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Archivio per la categoria ‘Giardini e Cultura’

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Le cose del verde intorno a me succedono con una rapidità e un’intensità che, solo vent’anni fa, erano inimmaginabili. “Che almeno io non abbia dedicato la vita a qualcosa che invece non valeva tanto sforzo – mi ragiono a volte – e che a trarne beneficio siano la generazione dopo la mia e tutte le altre”. Puntuale, come ultima regola da giornalista (che applico senza quasi più essere tale), registro mutamenti e spostamenti di stile e di gusti e, se non ne parlo con la frequenza che vorrei, è solo perché i ritmi da tenere sono sempre più accelerati.

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Floracult lo scorso week end a Roma e, ancora una volta, la sensazione che da Firenze in giù siano arrivati dopo a considerare il giardinaggio e la cultura che ci sta dietro, ma adesso le loro risorse siano assai più fresche e brillanti e la loro curiosità meno corrosa dall’abitudine. Lo penso ricordando l’interesse e le domande intelligenti dei visitatori di Milis in Sardegna, la capacità di coinvolgimento attivo dei bambini di Cittanova, in Calabria, chiamati come gioco a mangiare pane e marmellata e a contare le piante della merenda. Bella circolazione di gente ai Casali del Pino alla Storta (a nord di Roma, sulla Cassia), molti meno birignao della serie infinita dei “tu non sai chi sono io” che registro con fastidio alle mostre di giardinaggio nostrane più quotate.  Qui, al massimo, personaggi più o meno in vista servono ai microgossip di Dagospia e si porgono con rassegnazione che quello è il loro ruolo, e non con ostentazione di potere come ho visto al Nord. Intanto a Floracult gli stessi espositori hanno mostrato maggiori ambizioni nell’allestimento rispetto ai sancta sanctorum nordici, da Masino all’Orticola di Milano passando per Murabilia a Lucca. Forse perché padrone di casa sono le Fendi, famiglia tutta al femminile di stilisti e imprenditori della moda. Che hanno impresso uno stile informale chic, con una particolare attenzione alla sostenibilità e al biologico che fa onore a Ilaria Venturini Fendi.

Dolenti note. Lo stand dell’AMA a Floracult, con l’omaggio ai visitatori di sacchetti da 1/2 kg di compost, mi ha incuriosito, visto che mi sto interessando di compostaggio e prendo nota di ciò che riguarda la raccolta dell’organico dai rifiuti urbani. A Roma la percentuale è ancora bassa, e la differenziata stenta a decollare: hanno gridato al miracolo per la percentuale del 30,2% raggiunta lo scorso dicembre, quando la CE alla stessa data chiedeva il 65%. E il “patto per Roma” si è dato tempo per mettersi a pari con l’Europa civile, ponendo come obiettivo del 2013 il 40% di differenziata. Mi ha raccontato a Floracult un dipendente AMA, addetto alla sensibilizzazione dei romani, che la gente non ne vuole sapere e allora hanno deciso di ricorrere alle maniere forti, aprendo e controllando i sacchetti e multando la famiglia quando i rifiuti non ben differenziati sono riconoscibili come di qualcuno, sennò tutte le famiglie del condominio (110 euro a famiglia!). Lo scorso anno gli “ispettori” con l’ingrato compito di piegare i cittadini al civismo hanno fatto 16.000 multe. Una nota a margine. Ho chiesto perché il compost non lo vendono; mi hanno risposto che, in quanto società con altre finalità, non possono. A San Francisco dal compost ricavato dall’umido urbano incamerano ogni anno 20 milioni di dollari. Te la do io l’America.

Dolenti note. Lo stand dell’AMA a Floracult, con l’omaggio ai visitatori di sacchetti da 1/2 kg di compost, mi ha incuriosito, visto che mi sto interessando di compostaggio e prendo nota di ciò che riguarda la raccolta dell’organico dai rifiuti urbani. A Roma la percentuale è ancora bassa, e la differenziata stenta a decollare: hanno gridato al miracolo per la percentuale del 30,2% raggiunta lo scorso dicembre, quando la CE alla stessa data chiedeva il 65%. E il “patto per Roma” si è dato tempo per mettersi a pari con l’Europa civile, ponendo come obiettivo del 2013 il 40% di differenziata. Mi ha raccontato a Floracult un dipendente AMA, addetto alla sensibilizzazione dei romani, che la gente non ne vuole sapere e allora hanno deciso di ricorrere alle maniere forti, aprendo e controllando i sacchetti e multando la famiglia quando i rifiuti non ben differenziati sono riconoscibili come di qualcuno, sennò tutte le famiglie del condominio (110 euro a famiglia!). Lo scorso anno gli “ispettori” con l’ingrato compito di piegare i cittadini al civismo hanno fatto 16.000 multe. Una nota a margine. Ho chiesto perché il compost non lo vendono; mi hanno risposto che, in quanto società con altre finalità, non possono. A San Francisco dal compost ricavato dall’umido urbano incamerano ogni anno 20 milioni di dollari.

Avrebbe potuto inseguire il barocco romano, la ridondanza piaciona della capitale,  la scenografia da Cinecittà, e invece per questo luogo in ristrutturazione (era un villaggio della Manifattura Tabacchi, acquistato pochi anni fa quando ormai era del tutto degradato e vilipeso) ha scelto il sottotono che lascia spazio al genius loci di una campagna bellissima, alla memoria antica degli Etruschi della città di Veio che ha lasciato vestigia sul territorio della tenuta, ai diritti del tufo e dell’acqua, dei prati, dei maestosi pini domestici (Pinus pinea) e delle greggi di pecore che pascolano come ai tempi della settecentesca  pittura di paesaggio.

Tanti piccoli segnali per dire che la redenzione di un luogo antropizzato  passa attraverso la coscienza e il desiderio di non dilapidare memoria e risorse. Dentro a costruzioni semidiroccate (ma senza il fascino sinistramente delabré delle rovine) in occasione di Floracult ci hanno messo una “scuola per reinventori”, le gabbie di pulcini e anatroccoli in vendita di un espositore, la zona conversazioni… Alla cura lucida e un po’ apprensiva di Antonella Fornai è stata lasciata anche la parte culturale, con una splendida conversazione di Stefano Mancuso che ha tenuto sedute 60 persone per due ore, con coda di domande intelligenti. Ho preso appunti, spero di ricavare il tempo necessario per mettere di fila il discorso e riproporlo sul blog.

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In mezzo a espositori un po’ diversi da quelli che animano le manifestazioni nostrane, purtroppo ho colto qualche segnale che stanno scendendo gli Unni vivaistici anche su Roma. Peggiore tra tutti, la figura del vivaio Degli Innocenti che, almeno in ricordo di una lunga e gloriosa storia di iris e giardinaggio fiorentino, dovrebbe esimersi dal prestarsi volgarmente al vivaismo commerciale olandese. Piante gonfiate come le labbra di certe signore, colori sgargianti e tronfi con accostamenti improbabili, cioè esattamente il contrario di ciò che si chiede a una mostra di giardinaggio. In mezzo, parecchi stand di associazioni caritatevoli, a cui è stata offerta anche la possibilità di raccontare nel conversatorio le finalità, installazioni d’arte, un laboratorio sul tema dell’idroponica (www.studiomobile.org), una stanza di animali curiosi che raccontano una natura diversa e meravigliosa, la presentazione di una rosa Barni dedicata a Mariangela Melato, consulenze di giardinaggio… In generale, una manifestazione che per me è una bella scoperta, e alla quale auguro un futuro pari almeno al presente.

