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Archivio per la categoria ‘Green Gossip’

Riprendiamoci le piante (e un po’ di quiete a costo nullo). Il fine settimana prima di questo Filippo e Rossana del vivaio Millefoglie hanno fatto porte aperte in un’atmosfera colloquiale e informale che fa bene al giardinaggio. E così di tanto in tanto, condividendo con loro e i loro visitatori qualche ora del pomeriggio del sabato e della domenica,  mi veniva il pensiero dell’evoluzione delle mostre di giardinaggio, un modello di promozione del settore che sembra anche più vecchio dei suoi vent’anni. Benedetti italiani individualisti: vuoi vedere che ognuno farà per sé, al massimo invitando due o tre colleghi per condividere situazione e clienti? Al vivaio Millefoglie c’erano Maurizio Feletig con le sue rose, un giovane apicoltore con i prodotti delle sue arnie e la voglia di far conoscere la vita delle api, un intrecciatore di forme di salice, un libraio con una buona scelta di libri di giardinaggio (compresa la serie Passione Verde di Vallardi che sto curando e che ho presentato) e un esperto delizioso che ha raccontato tutto delle libellule, scommetto facendole amare anche da quelli che eventualmente avessero cattivi rapporti con gli insetti. Non ci vuole di più per una formula vincente che fa sentire bene accolti, con qualcosa di buono da sgranocchiare sempre a disposizione, qualcuno che di tanto in tanto arriva con una tazza di caffé caldo o ti invita a vedere che cosa sta succedendo in quel momento in un angolo del vivaio-giardino. La semplicità della formula riporta le piante al centro dell’attenzione e, nella quiete del godimento, nascono rapporti, si approfondiscono argomenti. Mi dicono che sia stato così anche a Imola da Vivaverde, il vivaio di rose di Monica Cavina. Lei ha sempre un’aria silenziosa e quasi timorosa, ma mi sa che lavora con più stile e più braccia forti di tanti altri suoi colleghi.

Se è una mostra di giardinaggio mi spetta il nome della nepeta, perdio! Tornando dalla mostra Aregai in Fiore a Santo Stefano a Mare, quasi al confine ligure con la Francia, l’altro ieri deviazione estemporanea su Racconigi ricordando che era il consueto week end di fine aprile dedicato alla mostra di giardinaggio. E in un posto magico, una reggia sabauda ormai completamente restaurata con il suo parco, che malinconia trovarci venditori di salumi e vivai che non sanno che cosa stanno vendendo. “Che nepeta è questa?” chiedo piena di curiosità a uno che ha in vendita una cassetta di magnifiche nepete con fiori azzurro vivo su corpose spighe allungate. Risposta stracca: “Nepeta? No, questa è l’erba lepre.” Avrei preso a pedate i vasi (di chissà quale specie di nepeta) e anche i signori in questione. È vero che l’ingresso costa solo un euro, ma è anche vero che proprio in quel posto del parco re Carlo Alberto a metà Ottocento volle che si facesse ricerca scientifico-agronomica per un’agricoltura innovativa e più redditizia. E siamo ancora qui a chiamare erba lepre senza appellativo scientifico (Nepeta nepetella) una pianta che tra l’altro non lo è? Tralasciando il re sabaudo, poveri fratelli Roda, quanto lavoro hanno fatto per niente.

