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Archivio per la categoria ‘Libri Oggetti Prodotti’

Acacia-dealbata-MireilleÈ morta ieri Teresa Mattei, classe 1921, “la ragazza di Montecitorio”, così chiamata perché fu la più giovane tra le 21 elette dell’Assemblea Costituente. Partigiana Chicchi dopo essere stata espulsa dalle scuole perché antifascista (ma si laureò in Filosofia a Firenze), riuscì a farsi espellere anche dal PCI perché contraria a Stalin. Se la ricordo in questo spazio è per un duplice motivo: perché vorrei ancora tante donne così, piene di dignità e di coerenza ai propri principi, fattive per creare la pace e favorire la crescita umana e culturale delle donne e perché fu lei a scegliere la morbida, solare e profumata mimosa come simbolo della giornata internazionale della donna. Si racconta che la scelse perché aveva sentito dire che la dirigenza del PCI voleva regalare un mazzolino di violette alle donne del partito in occasione della festa internazionale

Da leggere (non di soli libri di piante e giardini è lastricata la storia di chi fa giardinaggio) di Patrizia Pacini  il libro "La Costituente, storia di Teresa Mattei", ed Altraeconomia 2011, 224 pagine, 16 euro.

Da leggere (non di soli libri di piante e giardini è lastricata la storia di chi fa giardinaggio) di Patrizia Pacini il libro “La Costituente, storia di Teresa Mattei”, ed Altraeconomia 2011, 224 pagine, 16 euro.

della donna. E lei decise di superare l’immagine romantica suggerita dalle viole con un fiore né timido né ombroso, ma “povero e facile da trovare in campagna” come ebbe a dire, aperto al mondo e alla luce, che potesse rappresentare con forza e con gioia l’altra metà del cielo. Una mimosa è per lei, oggi, per accompagnarla.

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il-taglio-del-nastro-di-Primavera-in-giardino-2013il-primo-cittadino-di-Milis-la-stampa-e-Italo-Vacca-organizzatore-di-Primavera-in-giardinoMilis, primo giorno di Primavera in giardino a Villa Pernis. Il sindaco, una giovane signora elegante e alla moda, inaugura la manifestazione in scarpe di vernice con i tacchi a spillo. “Si vede che lei non è pratica di mostre di giardinaggio – le dico un po’ insolente – perché altrimenti si sarebbe messa le scarpe da tennis”. Lei passeggia in tutta la mostra incurante (confessando alla fine che un paio di ballerine sarebbero state più comode), seguita da una nutrita schiera di sardi giunti qui per vedere piante diverse. E alle 11 io ho avuto l’impressione, come tutti gli altri anni in cui sono stata qui per la mostra di giardinaggio, che la fame di verde e di sapere, la curiosità culturale per le piante, siano molto più vive qui che in quasi tutte le altre manifestazioni simili italiane. Una trentina di persone se ne sono state due ore sedute ad ascoltare e a chiedere, dimenticandosi persino che era l’ora di pranzo. E siccome stava diventando tardi (quasi le 14), ho dato appuntamento al pomeriggio, e ci siamo ritrovati per perfezionare i discorsi. D’altronde molto interessanti.
Lina Podda dell’Orto Botanico di Cagliari ha illustrato le piante invasive della Sardegna. La sua ricerca, portata avanti da cinque anni, è sfociata tra l’altro in un blog: alieneinvasivesardegna.blogspot.it. Piante anche belle, spesso sfuggite ai giardini, dalle agavi che stanno invadendo le scarpate e le spiagge, alla mimosa Acacia saligna, al fico degli Ottentotti, Carpobrotus edulis. Un solo “fico” contiene sino a 1.000 semi fertili, capaci di far nascere altrettante nuove piante. E il suo parente Carpobrotus acinaciformis ha altre capacità invasive, sicché quando si ibridano tra loro  le nuove piante assumono le caratteristiche vincenti di entrambi i genitori, diventando padrone dell’ambiente sardo. Il giacinto d’acqua, Eichornia crassipes, ha invaso il rio Mar’e Foghe nell’Oristanese, e l’erba delle Pampas, Cortaderia selloana, comincia a mostrarsi nella sua veste di aliena invasiva, ciò che consiglia di evitare di piantarla. D’altronde, raccontava Lina Podda, la cortaderia è nell’elenco delle 100 specie più invasive del mondo. E ha aggiunto qualche dato interessante circa la presenza di invasive in Sardegna: solo il 17% della flora dell’isola, contro il 50% della flora, per esempio, in Nuova Zelanda, il 45% alle Hawaii. Ma – ha aggiunto la ricercatrice – la ricerca del 1992 fissava al 9% le presenze aliene in Sardegna, segno che oggi, quasi raddoppiate, sono in rapida espansione.
Dino-Pellizzaro-e-una-interessatissima-visitatriceorriosu-i-cannicciati-sardi-a-Milis-2013Il discorso era molto avvincente, sicché la gente non se n’è andata, con la prospettiva di saltare il pranzo in nome di qualcosa da imparare. Ma ciò che mi ha stupita ancora di più è che nessuno se n’è andato quando a parlare di un libro nuovissimo sui giardini storici sardi è venuto Antonino Soddu Pirellas. “Giardini storici della Sardegna” è stato scritto a quattro mani da questo artista-ricercatore insieme al direttore dell’Orto Botanico di Cagliari Mauro Balliero per l’editore Sandhi di Ortacesus (CA). Una realtà tutta da scoprire, con i giardini sorti nella seconda metà dell’Ottocento che collaborano a costruire la storia dell’epoca, i rapporti internazionali, l’evoluzione della società locale, la difesa politica del territorio. Oggi ho imparato molte cose. Vorrei che tutti i giorni fossero così. Ho scoperto che Giuseppe Garibaldi si ritirò a Caprera convinto di potersi occupare di agronomia e botanica e con il sogno di un giardino. Pensando alle sue piante mentre era lontano, si diceva “deliziosamente sollevato” nel pensarle. Sono stati messi a disposizione di Soddu Pirellas documenti inediti come questo, e grazie a Stefania Susini, pronipote dell’amico di La Maddalena che gli aveva venduto il terreno. Ho scoperto anche che Lamarmora ebbe un comportamento da ambientalista quando scoprì che stava per essere consentito a una società emiliana di abbattere e vendere 100.000 grandi alberi sardi. Portò in parlamento una mozione e venne sventato così il tentativo di depredare il patrimonio arboreo isolano. “Va bene – ha commentato una signora, immobile ad ascoltare invece del pranzo – ma poi hanno abbattuto tutte le querce che sono servite per le traversine ferroviarie italiane”.
Il mondo è così, in bilico tra conservazione e distruzione, tra innovazione e dietrologia. Ma è anche luogo di scoperte quotidiane che fanno ben sperare. Io oggi di piante ne ho viste poche, non ne ho avuto il tempo, ma ho goduto il privilegio di fare scoperte. La più bella di tutte è che la gente sta anche per ore seduta ad ascoltare e a chiedere di piante e giardini. Per ora in Sardegna, spero da domani anche altrove.