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il-taglio-del-nastro-di-Primavera-in-giardino-2013il-primo-cittadino-di-Milis-la-stampa-e-Italo-Vacca-organizzatore-di-Primavera-in-giardinoMilis, primo giorno di Primavera in giardino a Villa Pernis. Il sindaco, una giovane signora elegante e alla moda, inaugura la manifestazione in scarpe di vernice con i tacchi a spillo. “Si vede che lei non è pratica di mostre di giardinaggio – le dico un po’ insolente – perché altrimenti si sarebbe messa le scarpe da tennis”. Lei passeggia in tutta la mostra incurante (confessando alla fine che un paio di ballerine sarebbero state più comode), seguita da una nutrita schiera di sardi giunti qui per vedere piante diverse. E alle 11 io ho avuto l’impressione, come tutti gli altri anni in cui sono stata qui per la mostra di giardinaggio, che la fame di verde e di sapere, la curiosità culturale per le piante, siano molto più vive qui che in quasi tutte le altre manifestazioni simili italiane. Una trentina di persone se ne sono state due ore sedute ad ascoltare e a chiedere, dimenticandosi persino che era l’ora di pranzo. E siccome stava diventando tardi (quasi le 14), ho dato appuntamento al pomeriggio, e ci siamo ritrovati per perfezionare i discorsi. D’altronde molto interessanti.
Lina Podda dell’Orto Botanico di Cagliari ha illustrato le piante invasive della Sardegna. La sua ricerca, portata avanti da cinque anni, è sfociata tra l’altro in un blog: alieneinvasivesardegna.blogspot.it. Piante anche belle, spesso sfuggite ai giardini, dalle agavi che stanno invadendo le scarpate e le spiagge, alla mimosa Acacia saligna, al fico degli Ottentotti, Carpobrotus edulis. Un solo “fico” contiene sino a 1.000 semi fertili, capaci di far nascere altrettante nuove piante. E il suo parente Carpobrotus acinaciformis ha altre capacità invasive, sicché quando si ibridano tra loro  le nuove piante assumono le caratteristiche vincenti di entrambi i genitori, diventando padrone dell’ambiente sardo. Il giacinto d’acqua, Eichornia crassipes, ha invaso il rio Mar’e Foghe nell’Oristanese, e l’erba delle Pampas, Cortaderia selloana, comincia a mostrarsi nella sua veste di aliena invasiva, ciò che consiglia di evitare di piantarla. D’altronde, raccontava Lina Podda, la cortaderia è nell’elenco delle 100 specie più invasive del mondo. E ha aggiunto qualche dato interessante circa la presenza di invasive in Sardegna: solo il 17% della flora dell’isola, contro il 50% della flora, per esempio, in Nuova Zelanda, il 45% alle Hawaii. Ma – ha aggiunto la ricercatrice – la ricerca del 1992 fissava al 9% le presenze aliene in Sardegna, segno che oggi, quasi raddoppiate, sono in rapida espansione.
Dino-Pellizzaro-e-una-interessatissima-visitatriceorriosu-i-cannicciati-sardi-a-Milis-2013Il discorso era molto avvincente, sicché la gente non se n’è andata, con la prospettiva di saltare il pranzo in nome di qualcosa da imparare. Ma ciò che mi ha stupita ancora di più è che nessuno se n’è andato quando a parlare di un libro nuovissimo sui giardini storici sardi è venuto Antonino Soddu Pirellas. “Giardini storici della Sardegna” è stato scritto a quattro mani da questo artista-ricercatore insieme al direttore dell’Orto Botanico di Cagliari Mauro Balliero per l’editore Sandhi di Ortacesus (CA). Una realtà tutta da scoprire, con i giardini sorti nella seconda metà dell’Ottocento che collaborano a costruire la storia dell’epoca, i rapporti internazionali, l’evoluzione della società locale, la difesa politica del territorio. Oggi ho imparato molte cose. Vorrei che tutti i giorni fossero così. Ho scoperto che Giuseppe Garibaldi si ritirò a Caprera convinto di potersi occupare di agronomia e botanica e con il sogno di un giardino. Pensando alle sue piante mentre era lontano, si diceva “deliziosamente sollevato” nel pensarle. Sono stati messi a disposizione di Soddu Pirellas documenti inediti come questo, e grazie a Stefania Susini, pronipote dell’amico di La Maddalena che gli aveva venduto il terreno. Ho scoperto anche che Lamarmora ebbe un comportamento da ambientalista quando scoprì che stava per essere consentito a una società emiliana di abbattere e vendere 100.000 grandi alberi sardi. Portò in parlamento una mozione e venne sventato così il tentativo di depredare il patrimonio arboreo isolano. “Va bene – ha commentato una signora, immobile ad ascoltare invece del pranzo – ma poi hanno abbattuto tutte le querce che sono servite per le traversine ferroviarie italiane”.
Il mondo è così, in bilico tra conservazione e distruzione, tra innovazione e dietrologia. Ma è anche luogo di scoperte quotidiane che fanno ben sperare. Io oggi di piante ne ho viste poche, non ne ho avuto il tempo, ma ho goduto il privilegio di fare scoperte. La più bella di tutte è che la gente sta anche per ore seduta ad ascoltare e a chiedere di piante e giardini. Per ora in Sardegna, spero da domani anche altrove.

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Ho saputo oggi che la prossima Floriade si solgerà nella città di Almere: lo studio di architetti che ha presentato il progetto ha vinto sulla candidatura di Amsterdam, Boskoop e Groningen. Vedere qui, e grazie a Nemeton, la rivista on line diretta da  Maurizio Corrado, da cui mi arriva l’informazione (www.nemetonmagazine.net).
Mi ricavo cinque minuti per dire la rabbia: noi italiani pianifichiamo un giorno per l’altro, nel mondo professionale in cui mi muovo se possibile ti dicono le cose chiedendoti di fare subito, ma vorrebbero che tu le avessi indovinate e prevenuto ogni desiderio. In Olanda non è ancora conclusa un’edizione di Floriade che già fanno vedere il piano quasi dettagliato di quella successiva. Non un anno o due dopo, ma  dieci anni dopo. Come se qui da noi si sapesse già che cosa se ne vuol fare dell’Euroflora del 2020.
Intanto Floriade 2012 di Venlo, nel sud-est dell’Olanda al confine con la Germania,  prosegue ancora sino al 7 ottobre. Se qualcuno deve imparare la tempistica, fa ancora in tempo ad andarci. Anzi bisognerebbe trasferire in massa pianificatori e amministratori nostrani, a cominciare da quelli dell’Expo universale del 2015 a Milano.
Io non posso fare molto neppure per soddisfare il mio personale piacere di pregustare gli eventi e la loro costruzione, sicché almeno lascio qui una manciata di appunti visivi della mia visita a Floriade 2012 di fine agosto. Tema: l’uso delle graminacee. Già imparare a lavorare con queste piante sarebbe un bel modo di guardare al futuro dei giardini e del paesaggio.

PS: tanto per dire che non sono solo gli olandesi ad essere ben organizzati sui tempi, lascio qui la prova che lo sono altrettanto in Germania. Nell’orto botanico (il primo della Germania: 1609) della  cittadina di Giessen, 70.000 abitanti, a nord di Francoforte, hanno già appeso il manifesto che annuncia la Landesgarternschau che ci sarà nel 2014 sul tema “Vivere la natura da vicino”, per altro con ben strutturato sito già in funzione (www.landesgartenschaugiessen.de).
Volando più vicino a casa, io questo fine settimana vado a vedere se tutte le pene degli organizzatori di “Piante e animali perduti” a Guastalla (RE) e di “Fiori frutti qualità”  a Celle Ligure (SV) sortiscono anche quest’anno i magnifici effetti che i visitatori si aspettano. Quello che stupisce della nostra nazione è che qui, perennemente nelle ristrettezze di mezzi e di tempi, non si sanno fare piani sulle lunghe distanze, ma i miracoli su quelle brevi sì.

