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Archive for the ‘Giardini storici e Istituzioni botaniche’ Category

falcoOrganici in crisi 1. Un lettore del mio blog ha scritto la scorsa settimana : “Ci vorrebbe un suo articolo per fare conoscere la follia che ha trasformato i giardini monumentali privati italiani da beni soggetti a tutela costituzionale a beni di lusso. E’ una vergogna che si voglia distruggere il patrimonio culturale paesaggistico italiano con un insensato esproprio fiscale solo per demagogia politica.” Parlava delle ultime trovate del governo Letta. Negli stessi giorni in pompa magna l’Associazione Parchi e Giardini d’Italia (APGI, www.apgi.it) ha tenuto il suo primo convegno nazionale con tanto di ministri in trasferta per dire che i giardini sono importanti e bla bla bla. Dice il ministro per i beni culturali e il turismo Massimo Bray: “Oggi l’Italia gode di 5.000 ville e giardini oggetto di tutela del Ministero, molti sono privati e molti sono andati perduti negli ultimi cento anni”. Se penso alle traversie (anche attuali) di Villa Hanbury e Villa Taranto per insipienza statale (per non dire di peggio), o di Villa Reale di Marlia in vendita da anni senza che lo Stato si faccia avanti, o alla recente riduzione a metà del budget annuale di Villa Pisani di Strà e al personale del Ministero dei Beni Culturali passato in 30 anni da 270 persone a 129, tutte sopra i 50 anni, mi viene voglia di alzarmi dal fondo della platea e urlare a questi personaggi che è ora di smettere di blaterare e metterci tutti quanti a fare sul serio prima che sia troppo tardi, e già lo è. C’è da formare giardinieri e restauratori,  pubblicare brochure per ogni giardino come si fa all’estero, garantire sgravi ai proprietari che hanno cura del loro bene e lo rendono visitabile, fare la mappa e tutelare le collezioni nazionali di un genere vegetale, come in Francia e in Inghilterra. E magari mandare in pensione il campione di blateramenti che presiede il comitato scientifico della neo associazione organizzatrice del convegno.

falcoOrganici in crisi 2. Se il Corpo Forestale dello Stato e certi servizi che offre alla collettività entrano in sofferenza, mi sento peggio che se mi togliessero i giardini. A mano a mano che uno dell’organico va in pensione, lo Stato dice “Urrà! Uno in meno da pagare tutti i mesi” e non lo rimpiazza. E se questo andazzo supera una certa soglia, tanti servizi offerti dalla nostra Forestale al territorio e alla biodiversità, oltre che mille saperi stratificati nel tempo, vanno a farsi benedire. Per dire: l’altro giorno sono stata a Bosco Fontana a Mantova, una meraviglia e un significato straordinario: lo studio e la conservazione degli ultimi lembi di foresta planiziale padana. La gente può visitarlo ed è benvenuta, ma non deve uscire dagli ampi stradelli inerbiti che dividono le porzioni di bosco e furono creati dagli Austroungarici. Invece c’era gente anche nel fitto della boscaglia, suppongo per raccogliere funghi e, come è successo mentre visitavo il luogo con un funzionario, magari lasciando intendere che si è appartata per un bisognino impellente. Siamo proprio italiani in tutto: due furbastri armati di sacchetti che si acquattano facendo credere di espletare funzioni corporali e il funzionario che non può farci niente: “Non ho la divisa e chi la indossa finisce il turno alle tredici e non ci danno un’altra guardia per il cambio pomeridiano. Qui vengono a fare stages da tutta Europa, abbiamo, per quanto al minimo, personale di ricerca e di studio di caratura internazionale, ma non le guardie forestali che servirebbero per i controlli. I furbi lo sanno e vengono di pomeriggio e di domenica”.

