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Archivio per la categoria ‘Pensieri verdi’

Conosco donne belle, vere, intense e donne che rincorrono i successi maschili e i modelli che non appartengono al lato più credibile dell’altra metà del cielo. Ne conosco tante che si occupano di verde e hanno cuore di giardiniere, o che hanno fatto del verde una professione, sicché di quelle ragiono.

Ho visto stamattina che le sue piantine di zucca stanno crescendo, così mi sono ricordata di lei. Una giovane donna, una blogger, un mese e mezzo fa a Camaiore mi ha toccata sulla spalla chiedendomi se ero Mimma Pallavicini e mi ha allungato con un sorriso una bustina di carta tirata a mano, con dentro un bigliettino con una composizione di petali colorati e, in mezzo, un pizzico di semi di zucca a far compagnia a una dedica piena di affetto. Ci conosciamo solo per come ci presentiamo nei nostri blog, ma riempie la vita sentirsi in sintonia e volersi bene. Un’altra donna ha accolto con entusiasmo la mia proposta di fare laboratorio di ricamo dei fiori invito-laboratorio-ricamo-a-Flowers-and-Food-a-Acqui-Termealla mostra Flowers & Food che si svolgerà sul Corso Bagni di Acqui Terme (AL) il prossimo fine settimana (25 e 26 maggio). Siamo tutte donne in carriera, facciamo vita affannata e quando ci avanza un attimo ce ne stiamo in giardino a armeggiare tra i fiori o visitiamo le mostre di giardinaggio. E allora, perché non sederci insieme e ritrovare il bandolo di un mondo femminile che non ci ricordiamo neppure più, fatto di manualità, tranquillità, tempo per discorrere e imparare i gesti che scrivono e disegnano con ago e filo? Detto fatto. La bresciana Monica Crescini ha fatto un imparaticcio prendendo a modello il logo della manifestazione, per altro anche quello disegnato da una donna. E sabato pomeriggio insegnerà a chi lo vuole i segreti del ricamo, sedute in mostra in una cornice di fiori e con Betti Calani che, poco più in là, organizzerà mazzi e bouquet per le appassionate dei fiori e della bellezza.

Se apprezzo donne così, come faccio a trattenermi davanti all’affarismo arraffone di chi disfa il lavoro nella direzione della cultura del verde che ho costruito per trent’anni? Per caso sono finita nella pagina facebook della mostra di Courson e lì ho trovato  “Manuflor, Italie. Cette jeune pépinière installée à Gênes s’est spécialisée dans la production de végétaux rares et difficiles à trouver. Aux côtés d’une foule de vivaces et d’arbustes rares, elle présentera des traitements bio adglicine-violetto-chiaroaptés aux graines et aux bulbes.” Mi hanno poi detto che ha pure vinto un premio per i “suoi” glicini. Non ho potuto esimermi dal lasciare un commento. Rigorosamente in italiano in modo che l’organizzazione, se vuole, debba farsi tradurre il testo. Va bene tutto, ma in tanti in Italia, un anno fa, abbiamo riso il giorno in cui sono stati acquistati nel vivaio di Francesco Vignoli e siamo stati avvertiti  che la prossima mossa di un sedicente vivaio, in realtà un’organizzazione commerciale da mercato rionale con il fiuto per i buoni affari, sarebbe stata la vendita dei glicini di questo vivaista specializzato da molti anni (www.wisteria.it).  Ma Courson è in Francia e là il tam tam non è arrivato. Comunque, con un episodio così m’è scaduto pure Courson. Meno male che ci sono le “mie” donne di fiori, una con la vanga, un’altra con il computer,  una con ago e filo e un’altra con il blocchetto di oasis, tutte con i fiori in testa e un amore che riempie la vita e che è così bello condividere.

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Che sorpresa la vita

“Il nido delle rondini quest’anno è rimasto vuoto – ho detto l’altro giorno a mio marito. – Mi sembra che suoni sinistro, che le rondini non vengano a casa nostra”. E lui, che ha un carattere sempre ottimista, mi ha annunciato che nel nido ci sono comunque nuove creature: “Ho sentito stamattina mentre passavo, ma non so chi siano i genitori”. Allora ieri pomeriggio, nell’unico sprazzo di sole da giorni, sono rimasta affacciata al finestrone della veranda, aspettando di vedere se un qualche uccellino usciva da sotto il portico. E ho visto un codirosso, anzi ho visto la coppia che volava su e giù nel cortile. Mi sono ragionata che nella vita bisogna sapersi accontentare e non volere l’impossibile, purché ci sia vita. Gli implumi del codirosso sono sotto il portico, nell’appartamento delle rondini e da ieri faccio attenzione ad attraversare il pianerottolo del primo piano di casa: il pavimento è di legno e ogni passo crea un’onda là sotto, a pochi centimetri da nuove fragili vite che hanno scelto proprio casa mia per venire al mondo e crescere.

