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Archivio per la categoria ‘Occhio fotografico’

Echinacea e la modella Eleonora Kristal Bianchi in una foto di Viola AngottiQuesta settimana nell’ambito della mostra “Piaceri incrociati” a Nocera Umbra espone una giovane fotografa che ha trovato nei fiori e nella natura un argomento per alimentare la sua arte fresca e davvero originale. Confesso che mi ha fatto venire la nostalgia dei miei vent’anni pieni di passione per la fotografia e di sogni per il futuro. Lei, che di anni ne ha proprio 20, si chiama Viola Angotti ed è l’ultima delle tre figlie di Flavia e Aldo Angotti, vivaisti nocerini di Il gran Burrone (www.biovivaiogranburrone.com) che i frequentatori delle mostre di giardinaggio ben conoscono. Mettendo insieme il suo sentimento per l’armonia femminile, la familiarità con i fiori nella convivenza quotidiana con loro da sempre e il desiderio di esprimersi attraverso la fotografia, la talentuosa Viola ha realizzato una serie di “ritratti” in cui fiori e donne si fondono in un tutt’uno con una grazia leggera di straordinaria intensità. Lode anche all’artefice dell’elaborazione in Photoshop dei suoi scatti, un giovane web designer che si chiama Mirko Mariani.
Ecco qua: mi sembra di dover citare la mostra di Nocera per almeno due motivi: invitare chi è in vacanza in Umbria a visitarla (resterà aperta sino a domenica 9 agosto) e spezzare una lancia a favore di una nuova generazione di donne che si mettono in gioco con la fotografia, anche per interpretare un semplicissimo fiore di Echinacea purpurea rendendolo protagonista. Potete vedere scatti di echinacea, e non solo, nel suo sito www.violaangotti.com e leggere qualcosa sull’appuntamento che la riguarda nel sito del giornale Spoletonline (www.spoletonline.com/?page=articolo&id=127852).

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prato_fiorito-interpretato-dal-fotografo-Emilio-Tremolada

“Ma chi sarà mai Gilles Clément” dice Emilio Tremolada inviandomi una sua foto non da esibire come professionista della fotografia, ma come amante della natura e dei giardini. I prati di collina e di montagna come magico ed eterno jardin en mouvement: ieri c’era questa scena esuberante di colori, oggi il sole secca gli steli e tinge di un biondo uniforme il prato. Domani, prima che secchi proprio tutto (in modo da conservare al massimo le proprietà nutritive dell’erba), il contadino sfalcerà per farne fieno e quando avrà rastrellato i dolci pendii il prato sarà un tappeto ordinato, verde chiaro un po’ spento: una pioggia e due giorni di sole lo trasformeranno in verde vivo. Poi tra un mese sarà pronto il secondo taglio da fienare. Su queste montagne piemontesi si chiama riorda ed è più pregiato del fieno del primo taglio perché più tenero e più appetito dal bestiame. Per chi considera i prati altrettanti giardini spontanei di infinita armonia, i fiori di questa foto nel loro magnifico cromario bianco-blu-rosa-giallo resteranno a ricordo di una stagione precisa: la primavera avanzata. Nel giardino in movimento i semi germinano ora, ma quasi tutte le specie formano solo una rosetta di foglie a livello del terreno, sicché più avanti in stagione la falce non riuscirà a distruggere ciò che dovrà andare a fiore il prossimo anno. Qualche specie, come la salvia dei prati che è perenne (lo sa chi la coltiva in giardino anche nelle varietà proposte dal vivaio Priola),  si rigenera rapidamente e torna a punteggiare il prato con i suoi fiori, infiorescenze su infiorescenze senza sosta sino all’autunno.
Nota botanica: il blu è quello di Salvia pratensis; il rosa di una leguminosa, Onobrychis viciaefolia; il bianco è quello delle margherite (Chrysantemum leucanthemum); il giallo in basso a sinistra è quello di una piantina semiparassita che talvolta forma grandi colonie, Rhinanthus alectorolopus, mentre la punteggiatura gialla che si intravede sul fondo appartiene ad un Senecio o ad un Hieracium (mai azzardare il nome della specie, se non si è visto con cura, soprattutto nel caso di piante difficili da determinare come queste composite).
Nota tecnica: la foto è stata scattata con una Nikon D300, obiettivo grandangolare 24 mm, diaframma f 8 e tempo 1/500.
Nota epicurea: immagino che Trem si sia molto rilassato a sprofondare nel prato, a immergersi nel mare di fiori e a scattare questa foto ad altezza d’erba, con l’obiettivo praticamente  addosso alle corolle: il grandangolo fa sembrare tutto un po’ distante, ma allarga gli orizzonti e conserva a fuoco la scena in profondità se lo si desidera. Una scelta, quella di Trem, che condivido, per documentare con un abbraccio il jardin en mouvement che sfugge alle teorizzazioni di Gilles Clément ma non all’arte consumata della natura.