falcoPiante in eredità. Ci sono persone del giardinaggio italiano che conosco da quasi trent’anni, eppure della loro finezza d’animo e dei loro crucci privati non so nulla. Sicché durante una delle manifestazioni autunnali mi sono fermata ad ascoltare il discorso, da me provocato casualmente,  di un anziano vivaista di cui sapevo per altro che quella per le piante è innanzi tutto una passione, mentre la sua qualifica principale nella vita  è stata di medico. E viene fuori il racconto di una proprietà di 400 ettari piena di storia, arte, ricerca agronomica, dagli Etruschi al Novecento, che sta per essere messa in vendita perché l’altra metà della proprietà vuole realizzare denaro sonante, e pazienza se saranno magnati russi ignoranti a godere di questo bene che (vedi sopra) a rigore di logica dovrebbe diventare dello Stato e governato come un’azienda culturale che si ripaga e guadagna abbastanza per gli immancabili lavori di conservazione. E siccome mi sono interessata per vedere se si riesce a conservare la proprietà italiana e di pubblica fruizione, il vivaista mi manda una mail grata e, rassegnato per come vanno le cose a casa nostra, prova persino a rassicurarmi. “Comunque ho un intermediario – mi scrive – che, nel caso, saprà scegliere un nuovo proprietario che meriti questo incanto e voglia bene alle mie piante”. Disposto a rinunciare a cuor leggero ad un bene di valore, qualcuno in questo povero Paese si augura solo che vogliano bene alle piante che ha seminato, coltivato e custodito. Spero davvero che possa trovare la soluzione in grado di salvare l’uno e le altre dalle mani sbagliate.

falcoPiante e giardini in TV. Mi mandano un link: hai mai sentito nominare questa trasmissione francese? E come no. Si chiama Silence, ca pousse e con composta simpatia racconta un giardino,  ha una rubrica di consigli orticoli e un’altra di soluzioni creative di allestimento. Va in onda tutti i mercoledì sera alle 21,30 per 45 minuti (prego notare: di sera in prima serata) su France 5 con la conduzione di due onesti presentatori appassionati di giardinaggio, Noëlle Bréham e Stéphane Marie, e replica la domenica mattina così chi non ha tempo di guardare la televisione durante la settimana può farlo nel week end. Proprio come la nostra televisione, insomma, che ignora le piante, i giardini, il regno vegetale se non per raccontare (quasi sempre con servizi pagati e mangiata finale) i carciofi del tal paese e i broccoli del tal altro. Adesso pare che il maestro giardiniere Carlo Pagani sia stato contattato da TV2000 per tenere una trasmissione alla televisione del Vaticano. Chissà se papa Francesco dirà la sua anche sui tulipani e sulle siepi dei giardini di San Pietro. Magari può far del bene alla causa dei giardini, no? Se volete sapere qualcosa di Ca pousse, il link è questo: www.france5.fr/emissions/silence-ca-pousse/diffusions.

falcoFigli di vivaisti crescono. Un paio di settimane fa finisco per caso su facebook (è praticamente sempre per caso: non avrei mai tempo per andarci volontariamente) e giusto in quel momento compare la foto di Giacomo Ratto, 12 anni, figlio minore di Angelo Paolo e Monica, vivaisti ad Albenga. Giacomo si è fotografato con il telefonino insieme ad una coetanea, e sono deliziosi con quell’aria da preadolescenti curiosi e puliti a caccia di esperienze. Sicché per affetto lascio un messaggio: d’altronde sono un’amica, perché qualche tempo prima aveva chiesto l’amicizia a me come a un sacco di vivaisti, tutta gente adulta che lo considera un ragazzino simpatico, anzi un nipotino, e una vera promessa del vivaismo nazionale. Ad Harborea a Livorno sua mamma tra una lavanda e una salvia mi dice che Giacomo nel frattempo è stato punito: gli è stato tolto il telefonino così non perde più tempo e non spreca denaro. Passa qualche ora e arriva la rettifica: non avendo più l’uso del cellulare e mancando da casa i genitori se n’è andato dallo zio a armeggiare con i tasti del suo computer.  La mamma sorride, Angelo Paolo un po’ meno, ma si capisce bene che lo adorano. E come  non trovare delizioso un ragazzino che nelle sue informazioni scrive: Presidente & CEO presso Apple Inc. e Presidente & CEO presso PlayStation e circa gli studi: ha frequentato Scuola Media Albenga Mameli Goffredo. Parlando al passato prossimo e posponendo il nome al cognome del poeta autore di Fratelli d’Italia.