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Villa-Manin-durante-FlorealFestReduce da FlorealFest nell’esedra di Villa Manin a Passariano (UD), con il sole giusto il giorno di Pasquetta, mi appresto ad un altro week end che, in via scaramantica, ha subito variazioni logistiche all’ultima ora perché, in caso di altra pioggia, la manifestazione non ne debba soffrire. E insomma. A decidere per tutti ormai è il tempo. Alla prova dell’acqua a catinelle lo spazio straordinariamente armonico di Villa Manin non ha retto tanto bene, colpa di una manutenzione carentissima (pozzanghere grosse come laghetti nel prato e non solo) che fa il paio con un cattivo gusto esecrabile, che suggerisce ai gestori della Villa (divenuta proprietà della Regione Friuli Venezia Giulia) di acquistare transenne giallo girasole, in modo che si vedano bene e facciano pendant con il colore degli scuri alle finestre della villa. In Italia si dovrà pure affrontare prima o poi il problema di questi luoghi che sono perfetto biglietto da visita di chi siamo, in tutti i sensi. Illustrano la grandeur del passato delle nostre architetture, le scommesse di stile e creatività di un popolo (non solo ricchi e nobili, ma anche artigiani, maestranze abilissime, architetti visionari) e la miseria dell’abbandono che ha poi imposto recuperi assai più costosi di quanto sarebbero stati necessari se il restauro fosse stato costante. Sicché la sequenza è: si lascia andare, qualcuno grida allo scandalo, si cercano i soldi per il recupero, si spendono non si sa mai bene come cifre fuori da ogni logica, si destina l’immobile e il suo verde a qualsiasi cosa e ricomincia, con la gestione, una nuova forma di abbandono, tanto più colpevole in quanto mangia costantemente altro denaro senza che si veda in che cosa viene impiegato, dato che la manutenzione non è il nostro forte. Lo pensavo tornando a casa e dalle parti di Brescia, ferma a fare benzina in autostrada, alzando lo sguardo ho visto un manifestomanifesto-Venaria-Reale 6×3 pubblicitario della Reggia di Venarla Reale. Una spina nel fianco, per me. Hanno il denaro per pubblicizzare la Reggia su un’autostrada dove la gente sfreccia a oltre i 100 km all’ora, ma non per la manutenzione decente di un giardino che potrebbe essere una meraviglia, non fosse altro che per il respiro degli spazi. Ma questa è l’Italia del bello svillaneggiato.

Per non ferire il bello dei prati verdi antistanti le mura di Lucca, per non rischiare di affondare nella terra e limitare l’accesso dei visitatori e il lavoro degli espositori, ieri la municipalità di Lucca ha deciso: per VerdeMura, che inaugura domani mattina e dura questo fine settimana, niente spalti, niente cannoniere, niente baluardo San Martino. Tutto si svolgerà sul tratto di mura di Porta Santa Maria, tutti in cima alle mura per l’occasione chiuse all’accesso. E d’altronde non si sa come vada questo clima ancora invernale, anche se si sa che tra sabato e domenica a turbare il rito della manifestazione dovrebbero esserci solo sporadiche nuvolette. Unici a beneficiare di questo ritardo delle fioriture, saranno gli appassionati collezionisti di camelie della Lucchesia e di ranuncoli: troveranno una mostra delle une e degli altri con decine di varietà più del previsto, proprio perché il tepore primaverile è ancora di là da venire. Io sono contenta per i ranuncoli: mi piacciono moltissimo e fotografarli ancora di più.