Che delizia lo stile dall’etnologa. Ha un sorriso sbarazzino e gentile, gli occhi puliti e sempre stupiti, la pelle e i capelli luminosi, abiti da combattimento vietcong. Ha una serenità e un ottimismo tali, che solo a gente come lei le cose vanno bene oltre ogni aspettativa. Di nome fa Clemenza, Clémence Chupin, nascita a Versailles, laurea in etnologia all’università Paris X, trasferimento sui bricchi liguri alle spalle di Imperia con il compagno italiano Daniele e ora un figlio. E lassù tra i boschi di Pontedassio il progetto del vivaio-giardino di Ciancavaré (vivaiociancavare.com) che guarda alle piante spontanee come ad una risorsa da scoprire e valorizzare per il giardinaggio sostenibile. Sicché arrossendo racconta: due anni fa ho raccolto i semi di una graminacea mediterranea vicino a casa mia, lo scorso anno l’ho portata a Murabilia e tutti hanno irriso un’idea tanto balzana. Ma io credo davvero che sia interessante anche per il giardino, allora questa primavera presto l’ho portata in Francia alla mostra di Sophia Antipolis. E lì è piaciuta  al paesaggista inglese James Basson che in Costa Azzurra ha lo studio Scape Design (www.scapedesign.com)”. Clémence arrossisce ancora di più e aggiunge: “Così, chi lo avrebbe mai detto, le mie graminacee liguri alla fine del mese andranno al Chelsea Flower Show 2012 nel giardino di James che si chiama Fresh Garden ed è sponsarizzato dalla Renault”. In ogni caso se avete tempo di ascoltarla, di storie così ne ha a decine, dalla collezione di 12 specie di elicrisi scovati chissà dove, che si assomigliano ma sono specie diverse, al docente di ebanisteria finlandese (che lei chiama falegname) sceso per una vacanza in Liguria e coinvolto nella costruzione del pollaio di casa, per altro progettato da architetti. La storia, con il titolo “Il pollaio di Helsinki” è stata raccontata ieri nel blog di Daniele Mongera.

Preferisco più a Sud. E poi dicono del Sud non allineato e arretrato. Ma che facciano il piacere. Mi basta un segnale: il manifesto che hanno progettato e diffuso insieme “In giardino” di Caltagirone, Sicilia (24-27 maggio) e “Cittanova Floreale” di Cittanova, Calabria (1-3 giugno), un manifesto chissà quanto orgogliosamente intitolato “Più a Sud”. Laggiù forse non arrivano echi di competizioni nordiche fratricide, di ipocrite convivenze con inviti alle inaugurazioni che si spera vengano declinati. Loro si sono accordati per date diverse in modo da concedere la possibilità agli espositori di partecipare ad entrambe le manifestazioni, poi ognuna ha preso la propria strada mantenendo vivo un rapporto di fratellanza. Consultare in merito www.ingiardino.org e www.carloruggiero.it. Tutto molto interessante, con un unico neo palese nel manifesto: seppur belli usati come texture per ricavare la sagoma di Sicilia e Calabria,  che cavolo c’entrano gli anemoni giapponesi con il Mediterraneo?

Perché a Paratico si può, e altrove no? Stamattina trovo nella posta elettronica, proveniente dal blog al quale mi è stata inviata, una mail: “Sono Cristina Mazzucchelli, autrice e fautrice di quelle  nuove rotonde e le aiuole spartitraffico di Paratico che lei ha definito ‘uno spettacolo da fine primavera a inizio autunno’. Oltre a complimentarmi per il suo blog, volevo ringraziarla per l’apprezzamento, perchè fa piacere sapere che anche interventi apparentemente così banali possano dare gioia e possano essere compresi da qualcuno.” Alla faccia dei banali. Vi invito da fine maggio in avanti ad andare a vedere, oltrettutto è un bel posto sul lago di Iseo. Gli interventi non sono da cercare: bordano le strade, arruffano angoli rigidi, danno dignità alle rotatorie, gonfiano la città di vaporose fioriture e di onde di graminacee.
Cristina Mazzucchelli aggiunge un post scriptum che segnalo: “Se ha occasione di ripassare da Paratico, vada a vedere anche il Parco delle erbe danzanti (o delle chiatte), un altro mio ‘figlio’ che lì si sta sviluppando. Credo che ne valga la pena, e sono persuasa che le piacerà.” Ne sono sicura. Resta l’interrogativo del titolo; grazie se qualcuno prova ad azzardare un’ipotesi plausibile sul perché una cittadina trova le risorse per far progettare con le erbacee perenni un verde pubblico di tanta eleganza, e tutti gli altri comuni italiani (sono oltre 8.000) invece no.