falcoBravo Didier. Lo scorso fine settimana a Masino si è avuta una visione insolita: la presenza di Didier Berruyer, giardiniere e vivaista de “Il giardino vivace”in  Lucchesia. Da molti anni non espone più a Masino né in altre manifestazioni del Nord, essendo fuori contesto le sue piante da giardini caldi e asciutti d’estate. Gli hanno fatto festa in molti, conoscendo la serietà con cui lavora, il gusto squisito per il colore e la tessitura con cui crea soavi bordure di erbacee perenni, la capacità di parlare poco e sempre con le parole giuste. A portarlo sino in Piemonte la presentazione del suo libro “Il mal di fiori”, della serie scritta da vivaisti per l’Associazione Maestri di giardino. Non sono arrivata in tempo al banchetto per acquistarne una copia, ma lo farò, almeno in omaggio ai giovani di belle speranze che siamo stati agli esordi e alla capacità di Didier di conservare intatta la propria coerenza di artista.

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Se penso che sino a 40-50 anni fa l’orto era una necessità e un impegno obbligato di ogni famiglia italiana, almeno di tutte le famiglie di campagna. E adesso l’orto è una star, si prende tutti gli spazi che gli pare e il cuore di sempre più numerosi italiani, riempie pagine di libri e ha diritto come scenario persino ad un austero giardino all’italiana di notevole eleganza formale. Ho trascorso un sabato di sole settembrino a Villa Panza di Biumo a Varese, proprietà del FAI, che ha organizzato la prima edizione di “Orti ad arte”: qualche orto allestito, banchi di peperoni di Carmagnola e porri di Cervere, alberi da frutto in vendita, ortaggi bio da acquistare, uno spazio per i bambini, libri e, sotto una bella carpinata, lezioni per sapere come si fa. Ci vuole tutto sommato poco per far festa con gusto e con senso. Poco per dare visibilità ad un bene del FAI che io stessa, per quanto perennemente in giro,  non conoscevo. Mi è piaciuto l’understatement all’inglese del luogo “alto” (la villa ospita una collezione importante di opere d’arte contemporanea e il giardino formale è uno spettacolo anche per la qualità ineccepibile della manutenzione) coniugato al messaggio “basso”, ovvero il mondo dell’orto. Se i tempi sono questi, che piacere la liaison tra cultura e orticoltura, tra bellezza e necessità, tra grandi e nobili spazi e piccoli e utili spazi. Notizie su Villa Panza (per esteso Villa Menafoglio Litta Panza) si trovano su wikipedia e sul sito del FAI, Fondo Ambiente Italiano.

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Great-Dexter-dove-si-trovaSpiacente, ho una certa età e i miei riferimenti datano lontano. Nel 1976 ho letto un libro che ha contribuito non poco alla mia formazione di giardiniera, allora alle prese con una terrazza di meno di 40 metri quadrati: Il giardino ben temperato di Christopher Lloyd, uscito da Rizzoli nella famosa collana L’ornitorinco. Cinquecento pagine per 9.000 lire, come se, in euro, oggi costasse niente più che 4,5 euro.

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Solamente qualche anno dopo scoprii che quell’eccentrico autore inglese, colto ma non pedante,  didattico e un po’ dandy, era massimamente considerato in patria e ne sentii ancora parlare nel 2006, in occasione della sua morte e dell’interrogativo dei giornali inglesi sulla fine che avrebbe fatto il suo giardino, Great Dexter a Northiam Rye nell’East Sussex. Lloyd era nato lì nel 1921, uno dei 6 figli di Nathaniel che aveva acquistato nel 1910 la proprietà (un castello e le costruzioni annesse, tra Medioevo e Rinascimento) e commissionato a Edwin Lutyens l’ammodernamento, le ricostruzioni e il progetto del giardino.