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Tornavo sulla strada del bosco verso casa, brancolando nel buio e tra le nuvole basse di questa serata di pioggia così autunnale. E, lenta come una lumaca,  per non finire ribaltata cercavo di ricordare il punto preciso in cui c’è la sorgente d’acqua che buca l’asfalto proprio in mezzo alla strada. Da vent’anni conosco questo problema di acqua sorgiva che, soprattutto nei periodi di forti piogge, viene fuori prepotente, fa sprofondare la strada e forma un’enorme pozzanghera, mettendo in pericolo l’incolumità di chi transita in auto. Di tanto in tanto, diciamo una volta ogni due anni, passa qualcuno dell’ANAS e butta un po’ di asfalto nella conca che si è formata, livella e si sente a posto per altri due anni. Ma il problema rimane, e giù a commentare che dovrebbero incanalare tutta quell’acqua, con quello che costa, con i danni che compie anche a valle sull’altra strada che corre in basso, infatti interrotta di tanto in tanto per smottamenti. Quando transito con altri a bordo, che mi vedono slalomare senza capire perché, racconto che vorrei vivere in una nazione dove i problemi vengono affrontati una volta per tutte, civilmente, perché livellare la strada è un palliativo, come spesso vietare o permettere per legge qualche cosa. Una volta i limiti dell’atrazina nell’acqua delle risaie erano a certi valori e quando hanno scoperto che erano ampiamente superati ovunque in Italia ci siano risaie, invece di correre ai ripari vietando il prodotto hanno alzato per legge i valori consentiti. Da stasera ho la sensazione che non si faccia più neppure questo, e si stia lentamente e inesorabilmente cedendo a burocrazie punitive che tutelano le istituzioni puntando il dito sul singolo cittadino, di continuo colpevolizzato di esserci, di avere in proprietà la casa in cui vive, di possedere un conto sul quale riceve lo stipendio, di fare figli e di volerli mandare a scuola, di usare l’auto per andare a lavorare fuori mano in un luogo non servito dai mezzi pubblici. Stasera ho visto che sul margine della strada, 20 metri prima del problema, in entrambe le careggiate hanno sistemato un palo con su il cartello triangolare di pericolo, con un punto esclamativo e, sotto, onde azzurre.
A me creano più sgomento queste iniziative di quotidiana, contorta e dispendiosa stupidità che i grossi fatti di cui ci si indigna, per dire: l’affaire Monte dei Paschi o i parlamentari alla Scilipoti. Segnali stradali come segni. Mi sgomentano perché mi ricordano quanto siano radicati la stupidità e il sadismo da regime (ho scritto da, non di: chi vuole capire, capisca), quanto sia capillare sul territorio la convinzione che, finita la stagione del paese di Bengodi, i problemi da adesso in avanti se li devono scazzare i cittadini. Da stasera se mi ribalto in auto, perché inghiottita da una voragine piena di acqua in mezzo alla strada asfaltata che mi porta a casa, sarà solo colpa mia. Il cartello appena piantato al margine della carreggiata (e al cui acquisto ho partecipato anch’io in quanto contribuente) sarà lì a fare da promemoria per conto delle istituzioni: “Te l’avevo detto”.  Pace e amen. Moltiplicate una piccola storia personale per l’intero territorio nazionale e per sessanta milioni di cittadini, e sentirete come me il bisogno di una ventata di primavera. Difficile credere che possa essere quella proposta da Grillo.
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Che cosa vuoi mai, con tutta la pioggia che c’è stata non si poteva pretendere di fare numeri di visitatori”. Questo è il marzo più freddo, piovoso e nevoso degli ultimi 50 anni, nel mio giardino si sono rifiutati di fiorire i crochi (o lo hanno fatto sotto la neve e non li ho visti) e le scille bifoglie sono in ritardo di 20 giorni, ma il problema delle manifestazioni di giardinaggio non è questo. Il problema è articolato, passa dalla saturazione della gente che è pari all’esplosione di nuove mostre mercato. L’idea di qualcuno di fare business con manifestazioni a pagamento cozza contro l’idea dei possibili visitatori su come fare a sbarcare il lunario, altro che andare a vedere e comperare fiori e piante, per di più sotto l’acqua, con un freddo assassino, senza una buona reason why che almeno solletichi la curiosità… Il decollo della stagione in questo settore non è un granché, invece della partenza rombante di un jumbo sembra il tentativo di una mosca con le ali bagnate di alzarsi dal piano su cui è posata. Se si mette anche la primavera a fare i capricci, a risentirne sarà tutto il settore. Mancano idee, idee vere, entusiasmi veri, felicità vera di maneggiare le piante e coinvolgere altri in uno stato di grazia che non riesce neppure a sospettare chi non ha mai provato a stare in giardino con le mani sporche di terra e il cuore ripulito da tutto il letame che ci sta intorno. Evito di commentare i luoghi comuni che riguardano l’orto declinato nelle forme più bizzarre e improbabili. Ecco, spero che un giorno dei prossimi arrivi la primavera, un fiore di prunus che sboccia generi stupore, e un refolo di vento porti nelle città l’odore buono del letame maturo sparso nei campi misto all’aroma della terra umida, così almeno coloro che certe emozioni le hanno già provate possano ricordarsi di essere vivi ed esserne contenti.
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AAttraverso il blog bene informato di Lidia Zitara sono arrivata a un sito che si chiama Intersezioni, organo di informazione dell’ordine degli agronomi e dei forestali di Milano. E ho letto di una legge fresca fresca di pubblicazione, la n.10 del 14 gennaio 2013 che, a detta dell’agronomo Luca Masotto estensore dell’articolo, “può costituire un punto di partenza per una nuova cultura italiana dell’albero e del paesaggio”. Non so se è il malumore che mi ha messo addosso il cartello di pericolo incontrato poco fa sulla strada di ritorno a casa, ma io non credo che sarà così. Anche perché ho messo in rubrica i molti modi in cui si esprime l’italica ipocrisia, e con quanta spensierata leggerezza questo Paese si pulisce la coscienza sporca con una facciata politically correct. Dalla giornata nazionale degli alberi (ogni anno il 21 novembre), a un albero piantato per ogni bambino nato (con estensione adesso ai bambini adottati) sino alla collaborazione pubblico privato, niente di nuovo. Esiste tutto da molto tempo e se ancora siamo qui a chiederci che albero è il tiglio rimasto a memoria di un viale urbano eliminato, vuole dire che non ha funzionato presentare così le cose. Sarebbe primavera pensare che ad aprile portano i bambini delle elementari a fare scuola nel prato (con la guida di un naturalista, non delle maestre), i ragazzi delle superiori a fare la gita scolastica per tre giorni nei giardini storici, i cassintegrati a fare lavori davvero socialmente utili nelle aiuole spartitraffico abbandonate al loro destino come se fosse il diktat di Gilles Clément in vena di sperimentare l’efficienza delle erbe vagabonde… Invece niente di tutto questo. Rifacciamo leggi per l’ennesima volta, come se bastasse a compiere un miracolo. A mio parere il miracolo è possibile solo crescendo giorno dopo giorno con la convinzione, trasmessa da chi ci crede davvero, che un bosco è indispensabile per l’ecosistema in cui viviamo, il verde migliora la qualità della vita, un parco in città è un polmone, un orto scolastico un prezioso maestro di vita e benessere.