Le muguet porte-bonheur. Oggi è il primo maggio, una volta sentita e dovuta festa dei lavoratori; ora che di tali ne restano pochi, potrebbe almeno diventare il giorno in cui ci si scambia un mazzolino di mughetti per augurare buona fortuna a chi si vuol bene, come si usa in Francia, Belgio, Svizzera e Andorra. I francesi alimentano tradizioni e usanze attorno al profumato fiorellino del sottobosco che sboccia in questi giorni di primavera e che con la sua presenza in natura dichiara che il bosco è antico e in equilibrio. Poco fa mi sono avventurata in giardino sotto la pioggia: i primi mughetti si stanno schiudendo proprio oggi. Ho pensato che vorrei donarne un mazzolino a molta gente. Ma non ne ho abbastanza per tutti e inoltre l’ora mi dice che devo tornare a fare la lavoratrice. Senza festa, o meglio: festeggiando il fatto che il lavoro, almeno, ce l’ho.

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Camaiore International. Beh, una piccola città con il suo centro storico ancora umano, la sua piazza buona, la gente che circola in bicicletta, tutti che si conoscono, per due giorni viene invasa da alieni orticoli che però non sono tanto alieni da quelle parti, dove tutti hanno l’orto. E la domenica pomeriggio, domenica scorsa, mentre sono lì che monto la guardia alla mostra di fagioli veri e a quella dei fagioli fotografati da Daniele Cavadini, non faccio in tempo a salutare un signore venuto per l’occasione da Ancona con una manciata di fagioli speciali per me, avuti da un suo amico in Umbria, che una coppietta di ragazzi trafelati mi dicono che non riescono a trovare uno dei 15 orti allestiti in varie parti della città. Ah, dico io, quello delle monache disegnato da Stefano Marinaz! E loro: no, quello della casa di riposo San Francesco. Appunto, replico io: le monache sono quelle della casa di riposo, uno spazio inutilizzato nel cortile, Marinaz che da Londra dà una mano disegnando la disposizione, i Vivai Nord che offrono i meli Ballerina per coprire su due lati un brutto muro. E quando Paolo Gramaglia che ha fornito gli ortaggi (30 le varietà di lattuga!) ha mandato un sms a Marinaz per dirgli che aveva finito le insalate e che cosa poteva usare, l’altro ormai era arrivato a New York. Penso a questo e intanto una signora dal forte accento francese mi dice: “Sono venuta a far vedere queste cose a mia figlia perché domani possa parlarne a scuola. Io ho capito tardi il valore della natura e la responsabilità che abbiamo noi a conservare il nostro pianeta. Nella vita mi occupo di cose molto distanti da queste, ma non si può prescindere dalla natura, anche solo da un orto o da un balcone fiorito. E in francese (dopo mi dirà di essere belga sposata ad un versiliano) sollecita la figlia di 10-12 anni: “Dai, fatti spiegare il più possibile, queste sono occasioni uniche. Chiedile se qui ci sono anche i semi dei flageolets…”. In nome di qualcosa che lentamente sta cambiando anche con il mio contributo ho riempito tanti sacchettini di semi di fagioli e su ognuno ho messo un nome e un inizio di storia perché il lunedì mattina a scuola la ragazzina potesse raccontare e far vedere. Anche se non proveranno a farli nascere, che almeno vedano come sono diversi e quanto c’è da dire a questo mondo persino di umili fagioli.

Meglio gli orti sinergici. Ricevo con una frequenza terrificante i comunicati stampa di Euroflora 2011, sempre in duplice copia perché si vede che non sono ben coordinati e spediscono da due diverse postazioni. Ma dopo aver deciso di buttar via quei romanzi lunghissimi e autocelebrativi che dovrebbero far arrossire chi li redige, non ci ho visto più quando ai comunicati è stato appiccicata in calce la scritta “Alla conferenza stampa sarà presente il Consorzio focaccia con il formaggio di Recco, ospite di Euroflora 2011”. Adoro i formaggi, ma mi manda in bestia l’idea di sentire puzza di provola e gorgonzola invece che suadenti profumi di rose e fiori. O, almeno, trovo terribile che ad una manifestazione floreale che vorrebbe essere internazionale tutto finisca con un consorzio locale di foccacciai al formaggio che presenzia alla conferenza stampa. Embé? Sento che avanti di questo passo finirò con il diventare snob e elitaria. Perché se per essere popolari e comprensibili a tutti nel giardinaggio ci si deve ungere per forza le dita di focaccia e imbrattarsi di fili di formaggio, io non ci sto. Per dire: mi piace mille volte di più la “semina collettiva e danza sacra meditativa intorno agli orti sinergici di Genova Visima” che ci sarà questo fine settimana. Potete informarvi da Giorgia, responsabile locale dell’associazione Terra!Genova alla mail genova@terraonlus.it