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Ecco qua, per la prima volta aver scritto per la carta stampata si è trasformato per magia in altro. Così 8 piccoli libri di giardinaggio della collana Passione Verde Vallardi, le mie foto, i miei testi sono passati nelle mani dei ragazzi milanesi di Mozart, specializzati a fare app e sono diventati un’altra cosa. Andate a vedere qui e anche qui, sempre che non vi spaventi una vecchia giornalista poco fotogenica ma molto curiosa alle prese con il bello del mondo di oggi.

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Dopo qualche anno sono tornata a Villa Manin a Passariano (Ud) per la mostra di giardinaggio FlorealFest e ancora una volta mi sono chiesta: perché uno spazio magico come l’esedra deve essere assediato dalle auto in transito e parcheggiate, le transenne sono vistosamente giallo girasole in uno spazio grigio di rarefatta leggerezza, un palco da concerto di rockstar troneggia al centro dello spiazzo erboso? La Regione Friuli Venezia Giulia, che pure è autonoma anche nel portafoglio, non ha idea di come gestire un luogo simile?

Il Corpo Forestale dello Stato ai miei occhi è come il Corpo dei Vigili del Fuoco: formato da benemeriti e bonari personaggi al servizio dei cittadini e della salvaguardia del territorio. A Villa Manin ho avuto occasione di parlare con un agronomo (per altro con qualifica di operaio forestale, perché nell’organico non esistono quadri intermedi). Mi ha raccontato che a Peri, in provincia di Verona,  c’è l’unico laboratorio italiano per l’analisi delle sementi accreditato all’ISTA (International Seed Testing Association). Uno dei 28 laboratori accreditati che ci sono al mondo, e noi manco sappiamo che esista ancora il Corpo Forestale. Il mio gentile e colto interlocutore mi ha anche detto che in Messico ci sono ben 18 laboratori che fanno il lavoro che si svolge a Peri con penuria assoluta di personale. Poi ha dovuto allontanarsi perché c’erano bambini che aspettavano di fare esperienza con lui, così non ho potuto commentare. In Messico sono diciotto volte più evoluti che in Italia sul fronte boschi e foreste?

Sto alimentando da un paio di anni il mio interesse per i fagioli: in giro per casa ci sono due o tre cassette con 120 scatolette trasparenti e altrettante schede descrittive. Ma ancora non sapevo che l’azienda agraria universitaria “Servadei” dell’Università di Udine da anni ha una banca per il germoplasma autoctono vegetale regionale del Friuli e dei fagioli della Carnia sa tutto, o quasi. Li ho visti in mostra, i fagioli locali, e mi sono chiesta se esiste altrettanto in Toscana (conosco qualcosa dei fagioli toscani perché a Lucca c’è la ditta Gargini che li produce e commercializza), in Calabria (dove al mercato si trovano otto o dieci tipi di fagioli secchi, ognuno con il suo nome locale), in Piemonte o in Campania…

Sotto un arco dell’esedra domenica mattina ho presentato il libro del compostaggio appena uscito da Vallardi e, incredibile, ho trovato un pubblico attentissimo e con domande come un fiume in piena. Fantastico. È stata una delle volte in cui mi sono sentita utile. La credibilità guadagnata sul campo: “Ma lei lo fa, il compostaggio in giardino?”. “Certo, da vent’anni in tre modi diversi”. E avanti a raccontare, comprese le uova di biacco, grosse come quelle di gallina e con la consistenza del polistirolo, trovate un anno in fondo al cubo in muratura dal quale stavo estraendo il compost maturo. Ho visto qualche faccia animarsi di nuovo interesse. Mi ero persino portata il mio nuovo compostatore rotante, comperato su un sito inglese (www.primrose-italia.eu  che in questo periodo sta anche facendo un concorso e regala compostatori) per fare vedere quanto siano furbe le idee che nascono dall’empirismo inglese (rotante, dunque le sostanze sono sempre rimescolate e maturano prima, in più il vano interno è diviso a metà, sicché mentre una parte termina la maturazione si può cominciare a riempire l’altra parte). Un compostatore, tra l’altro, è andato ad una cooperativa sociale della provincia di Udine. Non a caso, si occupa di sviluppo sostenibile.

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Font senza corsivi. Mi rendo conto che il botanichese e il giardinicolo sono lingue residuali che quasi nessuno in Italia riesce a interpretare, quando lascio ad un grafico un bel testo in ordine, con già tutti i corsivi, i bold, i simboli e i segni editoriali al loro posto. Mi rendo conto che un testo pronto per l’impaginazione non vale niente per chi non parla la mia lingua. Infatti quasi sempre (con encomiabili quanto rare eccezioni) viene fatto un copia incolla dentro al documento da impaginare, e tutto il mio lavoro di preparazione viene annullato con il doppio gesto melaC-melaV. Nel tempo ho imparato che l’altra umanità, cioè quella che non frequenta le piante, non può saperne niente e reagisce in modi diametralmente opposti alle mie rimostranze e alla spiegazione del perché ho messo i corsivi ai nomi scientifici delle piante e le virgolette semplici ai nomi varietali, che invece vanno in diritto. Stamattina al telefono un grafico toscano mi ha ascoltata in silenzio, come se stessi raccontando una storia curiosa e poi ha aggiunto: “Quante cose sai! Si vede che tu hai cultura!”.  Io invece ho pensato che queste sono nozioni minime che chiunque abbia fatto una scuola superiore dovrebbe avere. In fondo anche Homo sapiens è scritto in corsivo, essendo genere e specie a cui, pare, apparteniamo. Dall’altra parte del filo a quel punto c’è stato un attimo di scoramento, presto spiegato: il carattere che aveva scelto non ha corsivo e si dovrà sceglierne un altro magari meno appariscente (gli italiani lo vogliono sempre tale), ma più utile, come piace a chi, rinunciando eventualmente a un po’ di estetica, pensa che le piante siano anche una scienza.