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Sono stufa marcia del politically correct, quando distorce il nostro rapporto con la natura o quando rivela una grave mancanza di equilibrio nel stabilire un ordine ai valori. Ci sono priorità, a me pare, e regole di civiltà e convivenza. O no? La considerazione nasce da una esasperazione. Tre cani abbaiano, anzi urlano, sotto casa mia dall’estate scorsa, notte e giorno ogni volta che passa un moscerino o un’auto, e a nulla vale cercare il contatto sereno con i proprietari o chiedere consiglio alle istituzioni, gli uni e gli altri sordi al diritto comune al silenzio e alla pace. Le urla peggiori si sentono quando uno dei cani viene lasciato libero (per di più in strada) e gli altri due, chiusi in un recinto squallido dall’altra parte del cortile, si sentono da meno e si agitano imprecando contro l’altro. Ma i cani hanno i loro diritti e bisogna lasciar fare. Per altro Berlusconi abbraccia un cagnolino per fare una tenerezza impossibile da provare nei suoi confronti, Monti replica baciando in diretta alla TV un cucciolo che poi si porta a casa, ribattezzandolo subito Empathy. Cani teneroni al servizio della campagna elettorale, quando non lo sono delle frustrazioni di chi non riesce ad avere rapporti normali e sani con il mondo. In Italia i cani registrati sono 7 milioni, senza contare quelli randagi che, per esempio, “adornano” a branchi le passeggiate turistiche dell’isola di Ischia e le architetture barocche di Noto.

La dice lunga questo cartello, trovato per caso su ebay. Se bisogna stare attenti ai cani, talvolta bisogna temere ancora di più i proprietari, ma non nel senso che intendono loro...

La dice lunga questo cartello, trovato per caso su ebay. Se bisogna stare attenti ai cani, talvolta bisogna temere ancora di più i proprietari, ma non nel senso che intendono loro…