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Contro la pioggia, viva la fotografia

C’è il diluvio da giorni e non possiamo uscire di casa per fare il nostro lavoro? Daniele Cavadini, fotografo di viaggi e natura che illustra su ‘Gardenia’ la rubrica del maestro giardiniere Carlo Pagani, ne approfitta per mettere a posto al computer qualche sua nuova foto e me ne manda una. Sarà un caso: non è una scena di spiagge assolate, né di natura risorta primaverile, ma la foto di una foglia sempreverde di aralia tempestata di gocce di pioggia. E il bianco e nero è come questi giorni incolori gonfi di nuvole. Il suo però è un bianco e nero brillante, ben più magico di un’immagine colorata. Lascio a Daniele il piacere di raccontare uno di quei momenti in cui si capisce che si sta uscendo dalla banalità della routine per entrare nel processo della creazione.

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“L’ho scattata da Carlo Pagani in un giorno di pioggia e mi ha risvegliato la passione. Dopo un interminabile viaggio in auto da Milano a Budrio, tutto sotto la pioggia, sono arrivato al garden stanco e sconfortato per il brutto tempo. Mi sono sprofondato nel suo comodo divano a meditare depresso su come rimediare le foto che mancavano per completare la nostra rubrica. Ogni tanto mi alzavo per andare a scrutare il cielo sperando in una qualche schiarita. Macchè, acqua a scrosci, anche Carlo era scomparso. Ho pensato allora di tirar fuori la mia nuova EOS 5D, ordinata da ottobre e ritirata giusto la sera prima, e non vedevo l’ora di provarla. Ho cominciato a fare un po’ di scatti a casaccio senza uno scopo preciso, giusto per vedere come rispondeva e fare dimestichezza con i comandi, purtroppo disposti in modo diverso dalla 1Ds che uso abitualmente. Ho montato il buon Sygma 180 macro e mi sono aggirato nel garden alla ricerca di qualche soggetto da provare. E’ così che mi sono imbattuto in queste foglie di aralia coperte di gocce di pioggia. Appena scorte ho capito subito che il soggetto mi avrebbe regalato qualche bella foto. Poi a casa con un po’ di post produzione ho convertito in bianco e nero, ho lavorato sulle alte luci per mettere in risalto la lucentezza della foglia e ho aumentato il contrasto e la chiarezza per valorizzare le gocce. Per una giornata che non prometteva nulla di buono è stata proprio una bella soddisfazione. Comunque è proprio vero che se sappiamo guardarci intorno in qualsiasi situazione possiamo trovare il bello. E la fotografia ti permette questo. Viva la fotografia.”

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Con quei fiori in mano e tra i capelli

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La foto che vi mostro mi ha molto colpita, come se la smorfia su quel volto nel piano americano fosse la risposta ironica e non violenta a razzismi gratuiti e striscianti, purtroppo sempre più spesso buttati in faccia alla società civile anche da parte di coloro che dovrebbero essere i primi a praticare l’arte di unire e non di dividere. E se la foto sfiora soltanto gli argomenti di questo blog grazie ai fiori – finti, per quanto possa importare il dettaglio – che ornano i capelli e tengono occupata una mano della persona ritratta, non marginalmente riguarda le mie scelte di apertura alle civiltà degli altri, di volontà di convivenza e tolleranza. La stessa apertura tra documentazione, compassione e persino complicità che sta alla base di questa fotografia di Dario Fusaro, meritatamente uno dei più quotati fotografi italiani di piante e giardini del momento, ed ecco un altro motivo per cui sono autorizzata a mostrare una sua foto sul mio blog. Qualche giorno fa Dario mi ha chiamata al telefono per un saluto e, discorrendo del più e del meno, mi ha raccontato di aver ritrovato in archivio foto in bianco e nero scattate oltre dieci anni fa in un campo nomadi alle porte di Torino. Gli sono sembrate molto attuali per l’argomento, ma non solo per questo motivo. Chi fotografa, dipinge, compone musica, scrive o pratica un’arte passibile di affinarsi ed evolvere ogni giorno con la pratica costante, spesso rifiuta come superate, magari come elementari, opere di pochi anni prima. Invece, mi raccontava appunto Dario, a lui sembra di potersi ancora riconoscere in quel reportage realizzato a puntate nel modo di cogliere la realtà e di riquadrarla in un click, sicché gli è venuto voglia di farne una mostra. E mentre me ne parlava – ormai si usa spesso fare così – mi ha inviato per e-mail alcuni scatti di quella sequenza e in diretta abbiamo commentato insieme la sua scelta del bianco e nero, i ritratti di persone con una loro dignità non necessariamente rispondente alla nostra, le sue levatacce mattutine per andare in quel luogo di baracche fatiscenti e di fango dove vivevano, nella ricca Torino degli anni Novanta, intere comunità di rom. Luoghi che tornano ciclicamente alla ribalta da decenni e decenni, per un motivo o per l’altro, ma sempre e comunque in nome di un malcelato odio verso chi è diverso e ha rapporti con la nostra civiltà non allineati. Dario invece è una persona calma, ponderante e lucida, che usa le armi dell’understatement e della poesia per mettere a frutto il proprio talento ed entrare in comunicazione con gli altri. Che siano i giardini progettati da Anna Scaravella e Paolo Pejrone – che ha fotografato per alcuni libri Electa – oppure le terrazze milanesi dei servizi per Gardenia o ancora i paesaggi urbani in cui si inseriscono gli zingari di una baraccopoli, Dario dà spazio alla propria creatività compositiva (è stato grafico e illustratore prima che fotografo) sempre con eleganza e una finissima ricerca di luci morbide. E se per i giardini e i primi piani di fiori eleganza e morbidezza di luci sono forse d’obbligo, non sono altrettanto necessari per gli zingari di un luogo degradato ai margini di una metropoli, raggiunto da un bravo fotografo con una levataccia per poterli cogliere nelle luci tenui di un mattino di festa, con quei fiori in mano e tra i capelli. C’era uno che cantava: “Ho visto anche zingari felici”. Qualcuno ricorda?