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Superando ogni più rosea previsione e con la complicità del bel tempo, a Livorno Harborea – festa delle piante e dei giardini d’Oltremare ha chiuso ieri sera i battenti faticando, nel buio incipiente, ad allontanare gli ultimi visitatori. Molte migliaia di persone hanno accettato pazientemente, nel pomeriggio della domenica, di dover attendere in coda per pagare il biglietto all’ingresso del parco di Villa Mimbelli e poter visitare la mostra mercato, chiedere consiglio a vivaisti di qualità giunti da tutta Italia, acquistare piante da giardino e da collezione, partecipare alle lezioni di arte floreale e al “caffé letterario” in puro stile livornese, con ospiti di levatura nazionale.
La soddisfazione è stata generale, al punto che, nell’entusiasmo a caldo, già si è parlato di far diventare Harborea un appuntamento annuale della città.
Ma sono stati i contatti umani a dare di più ancora delle piante. Gente che non conosceva questo mondo che a me è familiare, altra gente che aveva con le piante un legame privilegiato ma isolato, altri che invece le frequentano ogni giorno per lavoro e che hanno apprezzato un luogo nuovo e rapporti nuovi nella mappa dell’Italia delle piante e dei giardini. Come è bello tutto questo. Sapere che per qualcuno è stato piacevole accettare di fare 30 metri di coda per poter avere diritto ad accedere ad un mondo diverso. Gente che ha dovuto stare in piedi ad ascoltare i dialoghi sotto la tenda del caffé letterario, perché i posti a sedere erano  tutti esauriti. Chi ha detto che nelle mostre mercato di giardinaggio non funzionano le conferenze? Invece a Livorno, ieri sera, Silvia che tirava le fila ha dovuto alzarsi e dire che ufficialmente la manifestazione aveva chiuso. Tutti che ascoltavano Giuseppe Barbera parlare di alberi, di letteratura, di rapporti nostri con le piante. Come sono state ascoltate con una attenzione quasi commovente tutte le conferenze: Baudin e Napoleone, le palme, le piante protagoniste e le comprimarie (un taglio interessante di Rossella Sleiter , giornalistra del Venerdì di Repubblica), il giardino islamico…  E sotto la tenda del garden club di Livorno hanno dovuto a malincuore mandare via signore che volevano partecipare ai corsi di composizione floreale, perchè non c’erano posti nè fiori sufficienti per tutti.
Se continuo a frequentare le mostre di giardinaggio e a lavorarci è perché rappresentano la misura di quanto ci sia ancora da fare e raccontano in che modo ci si deve muovere perchè il mondo dei giardini e della botanica diventi patrimonio di tutti. Da oggi Livorno si è guadagnata il diritto di essere annoverata nella mappa dell’Italia delle mostre di giardinaggio che contano.

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Murabilia è molto più di quanto non appaia al visitatore medio italiano. Che peccato dover definire così la stragrande maggioranza dei visitatori delle mostre di giardinaggio italiane. Mettiamo il coté inglese, per esempio. A Murabilia 2011 ci sono stati in giuria Roy Lancaster e Christopher Brickell e ho assistito ad una splendida conferenza di Bleddyn Wynn-Jones, il vivaista di Crug Farm che da qualche anno espone a Murabilia, sulle sue visite di cacciatore di piante a Taiwan (ex Formosa). Provo a raccontarvi qualcosa, tanto per dire le opportunità che a volte abbiamo sotto casa di conoscere storie di amore botanico di portata mondiale. Wynn-Jones, infatti, insieme ad un’istituzione mondiale come i Kew Gardens è l’unico autorizzato ad andare a caccia di piante a Taiwan. Ha raccontato che la prima volta in cui con sua moglie Sue andarono in vacanza, scelsero la visita da naturalisti in Giordania, salvo scoprire che le piante erano tutte da clima secco e arido, e in Inghilterra non potevano viverci. Allora decisero di provare con Taiwan, isola attraversata dal tropico del Cancro con cime di 4.000 m nonostante il caldo e le stagioni delle piogge che, a quelle quote, diventano talvolta neve: incredibile neve dei tropici. La grande varietà di ambienti, oltre al fatto che è un’isola relativamente giovane, dunque instabile dal punto di vista della vegetazione e della sua evoluzione, lo hanno spinto a tornare a distanza di anni, dopo il terremoto del 1999 che ha cambiato un po’ i connotati alle montagne sulle quali aveva trovato piante importanti, quasi tutte descritte per la prima volta, alcune introdotte con successo sul mercato europeo. La parte ovest dell’isola è industrializzata, quella ad est e quella nord intatte, con montagne che scendono direttamente in mare. Per quanto tropicale, non è vero che fa così caldo, anzi pare che faccia più freddo di quanto d’inverno possa farne nell’inglese Galles, dove si trova il vivaio Crug Farm.
Prima di partire Bleddyn ha fatto passare gli erbari di Kew per documentarsi sulle famiglie botaniche e sugli endemismi dell’isola. Adesso con internet pare che sia facile localizzare le piante documentate dagli erbari e arrivarci a colpo sicuro. L’ultimo tour, per esempio, è stato proficuo innanzi tutto per l’identificazione di sei specie di Hydrangea, di cui una messa poi in coltivazione. Una settimana prima di partire, e con il programma già fatto, ha contattato sull’isola un tale Alberto che si intende di piante e di trekking per cercarle in montagna. “Masticava poco l’inglese – dice Bleddyn – ma le piante le conosceva bene”.  Già visitando i parchi nazionali ha visto molte piante interessanti, a cominciare da Tricyrtis formosana (indovinate perchè la specie si chiama così) in una forma picchiettata di rosso anziché di porpora-viola, una nuova begonia, un Asarum, Clematis lasiandra, quest’ultima rivelatasi molto rustica in Inghilterra, al contrario di molte altre clematidi incontrate, alcune profumatissime, che si sono rivelate poco resistenti al freddo, per esempio C. hakonensis dai petali bianchi che mettono in risalto un ciuffo di stami al centro di un blu porcellana bellissimo. Una delle piante più belle raccolte, per altro, è proprio una clematide, C. tashiroi dai fiori gialli  con stami bianchi. E così Viburnum odoratissimum, che fiorisce solo se le temperature non scendono sotto -5 °C. Le montagne di Taiwan sono raggiungibili su ripide strade franose, rese ancora più pericolose dal fatto che nella stagione dei monsoni basta una pioggia violenta a far aumentare di un metro il livello dei fiumi in sole 24 ore. In montagna ci sono pochi posti dove dormire, e quasi tutti sono case di legno costruite dai giapponesi quando occuparono l’isola.
Spettacolari gli aceri, come Acer serrulatum, il più colorato in autunno, A. palmatum e A. buergerianum var. formosanum, molto rustico. Magnifiche le foglie di Schefflera taiwaniana. Sono state individuate tre nuove specie di Aspidistra e una sua parente stretta, Peliosanthes arisanensis. Tra alberi e arbusti, specie come Photinia lucida, Deutzia pulchra, Rubus taiwanicola, un rovo trovato in un dirupo a 3000 m, con foglie appattite sul terreno, fiori grandi e bianchi e frutti rossi simili a fragole, commestibili. Nel nord di Taiwan, a Talpingshan, ha trovato anche un altro Rubus interessante, R. rolfei, tappezzante, e con frutti arancioni molto buoni. Facile da far crescere ovunque, al sole e all’ombra, in terreno ben drenato.
Il terremoto del 1999 ha danneggiato l’ambiente, anzi ha persino spostato di un metro la cima di una delle montagne visitate. Sicché la scena che si è presentata nell’esplorazione del 2007 era parecchio cambiata. Ci sono foreste millenarie, e le specie vegetali comuni ad altri territori, a cominciare dal Giappone, qui hanno dimensioni maggiori. Come cacciatore di piante autorizzato Bleddyn può introdurre i semi, solo in alcuni casi le piante, che comunque sono soggette a 12 mesi di quarantena. Introdurre nuove piante non è sempre agevole, perché non ci sono dati sulla coltivazione. Sicché a questo vivaista è successo di seminare con tutte le cautele Clematis psilandra, una specie non rampicante che forma una base legnosa e rami lunghi 50-120 cm e fiorisce con campanelle rosa a fine estate e in autunno. E le giovani piante portate in serra in inverno per sicurezza contro l’umidità delle precipitazioni stagionali sono morte, probabilmente per l’umidità atmosferica dell’ambiente confinato, mentre quelle all’aperto ce l’hanno fatta benissimo. Molte piante della flora di Taiwan osservate sono state descritte per la prima volta da questo vivaista. Qualcuno alla fine gli ha chiesto: dove andrai la prossima volta, e quando sarà? Bleddyn Wynn-Jones ha sorriso come può fare solo chi ha già un piede sull’aereo: partirà infatti per il Vietnam in ottobre. Molte delle sue piante introdotte in coltura sono descritte e in vendita sul sito www.crug-farm.co.uk. Anche senza comperare, c’è da leggere e imparare parecchio. Soprattutto su che cosa voglia dire essere un moderno cacciatore di piante. E aver raggiunto il diritto, quando in patria, di tenersi le domeniche per sé. In un angolino, dopo i mesi e gli orari di apertura c’è scritto: “We will no longer be opening on Sundays from 2011 (after all we are grandparents now)”. Le foto sono del sito di Bleddyn, che qui ringrazio.