Great-Dixter-12Great-Dixter-08Great-Dixter-09 Great-Dixter-10Great-Dixter-11  “Christo”, come familiarmente veniva chiamato Christopher Lloyd, ha lasciato come opera maggiore più il suo giardino dei libri che ha scritto sul mondo delle piante e dei giardini; un giorno dello scorso anno ne ho parlato a un’amica italiana, ma residente in Inghilterra in una cittadina poco lontana da Great Dixter. Che strano: conoscevo io la storia e la fama del luogo e del suo proprietario e non lei. Ora è venuta in Italia e mi ha portato in regalo le fotografie che ha scattato per me a Great Dixter all’inizio di giugno.

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Condivido qui nel blog una parte delle foto scattate da Elisabetta Akhurst per me, solo per far venire l’appetito: di vedere dal vivo questo luogo, di leggere i numerosi libri del suo realizzatore,  di progettare bordure di erbacee perenni dai colori forti, di mescolare prati selvatici scapigliati a rigorose siepi topiarie. Un patrimonio non del tutto trasponibile nel clima e nel paesaggio italiani, ma dal quale c’è moltissimo da imparare. Compreso quanto può il saper osare in giardino, con il colore e con le forme innanzi tutto…

Great-Dixter-19Great-Dixter-20Great-Dixter-21Great-Dixter-22Great-Dixter-23Great-Dixter-24Comunque sia Great Dixter ora è anche una fondazione a cui ha contribuito con un significativo supporto economico di 4 milioni di sterline l’Heritage Lottery Found e a sovrintendere  la gestione è stato chiamato l’amico Fergus Garrett, che fu anche il capo giardiniere di Lloyd. Ovvero: gli inglesi non lasciano morire i loro giardini quando il proprietario non c’è più, e anzi cercano una continuità di gestione.

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Informazioni finali. Per saperne di più c’è il sito internet, per scaricare il catalogo del vivaio annesso al giardino c’è questo indirizzo (www.gardensillustrated.com/botanic-britain/great-dixter-nurseries ), da leggere in inglese la sua biografia, Chrystopher Lloyd. His Life at Great Dixter scritta da Stephen Anderton e in vendita nel sito dell’editore Random House che offre una interessante biografia anche di Anderton. Ci sta anche un “mi piace” nella pagina facebook Great Dixter House and Gardens e un pensierino per le vacanze del prossimo anno. Se non per visitare Great Dixter, per lavorarci come volontari. Si fa richiesta all’addetta Catherine Haydock, tel. 01797 254048, indirizzo email education@greatdixter.co.uk.

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Villa-Manin-durante-FlorealFestReduce da FlorealFest nell’esedra di Villa Manin a Passariano (UD), con il sole giusto il giorno di Pasquetta, mi appresto ad un altro week end che, in via scaramantica, ha subito variazioni logistiche all’ultima ora perché, in caso di altra pioggia, la manifestazione non ne debba soffrire. E insomma. A decidere per tutti ormai è il tempo. Alla prova dell’acqua a catinelle lo spazio straordinariamente armonico di Villa Manin non ha retto tanto bene, colpa di una manutenzione carentissima (pozzanghere grosse come laghetti nel prato e non solo) che fa il paio con un cattivo gusto esecrabile, che suggerisce ai gestori della Villa (divenuta proprietà della Regione Friuli Venezia Giulia) di acquistare transenne giallo girasole, in modo che si vedano bene e facciano pendant con il colore degli scuri alle finestre della villa. In Italia si dovrà pure affrontare prima o poi il problema di questi luoghi che sono perfetto biglietto da visita di chi siamo, in tutti i sensi. Illustrano la grandeur del passato delle nostre architetture, le scommesse di stile e creatività di un popolo (non solo ricchi e nobili, ma anche artigiani, maestranze abilissime, architetti visionari) e la miseria dell’abbandono che ha poi imposto recuperi assai più costosi di quanto sarebbero stati necessari se il restauro fosse stato costante. Sicché la sequenza è: si lascia andare, qualcuno grida allo scandalo, si cercano i soldi per il recupero, si spendono non si sa mai bene come cifre fuori da ogni logica, si destina l’immobile e il suo verde a qualsiasi cosa e ricomincia, con la gestione, una nuova forma di abbandono, tanto più colpevole in quanto mangia costantemente altro denaro senza che si veda in che cosa viene impiegato, dato che la manutenzione non è il nostro forte. Lo pensavo tornando a casa e dalle parti di Brescia, ferma a fare benzina in autostrada, alzando lo sguardo ho visto un manifestomanifesto-Venaria-Reale 6×3 pubblicitario della Reggia di Venarla Reale. Una spina nel fianco, per me. Hanno il denaro per pubblicizzare la Reggia su un’autostrada dove la gente sfreccia a oltre i 100 km all’ora, ma non per la manutenzione decente di un giardino che potrebbe essere una meraviglia, non fosse altro che per il respiro degli spazi. Ma questa è l’Italia del bello svillaneggiato.