Gnocchi con patate. Mio marito di tanto in tanto viene volentieri ad aiutarmi a fare la spesa perché così sceglie a suo piacimento qualcosa che io non comprerei mai. Sicché ieri sera ho ritirato in frigorifero una busta di gnocchi con su scritto non che di patate sono fatti, ma “con” patate. Chiamo mio marito e gli chiedo con quale criterio ha scelto proprio quegli gnocchi: “Perché sono di patate – dice lui candido – e gli altri sono di semola e non sono la stessa cosa”. Per convincerlo che non solo non sono di patate, ma che le contengono marginalmente e in un mare di inquietanti sostanze quanto meno non necessarie, gli ho chiesto di leggere a voce alta gli ingredienti. Questi: patate in fiocchi reidratati pari a 35% di patate equivalenti (acqua, patate precotte disidratate, emulsionanti: mono e digliceridi degli acidi grassi, stabilizzanti: difosfato disodico, antiossidanti: ascorbile palmitato e metabisolfito di sodio, correttore di acidità: acido citrico, curcuma, estratti di carota e paprika), farina di grano tenero tipo 00, acqua, fecola di patate 6,4%, sale, farina di riso, conservante: sorbato di potassio, correttore di acidità: acido lattico. Contiene solfiti. Quanto la nostra civiltà abbia perso di vista il buon senso, a me lo dice anche questo elenco. Gli gnocchi di patate dovrebbero essere fatti di patate (bianche e farinose, tipo ‘Kennebeck’, ‘Cicero’ e altre varietà simili), farina, sale e, nei giorni di festa, un uovo nell’impasto. E d’estate non si fanno, perché le patate sono appena raccolte: troppo fresche e gli gnocchi si appiccicherebbero. Chissà dove finisce la cultura dell’orto e comincia quella della tavola. Certo è che io, che pure mi ritengo poco talebana nonostante l’ipercriticità e i brontolii, ieri sera gli gnocchi non li ho voluti mangiare. Di acido lattico ne ho abbastanza nei muscoli e la curcuma voglio decidere io dove usarla.

Murabilia ama i libri. Ho chiesto a un giovane attore pistoiese, conosciuto attraverso un’amica, se era disposto a perdere tre pomeriggi per fare un piccolo esperimento: leggere a voce alta qualche brano significativo di libri giardinicoli recenti. E avendo incontrato da parte sua un insperato entusiasmo, succederà: nel fresco dell’orto botanico di Lucca durante Murabilia, dal 7 al 9 settembre, ci si potrà rilassare di tanto in tanto ascoltando la voce ben impostata di Henry Bartolini che dà voce a libri come ‘La confraternita dei giardinieri’ di Andrea Wulf, ‘Il signor giardiniere’ di Frédéric Richaud, ‘Elogio delle erbacce’ di Richard Mabey e, più recente di tutti, ‘E il giardino creò l’uomo’ di Jorn de Précy (il cui “curatore” Marco Martella sarà ospite a Murabilia il venerdì pomeriggio per presentare il libro). In che cosa consiste l’esperimento? Nel dare voce a ciò che, magari, conosciamo già nel segreto della lettura silenziosa e privata e nel tentare di avvicinare in questo modo alla lettura i giardinieri che sono allergici ad appoggiare gli occhi sulle parole scritte, in Italia purtroppo tanti. Se solo sapessero i refrattari quanta avventura, quanta storia, quanto divertimento, quanto invito a volare con fantasia e intelligenza, quanta filosofia utilizzabile ci sono in ognuno di questi libri, forse ne sarebbero tentati.

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Strano, sì. Mi devono mandare una mail per raccontarmi di aver visto in libreria i libri che io ho fatto e confezionato (ce n’est qu’un début: ne arriveranno presto altri, quattro alla volta) e di cui ho perso le tracce ancora prima che uscissero. Certo che è strano. Ci lavoro con gioia, apprensione e cura come fossero piccoli figli, ma quando prendono la strada della tipografia prima, e della libreria poi, io sto già curando altri piccoli figli. Sono libretti agili, pensati per chi deve cominciare o vuole rispolverare le basi. Ma sono illustrati con foto e disegni e in mezzo ho cercato di mettere qualche cosa in più, qualcosa del mio sguardo e di ciò che io ho imparato in trent’anni di pratica di penna e di vanga. Editi da Vallardi, sono in libreria da giovedì scorso a € 6,90 ognuno e inaugurano la collana Passione Verde.