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Sembra che il tempo non passi mai, quando torna un appuntamento come Murabilia. Ma cercando una foto per illustrare questo post, mi sono imbattuta in uno scatto fatto a Valentina del vivaio Erbaio della Gorra una mattina della scorsa edizione tra i suoi settembrini. E il tempo passa invece perché nel frattempo Valentina è diventata mamma di Elena, e lo scorso anno non era ancora in viaggio per la gioia di Valentina e Tullio e per alimentare la speranza che questo mondo di piante e competenze abbia un futuro.

La cosa assurda a questo punto è che io curo la comunicazione di una manifestazione che mi entusiasma con la sua ambizione di dare il massimo ai visitatori, e poi non trovo il tempo per dirlo anche nella mia “bacheca” su internet. C’è qualcosa di perverso nel modo in cui si vive, o forse non si capiscono più le priorità, si corre e basta per fare fronte a tutto. Ma, a parte questa considerazione amara, domani sarò nel vortice della undicesima edizione di Murabilia, e mi aspetto molto. Sino ad ora – e di edizioni me ne sono perse solo un paio – Murabilia non mi ha mai delusa, anzi ogni anno ha aggiunto qualcosa di nuovo, facendosi perdonare le normali imperfezioni mettendo in menu altro per dare una forte connotazione culturale alla manifestazione, non solo di festa delle piante e di mercato. Quest’anno i baluardi coinvolti sulle antiche mura sono ben quattro, il più lontano però è dedicato alle mostre, alle mirabilia di Murabilia. Io in particolare ho una gran voglia di vedere la mostra di graminacee e quella delle zucche, poi all’orto botanico spero di trovare il tempo di visitare le mostre “La botanica farmaceutica a Lucca dal XVI al XIX secolo” e la mostra di illustrazione botanica di Lisa Tommasi “Dentro e fuori il giardino di Lisa”. Insomma, vi lascio qui il programma perché, se venite a Lucca, possiate scegliere che cosa vedere oltre alla mostra e i suoi 250 espositori (di cui 12 stranieri e di gran nome). E se invece non venite, sappiate quanto lavoro c’è dietro ad una mostra di giardinaggio ben fatta, con l’ambizione di porre la botanica in tutte le sue mille sfaccettature al centro dell’attenzione. Almeno questo di certo non ha uguali in Italia, e dovrebbe far scuola.

EVENTI
Orto Botanico
- I Tesori nascosti dell’Orto Botanico: La botanica farmaceutica a Lucca dal XVI al XIX secolo
- Dentro e fuori il giardino di Lisa. Mostra di illustrazione botanica di Lisa Tommasi
- Librinfiore. Biblioteca Ragazzi Agorà. Letture e laboratori a cura di Eugenia Pesenti
- Profumo di frangipani. Mostra di plumerie
- Un mondo di orchidee

Sotterraneo Baluardo San Regolo
- Gli agrumi dei giardini fiorentini. I limoni  giganti di Sergio Garbari. Mostra fotografica
- Concorso frutticoltura e orticoltura amatoriale
- Mostra di bonsai
- Mostra pomologica con degustazione di vecchi frutti

Casermetta Baluardo San Regolo
- Conferenze e dibattiti
- Piante e Saperi. Presentazione di libri a tema

Percorso guidato “Le piante succulente”
Guida alla conoscenza del mondo delle piante grasse attraverso la visita ai vivaisti e alla collezione dell’Orto Botanico, a cura di Andrea Cattabriga. Sabato e domenica dalle 15.30 alle 16.30 – partenza Casermetta Baluardo San Regolo

Baluardo La Libertà
- A.Di.P.A: Le meraviglie dei soci

Baluardo San Salvatore
- Campionato della Zucca più grossa
- Mostra internazionale di antiche macchine agricole
- Un mondo di graminacee
- Un mondo di oro – Piante in giallo

LABORATORI
Costruzione e impagliatura delle sedie,  spazio n. 68 C
Lavorazione del feltro per grandi e piccoli ospiti,  spazio n. 14 C
Dimostrazione dell’intreccio,  spazio n. 67 C
Intreccia tu che intreccio anch’io, spazio n. 52 A
Intrecciare l’erba, legare la canna. Laboratorio didattico sulle erbe palustri,   spazio n. 70 C
Peperoncini e Aceti – Laboratorio del gusto, spazio n. 22 A

CONFERENZE E DIBATTITI
- Venerdì 2 settembre, ore 14.30 – Seminario CITES. Un chiarimento necessario per un percorso comune e condiviso (riservato ai vivaisti). Promosso dall’Associazione per la Biodiversità e la sua Conservazione.  Casermetta San Regolo

- Sabato 3 settembre ore 17.00  – Taiwan: la nostra esplorazione, Bleddyn Wynn-Jones  (Crûg Farm Plants)  – Casermetta San Regolo

Domenica 4 settembre ore 11.00 – Coltivare orchidee allunga la vita, Giancarlo Pozzi (Floricoltura Edmondo Pozzi) – spazio n. 85 B

PIANTE E SAPERI. Presentazione di libri a tema. Casermetta San Regolo
Venerdì 2 settembre ore 16.00 – Le stagioni del maestro giardiniere di Carlo Pagani e Mimma Pallavicini, A.Vallardi, 2011

Sabato 3 settembre ore 10.00 – La bellezza ci salverà. Phalaenopsis e le varietà di orchidee più amate di Giancarlo Pozzi, Edizioni Del Baldo, 2011

Sabato 3 settembre ore 16.00 – Palazzo Madama. Il giardino del castello  con Edoardo Santoro curatore botanico, Mondadori Electa, 2011

Domenica 4 settembre ore 11.00 – All’ombra delle farfalle. Il giardino e le sue storie di Francesca Marzotto Caotorta, Mondadori, 2011

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(corrispondenza di Luca Riccati dai Kew Gardens) Un’immagine interessante, che testimonia l’importanza che gli inglesi danno alle piante: due agavi in fiore che svettano dal tetto di una delle serre dei Kew Gardens. Ebbene sì, hanno smantellato una parte di copertura della serra per permettere al fiore di crescere liberamente…

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(corrispondenza di Luca Riccati da Londra) Organizzato ogni anno dalla Royal Horticultural Society (http://www.rhs.org.uk/) all’interno del parco del Royal Hospital a Chelsea (http://www.chelsea-pensioners.co.uk/), in pieno centro a Londra, è il must dei flower shows inglesi e forse mondiali. Dimenticate le nostre Orticola, Masino o Landriana (per citare le più conosciute), non si tratta di una “fiera”, di una mostra-mercato di piante, ma di uno show in grande stile, in cui vivai e designers danno il meglio di sé nel tentativo di conquistare medaglie e riconoscimenti. Un enorme padiglione coperto ospita gli stands dei vivai, tra i quali è facile smarrirsi, affascinati da formidabili allestimenti, trionfi floreali, lussureggianti foreste, piccoli paesaggi naturali ricreati, nei quali perdersi ad osservare ogni singola pianta.