Adesso va di moda il té in piazza. Non so come e perché, ma ho come l’impressione che i fuorisalone del Salone del mobile di Milano facciano ormai parlare e mettano in moto la movida milanese più del salone stesso che evidentemente, in tempi di crisi, sforna novità con il contagocce, mentre le idee creative on the road in tempi di crisi allignano, crescono e fanno tanto evento bon ton. Grandi Giardini Italiani ha deciso di cambiare un po’ il suo pubblico tradizionale e ha chiesto all’architetto Marco Bay un giardino-salotto in Largo Treves che è stato chiamato “Il Grande Giardino di Brera”.
Il calendario degli eventi in programma all’interno del giardino sino a domenica 17 aprile è consultabile sul sito www.grandigiardini.it nella sezione eventi e sul sito del Brera Design District www.fuorisalone2011.breradesigndistrict.it

Auspicabile evoluzione delle mostre di giardinaggio. Questo fine settimana ci sarebbe da mettere le gambe in spalla e andare in Francia a Sérignan du Comtat, nel Vaucluse, dove si svolge la mostra di giardinaggio Plantes rares et jardin naturel giunta alla tredicesima edizione. Quanta distanza ci sia con le manifestazioni italiane, al di là di tutto il resto lo dice un piccolo testo del sito della mostra: “Noi studiamo da vicino l’impatto ambientale della nostra manifestazione. La soppressione dei sacchetti di plastica e dei piatti di plastica, la raccolta differenziata selettiva, l’uso di internet per divulgare il programma, i bagni chimici, l’incoraggiamento e la scelta degli espositori nella direzione di un maggiore rispetto dell’ambiente… sono azioni che portiamo avanti e stanno migliorando. Le emissioni con effetto sul clima provocate dalla nostra manifestazione devono ancora essere ridotte, in particolare riguardo ai trasporti. Vi invitiamo a usare insieme l’auto o, per chi viene da lontano, a trascorrere due giorni qui, facendo tesoro dell’ospitalità locale. Per avere un passaggio in auto potete collegarvi al nostro forum www.plantes-rares.com/forum/”. In quanto ai costi, un giorno 6 euro, due giorni 8 euro, chi ha meno di 15 anni non paga. Qualcuno glielo va a raccontare a quelli di Masino che si può ragionare così?

Certi libri che consolazione. Adesso me ne vado a letto e già pregusto il piacere di aprire, finalmente, un libro che ho ricevuto oggi. Un libriccino con la carta sottile e profumata di inchiostro, di quelli da mettere in tasca per trovare ogni tanto una parola di conforto. La cosa strana che mi facevano lo stesso effetto e avevano più o meno lo stesso formato trent’anni fa, quando io a leggere la prima serie ho cambiato il corso delle mie scelte professionali. Caro Ippolito Pizzetti, questo “Naturale inclinazione. Divagazioni coerenti di un paesaggista ribelle” (Encyclomedia, 2011, euro 13) sento che mi metterà addosso molta malinconia. Non perché sono invecchiata io e tu non ci sei più, ma perché è restata acerba questa nazione così poco giardinicola.

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- Ritiro nella neve. Domenica veniva giù una neve dell’altro mondo, oggi, primo giorno di febbraio, s’è visto un sole quasi primaverile. Chissà quale sarà il giorno in cui potremo sperare di metterci alle spalle a tutti gli effetti l’inverno. Per intanto sabato e domenica prossimi, 5 e 6 febbraio, ci sarà un “ritrovo verde invernale” organizzato da Adipa Emilia Romagna al giardino botanico Nova Arbora (www.novarbora.com) di Badolo di Sasso Marconi, provincia di Bologna. Titolo: “Vivaisti nella neve”. Sottotitolo: “Il giardino di Darwin, un viaggio nell’evoluzione delle piante”. Formula interessante che prevede la presenza di giovani vivaisti talentuosi, blogger e giornalisti con l’intento di “creare un’occasione di scambio di conoscenze ed esperienze fra appassionati e professionisti, che ci rendano più consapevoli”. Mi hanno raccontato che c’è un sacco di gente prenotata; se volete fare anche voi l’esperienza, chiamate Donatella Mongardi al giardino botanico, tel 051-857581.