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il-sonno-delle-meleLa sede di Archeologia Arborea a San Lorenzo di Lerchi, presso Città di Castello (Pg). C’è una luce dolce, una luce invernale, nella stanza da letto dominata dal blu del copriletto, dal verde acqua delle cassette di plastica, dal giallo e rosso delle mele. E’ una delle camere della foresteria che Livio Dalla Ragione e sua figlia Isabella hanno allestito per amici e ospiti, spesso  braccia che sono corse in aiuto quando nel loro frutteto – museo – collezione c’era tanto da fare.

Livio non c’è più, Isabella da sola mantiene viva l’associazione nata nel 1989, che vuol dire aver cura quotidiana di quel luogo tanto amato e della memoria del padre. Invece Trem, il fotografo Emilio Tremolada, ricorda di aver scattato questa foto affascinante e bizzarra e me la manda, con mele ‘Annurca’, ‘Cerata’, ‘Cantianina’, ‘Rotolona’, ‘Pagliaccia’ per non parlare di altre varietà locali dai nomi irriverenti come ‘Cul di Somaro’. Un piccolo esercito di pomi nell’invasione pacifica di una linda camera da letto. Tutto così bello e vero che pare di sentire l’aroma che si sprigiona dai frutti, messi lì come per sfuggire all’inverno, o indurli al letargo prima del risveglio primaverile. A risvegliarsi invece saranno gli alberi che li hanno prodotti, molti dei quali adottati da chi crede che il recupero delle vecchie varietà locali sia la condizione indispensabile per avere ancora frutta domani. Oltre che per perpetuare la memoria della nostra terra.

Chi vuole collaborare e associarsi ad Archeologia Arborea può farlo visitando il sito  www.archeologiaarborea.org. Adottando un melo, dovrà impegnarsi a visitarlo almeno una volta all’anno e a raccogliere i suoi frutti, lasciandone sull’albero, secondo una vecchia tradizione umbra, uno per il sole, uno per la terra e uno per la pianta.  Archeologia arborea è anche tra i soci fondatori della Rete Semi Rurali, ma questo è un discorso che vale un altro post, così ne riparleremo. Intanto grazie a Trem per avermi dato la possibilità, con il suo fotogramma pieno di atmosfera, di parlarne. E di aver aggiunto note importanti con il commento che potete leggere qui di seguito.

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daniele-cavadini-e-il-cielo

Nel portfolio di Daniele Cavadini (www.danielecavadini.smugmug.com) ricorrono i temi della sua pressoché trentennale attività di fotografo e delle sue passioni di biologo: i luoghi della terra, i mari, i deserti, le montagne, gli animali, le piante, i giardini, le persone, insomma tutte le componenti vive e vitali  del mondo in cui viviamo. Ma quando ho chiesto a Daniele una foto con la quale porgere insieme gli auguri di buon anno a chi legge il mio blog, (more…)

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Prima di cedere la parola ad un ospite che ha qualcosa da dire, devo dirne due io, di parole, sul potere del web. Un mio post dalla mostra di Paderna raccontava che Persicaria filiformis è infotografabile, un fotografo milanese che conoscevo solo di nome, Emilio Tremolada (www.emiliotremolada.it), fa un giro su internet, legge e mi manda a dire che non è affatto vero. (more…)

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