Per non ferire il bello dei prati verdi antistanti le mura di Lucca, per non rischiare di affondare nella terra e limitare l’accesso dei visitatori e il lavoro degli espositori, ieri la municipalità di Lucca ha deciso: per VerdeMura, che inaugura domani mattina e dura questo fine settimana, niente spalti, niente cannoniere, niente baluardo San Martino. Tutto si svolgerà sul tratto di mura di Porta Santa Maria, tutti in cima alle mura per l’occasione chiuse all’accesso. E d’altronde non si sa come vada questo clima ancora invernale, anche se si sa che tra sabato e domenica a turbare il rito della manifestazione dovrebbero esserci solo sporadiche nuvolette. Unici a beneficiare di questo ritardo delle fioriture, saranno gli appassionati collezionisti di camelie della Lucchesia e di ranuncoli: troveranno una mostra delle une e degli altri con decine di varietà più del previsto, proprio perché il tepore primaverile è ancora di là da venire. Io sono contenta per i ranuncoli: mi piacciono moltissimo e fotografarli ancora di più.

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il-taglio-del-nastro-di-Primavera-in-giardino-2013il-primo-cittadino-di-Milis-la-stampa-e-Italo-Vacca-organizzatore-di-Primavera-in-giardinoMilis, primo giorno di Primavera in giardino a Villa Pernis. Il sindaco, una giovane signora elegante e alla moda, inaugura la manifestazione in scarpe di vernice con i tacchi a spillo. “Si vede che lei non è pratica di mostre di giardinaggio – le dico un po’ insolente – perché altrimenti si sarebbe messa le scarpe da tennis”. Lei passeggia in tutta la mostra incurante (confessando alla fine che un paio di ballerine sarebbero state più comode), seguita da una nutrita schiera di sardi giunti qui per vedere piante diverse. E alle 11 io ho avuto l’impressione, come tutti gli altri anni in cui sono stata qui per la mostra di giardinaggio, che la fame di verde e di sapere, la curiosità culturale per le piante, siano molto più vive qui che in quasi tutte le altre manifestazioni simili italiane. Una trentina di persone se ne sono state due ore sedute ad ascoltare e a chiedere, dimenticandosi persino che era l’ora di pranzo. E siccome stava diventando tardi (quasi le 14), ho dato appuntamento al pomeriggio, e ci siamo ritrovati per perfezionare i discorsi. D’altronde molto interessanti.
Lina Podda dell’Orto Botanico di Cagliari ha illustrato le piante invasive della Sardegna. La sua ricerca, portata avanti da cinque anni, è sfociata tra l’altro in un blog: alieneinvasivesardegna.blogspot.it. Piante anche belle, spesso sfuggite ai giardini, dalle agavi che stanno invadendo le scarpate e le spiagge, alla mimosa Acacia saligna, al fico degli Ottentotti, Carpobrotus edulis. Un solo “fico” contiene sino a 1.000 semi fertili, capaci di far nascere altrettante nuove piante. E il suo parente Carpobrotus acinaciformis ha altre capacità invasive, sicché quando si ibridano tra loro  le nuove piante assumono le caratteristiche vincenti di