- Piante e pancia. Oggi un conoscente mi ha telefonato per dirmi che andrà a trovare Marco Picca Piccon, l’amico che conduce il vivaio Vivalpi (www.vivalpi.it) di meravigliose quanto poco comprese piante alpine sulle Prealpi canavesane, ad un’oretta da casa mia. Io nomino la sua attività di abilissimo riproduttore di piante rare di tutto il mondo, il conoscente che mi ha chiamata invece preferisce riempire la pancia. Dice: “Per una volta una menata di piante mi ha dato l’informazione che esiste un ristorantino dove si mangiano buoni cibi cucinati con amore”. Ci ho messo un momento a capire. Oggi è stato pubblicato ciò che ho scritto di Marco sulla rivista online Stile Naturale. E’ a questo indirizzo: www.stilenaturale.com/articolo.php?id=254

- I grandi giardini danno i numeri. La scorsa settimana c’è stata a Milano la conferenza stampa d’inizio stagione di Grandi Giardini Italiani. Lo stato dell’unione dice che i visitatori dei giardini appartenenti al network nel 2010 sono stati complessivamente 7.722.000; che il giardino italiano più visitato è stato Parco Sigurtà a Valeggio sul Mincio con 300.000 biglietti staccati, mentre quello che ha avuto il maggiore incremento è stato il Vittoriale di Gardone Riviera, che è passato dai 56.000 visitatori del 2009 ai 158.000 del 2010. Si vede che la zona butta bene per il popolo dei giardini (Sigurtà e Vittoriale distano venti minuti scarsi l’uno dall’altro). Il resto cercatelo su www.grandigiardini.it

- Meglio stanchi che soli. Avrei da raccontare molto più di questo, se solo non ne potessi più di muovere le dita sulla tastiera del computer. E se non fosse che provo una certa stanchezza per come vengono vissuti e gestiti i nuovi media. I blog si spiano, facebook viene usato per chiacchiere da salotto annoiato, skype è una scusa per lasciarci su la frasetta insulsa su come ci si sente in quel momento. Storie di solitudini che non trovano catarsi intelligente in strumenti di comunicazione tanto potenti e gratuiti che meriterebbero ben di più. Mi fermo qui, anche perché per un po’ di tempo ancora avrò molto cui pensare. Altro che solitudine…

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Telefona un amico di ritorno dal Salone del gusto di Torino e racconta mirabilia. E dice di aver assaggiato di tutto e acquistato di tutto. “Anche cose di casa nostra di cui non sospetteresti l’esistenza- dice rincarando l’entusiasmo – vedi per esempio la roveja”. Certo, la conosco: è un pisello  (ed infatti di nome botanico fa Pisum sativum ssp arvense) ed è tipico delle Marche e dell’Umbria. Invece di raccontarvelo io, che in fondo l’ho acquistato e cucinato non più di due o tre volte, vi mando a leggere per esempio qui.

A proposito di Salone del Gusto leggo su Repubblica, a firma Cavallito & Lamacchia, della pesca tardiva di Leonforte, in Sicilia. I due si catapultano a cercarla e invece dopo qualche peripezia ricevono una cattiva notizia. “Le pesche non sono più un presidio e i produttori hanno litigato tra loro, mandando tutto in vacca”. Interessante spaccato dell’Italia in cui viviamo: da una parte si recupera, dall’altra ci si lancia i coltelli, ferendo la nostra gola prima solleticata e, soprattutto, pugnalando alle spalle quelli che lavorano ai recuperi sul territorio. Allora sono solo mode e business?