So per certo che gli animali da compagnia, che suscitano in tanta gente una empatia che altrimenti non riesce più a provare, hanno ormai maggiori diritti delle persone. Lasciamo pur stare le mie orecchie sbranate dall’isterico ringhio canino fuori dal mio cancello. Ma conosco troppi cittadini che portano dal dentista il gatto quindicenne (e pagano profumatamente per questo) e ritengono di non dover contribuire, con le proprie tasse, a garantire la salute di chiunque viva sul territorio italiano, compresi marocchini, nigeriani e romeni.
So anche che il rapporto distorto con la natura si fa forte ipocritamente di due pesi e due misure: la natura è da violentare quando fa comodo, che so, per costruire un nuovo albergo in un ecosistema speciale e fragile (o per farci passare una TAV scellerata verso la Francia), oppure da preservare se l’intervento per ristabilire l’equilibrio comporta costi e impopolarità su qualche fronte (politico, di gruppi di potere, di corporazioni). Se in Piemonte un cinghiale ti attraversa la strada, ti conviene buttarti nel precipizio che è a lato della carreggiata piuttosto che investire il cinghiale, perché la Regione, invece di aiutarti a riparare l’auto scusandosi che un animale selvatico (patrimonio di tutti) abbia scelto di irrompere sulla scena in cui tu legittimamente sei autorizzato a transitare, ti chiede i danni per aver abbattuto un animale in quanto, appunto, patrimonio di tutti. Eppure i cinghiali sono sicuramente in sovrannumero, proliferati disperatamente nei territori all’abbandono e dilagati al punto che ora ce ne sono anche dove non ci sono mai stati e provocano gravi danni ambientali. Di fronte a casa mia un vasto prato tra i boschi è stato letteralmente arato per anni dai cinghiali in cerca di bulbi di croco: infatti quel prato, che a inizio marzo era trapuntato dai fiori bianchi e violetti di Crocus albiflorus, adesso non ha più un solo fiore. I cinghiali sono comunque prioritari: ma chi lo ha detto e per quale motivo? Poi ogni tanto si dà la soddisfazione ai cacciatori con una campagna di abbattimenti…
La natura che si vendica del malgoverno del territorio fa il paio con gli uomini che confondono i valori e, alla fine, succede quel che in Inghilerra è successo con le volpi. Vietata la caccia alla volpe perché scorretta politicamente, le volpi hanno cominciato a riprodursi in modo esagerato, hanno imparato a trovare cibo nei cassonetti della spazzatura, più comodi che andare a caccia e sufficienti a sfamare un numero ben maggiore di volpi, e hanno invaso Londra. L’altra notte una è entrata in una casa aprendosi da sé la porta d’ingresso, ha sentito profumo di neonato e, per fame, gli ha azzannato una manina. Solo l’arrivo disperato della mamma ha messo in fuga l’animale, a cui è stato strappato di bocca un dito.
Con questo esempio non voglio dire che sia sempre così. Ma che bisognerebbe capire in quale direzione stiamo andando. E a quelli che rivendicano a oltranza i diritti degli animali dico di lasciare da parte qualche volta i luoghi comuni buonisti e coccolosi,  per ascoltare le ragioni di tutti gli altri viventi e valutare con saggezza l’impatto delle loro scelte e la direzione da prendere. Sennò si ripetono sempre gli stessi errori. Sul fronte piante, tanto per dire, sono gli errori fatti piantando sconsideratamente eucalipti e criptomerie nel nostro meridione, o favorendo l’avanzata della robinia, solo per il fatto che il suo legno brucia anche appena tagliato.
Possibile che non si impari mai niente? Che la gente che muore di fame nel terzo mondo, i bambini rom di Milano che non possono andare a scuola perché le isttuzioni spostano continuamente i campi a disposizione delle loro comunità, le donne lapidate nei paesi arabi vengano dopo i cani “meno fortunati” da adottare? Ho suscitato un certo malumore, prima di Natale, nella hall dell’ipermercato in cui mi servo. A chiudere, praticamente sbarrare, il passaggio dei clienti verso l’uscita c’era il banchetto di un canile con un grande banner: “Fate un regalo di Natale ai cani meno fortunati donando una confezione di crocchette”. Al ragazzo che cercava di convincermi, non lasciandomi transitare, ho detto pacatamente: “No, grazie. Troverò giusto provvedere ai cani quando avrò donato a tutte le organizzazioni che provvedono agli esseri umani meno fortunati”. Ho sentito che mi rincorreva, astioso come i cani che stanno abbaiando qui sotto casa mia, con una gragnuola di vaffan…  Ho avuto voglia di tornare indietro e di prenderlo per il bavero: “Te l’ho detto bene, ho esposto le mie ragioni con civiltà e tu devi accettare che qualcuno abbia un’opinione diversa e non intenda collaborare a dar da mangiare ai tuoi cani.” Invece ho cercato conferma delle mie ragioni accendendo l’ipad e cercando su wikipedia “lapidazione”. Ricordavo di aver letto le modalità in Iran: “Le pietre non devono essere così grandi da far morire il condannato al solo lancio di una o due di esse; esse inoltre non devono essere così piccole da non poter essere definite come pietre”. Pietre di uomini per ammazzare uomini, crocchette ai cani. Ecco, lo scorso anno l’Iran ha abolito la lapidazione, forse un giorno riuscirò a dimostrare la mia partecipazione alla vita di tutti anche offrendo crocchette come dono natalizio ai cani meno fortunati. Nel frattempo sarò diventata dura d’orecchi, se non per vecchiaia, per le feroci urla dei cani sotto casa. Che lascio abbaiare per essere politically correct nei confronti di chi non lo è con me. Se qualcuno la pensa diversamente, me lo dica.

