volontari della Pro Loco motivati a dare visibilità al loro paese, e ogni anno seminano, coltivano, catalogano zucche e, con qualche decina di compaesani, montano due giorni di festa che scacciano dalla mente dei visitatori l’aria greve della settimana, le ruberie nei consigli regionali, la benzina sempre più cara, l’incertezza del futuro. Sono arrivati sino in Belgio per uno scambio con una cittadina al confine con la Francia che si chiama Antoing e che ha scelto di fare festa allo stesso modo: con le zucche. Il disegno che illustra la locandina della loro manifestazione reca una freccia con su scritto “Piozzo km 1.091”, ovvero i chilometri che dividono due comunità in cerca di fratellanza.
E allora, tre giorni tre manifestazioni, mi viene spontaneo fare classifiche e chiedermi dove stiamo andando e dove dovremmo andare. Per ora conosco solo la meta verso la quale sto partendo per questo fine settimana: Harborea a Livorno. Un altro scenario, un altro format, altri presupposti, niente campagna ma una dimensione urbana e colta. Con le piante protagoniste nella mostra mercato e ancor più del “Caffé Letterario”, con l’entusiasmo contagioso di una manciata di signore del Garden Club e questo evento che mette in moto altro, per esempio stimola il Comune, proprietario del parco di Villa Mimbelli, a risistemarlo perché sia cornice degna di tanti sguardi nuovi. Arrivo alla conclusione, per ora, che almeno in questo senso le mostre di giardinaggio servono.

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Ho saputo oggi che la prossima Floriade si solgerà nella città di Almere: lo studio di architetti che ha presentato il progetto ha vinto sulla candidatura di Amsterdam, Boskoop e Groningen. Vedere qui, e grazie a Nemeton, la rivista on line diretta da  Maurizio Corrado, da cui mi arriva l’informazione (www.nemetonmagazine.net).
Mi ricavo cinque minuti per dire la rabbia: noi italiani pianifichiamo un giorno per l’altro, nel mondo professionale in cui mi muovo se possibile ti dicono le cose chiedendoti di fare subito, ma vorrebbero che tu le avessi indovinate e prevenuto ogni desiderio. In Olanda non è ancora conclusa un’edizione di Floriade che già fanno vedere il piano quasi dettagliato di quella successiva. Non un anno o due dopo, ma  dieci anni dopo. Come se qui da noi si sapesse già che cosa se ne vuol fare dell’Euroflora del 2020.
Intanto Floriade 2012 di Venlo, nel sud-est dell’Olanda al confine con la Germania,  prosegue ancora sino al 7 ottobre. Se qualcuno deve imparare la tempistica, fa ancora in tempo ad andarci. Anzi bisognerebbe trasferire in massa pianificatori e amministratori nostrani, a cominciare da quelli dell’Expo universale del 2015 a Milano.
Io non posso fare molto neppure per soddisfare il mio personale piacere di pregustare gli eventi e la loro costruzione, sicché almeno lascio qui una manciata di appunti visivi della mia visita a Floriade 2012 di fine agosto. Tema: l’uso delle graminacee. Già imparare a lavorare con queste piante sarebbe un bel modo di guardare al futuro dei giardini e del paesaggio.

PS: tanto per dire che non sono solo gli olandesi ad essere ben organizzati sui tempi, lascio qui la prova che lo sono altrettanto in Germania. Nell’orto botanico (il primo della Germania: 1609) della  cittadina di Giessen, 70.000 abitanti, a nord di Francoforte, hanno già appeso il manifesto che annuncia la Landesgarternschau che ci sarà nel 2014 sul tema “Vivere la natura da vicino”, per altro con ben strutturato sito già in funzione (www.landesgartenschaugiessen.de).
Volando più vicino a casa, io questo fine settimana vado a vedere se tutte le pene degli organizzatori di “Piante e animali perduti” a Guastalla (RE) e di “Fiori frutti qualità”  a Celle Ligure (SV) sortiscono anche quest’anno i magnifici effetti che i visitatori si aspettano. Quello che stupisce della nostra nazione è che qui, perennemente nelle ristrettezze di mezzi e di tempi, non si sanno fare piani sulle lunghe distanze, ma i miracoli su quelle brevi sì.