Ad Alessandria un’operazione definita “Green Ecology” nel verde pubblico è stata subito ribattezzata dalla popolazione “battaglia delle rose”. Pare che il comune piemontese abbia aumentato tutte le tariffe di propria competenza, comprese le mense scolastiche e la raccolta dei rifiuti, ma per abbellire la città abbia speso non una cifretta, ordinando 250 alberi e 100.000 rose in Moldavia. Mah, dovrei sincerarmi su come stanno effettivamente le cose. Di certo però qualche produttore di rose l’abbiamo pure in Italia, e magari più competente sulle condizioni pedoclimatiche alessandrine e invece di centomila in una volta poteva fornirne mille per anno per dieci anni o duemila per cinque anni, così si evitavano i rincari per la popolazione e si dava una mano alla nostra economia in difficoltà. Pare anche che in questi giorni i cittadini stiano firmando un documento che dice “Io rinuncio alla mia rosa”. Che peccato metterla giù in questo modo, ma li capisco.

Scrive Lidia Zitara nella sua “biblioteca recensita” sul suo blog giadinaggioirregolare: “ Il “Besler” non è un libro da leggere a letto: pesa venti chili ed è grande quanto il Corriere della Sera. Le illustrazioni sono grossolane, per nulla iper-realistiche. Tuttavia è decisamente un’opera che è bello possedere, anche perché contiene molte informazioni utili.” Forse per questo, oltre che per la gioia degli occhi, l’altro giorno dico all’amico libraio: “Vorrei comperarmi L’erbario delle quattro stagioni di Basilius Besler, ma trovo indecente spendere 59 euro” (tanto costa la nuova edizione Electa). E il libraio mi fa l’occhiolino, non perché io sia una sex bomb, ma per dirmi “Vieni qui che te lo risolvo io il problema”. E tira fuori un’edizione Taschen, uguale uguale, meno l’introduzione ovviamente. “Toh, porta a casa. Invece di 59 costa 30 e per te fa 20”. Felice di questo affare, ho subito investito in libri. Uno per la verità non dall’amico-complice, ma dalla libreria antiquaria Bergoglio di Torino, una nuova scoperta. La trovate qui.

Telefonata del solito ben informato che vuole dimostrartelo, a te che fai la giornalista e magari non lo sai. “Oh, guarda che nei giardini della Reggia di Venaria Reale stanno facendo l’orto, ma non un orto qualsiasi, dieci ettari di orto e frutteto; sarà aperto al pubblico in aprile, avrà i peperoni dei Savoia e sarà la risposta italiana al Potager du Roi di Versailles”. A parte che mi hanno sfiancata con ‘sta storia dell’orto in tutte le salse, a parte che da Venaria mi hanno mandato un invito (all’ultimo minuto, e io avevo un altro impegno) per una conferenza stampa e non hanno neppure comunicato per quale motivo avrei dovuto alzare le chiappe e farmi 70 chilometri (ma un collega mi ha passato l’informazione), io ho cominciato a tremare. Ci buttano dentro altri soldi (erano 25 milioni di euro, in 5 anni ne hanno già spesi altri per tamponare gli errori e i danni), nessuno controlla la qualità delle opere e del materiale vegetale (meno qualche straniero, compreso un giornalista inglese che mi ha telefonato esterrefatto), sognano la competizione con Versailles ma dovrebbero avere un Antoine Jacobshon e non ce l’hanno e uno stuolo di giardinieri veri invece di operai forestali buttati lì perché hanno chiuso i vivai forestali della regione. Già, Tremonti ha detto che la cultura non si mangia. Invece i peperoni dei Savoia sì. Io in questo caso sto con Marchionne: “È difficilissimo capire dove sta andando il nostro Paese”.