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Ieri sera, tornando a casa da un tour di lavoro, ho trovato una busta di corriere con dentro una copia del libro che ho scritto a inizio anno: “Le stagioni del maestro giardiniere” con la complicità dell’amico di lunga data Carlo Pagani. E nonostante le parole stampate siano il mio lavoro, ogni volta è un piacere e una sorpresa. Mi affascina il libro nuovo, persino se non è inatteso, l’ho scritto io, e mi immalinconisce il pensiero che un giorno dei prossimi leggeremo solo libri elettronici. Dovranno inventare un modo di far esalare dal tablet per due o tre giorni quel particolare aroma di carta e inchiostri che hanno i libri appena usciti dalla tipografia e che mi ammalia da sempre. Come se l’appetibilità del contenuto dipendesse dall’intensità dell’aroma dell’inchiostro e dalla qualità della carta.
Adesso il libro c’è, e mi auguro che piaccia e sia utile, con il suo modo schematico, volutamente destrutturato, po’ ironico, un po’ monello, un po’ affettuoso, un po’ “magistrale” ( e ci mancherebbe, trattandosi di stagioni del maestro giardiniere) di raccontare il giardinaggio a chi deve farsi le basi o teme di non saperci fare. Invece c’è spazio per tutti, basta volerlo, semmai bisogna munirsi di un libro come questo, che mescola in leggerezza, ma con rigore scientifico, il piacere della lettura (per me della scrittura)  e le informazioni che servono perché mettere le mani nella terra e far fiorire un fiore non sia soltanto un passatempo, ma l’appropriazione di una cultura e l’apertura di un dialogo con la natura.
E siccome passo tante informazioni che riguardano gli altri, questa volta promuovo me stessa. Ecco qua, lo trovate in libreria.
Carlo Pagani e Mimma Pallavicini, Le stagioni del maestro giardiniere, Vallardi, pagine 252, euro 14,90.
Nel corso dell’autunno verrà presentato in diverse località italiane. Il primo appuntamento è a Lucca nell’ambito di Murabilia venerdì prossimo, 2 settembre, alle ore 16, Casermetta del Baluardo San Regolo.

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Sfruttando un attimo della pausa pranzo, quasi fossi una dipendente con orari da rispettare (peggio, peggio…).

Ieri pomeriggio, mercoledì 15 giugno, d’improvviso in mezzo a gocce vaganti di pioggia e tra vistosi schiamazzi sono arrivate le rondini sotto il portico di casa. Hanno un paio di mesi di ritardo. Che cosa sarà successo? Autostrade del cielo intasate? Quarantene per aviarie che non conosciamo? Non sono riuscita a farmelo dire. La fortuna è che siano già volati i nidiacei della signora Codirosso, improvvisatasi squatter a inizio primavera: proditoriamente aveva occupato il nido delle rondini e lo aveva pure decorato a suo modo con fili morbidi e sottili. Le rondini che arrivano così tardi mi inquietano, tanto quanto mi rallegra sapere che non hanno dimenticato la mia casa e il mio affetto per loro. Se volete saperne qualcosa, c’è per esempio la scheda della LIPU.

Vinti i referendum, adesso da bravi c’è da leggere perché la maggioranza degli italiani ha votato così. Si può cominciare da un piccolo libro che non poco ha collaborato a far crescere il dibattito attorno al tema e magari indica una via per essere tutti quanti partecipi della gestione pubblica: Luca Martinelli “L’acqua (non) è una merce. Perché è giusto e possibile arginare la privatizzazione” edito da Altraeconomia, 152 pagine, euro 12. Lo potete acquistare scontato direttamentre nel sito dell’editore.

Stamattina Edoardo Santoro, che nel Borgo Medioevale nel Parco del Valentino a Torino gestisce il delizioso giardino medioevale, mi ha fatto sapere che sabato 25 e domenica 26 giugno nel suo regno ci sarà festa, con alcuni vivai piemontesi invitati e la vendita delle eccedenze di piante di ortaggi, officinali e spontanee che vengono coltivate nelle aiuole del giardino, tutte in tema con il Medioevo. Ci sarà anche un corso di acquerello botanico tenuto da Simonetta Chiarugi (il suo blog qui) in un’atmosfera di relax degno del luogo.
Forse, purtroppo, non riuscirò ad andarci perché ho altri impegni, tuttavia raccomando questa opportunità a chi vuole scoprire il primo grande parco pubblico torinese e il bizzarro gioiellino del Borgo Medioevale, vuole imparare ad osservare le piante disegnandole e vuole ancora fare shopping di piante acquistando specie e varietà un po’ diverse dal solito. Faccio notare con enorme piacere che “il ricavato della vendita sarà destinato a coprire parte delle spese di gestione e manutenzione del giardino e delle aree verdi del Borgo Medievale”. Musica per le mie orecchie, distrutte dal ritornello “non possiamo fare niente perché non ci sono soldi”. Che sopravvivano coloro che hanno iniziativa e usano metodi di gestione aziendali anche per i beni pubblici (Venaria, maledetta Venaria, quanti sprechi con tanti soldi che sarebbero serviti per far verde tutto il Piemonte!). Info della festa tel. 011.4431714 – giardinomedievale@fondazionetorinomusei.itwww.borgomedievaletorino.it

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Dallo scorso fine settimana, il libro ‘Rose e lavoro’ presentato a Franciacorta in Fiore a Cazzago San Martino da uno degli autori, Cristiano Calvi. Storia delle rose che vendono i nostri fiorai, prodotte a 8.000 chilometri di distanza dal nostro Paese, in Kenia a 150 km da Nairobi attorno al lago Naivasha (www.cdca.it/spip.php?article238). Dietro boccioli perfetti di rosa non storie gentili e competenze botanico agronomiche, che sono in mano a multinazionali, ma storie di veleni e inquinanti nell’ambiente, di sfruttamento, di danni alla salute della manodopera locale. Lavorano in 60.000 per un euro al giorno. A questi sono da aggiungere i 40.000 addetti alla floricoltura dell’Equador, i 94.000 della Colombia, i 25.000 dell’Etiopia. Ma insomma, bisognerà tornarci su prima che finisca il mese delle rose. Intanto si può leggere il libro, in vendita nei negozi del commercio equo e solidale a 10 euro, in appoggio alla sacrosanta campagna Fiori e Diritti.

Oggi, 19 maqgio, alle 14,30 avrei voluto essere a Brescia ad ascoltare un concerto nel giardino di via Odorici tenuto da giovanissimi violoncellisti bresciani  “per sollecitare l’Amministrazione comunale e sensibilizzare i cittadini sull’urgenza di quegli interventi di messa in sicurezza e di riqualificazione che da mesi richiedono, nel giardino di via Odorici, gli abitanti del quartiere del Carmine”. Come mi piace, anche se è già avvenuto, parlare di chi chiama i ragazzi della scuola di musica a tenere un concertino sotto gli alberi che i cittadini hanno protetto dalla scure pubblica. A soccombere dovevano essere 38 grandi olmi, oltrettutto con il costo esorbitante di 1 milione e 600.000 euro. Oggi questi alberi “si presentano verdi e ridenti e rigogliosi” dice il comunicato stampa che ho ricevuto da Italia Nostra, che aggiunge: “da mesi però è sempre più inquietante il silenzio del Comune, che non sembra intenzionato ad intervenire nemmeno con le opere indispensabili a rendere agibile e godibile all’uso pubblico il prezioso boschetto del quartiere del Carmine”.