E così ho passato molte ore ipnotizzato da microscopiche piante alpine, stordito dal profumo di splendide rose, sorpreso dall’abbondanza delle varietà di alcuni generi o dalla bellezza di alcuni esemplari, come certi Cypripedium da noi introvabili. Non piccole piante in attesa di essere acquistate, quindi, ma gli esemplari migliori messi in mostra per catturare pubblico (e clienti) e premi, e poi, solo alla fine della manifestazione, venduti. Proprio così, nulla viene venduto, se non a catalogo, e solo l’ultimo giorno, alle 16 precise, segnalate dal suono di una sorta di sirena, si dà inizio ad una specie di gara, questa volta tra i visitatori, nell’accaparrarsi proprio quegli esemplari tanto ammirati nei giorni precedenti.

Veramente molte delle vendite avvengono già prima del tempo stabilito, e con prezzi non poi così competitivi, al contrario di quanto avviene invece all’esterno, dove anche le piante usate per creare i giardini temporanei vengono letteralmente tirate via dalla terra e svendute a prezzi incredibili: una simpatica signora, per esempio, è riuscita a ottenere 2 grandi, splendide Dryopteris wallichiana (ciascuna delle quali credo possa costare circa 50 sterline), a 20 sterline in tutto, circa 25 euro! Nel giro di un paio d’ore viene smantellato e venduto quasi tutto, e le strade intorno, i taxi, gli autobus, la metropolitana si trasformano in un vociante, effimero giardino in movimento, stimolante e divertente, che invade la città. E tutti sono in grado di affrontare le difficoltà del trasporto con grande disinvoltura. La signora delle felci di cui vi dicevo? Beh, l’ho ritrovata in metropolitana con la sua enorme felce in braccio e di fianco l’amica chiamata in soccorso con l’altro vaso…!

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Ore 8. Il cielo sopra al Tirreno, posso presumere più o meno all’altezza della Toscana, è un campionario di nuvole candide. A casa mia alle sei e trenta pioveva e faceva piuttosto freddo (qualcuno intanto mi ha telefonato per dirmi che in alcune valli della Valle d’Aosta nevica sopra i 1000 metri di quota), a Torino diluviava sicché siamo arrivati all’aereo fradici solo per il tragitto tra l’autobus e la scaletta dell’aereo. E questo cielo pannoso, quale meraviglia naturale. Fa pensare alla libertà.

ore 11. A Cittanova, provincia di Reggio Calabria, è tutto un via vai di ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado che stanno progettando o già eseguendo il loro tappeto fiorito per le infiorate che domani accoglieranno i visitatori di Cittanova Floreale alla terza edizione.

ore 12. Alzo gli occhi e vedo una sequoia che poco poco misura 25 metri di altezza. Devo ricordarmi di metterla nell’elenco delle sequoie nella mappa spontanea che si sta creando nel mio blog. Un giardiniere zappa, vanga e pianta perché il parco Carlo Ruggiero, loro la chiamano “villa”, per me è un gran bel parco di fine Ottocento, sia smagliante per la festa. Saluta affabile, facciamo amicizia. Si chiama Mommo, diminutivo di Gerolamo, il nome suo e del santo che è patrono di Cittanova. Mommo dice: “Venite, vi faccio vedere la più bella di Cittanova” e mi porta a vedere una lagerstroemia con un magnifico tronco. Dice: “Vi confesso che io ogni tanto l’abbraccio e le dico: Magari venissi vecchio e bello come te”. Ride, si capisce che è fiero della propria terra e del titolo di giardiniere conseguito alla scuola agraria del Parco di Monza.
ore 13. Il b&b in cui sono ospite è in mezzo alla cittadina, ha un minuscolo giardino di gerani un po’ diversi dai soliti, qualche ciuffo di viole del pensiero e qualche rosa, un vecchio gelso dal tronco possente. Le stanze raccontano un po’ della civiltà di Manolita, la proprietaria. Che poco dopo mi racconta di essere un po’ asturiana e un po’ cittanovese e di avere un blog. Andatelo a vedere qui, capirete qualcosa di lei.
Per conoscere qualcosa della manifestazione invece andate nel sito www.carloruggiero.it.

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Tante volte mi dicono che sono troppo polemica, che non mi va mai bene niente. Essere polemica è un’inclinazione ma, soprattutto, fa parte del mio ruolo di opinionista: ho qualche strumento culturale, un po’ di esperienza acquisita negli anni, gli occhi e l’esercizio ad usarli perché amo troppo la Bellezza e troppo poco le ipocrisie del quieto vivere, sicché mi sento in dovere di guardare anche per chi non sa farlo o non sa esprimere la propria gioia o il proprio sdegno. E insomma, se mi mandano a Venaria Reale perché per un certo libro servono due scatti del nuovo Potager Royal, nuovissimo anzi, perché inaugurato con battages pubblicitari stratosferici lo scorso 16 aprile, ebbene se mi mandano io già tremo e fremo ma ci vado, eccome. Spero sempre di ricredermi, talvolta succede, quando chi è alle prime armi cresce e impara come si fa e, mentre pone rimedio, la natura diventa alleata e le piante collaborano.
Tutto questo pistolotto per dire che invece quello che ho trovato è peggio, molto peggio di ciò che ho lasciato l’ultima volta che ci sono andata. Indimenticabile la data: 6 gennaio dello scorso anno, con i bambini che giocavano a scivolare sul ghiaccio dei vialetti, i genitori esterrefatti che li trascinavano via tra scapellotti e altro, io arrabbiata nera per tutto lo schifo nuovo che era comparso dalla volta precedente. E che dire adesso: un doppio filare di pioppi cipressini che, messi di fila, fanno un chilometro e mezzo di pioppi, piantati sette o otto anni fa sono già stati segati, anzi nel  frattempo sono stati ripiantati due o tre volte, spesi insomma denari pubblici a più riprese per piantare e poi per segare. Il lavoro è stato fatto così male, oltrettutto, che qui e là stanno rispuntando i pioppi abbattuti: non hanno tolto le ceppaie, si vede che era troppo lavoro. Oggi guardavo e tra me pensavo: vorrei che crescessero in una notte alti e forti più di prima per dimostrare il potere della natura. Anche la menta assurda costretta in pieno sole e in terra che è più ghiaia da greto di fiume che terra, là attorno alle vestigia del giardino secentesco, non c’è più. Non c’è più niente, si vede che i geniali progettisti stanno aspettando un’idea, e altri soldi da spendere.
Ci sono arbusti morti qui e là; sublime la serie di tassi secchi non appena uno mette piede nel giardino e volta lo sguardo verso la reggia. Domanda: ma chi dà ordini ai giardinieri della Reggia di Venaria Reale? Perché decenza vuole che chi è responsabile e prende uno stipendio per questo dica “ragazzi, togliete subito quella pianta” non appena si accorge che sta seccando. Oppure nessuno a Venaria se ne accorge?