entrambi i genitori, diventando padrone dell’ambiente sardo. Il giacinto d’acqua, Eichornia crassipes, ha invaso il rio Mar’e Foghe nell’Oristanese, e l’erba delle Pampas, Cortaderia selloana, comincia a mostrarsi nella sua veste di aliena invasiva, ciò che consiglia di evitare di piantarla. D’altronde, raccontava Lina Podda, la cortaderia è nell’elenco delle 100 specie più invasive del mondo. E ha aggiunto qualche dato interessante circa la presenza di invasive in Sardegna: solo il 17% della flora dell’isola, contro il 50% della flora, per esempio, in Nuova Zelanda, il 45% alle Hawaii. Ma – ha aggiunto la ricercatrice – la ricerca del 1992 fissava al 9% le presenze aliene in Sardegna, segno che oggi, quasi raddoppiate, sono in rapida espansione.
Dino-Pellizzaro-e-una-interessatissima-visitatriceorriosu-i-cannicciati-sardi-a-Milis-2013Il discorso era molto avvincente, sicché la gente non se n’è andata, con la prospettiva di saltare il pranzo in nome di qualcosa da imparare. Ma ciò che mi ha stupita ancora di più è che nessuno se n’è andato quando a parlare di un libro nuovissimo sui giardini storici sardi è venuto Antonino Soddu Pirellas. “Giardini storici della Sardegna” è stato scritto a quattro mani da questo artista-ricercatore insieme al direttore dell’Orto Botanico di Cagliari Mauro Balliero per l’editore Sandhi di Ortacesus (CA). Una realtà tutta da scoprire, con i giardini sorti nella seconda metà dell’Ottocento che collaborano a costruire la storia dell’epoca, i rapporti internazionali, l’evoluzione della società locale, la difesa politica del territorio. Oggi ho imparato molte cose. Vorrei che tutti i giorni fossero così. Ho scoperto che Giuseppe Garibaldi si ritirò a Caprera convinto di potersi occupare di agronomia e botanica e con il sogno di un giardino. Pensando alle sue piante mentre era lontano, si diceva “deliziosamente sollevato” nel pensarle. Sono stati messi a disposizione di Soddu Pirellas documenti inediti come questo, e grazie a Stefania Susini, pronipote dell’amico di La Maddalena che gli aveva venduto il terreno. Ho scoperto anche che Lamarmora ebbe un comportamento da ambientalista quando scoprì che stava per essere consentito a una società emiliana di abbattere e vendere 100.000 grandi alberi sardi. Portò in parlamento una mozione e venne sventato così il tentativo di depredare il patrimonio arboreo isolano. “Va bene – ha commentato una signora, immobile ad ascoltare invece del pranzo – ma poi hanno abbattuto tutte le querce che sono servite per le traversine ferroviarie italiane”.
Il mondo è così, in bilico tra conservazione e distruzione, tra innovazione e dietrologia. Ma è anche luogo di scoperte quotidiane che fanno ben sperare. Io oggi di piante ne ho viste poche, non ne ho avuto il tempo, ma ho goduto il privilegio di fare scoperte. La più bella di tutte è che la gente sta anche per ore seduta ad ascoltare e a chiedere di piante e giardini. Per ora in Sardegna, spero da domani anche altrove.