Questo sabato anche Grado, provincia di Gorizia, avrà la sua mostra di giardinaggio, “Fiori e profumi tra cielo e mare”. Le info sono qui. Da segnalare il convegno “Verde urbano con una gestione ecosostenibile per migliorare la qualità della vita”. I nomi dei relatori mi dicono che c’è l’intervento di tecnici e direttori del verde pubblico del Nord Est, dove il verde urbano sembra avere qualche diritto in più che altrove. Leggo che ci sarà anche Gildo Spagnolli, mitico ex direttore del verde pubblico di Bolzano: un’istituzione che bisognerebbe clonare.

Domenica 22 maggio a Bassano del Grappa nell’ambito della manifestazione Rose in Villa a villa Giusti del Giardino verranno assegnate le “Cesoie d’oro” al migliore giardino tra i sedici che da un mese abbelliscono la città. Ho avuto l’onore di essere chiamata a partecipare alla giuria tecnica i primi giorni di allestimento in aprile, ma avrei potuto dire la mia anche come semplice visitatrice, in quanto tutti hanno potuto partecipare alla giuria popolare. Da un mese conservo il silenzio sul verdetto, e così faccio ancora adesso. Ne parlerò dopo la premiazione, se non altro per dire che ci sono tanti modi di costruire un giardino effimero e di interpretare il luogo che lo ospita. Se siete da quelle parti, andateci. La città è affascinante, alcune soluzioni di verde molto belle, il ponte degli alpini sul Brenta fa sempre sognare e poi da lì, affacciandosi, si vede in pieno rigoglio primaverile un bel giardino a terrazze disegnato da Pietro Porcinai, di cui lascio qui una foto.

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Giardini per tre autori romani. Ovvero tre libri di giardinaggio freschi di questa primavera.
Ippolito Pizzetti, Naturale inclinazione. Divagazioni coerenti di un paesaggista ribelle. EncycloMedia Publishers € 13. Impiegate bene due ore del fine settimana, o di domani che è giorno di sciopero generale. Mettete in sciopero tutto il resto, ma non la testa e sintonizzatevi su  Ippolito Pizzetti. Non romano di origine, ma acquisito, come racconta anche in questo libro.
Serena Dandini Dai diamanti non nasce niente. Storie di vite e di giardini, Rizzoli € 19. C’è voluta la verve brillante di una che frequenta altri giri per collocare il mondo del giardinaggio tra le cose della realtà. Non l’ho ancora visto, ho letto solo l’intervista sul Venerdì di Repubblica di questa settimana. Il giardinaggio come privatissima storia d’amore alternativa all’analista, e brava Serena.
In uscita:  Maury Dattilo Folli Giardinieri. Storie d’amore e di verde. Pendragon, € 18. Uscirà il 25 maggio. Dice la scheda che ho ricevuto: la figura del giardiniere è simile a quella di un regista che, libero da schemi e pregiudizi, in preda alla “follia della passione”, in un grande teatro “verde” lascia la scena a emozioni, sensazioni, forme e colori infiniti, per valicare e far valicare l’immaginario, “al totale servizio del desiderio e del sogno”. Attraverso quindici storie dedicate ad altrettanti personaggi, vere e proprie autorità del verde, l’autore propone un incantevole viaggio alla scoperta dei giardini fuori e dentro di noi.

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Camaiore International. Beh, una piccola città con il suo centro storico ancora umano, la sua piazza buona, la gente che circola in bicicletta, tutti che si conoscono, per due giorni viene invasa da alieni orticoli che però non sono tanto alieni da quelle parti, dove tutti hanno l’orto. E la domenica pomeriggio, domenica scorsa, mentre sono lì che monto la guardia alla mostra di fagioli veri e a quella dei fagioli fotografati da Daniele Cavadini, non faccio in tempo a salutare un signore venuto per l’occasione da Ancona con una manciata di fagioli speciali per me, avuti da un suo amico in Umbria, che una coppietta di ragazzi trafelati mi dicono che non riescono a trovare uno dei 15 orti allestiti in varie parti della città. Ah, dico io, quello delle monache disegnato da Stefano Marinaz! E loro: no, quello della casa di riposo San Francesco. Appunto, replico io: le monache sono quelle della casa di riposo, uno spazio inutilizzato nel cortile, Marinaz che da Londra dà una mano disegnando la disposizione, i Vivai Nord che offrono i meli Ballerina per coprire su due lati un brutto muro. E quando Paolo Gramaglia che ha fornito gli ortaggi (30 le varietà di lattuga!) ha mandato un sms a Marinaz per dirgli che aveva finito le insalate e che cosa poteva usare, l’altro ormai era arrivato a New York. Penso a questo e intanto una signora dal forte accento francese mi dice: “Sono venuta a far vedere queste cose a mia figlia perché domani possa parlarne a scuola. Io ho capito tardi il valore della natura e la responsabilità che abbiamo noi a conservare il nostro pianeta. Nella vita mi occupo di cose molto distanti da queste, ma non si può prescindere dalla natura, anche solo da un orto o da un balcone fiorito. E in francese (dopo mi dirà di essere belga sposata ad un versiliano) sollecita la figlia di 10-12 anni: “Dai, fatti spiegare il più possibile, queste sono occasioni uniche. Chiedile se qui ci sono anche i semi dei flageolets…”. In nome di qualcosa che lentamente sta cambiando anche con il mio contributo ho riempito tanti sacchettini di semi di fagioli e su ognuno ho messo un nome e un inizio di storia perché il lunedì mattina a scuola la ragazzina potesse raccontare e far vedere. Anche se non proveranno a farli nascere, che almeno vedano come sono diversi e quanto c’è da dire a questo mondo persino di umili fagioli.