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Saxifraga-LakaIl fisco si appresta, forte di una legge nuova di zecca, a venire nelle nostre case per controllare se la biancheria intima riposta nei cassetti e le pentole che usiamo in cucina sono di un tipo costoso che, dalla nostra dichiarazione dei redditi, non potremmo permetterci. Sono una cittadina che cerca di essere in regola con la società civile (anche con quella che attualmente dovrebbe esserlo e non lo è) come con se stessa. Ritengo l’iniziativa stupida e soffocante, oltre che lesiva delle scelte individuali (conosco anche poverette in tutti i sensi che si comperano i tailleurs Dolce & Gabbana a rate), ma sarò lieta di offrire pane e salame e un bicchiere di vino buono (talvolta costoso, talvolta no) al funzionario che, in nome dello Stato gabbato dai furbi, volesse frugare nei miei cassetti. Troverà slip di cotone da jeunes filles en fleurs e sobrie canottiere in filo di Scozia di un modello basic maschile che mi va benissimo. Mi sono fatta una sceneggiatura:
Scusi, e le sue canottiere dove sono?
Queste. Perché?
Ma mi faccia il piacere: queste sono da muratore…
Non offenda, sono da giardiniera che bada alla qualità della vita ma se ne frega dei pizzi dentelle!
E così via. Forse, sto ragionando, è arrivato il tempo della riscossa di chi ha anteposto ciò che è vero e naturale al lusso scialacquatore. Farò vedere ai signori dell’agenzia delle entrate il legno tarlato e povero (vero, non shabby chic) recuperato e riutilizzato in una ristrutturazione sostenibile che vent’anni fa fece ridere i benpensanti (spendendo, per altro, più che se avessi fatto ex novo strutture e mobili di legno pregiato), poi farò vedere le sassifraghe sui davanzali, quelle sì ricchezza di una casa in cui trovo i miei piaceri senza dover cedere ai luoghi comuni del benessere borghese.
Dal telegiornale apprendo oggi che la Comunità Europea ha appena condannato l’Italia a pagare centomila euro di danni a un gruppo di carcerati perché li ha ospitati in strutture disumane. In cambio della visita a casa mia chiederò il diritto, in qualità di contribuente di questa nazione, di giudicare le celle per controllare se lo Stato tanto ligio nei confronti degli onesti lo è altrettanto con gli altri, compresi coloro da punire privandoliSaxifraga-vayredana della libertà. Certo è che le sassifraghe sono una bella via di fuga, e la auguro a tutti al posto dei rolex d’oro e delle mutande firmate. Dovrò suggerirle, come via di fuga appunto, anche per i davanzali dei detenuti costretti in carnai disumani che io, pur pagando le tasse, non sono riuscita a evitare. Se non hanno i soldi per comperarle, come presumo, posso chiedere al Marco Picca del vivaio Vivalpi di insegnarmi a fare talee. Datemi tempo e ce ne sarà per tutti.

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Come se fosse aprile

Sono qui a lavorare con la porta aperta sul giardinetto. Che sia inverno lo dice il calendario, mentre il termometro dice che è aprile. E’ quasi mezzanotte del 6 gennaio e qui a 800 metri ci sono 12 gradi. In genere sono molti meno, non di rado sono 12 gradi sotto zero. E’ la prima volta che sento aria di aprile in gennaio e, per quanto sia contenta che non faccia freddo, mi sento in allarme. Non sono la sola: oggi un vecchietto mi ha detto “Quando fa caldo fuori stagione c’è sempre un terremoto in arrivo”. Uno ha commentato: “I maya sono in ritardo, hanno sbagliato di poco la data”. Se nelle ore centrali di oggi c’erano 21 grandi, per domani ne sono previsti 16. Attendo di vedere i peschi che fioriscono, qui sulle Alpi, e mi sento in allarme. Il grafico degli ultimi giorni è quello  dell’Arpa Piemonte, che ringrazio. TERMAS2566