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La foto della testata del blog dal 21 luglio 2012
Musiche per un popolo stonato
Una visita al giardino dell’Isola Bella e una molto attesa serata di musica mi danno occasione per fare una considerazione personale sul progressivo maltrattamento che il turismo subisce in Italia, benchè questo possa essere una risorsa primaria per il nostro Paese, ora più che mai, a mano a mano che si contrae la portata dell’industria, dell’edilizia, dell’artigianato sui quali nel dopoguerra si era maldestramente puntato, pur trattandosi della nazione con il maggiore numero di beni storico-artistici al mondo.
Stresa, sponda piemontese del lago Maggiore, in un pomeriggio d’estate. Si sente parlare inglese e francese, qualche lingua del Nord Europa non meglio identificata, ma soprattutto tedesco. Attorno agli alberghi sul lago i giardini traboccano di impatiens e gerani parigini, con qualche scadimento cromatico del tipo a ogni balcone gerani rossi e sul fronte dell’ingresso petunie viola e rosa. Tutto sa di opulenza borghese novecentesca non più sostenibile e tutto sommato rinunciabile senza rimpianti, rafforzata al calare della sera dall’accensione di migliaia di luci che ridisegnano le architetture di edifici come transatlantici d’altri tempi. Al calare della luce si accende anche un illustre dirimpettaio dei grand hotel: il giardino dell’Isola Bella. È lì da metà Seicento, con la sua forma curiosa di nave, con i suoi dieci terrazzamenti, i suoi pennacchi, le sue statue, le sue piante rare e esotiche. Un ristorante sul lungolago si riempie di clienti, ma a servire è un ragazzotto in bermuda, che al primo inciampo rovescia, sul tavolo a cui la doveva servire, una bottiglia di vino e manda in frantumi, direttamente sui clienti, tre bicchieri da degustazione. Non chiede scusa, non chiede se qualcuno si è tagliato e se ne va con una bestemmia ad alta voce. Arriva la proprietaria, dice che è solo uno studente, come se fosse una giustificazione. Tanto due terzi dei clienti sono stranieri, vedono l’incidente, non capiscono le parole. Dallo sguardo si direbbe che non si aspettino che queste conferme. Quando arriva il momento di pagare, alla richiesta di fattura la cassiera dice che non sono tenuti a emetterla, rilascia uno scontrino non fiscale e dice che chiederà se la può fare “in via eccezionale”. Gli stranieri dividono gli sguardi tra lo straordinario paesaggio lacustre dal quale affiorano le isole borromee e queste scene di normale inciviltà italiana. Che si ripetono quando, poco più in là, all’aperto, deve cominciare il concerto jazz dei Midsummer Jazz Concerts. Minaccia temporale, la gente si chiede se il concerto verrà rimborsato nel caso piova prima dell’inizio. No, ma non è specificato da nessuna parte, c’è chi brontola per questo. Due o tre personaggi, non riconoscibili in alcun modo come appartenenti all’organizzazione, stazionano qui e là a chiacchierare. Uno si volta, mi vede con la macchina fotografica in mano alla quale rimetto il copriobiettivo che si era staccato aprendo la borsa e intima di metterla via perché non si può fotografare. In ogni caso si mette a piovere proprio mentre il concerto comincia, metà di coloro che hanno pagato il biglietto se ne va, l’altra metà si infradicia o apre ombrelli che sgocciolano sugli altri. A ogni fulmine il pensiero che ogni punta di ombrello è un attrattivo per le forze della natura, senza contare gli alberi, soprattutto conifere, in mezzo alle quali ci troviamo. E il concerto prosegue così, sul filo della inciviltà di chi fuma addosso ai vicini, chi sta in piedi per vedere ciò che gli ombrelli impediscono di vedere, chi fa foto e filmati, tanto da nessuna parte c’è scritto che non lo si può fare, chi sbraccia per mettere e togliere fruscianti giacche a vento, chi se ne va e se ne viene, fa salotto, asciuga sedie. E il noise di fondo non riesce a coprire il sassofono che amo più di ogni altro, arte di oggi stretta tra estive intemperanze climatiche, un mondo privo di qualità e un giardino del passato distante un piccolo braccio di lago che osserva nella sua compassata immobilità storica la piega che stanno prendendo le cose. Ma io so che dietro c’è la mano del giardiniere che lavora con passione a conservare almeno la componente vegetale e il suo significato in quel luogo. Chi si ricorda le emozioni, le suggestioni, i sogni, le aspettative? Chi l’Italia degli stranieri che qui compivano i viaggi di formazione, l’Italia ambita dagli Hanbury e dai capitani Mc Eacharn (alle sei di sera di ieri, venerdì di pieno luglio, c’erano 8 auto in tutto nei pargheggi antistanti Villa Taranto a Pallanza)? Che cosa ce ne faremo dei nostri giardini storici se, oltre a non avere più soldi da investire per recuperi e valorizzazioni culturali, continueremo a trattare i turisti come quel ragazzo del ristorante di Stresa?
Dedico questo post e per un po’ la testata del blog ai giardini che, chissà per quanto tempo ancora, mi daranno il senso di appartenere a una civiltà, insieme alla musica di Jan Garbarek, che parla una lingua che capisco e in cui mi riconosco. Per conoscere qualcosa in più dell’Isola Bella, c’è questa pagina del web; per il sassofono di Garbarek, come esempio tra i miei preferiti, questo filmato di youtube del brano Brother wind che, continuando inopinatamente a sognare impossibili crossover, vorrei un giorno ascoltare affacciandomi dal più alto dei terrazzamenti dell’Isola Bella per guardare il mondo da migliori prospettive e dimenticarne le stonature.