Si direbbe che nessuno abbia occhi per vedere, basta svoltare verso i 10 ettari del Potager Royal. Ma che potager e potager, l’ultimo degli orti urbani da scarpata della ferrovia mostra più fantasia e amore di questa squallidissima e diseducativa macchina mangiasoldi. Quattro ortaggi in tutto, ripetuti graficamente e mezzi morti per mancanza di irrigazione, trattandosi di terra per modo di dire, men che meno terra grassa da orto. L’irrigazione funziona solo per sommergere qui e là prosperosi ciuffi di erbacce, in compenso è segnalata vistosamente con bandierine rosse. Sappiamo così che l’irrigazione poco e male funzionante di questo straordinario allestimento è di marca Toro: c’è scritto in bianco sulle bandierine rosse, unico punto di colore.
Erbacce ovunque: sotto e tra le siepi, tra i rosmarini che dovrebbero formare siepina e invece sono monchi, ne manca uno qui, ne è appena seccato un altro là, al posto dell’erba un carex nonsoqualis che spunta baldanzoso ovunque con frequenza inquietante. Se aspettano un po’ a diserbare si disseminerà più di quanto non abbia già fatto. Una coppia di mezza età con un aspetto per bene osservando quell’avanzo di potager aveva la perplessità stampata in faccia e, quando c’è riuscita, lei ha detto: “Mamma mia, è peggio di Euroflora!”
Ma adesso sto pensando che invece di continuare ad esercitare il proprio sguardo critico bisognerebbe cominciare a esercitare il proprio diritto di cittadini onesti raggirati nelle parole e nei fatti da incapaci e ladri di stipendi. Se qualcuno ha idea di come fare, lo dica, intanto ci penso anch’io, per non vergognarmi di vivere in un simile Paese, che non si vergogna di mostrare Venaria Reale e il suo Potager tanto poco regale come gioiellino del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Di quale Italia?

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La foto della testata del blog dal 18 aprile 2011
C’è un’Italia reale che non è Euroflora
Ogni giorno mi arrivano quattro, cinque, sei comunicati con i quali Euroflora mi comunica il suo nulla supportato dal business (oggi al settimo ho chiesto e ottenuto di essere cancellata dall’indirizzario). E ogni giorno, in questo crescendo primaverile di manifestazioni legate ai fiori e al giardinaggio e di crescendo di comunicati stampa genovesi in attesa dell’inaugurazione del 21 aprile, io penso che se qualcosa di buono sta succedendo non è certo sotto i padiglioni di cemento armato della Fiera di Genova, dove di cinque anni in cinque anni si eterna uno stile desueto e scorretto di vivere e comunicare il verde. E lo dico senza fanatismi. Vorrei arrivare al 1 maggio, quando Euroflora chiuderà i battenti e amen, senza parlare più di questa manifestazione, al contrario di siti e blog che – un po’ per affari e molto per piaggeria – annunciano l’Irrinunciabile Grande Evento in pompa magna, accettando quanto Euroflora dice di se stessa: “la fiera florovivaistica più famosa in Europa”. Ci vuole pelo per far finta di dimenticare il Chelsea Flower Show, ma anche una qualsiasi Buga tedesca… Qui e là per fortuna a fare da contraltare ci sono nuove esperienze che mettono radici sul territorio e allevano nuove generazioni di italiani che, mi auguro, tra qualche anno rideranno dell’autoreferenzialità attuale di Euroflora. Io conto su di loro. Ieri pomeriggio sono andata a Torino al PAV, Parco Arte Vivente – Centro Sperimentale d’arte contemporanea, un curioso quanto riuscito connubio di arte e verde,  fede nella creatività artistica e bisogno di rispettare la natura e di reintrodurla dove era stata cancellata, sensibilità paesaggistica e recupero del tessuto urbano di un’area industriale dismessa nel centro della città. La testata riguarda il piacere che ho provato nell’osservare la scena di un padre con due bambini seduti a giocare sulla panca a quadrilatero attorno ad un’aiuola di tulipani. E poco più in là tre donne – una mamma, la nonna, forse un’amica, a chiacchierare tranquillamente nell’ora del tramonto in un bel luogo sereno e intelligente che è risorsa e ricarica. Tutt’attorno i palazzi a molti piani di un’edilizia piccolo borghese, la ferrovia, una grande arteria di traffico, sicché è da considerare davvero un polmone quel verde privo di camminamenti obbligati, solo con il suggerimento di dove passare tracciato a tratti dal tosaerba, un labirinto interrato, opere d’arte contemporanea dislocate qui e là e la costruzione centrale sotterrata e mimetizzata nel parco e con il tetto dedicato al Jardin Mandala di Gilles Clément tra euforbie, stipa e sedum. Dietro e attorno l’idea dell’artista Piero Gilardi dei parchi d’arte contemporanea quali “musei interattivi nella natura” (la sua biografia qui). So di lui dalla fine degli anni Sessanta, quando in fase dissacratoria post pop saltavamo in minigonna e piedi nudi sui suoi tappeti natura in gommapiuma o davamo scherzosamente prova della nostra forza di ragazzi sollevando sassi di peso inesistente…

Manifestazione su manifestazione, uno dei prossimi giorni andrò invece a Bassano del Grappa per Giardini a Bassano, che l’Associazione Pro Bassano ha inaugurato giusto ieri (qualche notizia si trova qui). Diciotto giardini rimarranno allestiti per oltre un mese, sino al 22 maggio, nel centro storico. Ho visto qualche immagine della prima edizione lo scorso anno: all’aria, alla luce e contestualizzati ci sono piante, fiori e design per fare bella e vestire di primavera una città. Mille volte meglio in tutti i sensi dello spettacolo di Euroflora, e qualcuno (anche se ha già prenotato la visita a Genova) mi dica se sbaglio.

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Forse perchè il pensiero va a che cosa sta succedendo in Giappone e a quello che vogliono far passare ora in Italia dopo 25 anni di scelte antinucleari, oppure perché è l’esempio che il verde risana un territorio massacrato e assume un significato per la memoria collettiva, lascio qui una foto del Parco delle querce di Seveso e Meda.