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Invece il tempo esiste

Sono “perseguitata” da un libro – Refranero espanol – da circa quarant’anni, quando lo ebbi in prestito, come allieva di spagnolo, dal professore Pablo Luis Avila Molina all’università e giurai che lo avrei restituito dopo l’uso. Le fotocopie allora erano molto costose, perciò contavo di trascrivere i proverbi e i modi di dire che mi interessavano. Se gli anni non sono quaranta, sono quarantuno, quando Pablo viveva in via Sforza a Milano ed era un adorabile riferimento per un gruppo di ragazzi come me che studiavano lingue.
Stasera mi è tornato tra le mani quel libro, ripescato da un piano mai frequentato della mia infinita e ormai quasi ingestibile libreria. Avevo provato un ventennio dopo a restituirlo ma, raggiunto al telefono, Pablo mi disse che era in partenza quel giorno stesso per Madrid con l’idea di fermarsi per un po’ e che quel libro, che pure gli mancava, poteva ancora rimanere affidato a me, purché la parola rimanesse la stessa, cioé che lo avrei restituito. Era un uomo di meravigliosa poesia (e infatti ha pubblicato parecchi libri come poeta), di straordinaria memoria (sentito il mio nome al telefono, dopo vent’anni chiese solo: sei la Mimma piemontese o la Mimma di Vigevano?), di esuberante creatività (oltre che poeta e docente di spagnolo, anche pittore), di cultura pari alla tolleranza e di sottilissima ironia. Abbiamo riso insieme al telefono dell’opportunità che mi veniva concessa di dimostrare di essere una donna di parola; erano passati vent’anni, ma certo: potevamo ancora attendere. Ma non l’ho mai restituito, nella sciocca convinzione che avrei dovuto cercarlo a Madrid. Mi dicevo: “Prima o poi mi prendo un week end madrileno e riporto il Refranero a Pablo”.
Stasera, accarezzando quel libro insieme ai ricordi che a lui sono legati, ho deciso di fare una piccola ricerca su internet, per sapere se di Pablo ci fossero tracce, con l’idea che forse era giunto il momento di riconsegnare il Refranero espanol al legittimo proprietario.
Su internet ho trovato qualche indizio e, con grande sorpresa, sono arrivata a stabilire che sino a due o tre anni fa insegnava all’università di Torino e nella stessa città nel 2009 ha tenuto una mostra di pittura. A poche decine di chilometri da dove vivo. Si è accesa la speranza di raggiungerlo, intanto ho letto una biografia, ho letto che è nato a Granada, e lo sapevo bene perché adorava la sua città di origine e ne parlava spesso anche a lezione, nato nel 1932, e questo non lo sapevo. Ho fatto velocemente il conto: ora ha ottant’anni, e li compirà di qui a poco, a inizio dicembre. Potrei impacchettare il libro, trovare una frase degna della sua ironia e portarglielo come se il tempo non esistesse. “Ciao Pablo, eccoti il libro. Ho fatto quattro o cinque traslochi, ho perso per strada tanti libri, ma il tuo no. Buon compleanno, come vedi il tempo non esiste” e aspettare una di quelle sue frasi gentili e ironiche che mettono a posto anche le emozioni. Ho navigato per oltre mezz’ora, ho trovato altro dell’ultimo decennio, nulla dell’ultimo anno. E poi una pagina del Corriere della sera del 17 febbraio scorso con il suo necrologio.
Stasera ho ereditato un vecchio libro spagnolo, e non avrei voluto, imparando ancora una volta a mie spese che il tempo esiste, eccome. Penserò a Pablo che dorme in un luogo di poesia come il piccolo cimitero di Prali che in questo periodo illustra la testata del mio blog. I giardini per lui erano parte della poesia che aveva dentro, innata. Spero gli vada bene anche un luogo sereno alternativo dove trovare pace alle proprie inquietudini e da dove aiutare chi resta a fare pace con il tempo.

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Abbiamo commentato in tanti che è innegabile: con questa edizione, l’ottava della versione autunnale, la mostra di Masino ha risollevato la testa dopo anni appannati e strafottenti, nei quali l’unico dato certo era il desiderio di rivendicare il proprio primato. E se ancora molto deve fare questa manifestazione capostipite di tutte le altre per scremare gli espositori puramente commerciali e affrontare il troppo carente controllo botanico, tuttavia sembra aver ripristinato l’atmosfera di santuario, un santuario, se non delle piante, di certo dei doni e delle grazie dell’autunno piemontese. Complice il bel tempo e la voglia dei molti visitatori di farne tesoro, anche se sempre di più Masino, come le altre mostre mercato di giardinaggio, tara l’affluenza sulle condizioni climatiche e di domenica incassa molto e poco ridistribuisce agli espositori. E insomma, lascio qui un mucchietto di segnali colti in poche ore di visita. L’ascesa delle acquatiche: quattro o cinque espositori; tra le bacche, l’evanescenza di quelle di Sorbus ‘Joseph Rock’ (vivaio Millefoglie); il cesto di rose color indian summer davanti allo stand Barni; le dodici varietà di patate della Valsusa ben esposte, raccontate e in vendita (varrebbe la pena di essere NO TAV anche solo per conservare questo patrimonio); Aster spathulifolium dalle grandi foglie pelose (vivaio Leonelli); l’unico stand allestito come una vetrina, con le graminacee, un banco parlante e poltrone anni Sessanta (vivaio Strano ma verde); i peperoncini ‘Habanero’ di 5 colori, i ‘Buth Jalokia’ e gli ‘Scorpion Red’, ovvero la gamma più piccante in assoluto, a movimentare lo stand della Casina di Lorenzo; gli oggetti fatti a mano e un po’ naif per abbellire l’orto di Le ceramiche fiabesche. Più un paio di incontri belli: quello con il vivaista di rose Paolo Pozzo radioso con Lisa, la sua bimba di due mesi, in braccio e quello con il silenzioso e affettuoso barbagianni (Tyto alba) a spasso con la sua proprietaria. Guarda un po’: c’è voluta una mostra di giardinaggio perché io potessi accarezzare il piumaggio luminoso e morbido di un rapace notturno.