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La posta elettronica di stamattina porta un regalo: una storia di bisogno di realizzazione che si sta compiendo con la complicità delle piante. E siccome è la storia di un giovane, di questi tempi è miracoloso che succeda e beneaugurale per tutti i ragazzi che si lamentano e non lottano per trovare la loro strada. Trattandosi di un giovane, non mi stupisce che il rendiconto arrivi con un paio di mesi di ritardo perchè, per quanto ne so, la generazione è così: tutto e subito per ciò che è ritenuto importante, e il resto può attendere. Così come mi sono arrivati un po’ dopo gli auguri di Buon Natale, ed è con questo nome che Luca Riccati ha chiamato la cartella di foto che mi ha mandato insieme al testo. Luca, architetto italiano con la passione delle piante, si era affacciato sul mio blog per raccontare l’esperienza di sei mesi di lavoro come giardiniere ai Kew Gardens di Londra. Adesso, ed è il regalo, arriva l’evoluzione di quella esperienza. Un brindisi a tutti i Luca che ci mettono un po’ di coraggio per perseguire i propri obiettivi, trovando ascolto e soddisfazione professionale.

Sono ormai passati circa due mesi da quando sono rientrato in Italia, due mesi che non lavoro più tutti i giorni ai Kew Gardens, dei quali ho potuto ancora apprezzare i colori di un autunno precoce, con le ultime fioriture di anemoni e ciclamini, lo spettacolo delle graminacee, e le prime spruzzate di giallo e rosso sulle foglie.
Un autunno inaspettatamente caldo e soleggiato, dopo un’estate all’insegna della pioggia e del freddo, da record persino per gli inglesi (il mese di agosto è stato uno dei meno soleggiati degli ultimi 100 anni, il peggiore degli ultimi 40, con una temperatura media di 15.5 C). Un bel regalo per gli ultimi giorni a Kew e soprattutto anche per gli ultimi giri per giardini, tra il sud dell’Inghilterra e la Cornovaglia, prima del mio definitivo rientro in Italia.
Perché tornare? Perché  mi aspettava un lavoro, cosa rara di questi tempi, che in parte avevo già iniziato prima di partire, a primavera, e che mi interessava poter proseguire: un progetto nato in un contesto in via di trasformazione, nell’area periferica di Mirafiori a Torino, e che si propone di elaborare percorsi di progettazione partecipata di supporto alle amministrazioni locali per la redazione di progetti esecutivi. Il nome del progetto è Miraorti e per chi volesse saperne di più: miraorti.com
Si tratta di lavorare in mezzo agli orti urbani, quelli abusivi e quelli regolamentati dalla città, insieme agli anziani ortolani, oppure negli orti delle scuole, ad insegnare ai bambini da dove arrivano le carote o i pomodori, a distinguere un narciso da una cipolla, ma anche di collaborare con gli enti locali al fine di dare esempi e suggerimenti, modelli di sviluppo e riqualificazione per un’area difficile della città che ha un estremo bisogno di attenzione.
Contemporaneamente mi si è presentata anche una bellissima occasione: poter salvare, recuperare e valorizzare una splendida collezione di peonie. Un’occasione irrinunciabile: poter creare un giardino che custodisca una collezione botanica e che possa diventare meta per tanti appassionati giardinieri.
Ma soprattutto è la possibilità di mettere a frutto le conoscenze ed esperienze, accumulate negli anni, di sperimentare e creare immagini con le piante, comunicare emozioni e più di tutto, imparare ancora le migliaia di cose che non so. Senza l’esperienza fatta a Kew forse non sarebbe mai potuto succedere. Arrivederci ai Kew Gardens!

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