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Dopo qualche anno sono tornata a Villa Manin a Passariano (Ud) per la mostra di giardinaggio FlorealFest e ancora una volta mi sono chiesta: perché uno spazio magico come l’esedra deve essere assediato dalle auto in transito e parcheggiate, le transenne sono vistosamente giallo girasole in uno spazio grigio di rarefatta leggerezza, un palco da concerto di rockstar troneggia al centro dello spiazzo erboso? La Regione Friuli Venezia Giulia, che pure è autonoma anche nel portafoglio, non ha idea di come gestire un luogo simile?

Il Corpo Forestale dello Stato ai miei occhi è come il Corpo dei Vigili del Fuoco: formato da benemeriti e bonari personaggi al servizio dei cittadini e della salvaguardia del territorio. A Villa Manin ho avuto occasione di parlare con un agronomo (per altro con qualifica di operaio forestale, perché nell’organico non esistono quadri intermedi). Mi ha raccontato che a Peri, in provincia di Verona,  c’è l’unico laboratorio italiano per l’analisi delle sementi accreditato all’ISTA (International Seed Testing Association). Uno dei 28 laboratori accreditati che ci sono al mondo, e noi manco sappiamo che esista ancora il Corpo Forestale. Il mio gentile e colto interlocutore mi ha anche detto che in Messico ci sono ben 18 laboratori che fanno il lavoro che si svolge a Peri con penuria assoluta di personale. Poi ha dovuto allontanarsi perché c’erano bambini che aspettavano di fare esperienza con lui, così non ho potuto commentare. In Messico sono diciotto volte più evoluti che in Italia sul fronte boschi e foreste?

Sto alimentando da un paio di anni il mio interesse per i fagioli: in giro per casa ci sono due o tre cassette con 120 scatolette trasparenti e altrettante schede descrittive. Ma ancora non sapevo che l’azienda agraria universitaria “Servadei” dell’Università di Udine da anni ha una banca per il germoplasma autoctono vegetale regionale del Friuli e dei fagioli della Carnia sa tutto, o quasi. Li ho visti in mostra, i fagioli locali, e mi sono chiesta se esiste altrettanto in Toscana (conosco qualcosa dei fagioli toscani perché a Lucca c’è la ditta Gargini che li produce e commercializza), in Calabria (dove al mercato si trovano otto o dieci tipi di fagioli secchi, ognuno con il suo nome locale), in Piemonte o in Campania…

Sotto un arco dell’esedra domenica mattina ho presentato il libro del compostaggio appena uscito da Vallardi e, incredibile, ho trovato un pubblico attentissimo e con domande come un fiume in piena. Fantastico. È stata una delle volte in cui mi sono sentita utile. La credibilità guadagnata sul campo: “Ma lei lo fa, il compostaggio in giardino?”. “Certo, da vent’anni in tre modi diversi”. E avanti a raccontare, comprese le uova di biacco, grosse come quelle di gallina e con la consistenza del polistirolo, trovate un anno in fondo al cubo in muratura dal quale stavo estraendo il compost maturo. Ho visto qualche faccia animarsi di nuovo interesse. Mi ero persino portata il mio nuovo compostatore rotante, comperato su un sito inglese (www.primrose-italia.eu  che in questo periodo sta anche facendo un concorso e regala compostatori) per fare vedere quanto siano furbe le idee che nascono dall’empirismo inglese (rotante, dunque le sostanze sono sempre rimescolate e maturano prima, in più il vano interno è diviso a metà, sicché mentre una parte termina la maturazione si può cominciare a riempire l’altra parte). Un compostatore, tra l’altro, è andato ad una cooperativa sociale della provincia di Udine. Non a caso, si occupa di sviluppo sostenibile.

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