Il backoffice del mio blog a volte racconta storie singolari. Per esempio negli ultimi quattro o cinque giorni sono cresciute in modo assolutamente abnorme le visite ai post sulle zucche (tra l’altro dovrei dire di quelle appena raccolte, ma c’è tanto tempo in inverno). E quando guardo da dove arrivano i gentili visitatori, scopro che sono qui in zona. “Per forza – dice malizioso mio marito – qui in paese stanno tentando di rifare senza di te che sei ingombrante la mostra che gli hai messo in piedi lo scorso anno, ma non se ne intendono, non hanno il nome delle zucche”.  Abbiamo riso di questa piemontesità filtrata da internet, e intanto la mia vicina si è premurata di farmi leggere la notizia della manifestazione sul giornale. Non una virgola diversa dall’anno scorso (siamo nel Piemonte bugia nen, ovvero “non muoverti”, regola aurea di una realtà marginale e diffidente), salvo che la zucca ‘Queensland Blue’ non è affatto grossa, sono riusciti a sbagliare l’aggettivo. Sui contenuti, transeat. Povere zucche.

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Mi hanno telefonato per raccontarmi ridendo che un noto vivaio toscano di frutti antichi, sussiegoso nel dichiarare la propria superiorità professionale sul mercato, in realtà a Murabilia vendeva piante coltivate da Montivivai di Tempagnano (Lu), www.montivivai.com. Ci avrei giurato: più sbraitano “tu non sai chi sono io” e più dovrebbero stare zitti. Per me questa è l’occasione di ricordare che Dino Monti è stato, se non il primo, uno dei primi in Italia a parlare di vecchie varietà di frutta e a coltivarle. Io ho ancora due suoi meli, ormai quasi vecchi, che mi diede per amicizia la volta in cui andai da lui a fare il mio primo servizio sul tema. Era, credo, il 1987.

Mi ha appena mandato una mail l’amico Nando Musso, zuccologo di Piozzo (Cn). “Questo week-end un gruppo di noi, sottoscritto compreso, andrà in Belgio per un gemellaggio con la città di Antoing e la sua festa della zucca. Abbiamo già ospitato una loro delegazione nel mese di luglio e li accoglieremo ancora ad ottobre durante la sagra.” Potere delle zucche e di chi lavora bene anche quando si tratta di far festa. Quest’anno ci riprovano per la diciassettesima volta. Notizie sul sito www.prolocopiozzo.it

Non ho neppure dovuto cercare tra le mie scartoffie l’appunto sul creatore di Ortobaleno, sistema brevettato di vaschetta e vasi di coltura quasi idroponica per ortisti da davanzale e balcone. La figlia del creatore mi contatta per dirmi che si chiama Ezio Brea e che Ortobaleno è commercializzato dall’azienda ortovivaistica Pacini di Rigoli (Pi), www.agricolapacini.com. Mentre ci siete, andate a dare un’occhiata al sito di Brea: è una bella storia di ibridatori del Ponente ligure da qualche generazione e racconta anche la trasformazione del gusto dei consumatori per i fiori. Una storia ben raccontata che trovate qui.

Alla presentazione dei libri con gli autori a Murabilia ho fatto un piccolo esperimento a fini statistici. L’ultima domanda ai dodici autori, accompagnata da una prova solida di quanto proponevo, è stata: “Ecco qui un dolcetto, un fiore e un libro. Se puoi scegliere solo uno di questi, quale scegli?”  Ebbene, senza ombra di dubbio gli scrittori di giardinaggio, piante et similia scelgono di accontentare la gola nella stragrande maggioranza. Le percentuali: 70% il dolcetto, 20% il libro, 10% il fiore. Adesso pensate ciò che volete.

Il 23 settembre prossimo Sotheby’s batterà un’asta strana a Manhattan: ortaggi e frutti biologici rari. Una cassetta di zucca ‘Lady Godiva’ (quella di cui si consumano solo i semi, privi di tegumento esterno e ricchi di olii benefici) costerà 1.000 euro. Unica giustificazione a questa americanata (non è un ortaggio raro e una cassetta costa se va male non più di 50 euro) è che i proventi saranno destinati a GrowNYC, un progetto di inserimento lavorativo degli immigrati come contadini e al Sylvia Center, che insegna ai bambini le regole dell’alimentazione sana.

Brad Pitt e Angelina Jolie hanno messo su casa in Valpolicella, con parco secolare e vigneto annesso. Pare che altri attori americani stiano cercando una villa nel Nord Italia. Piccolo pensiero a margine: tornerà mai la generazione dei sir Hanbury, dei capitani Mc Eacharn?

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