La televisione sta dicendo meraviglioso di tutto, dall’attricetta preposta a fare gli auguri al centocinquantenario dell’Unità d’Italia che illustra l’illuminazione tricolore sulla Mole Antonelliana di Torino sino al ministro della difesa che si dice orgoglioso dei ragazzi che stanno difendendo la patria in Afghanistan (!), passando per le canzonette napoletane che sembrano far parte della storia nazionale più di qualsiasi altra cosa, sino alle dichiarazioni leghiste che prendono le distanze dalla festa. Che schifo di modo di ricordare che siamo una nazione, abbiamo una lingua, un progetto di vita che ci accomuna, speranze di futuro, un territorio da condividere con i suoi paesaggi speciali (anche in negativo) e il suo patrimonio d’arte. Intanto arrivano a migliaia dall’altro lato del Mediterraneo a cercare qui una fortuna che noi non sappiamo più di avere, dall’altra parte del mondo il popolo giapponese piegato da un terremoto e da uno tsunami devastanti aspetta di sapere se si salverà almeno dalle radiazioni nucleari, il ministro dell’ambiente italiano dice che il nostro nucleare sarà un’altra cosa perché di terza generazione e ci fa fessi, come se non sapessimo che questa terza generazione non sarà diversa dalla seconda né dalla prima in caso di incidente. Discorsi di oggi, aspettando la festa perché un giorno di cento e cinquanta anni fa siamo diventati una nazione. Per tralasciare il numero di rapporti sessuali del presidente del consiglio di questa nazione con una ragazzotta adescata sedicenne, una di oltre trenta che in questi anni hanno allietato le sue serate e adesso lo portano in tribunale, come qualsiasi ribaldo di una decadenza povera e stupida nonostante il denaro. Sì, discorsi di oggi a centocinquant’anni dal giorno in cui invece di rimanere sabauda sono diventata italiana, e magari avrei potuto finire francese se si fossero accumulati ritardi sulla creazione di questa nazione.
E allora adesso faccio un compitino semplice semplice: trascrivo qui di fila il nome di un po’ di giardinieri italiani che negli ultimi cento e cinquanta anni hanno lavorato per fare bello e botanicamente preparato questo Paese. Gente come tanta, che ha lavorato in silenzio e ha lasciato labili tracce di sé. Ma le loro mani nella terra e il loro amore per le piante sono uno dei miei vanti di italiana. Stanotte, tra pericoli nucleari e gente che dice troppo spesso meraviglioso, io me ne sto qui e nell’esercizio di trascrivere nomi penso alle persone del passato che quei nomi rappresentano. Alcuni so chi sono: il padre di Pietro Porcinai, i fratelli Roda, i Villoresi della Villa Reale di Monza, Lodovico Winter di Villa Hanbury e pochi altri. Ma che importa, mi basta che siano esistiti e che in questo elenco, monco e solo esemplificativo, ci sia un messaggio: qualcuno lavori oggi perché si possa crescere e qualcuno se ne ricordi domani.
Antonio Capello (Aglié, To); Carlo Ciotti (Ameno, No); Achille Mentasti (Albettone, Vi); Nazzareno Antinori (Ascoli Piceno); Pietro Beinot (Barcellona Pozzo di Gotto, Me); Michele Cantamessa (Stresa, Vb); Francesco Parisotti (Bassano del Grappa, Vi); Raffaello Chiti (Barberino del Mugello, Fi); Battista Macciachini (Belgirate, No); Giacomo Pallanca (Bordighera, Im); Leopoldo Bausi (Bologna); Alberto Cara (Cagliari); Pietro Montemagno (Caltagirone, Ct); Geremia e Francesco Ascione (Caserta); Giuseppe Lo Castro (Catania); Sebastiano Conrad (Cernobbio, Co); Giovanni Bernacchi (Collodi, Lu); Luigi Villani (Como); Paolo Brandi (Cosenza); Angelo Franzini (Cremona); Ascanio Rigamonti (Desio, Mi); Aldo Gallegati (Faenza, Ra); Felice Mongini (Finale Ligure, Sv); Agostino, Emilio e Niccolò Baldassini (Firenze); Martino Porcinai (Firenze, Settignano, Fi); Giuseppe Soprani (Foligno, Pg); Giovanni Bucco (Genova); Giuseppe Bernardoni, Isola Madre, Lago Maggiore, e Milano); Giuseppe e Marcellino Roda (Torino); Giuseppe e Alberto Linneo Tagliabue (Lainate, Mi); Angiolo e Pietro Paoletti (Livorno); Giuseppe Ruggeri (Messina); Francesco, Giovan Battista e Paolo Colombo (Milano); Giacomo Pirotta (Modena); Achille, Giovanni, Luigi, Pietro, Santo Villoresi (Monza); Angelo Rea (Napoli); Giacomo Bizzozero (Padova); Leonardo e Vincenzo Bonsignore (Palermo); Ernesto Marchi (Parma); Luigi Casoretti (Pavia); Giacomo e Luigi Ghezzi (Piacenza); Leopoldo Lotti (Pistoia); Francesco Van Den Borre (Treviso); Cesare Balzani (Città del Vaticano); Francesco e Giuseppe Domenici (Roma); Angelo Cannata (Siracusa); Benedetto Borgato (Strà, Ve); Giacomo Orlando (Trani, Ba); Antonio Jelinek (Trieste); Ciro Luglio (Urbino); Giovanni Arbizzoni (Varese); Angelo e Tommaso Fedeli (Venezia); Lodovico Winter (Ventimiglia, Im); Francesco Alberti (Vescovana, Pd); Adolfo Pugi (Viterbo).
E, in omaggio alla festa e come augurio a chi ancora ce la mette tutta, chiedo in prestito una frase di Paola Porcinai riguardo suo padre, un italiano dei giardini di cui essere orgogliosi (dal sito pietroporcinai.it). Tutta roba solida, che con i meravigliosi televisivi reiterati nella sera di festa non ha niente a che fare.
… l’etica, come impegno per la difesa della bellezza, perchè bellezza è profonda moralità, come opposizione alla decadenza, alla mancanza di creatività, come lotta contro la distruzione del paesaggio, per la salvaguardia dei tesori naturali ed artistici e come richiamo della coscienza italiana.

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Sto imparando moltissimo del genere Opuntia, e questa è una delle cose interessanti a lavorare in agosto: si ha un po’ più di tempo e ci si attarda a cercare la notizia in più capace di soddisfare la curiosità che per il lavoro non è richiesta, ma per crescere in competenza e soddisfazione invece sì. In questo caso, tra le mille cose nuove che non sapevo e che sto apprendendo, c’è che gli Aztechi tenevano in grandissima considerazione Opuntia ficus-indica, specie messicana introdotta in coltura in tutta l’America Centrale e, con la scoperta delle Americhe, dilagata negli ambienti caldi e aridi d’Oltreoceano. Gli Aztechi se ne servirono sia per uso alimentare, sia rituale e, ancora, come base per lucrosi commerci non alimentari. Per esempio, anziché combattere la cocciniglia Dactylopius coccus che infesta questa cactacea, la “coltivavano”, per ottenere il prezioso carminio con cui tingere i tessuti di rosso. Il sito di Wikipedia, alla voce che riguarda questa pianta succulenta, è generoso di note e appunti. Saltando da una pagina all’altra sono arrivata ad una magnifica illustrazione del codice Mendoza, una di quelle opere che, se solo fossi avida di possesso e ricca come Bill Gates, vorrei avere in biblioteca per poterla sfogliare una volta alla settimana e ritrovare il senso e la bellezza delle cose. Tutta questa chiacchierata per dire che la seconda tavola del Codice Mendoza riporta al centro un’aquila su un fico d’India,  e con questo glifo gli Aztechi significavano la loro capitale Tenochtitlán, sulle macerie della quale sorge Città del Messico. Per quanto riguarda le numerosissime specie del genere Opuntia, se ne saprà qualcosa in più tra meno di venti giorni a Lucca. Murabilia infatti ha scelto il genere Opuntia tra i tre temi del 2010.

Ferma qui a lavorare, ringrazio di non dover stare in giro sotto questa pioggia terrificante che di estivo non ha niente (ieri 13 grandi: estate?!?). E già pregusto gli impegni di settembre e alimento la speranza che, se continua a fare cattivo tempo adesso, nella dotazione stagionale di Giove Pluvio non resteranno altre basse pressioni a turbare i miei tour di fine estate. Uno di questi avrà per meta il giardino del Vittoriale a Gardone Riviera a metà settembre e per scopo il Festival Internazionale del Paesaggio e del Giardino. Ci saranno numerosi interventi internazionali, ma attendo con particolare interesse la relazione Designing Atmospheres del paesaggista Luciano Giubbilei (www.lucianogiubbilei.com), che seguo da qualche anno. Italiano, ma trapiantato a Londra dove ha aperto lo studio E6 nel 1997, ha un approccio al verde e al design che mi piace molto per la pulizia di segno, il gusto per le simmetrie, la sobrietà classica delle invenzioni architettoniche, la capacità di ricreare di notte in giardino volumi con la luce. Mi sembra insomma che questo giovane garden designer toscano abbia una apprezzabile dotazione culturale e lavori per sottrazione per giungere ad una semplicità densa di senso. Il minimalismo forse sta finendo il suo tempo, ma restano validi secondo me il metodo di approccio alla progettazione e allo spazio e il desiderio di non cedere alle lusinghe della decorazione fine a se stessa. Di questi tempi, a mio parere, il lavoro di Luciano Giubbilei è come una boccata di aria fresca che fa dimenticare i divi del paesaggismo che si arrampicano sui vetri (come sulle facciate parigine…) per pontificare e fornire argomenti di conversazione al popolo di ferventi modaioli di settore…

Cercavo altro rimuginando sul disfacimento dei rapporti umani e culturali, della sensibilità nei confronti della natura e del paesaggio e mi sono imbattuta in una notizia dell’Adnkronos del 28 aprile scorso. Nella primavera 2009 un inquilino di un condominio milanese ha distrutto sotto il cornicione del palazzo un nido di rondini con una femmina che stava covando, i condomini si sono rivolti al tribunale degli animali di Aidaa e, giusto un anno dopo, è arrivata la sentenza. Con la quale l’uomo, colpevole di violazione delle norme internazionali e nazionali di tutela dei volatili migratori, è stato multato per 516 euro che, versati al condominio, serviranno per acquistare mangime per uccelli. Divulgo perché chissà mai che la multa non funga da buon deterrente, in un Paese che ha ancora bisogno di coercizioni per accettare il dato che la natura esiste, e guai se non ci fosse. E di mio aggiungo che l’istinto degli uccelli a farsi una casa per la cova è commovente. Un nido di balestrucci, distrutto dai soliti noti sotto un cornicione vicino a casa mia, è ricomparso d’incanto, due giorni dopo, un metro più in là; e le rondini del mio portico, arrivando la scorsa primavera non hanno più trovato uno dei due nidi perché sfasciato dagli uccellini che ci dormivano d’inverno: lo hanno ricostruito immediatamente, ma in un altro angolo. Se vogliamo in una posizione scomoda per me che ci devo passare sotto, ma dicono che porti fortuna (sto ancora aspettando che succeda, che un uccellino esca dal nido, alzi la coda e…zac! su una spalla o su una camicia candida di bucato. Ma tra un po’, con questo tempo degno dell’autunno avanzato, le rondini se ne andranno senza avermi omaggiata).