Meglio gli orti sinergici. Ricevo con una frequenza terrificante i comunicati stampa di Euroflora 2011, sempre in duplice copia perché si vede che non sono ben coordinati e spediscono da due diverse postazioni. Ma dopo aver deciso di buttar via quei romanzi lunghissimi e autocelebrativi che dovrebbero far arrossire chi li redige, non ci ho visto più quando ai comunicati è stato appiccicata in calce la scritta “Alla conferenza stampa sarà presente il Consorzio focaccia con il formaggio di Recco, ospite di Euroflora 2011”. Adoro i formaggi, ma mi manda in bestia l’idea di sentire puzza di provola e gorgonzola invece che suadenti profumi di rose e fiori. O, almeno, trovo terribile che ad una manifestazione floreale che vorrebbe essere internazionale tutto finisca con un consorzio locale di foccacciai al formaggio che presenzia alla conferenza stampa. Embé? Sento che avanti di questo passo finirò con il diventare snob e elitaria. Perché se per essere popolari e comprensibili a tutti nel giardinaggio ci si deve ungere per forza le dita di focaccia e imbrattarsi di fili di formaggio, io non ci sto. Per dire: mi piace mille volte di più la “semina collettiva e danza sacra meditativa intorno agli orti sinergici di Genova Visima” che ci sarà questo fine settimana. Potete informarvi da Giorgia, responsabile locale dell’associazione Terra!Genova alla mail genova@terraonlus.it

Adesso va di moda il té in piazza. Non so come e perché, ma ho come l’impressione che i fuorisalone del Salone del mobile di Milano facciano ormai parlare e mettano in moto la movida milanese più del salone stesso che evidentemente, in tempi di crisi, sforna novità con il contagocce, mentre le idee creative on the road in tempi di crisi allignano, crescono e fanno tanto evento bon ton. Grandi Giardini Italiani ha deciso di cambiare un po’ il suo pubblico tradizionale e ha chiesto all’architetto Marco Bay un giardino-salotto in Largo Treves che è stato chiamato “Il Grande Giardino di Brera”.
Il calendario degli eventi in programma all’interno del giardino sino a domenica 17 aprile è consultabile sul sito www.grandigiardini.it nella sezione eventi e sul sito del Brera Design District www.fuorisalone2011.breradesigndistrict.it

Auspicabile evoluzione delle mostre di giardinaggio. Questo fine settimana ci sarebbe da mettere le gambe in spalla e andare in Francia a Sérignan du Comtat, nel Vaucluse, dove si svolge la mostra di giardinaggio Plantes rares et jardin naturel giunta alla tredicesima edizione. Quanta distanza ci sia con le manifestazioni italiane, al di là di tutto il resto lo dice un piccolo testo del sito della mostra: “Noi studiamo da vicino l’impatto ambientale della nostra manifestazione. La soppressione dei sacchetti di plastica e dei piatti di plastica, la raccolta differenziata selettiva, l’uso di internet per divulgare il programma, i bagni chimici, l’incoraggiamento e la scelta degli espositori nella direzione di un maggiore rispetto dell’ambiente… sono azioni che portiamo avanti e stanno migliorando. Le emissioni con effetto sul clima provocate dalla nostra manifestazione devono ancora essere ridotte, in particolare riguardo ai trasporti. Vi invitiamo a usare insieme l’auto o, per chi viene da lontano, a trascorrere due giorni qui, facendo tesoro dell’ospitalità locale. Per avere un passaggio in auto potete collegarvi al nostro forum www.plantes-rares.com/forum/”. In quanto ai costi, un giorno 6 euro, due giorni 8 euro, chi ha meno di 15 anni non paga. Qualcuno glielo va a raccontare a quelli di Masino che si può ragionare così?

Certi libri che consolazione. Adesso me ne vado a letto e già pregusto il piacere di aprire, finalmente, un libro che ho ricevuto oggi. Un libriccino con la carta sottile e profumata di inchiostro, di quelli da mettere in tasca per trovare ogni tanto una parola di conforto. La cosa strana che mi facevano lo stesso effetto e avevano più o meno lo stesso formato trent’anni fa, quando io a leggere la prima serie ho cambiato il corso delle mie scelte professionali. Caro Ippolito Pizzetti, questo “Naturale inclinazione. Divagazioni coerenti di un paesaggista ribelle” (Encyclomedia, 2011, euro 13) sento che mi metterà addosso molta malinconia. Non perché sono invecchiata io e tu non ci sei più, ma perché è restata acerba questa nazione così poco giardinicola.

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Telefona un amico di ritorno dal Salone del gusto di Torino e racconta mirabilia. E dice di aver assaggiato di tutto e acquistato di tutto. “Anche cose di casa nostra di cui non sospetteresti l’esistenza- dice rincarando l’entusiasmo – vedi per esempio la roveja”. Certo, la conosco: è un pisello  (ed infatti di nome botanico fa Pisum sativum ssp arvense) ed è tipico delle Marche e dell’Umbria. Invece di raccontarvelo io, che in fondo l’ho acquistato e cucinato non più di due o tre volte, vi mando a leggere per esempio qui.

A proposito di Salone del Gusto leggo su Repubblica, a firma Cavallito & Lamacchia, della pesca tardiva di Leonforte, in Sicilia. I due si catapultano a cercarla e invece dopo qualche peripezia ricevono una cattiva notizia. “Le pesche non sono più un presidio e i produttori hanno litigato tra loro, mandando tutto in vacca”. Interessante spaccato dell’Italia in cui viviamo: da una parte si recupera, dall’altra ci si lancia i coltelli, ferendo la nostra gola prima solleticata e, soprattutto, pugnalando alle spalle quelli che lavorano ai recuperi sul territorio. Allora sono solo mode e business?

Ad Alessandria un’operazione definita “Green Ecology” nel verde pubblico è stata subito ribattezzata dalla popolazione “battaglia delle rose”. Pare che il comune piemontese abbia aumentato tutte le tariffe di propria competenza, comprese le mense scolastiche e la raccolta dei rifiuti, ma per abbellire la città abbia speso non una cifretta, ordinando 250 alberi e 100.000 rose in Moldavia. Mah, dovrei sincerarmi su come stanno effettivamente le cose. Di certo però qualche produttore di rose l’abbiamo pure in Italia, e magari più competente sulle condizioni pedoclimatiche alessandrine e invece di centomila in una volta poteva fornirne mille per anno per dieci anni o duemila per cinque anni, così si evitavano i rincari per la popolazione e si dava una mano alla nostra economia in difficoltà. Pare anche che in questi giorni i cittadini stiano firmando un documento che dice “Io rinuncio alla mia rosa”. Che peccato metterla giù in questo modo, ma li capisco.

Scrive Lidia Zitara nella sua “biblioteca recensita” sul suo blog giadinaggioirregolare: “ Il “Besler” non è un libro da leggere a letto: pesa venti chili ed è grande quanto il Corriere della Sera. Le illustrazioni sono grossolane, per nulla iper-realistiche. Tuttavia è decisamente un’opera che è bello possedere, anche perché contiene molte informazioni utili.” Forse per questo, oltre che per la gioia degli occhi, l’altro giorno dico all’amico libraio: “Vorrei comperarmi L’erbario delle quattro stagioni di Basilius Besler, ma trovo indecente spendere 59 euro” (tanto costa la nuova edizione Electa). E il libraio mi fa l’occhiolino, non perché io sia una sex bomb, ma per dirmi “Vieni qui che te lo risolvo io il problema”. E tira fuori un’edizione Taschen, uguale uguale, meno l’introduzione ovviamente. “Toh, porta a casa. Invece di 59 costa 30 e per te fa 20”. Felice di questo affare, ho subito investito in libri. Uno per la verità non dall’amico-complice, ma dalla libreria antiquaria Bergoglio di Torino, una nuova scoperta. La trovate qui.

Telefonata del solito ben informato che vuole dimostrartelo, a te che fai la giornalista e magari non lo sai. “Oh, guarda che nei giardini della Reggia di Venaria Reale stanno facendo l’orto, ma non un orto qualsiasi, dieci ettari di orto e frutteto; sarà aperto al pubblico in aprile, avrà i peperoni dei Savoia e sarà la risposta italiana al Potager du Roi di Versailles”. A parte che mi hanno sfiancata con ‘sta storia dell’orto in tutte le salse, a parte che da Venaria mi hanno mandato un invito (all’ultimo minuto, e io avevo un altro impegno) per una conferenza stampa e non hanno neppure comunicato per quale motivo avrei dovuto alzare le chiappe e farmi 70 chilometri (ma un collega mi ha passato l’informazione), io ho cominciato a tremare. Ci buttano dentro altri soldi (erano 25 milioni di euro, in 5 anni ne hanno già spesi altri per tamponare gli errori e i danni), nessuno controlla la qualità delle opere e del materiale vegetale (meno qualche straniero, compreso un giornalista inglese che mi ha telefonato esterrefatto), sognano la competizione con Versailles ma dovrebbero avere un Antoine Jacobshon e non ce l’hanno e uno stuolo di giardinieri veri invece di operai forestali buttati lì perché hanno chiuso i vivai forestali della regione. Già, Tremonti ha detto che la cultura non si mangia. Invece i peperoni dei Savoia sì. Io in questo caso sto con Marchionne: “È difficilissimo capire dove sta andando il nostro Paese”.

Il backoffice del mio blog a volte racconta storie singolari. Per esempio negli ultimi quattro o cinque giorni sono cresciute in modo assolutamente abnorme le visite ai post sulle zucche (tra l’altro dovrei dire di quelle appena raccolte, ma c’è tanto tempo in inverno). E quando guardo da dove arrivano i gentili visitatori, scopro che sono qui in zona. “Per forza – dice malizioso mio marito – qui in paese stanno tentando di rifare senza di te che sei ingombrante la mostra che gli hai messo in piedi lo scorso anno, ma non se ne intendono, non hanno il nome delle zucche”.  Abbiamo riso di questa piemontesità filtrata da internet, e intanto la mia vicina si è premurata di farmi leggere la notizia della manifestazione sul giornale. Non una virgola diversa dall’anno scorso (siamo nel Piemonte bugia nen, ovvero “non muoverti”, regola aurea di una realtà marginale e diffidente), salvo che la zucca ‘Queensland Blue’ non è affatto grossa, sono riusciti a sbagliare l’aggettivo. Sui contenuti, transeat. Povere zucche.

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Libri
Sempre ben fornita la libreria delle Journées des plantes. E istruttiva: sette o otto libri sulle associazioni di piante, cinque o sei sul compostaggio, monografie di piante, giardini, tendenze. Ma libri anche negli stand degli espositori, per esempio Figues, di Pierre Baud (dell’omonimo vivaio), Raoul Reichrath e Reinhard Rosenau (Editions Target, 45 euro) e Botanica della fotografa belga Muriel Emses, che ha lavorato tre anni a Milano e parla un buon italiano. Il libro accompagna una mostra di grandi fotografie di fascino, con i fiori per argomento, presentata a Courson.

Prodotti
Quasi tutta l’attenzione alle piante, ma ho preso nota di qualche buon prodotto per  giardinieri, per esempio la pacciamatura di canapa, che non credo di aver mai visto in Italia, e una serie di attrezzi multiuso: quello più complesso per 32 euro vanga, zappa, traccia i solchi di semina, sarchia, rastrella. Può darsi che in pratica sia una sciocchezza, ma mi sembra che, ad averlo visto lì, in azione solo per dimostrazione, funzioni perfettamente. In generale non mi sembra ci siano prodotti tanto innovativi da meritare più di due parole.