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La foto della testata del blog dal 1 agosto 2010
No alle vacanze fuga

Telefona l’amica Franca e chiede come mai non scrivo più sul blog e se per caso sono in vacanza. No e poi no, non solo perché sto lavorando a pieno ritmo per preparare novità per il rientro di quelli che ieri sono partiti, tutti insieme e con il solito corteggio di incidenti, ritardi aerei e amenità simili, ma anche perché trovo insopportabile questo accodarsi tutti, spingendo per esserci negli stessi giorni e sulle stesse rotte ed assicurarsi così di soddisfare una (per me inspiegabile) foga masochistica nazionale. Da sempre le mie giornate d’agosto sono in direzione ostinata e contraria, per dirla con De André. Mi godo il fresco e il silenzio della mia casa alpina come riappropriazione della mia quotidianità, sciabatto per casa a fare marmellate e riparazioni, come premio visito qualche città non troppo distante dal mio rifugio, apprezzando la dimensione di nuovo umana di luoghi dell’urbanesimo che negli altri mesi dell’anno stentano ad essere ancora vivibili. “Qui si esce dal mondo” scrisse anni fa il mio amico Carlo Pagani maestro giardiniere alle porte del grande bosco planiziale appena acquistato. L’oneroso impegno economico che aveva affrontato era vissuto come passo necessario per poi dimenticare tutto, non a Santo Domingo o alle Seychelles due settimane all’anno, ma ogni giorno e a mezzo isolato dalla porta di casa. Quando poi le sue vacanze lampo quotidiane sono diventate la norma, Carlo ha tolto il cartello di legno che aveva apposto all’ingresso del bosco e che riportava stampigliata la scritta perché ormai risultava chiaro a tutti i frequentatori  che lì si entrava in una dimensione diversa, di vacanza intesa come nel latino vacatio, mancanza, assenza delle incombenze e degli affanni quotidiani. Lo scorso anno, in un mio assaggio della sua perenne vacanza domestica, ho ritrovato la scritta abbandonata sul davanzale di una delle casette in legno del bosco. La propongo oggi, primo giorno di vacanza per milioni di italiani, come ricetta che nella vita si può apporre il cartello “qui si esce dal mondo” molto più spesso e con modalità diverse che nelle fughe di massa agostane. Con un giardino amato, per esempio.

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Un invito recapitato su Facebook all’ultimo momento e diventato soluzione per qualche ora di pausa domenicale. Ieri al castello di Rivoli (un luogo che mi è caro da 25 anni come museo d’arte contemporanea perfettamente in equilibrio tra locale e internazionale e con un occhio di riguardo alla produzione artistica della mia generazione), ho assistito ad un’intervista condotta dal critico d’arte Hans-Ulrich Obrist a Giuseppe Penone (una biografia qui e un’altra in questo sito). E ancora una volta, prima ascoltando Penone, poi salendo alle sale del castello dedicate alla

Il nonno da parte di mia madre era scultore. La mia unica epifania: il sussidiario con illustrazioni di Leonardo e altri artisti. Ma poi ho fatto ragioneria e ho agito in modo istintivo. Rapporto con gli alberi. L’albero è una struttura perfetta che memorizza nella sua forma una creatura perfetta. Ho pensato che si poteva ritrovare il contatto con un albero maturo: ho comperato una trave e ho visto come funzionava dentro. Non ho fatto in tempo a metterla in mostra alla galleria Sperone a Torino e l’ho venduta subito. Sono da sempre interessato a rivelare le forme esistenti all’interno della massa. (Penone ha esposto alla Biennale di Venezia del 2007 un enorme tronco di cui egli, scavando, ha rivelato l’anima, il piccolo albero che fu).

sua opera, ho provato vicinanza con la poetica di questo artista dell’arte povera. Per il suo modo di vedere la natura dalla parte speculare alla mia, per il percorso creativo che pone al centro l’albero (“l’idea prima e più semplice di vitalità, di cultura, di scultura”), per la continuità tra l’uomo e il tutto, persino per la piemontesità un po’ scontrosa che lo contraddistingue, dove a contare sono i gesti, i fatti e la progettualità e non le parole dette, gli atteggiamenti compresi nel ruolo. Per una volta lascio qui un appunto non su come stare dalla parte della natura e delle piante partendo da una cultura naturalistico-agronomico-ortofloricola, ma partendo da una cultura artistica. Sono due mondi purtroppo poco in dialogo tra loro, per i motivi che riassumo

Dal 1975 faccio sculture in bronzo, materiale simile come colore e come reazione al vegetale. Ho pensato che potevo “fossilizzare” forme di alberi. E’ il rapporto mimetico dell’opera con la vegetazione di luoghi aperti. La scultura nel paesaggio è insignificante se non si va a cercare un rapporto. Per Rotterdam ho pensato alla natura all’interno della città, ho pensato ad un albero sradicato e ho posto ad altezza d’uomo le radici che sostengono idealmente l’albero. Per le Tuileries ancora un albero sradicato, in un luogo in cui tutto è costruito a geometrie, e io ho introdotto un elemento organico.

grossolanamente così: chi frequenta boschi giardini e discorsi correlati mira all’informalità, alla schiettezza, al sentimento, al primordiale, all’esterno da sé; chi pratica e bazzica l’arte ha approcci tendenzialmente intellettuali alle cose e ai fatti, e un rapporto più spiccato con la formalità, il costruito, l’interiorità, i simbolismi. Di Giuseppe Penone amo moltissimo il tentativo di andare a ritrovare l’essenza della natura

Rapporto con la letteratura: sono interessato alla poesia, ma il mio è un lavoro pratico e non avanza tempo per leggere”. Rapporto con la musica: ne ascolto poca. Ascolto quella che si ottiene battendo il tronco di un albero. Scrivo quando devo cercare di capire o devo annotare per attivare associazioni di idee. Arte visiva è ridare le cose che ho visto. Fare politica? La si può fare attraverso l’arte per provocare piccoli cambiamenti.

sotto e dentro le cose. Una delle sue prime opere, nei boschi di Garessio dove è nato nel 1947, è stata la scultura di una mano di acciaio che stringe il giovane tronco di un albero. Crescendo, l’albero nel punto di contatto ha mantenuto l’impronta della mano. “Nel 1968 ho associato la crescita di un albero ad una scultura come impronta. Opere come questa hanno rapporto con un’idea di agricoltura”. E: “Le prime opere sono state azioni anche in foreste: intuizione di uno spazio di lavoro (1968-1970), poi piano piano ho cominciato a sviluppare queste intuizioni, per esempio sullo spazio aperto contrapposto allo spazio chiuso delle gallerie d’arte”.  In tal senso le opere di Giuseppe Penone nel Giardino delle sculture fluide alla Reggia di Venaria Reale sono testimonianza eccellente della sua arte, assolutamente da vedere, di certo l’allestimento più organico e colto della Venaria, per le altre parti invece assai criticabile. Rimando a quanto avevo scritto e illustrato anni fa in un post.

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