Didattica
Bisognerebbe mandare a Courson i nostri vivaisti (e qualche organizzatore di mostre) a imparare come si avvicina la gente al mondo delle piante e del giardinaggio con una buona didattica. Alle Journées des plantes c’è un foglio esplicativo per tutto, per raccontare alberi non comuni, per aiutare a scegliere le erbacee perenni e i rampicanti, per inquadrare il genere Salix secondo la sistematica…

Non sono solo rose e fiori
Ancora un pensiero e poi basta. Anche una manifestazione internazionale di giardinaggio come Les journées des Plantes di Courson ha i suoi cedimenti. Colpa dei tempi, e forse dei suoi 300 espositori, molti per conservare il pieno controllo della qualità e della correttezza da parte di tutti. Sicché ho visto cose sgradevoli come le campanule doppie e delicate spacciate come piante di montagna rustiche da un garden center di piccoli orrori; quattro gambi di ortensie secche venduti a 20 euro; il prato di plastica presentato in mezzo alle piante vere. E in ogni caso il biglietto d’ingresso a 16 euro è una cifra, solo un po’ meno in Francia dove i prezzi e gli stipendi sono altri. Piccole stonature come queste non intaccano comunque il senso di sacralità di un luogo davvero riservato alle piante e all’esprit dei giardini.

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- Giuseppe Barbera, Abbracciare gli alberi. Mille buone ragioni per piantarli e difenderli, Mondadori 2009, pag 208, 17 euro. Sta sul mio comodino in attesa che io finisca di leggere altri libri. Stasera mi è venuto in mente perché dovrei regalarlo al mio amico Miro Mati, che ha appena compiuto gli anni e con gli alberi ha un rapporto speciale, perché li produce a Pistoia, ma soprattutto perché li capisce. Comincio a regalarglielo così, dal web. A chi mi legge regalo l’informazione che questo libro esiste e bisognerebbe averlo in libreria, fratello più nuovo del bellissimo “Tuttifrutti” dello stesso autore.

- Si scoprono sempre le cose troppo tardi, a questo appuntamento non arrivo più in tempo. Al Potager du roi di Versailles domenica 10 ottobre termina una mostra che mi spiace aver perso: “Du fayot au mangetout. Histoire du haricot sans perdre le fil”. La storia del fagiolo, insomma, con parecchio materiale, al punto che la mostra è stata divisa tra la reggia e un castello non lontano, Domaine de la Grange – La Prévôté a Savigny le Temple. Però ho scoperto che ne hanno anche fatto un libro, pubblicato da Editions du rouergue, costo 26 euro. Me lo procurerò e riferirò.

- Arriverò invece in tempo, così spero, alla presentazione di un altro libro: “Dolci e fiori per ogni stagione dell’anno” di Joëlle Néderlants e Angela Odone, pubblicato qualche mese fa da Bibliotheca Culinaria (64 pagine, 13,90 euro). Avverrà alle ore 16 di domani 9 ottobre a Susegana (Tv), nel castello di San Salvatore, dove questo fine settimana si svolge la prima edizione di Flor Art. Trovate informazioni a questo indirizzo: www.flor-art.it

- Conscia del fatto che senza tempo da dedicare al giardinaggio e con la schiena rotta non si possono fare serie piantagioni di bulbi, sono tuttavia caduta nella mia unica forma di consumismo, con la giustificazione che devo reintegrare i bulbi primaverili che già ho. Per quanto generosi, dopo tre lustri o giù di lì alcuni si sono persi, per esempio Iris reticulata, i minuscoli bulbi di fine inverno che si accompagnano ai crochi (io con i candidi ‘Jeanne d’Arc’, che adoro). Oppure, come nel caso dei giacinti, si sono moltiplicati in una direzione, lasciando sguarnita una parte dell’aiuola. Ho fatto acquisti rigorosamente in bianco e blu, i miei colori preferiti. Adesso andrò a vedere che cosa dicono Margherita Lombardi e Cristina Serra-Zanetti nel libro “Le bulbose”, edito quest’anno nei manuali Salani (13 euro). Unico difetto di un libro sostanzioso e perfetto da consultare al lavoro: non c’è una foto neanche a chiederglielo in ginocchio. Per esempio per sapere che aspetto abbia Pamianthe peruviana, un nome che mi era sconosciuto, ho dovuto chiederlo a internet, che offre qualche immagine, per esempio in questo sito.

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"I fiori hanno un aspetto misterioso e oscuro. Non so dove, come, perchè, ma, in un certo senso hanno qualcosa di veramente sexy, cosa che di solito non è loro attribuita... Se fotografo un fiore o un pene non faccio niente di diverso." Robert Mapplethorpe

Mi sono ricordata che a Verbania, sul lago Maggiore, è in corso e durerà sino a domenica la decima edizione di Giardini e Libri (il programma qui). Così oggi pomeriggio ci sono andata, attratta anche dalla presentazione di due libri. Vi lascio i riferimenti, insieme a quelli di alcuni libri spiati nel salone-libreria a Villa Giulia. Per quanto non nuovi,  mancano nella mia libreria e ho l’impressione che li dovrei avere.

- Carola Lodari, I segreti di Flora, Editore Tararà, Verbania 2010, euro 13,00.
Un romanzo di questa botanica, traduttrice e scrittrice di giardini e piante  che è la storia di una donna, Flora, che compie un percorso botanico-giardinieristico per trovare se stessa.

- Laura Pelissetti, collana Ragazzi in giardino, Lupetti editore, ogni titolo 5 euro. La collana è nata da un progetto ludico didattico, per avvicinare i bambini al giardino. Notizie a questo indirizzo.

- Bruno Munari, Disegnare un albero, Edizioni Corraini, sesta ristampa gennaio 2010, 10 euro. La lezione di un maestro di creatività e design, un  piccolo capolavoro da leggere e rileggere (e ancor più guardare e riguardare) per liberare la mente da tutto il resto senza uscire dal tema della botanica.

- Federico Maniero e Elena Macellari, Giardinieri ed esposizioni botaniche in Italia (1800-1915), Ali&no editrice, 2005, 19 euro.
Lo avevo ricevuto a suo tempo, qualcuno me lo ha chiesto in prestito ancor prima che lo avessi letto e, come spesso succede, non è più tornato. Siccome non ci sono altri libri che trattano lo stesso argomento, me lo sono ricomperato oggi.

- Robert Mapplethorpe, The complete flowers, edizioni Te Neues, 124 euro. Di tutti questi libri, il meno utile, ma quello che mi coinvolge di più. La fortuna che certi libri costino tanto cari è che così, prima di aprire il portafogli, devo pensarci bene… Ma le foto di fiori di Mapplethorpe hanno un’armonia e un gusto compositivo unico, finirò per farmi un regalo.

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