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Ho saputo oggi che la prossima Floriade si solgerà nella città di Almere: lo studio di architetti che ha presentato il progetto ha vinto sulla candidatura di Amsterdam, Boskoop e Groningen. Vedere qui, e grazie a Nemeton, la rivista on line diretta da  Maurizio Corrado, da cui mi arriva l’informazione (www.nemetonmagazine.net).
Mi ricavo cinque minuti per dire la rabbia: noi italiani pianifichiamo un giorno per l’altro, nel mondo professionale in cui mi muovo se possibile ti dicono le cose chiedendoti di fare subito, ma vorrebbero che tu le avessi indovinate e prevenuto ogni desiderio. In Olanda non è ancora conclusa un’edizione di Floriade che già fanno vedere il piano quasi dettagliato di quella successiva. Non un anno o due dopo, ma  dieci anni dopo. Come se qui da noi si sapesse già che cosa se ne vuol fare dell’Euroflora del 2020.
Intanto Floriade 2012 di Venlo, nel sud-est dell’Olanda al confine con la Germania,  prosegue ancora sino al 7 ottobre. Se qualcuno deve imparare la tempistica, fa ancora in tempo ad andarci. Anzi bisognerebbe trasferire in massa pianificatori e amministratori nostrani, a cominciare da quelli dell’Expo universale del 2015 a Milano.
Io non posso fare molto neppure per soddisfare il mio personale piacere di pregustare gli eventi e la loro costruzione, sicché almeno lascio qui una manciata di appunti visivi della mia visita a Floriade 2012 di fine agosto. Tema: l’uso delle graminacee. Già imparare a lavorare con queste piante sarebbe un bel modo di guardare al futuro dei giardini e del paesaggio.

PS: tanto per dire che non sono solo gli olandesi ad essere ben organizzati sui tempi, lascio qui la prova che lo sono altrettanto in Germania. Nell’orto botanico (il primo della Germania: 1609) della  cittadina di Giessen, 70.000 abitanti, a nord di Francoforte, hanno già appeso il manifesto che annuncia la Landesgarternschau che ci sarà nel 2014 sul tema “Vivere la natura da vicino”, per altro con ben strutturato sito già in funzione (www.landesgartenschaugiessen.de).
Volando più vicino a casa, io questo fine settimana vado a vedere se tutte le pene degli organizzatori di “Piante e animali perduti” a Guastalla (RE) e di “Fiori frutti qualità”  a Celle Ligure (SV) sortiscono anche quest’anno i magnifici effetti che i visitatori si aspettano. Quello che stupisce della nostra nazione è che qui, perennemente nelle ristrettezze di mezzi e di tempi, non si sanno fare piani sulle lunghe distanze, ma i miracoli su quelle brevi sì.

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Al mercato dei sentimenti verdi

A forza di sentire sciorinare filosofie giardinieristiche, osannare i miracolosi effetti di giardinaggi da guerriglia e orti per bebé, approcci al verde talvolta profondi e motivati, altre volte banalizzazione becera dei propri bisogni, mi rendo conto di andare sempre più in direzione opposta all’aria friitta delle sensazioni, dei sentimenti, delle decorazioni da giardino così-belline-e-così-per-niente-impegnative. Credo che ci sia ancora molto bisogno di consolidare le fondamenta perché questo ambiente non sia un fuoco di paglia di un paio di decenni. Ormai trascorsi. Io per me voglio conoscere tutto ciò che di botanico-orticolo bisogna sapere per entrare in contatto con le piante in quanto esseri viventi con le loro specificità e tutto ciò che rappresenta il linguaggio dei giardini e del paesaggio e poterli decodificare, anche quando a pelle non sono in sintonia con il mio modo di sentire. Sto provando insomma una profonda avversione per i parolai (non devo pensare pertanto che di mestiere metto di fila parole) e una altrettanto profonda gratitudine per chi sperimenta e coltiva le piante in silenzio e ne coglie attitudini e caratteristiche, valorizza le loro peculiarità, scopre nuovi usi e propone nuove grammatiche. Tutto questo, credo, si sta radicando in me perché colgo nell’aria e nei fatti un momento storico che pratica l’arrembaggio delle emozioni come tecnica di sopravvivenza, per qualcuno economica, per altri interiore. Il fenomeno è più evidente nel settore vivaistico-giardinieristico che in altri settori. La spiegazione, dicevo l’altro giorno a qualcuno, è a mio parere che molti altri settori economici sono alquanto più in crisi del verde e a nessuno oggi verrebbe in mente di investire risorse, tempo e promozione per attività professionali, artigiane e imprenditoriali che non hanno più mercato. E così, sino a quando non sarà passata quest’onda negativa dei mercati che tutti chiamano crisi, o non ci si sarà fatta semplicemente una ragione che il mondo dopo l’11 settembre è cambiato, mi toccherà accettare il mercato dei sentimenti verdi a cui si riforniscono in troppi: mezz’etto di entusiasmo, tre carrette di piante ultimo grido, una manciata di sorrisi estasiati (con gridolino) da tirar fuori di tasca nelle mostre di giardinaggio e cento foto con l’iphone da mettere in rete per dire di essere, tutto sommato, ancora vivi.

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Font senza corsivi. Mi rendo conto che il botanichese e il giardinicolo sono lingue residuali che quasi nessuno in Italia riesce a interpretare, quando lascio ad un grafico un bel testo in ordine, con già tutti i corsivi, i bold, i simboli e i segni editoriali al loro posto. Mi rendo conto che un testo pronto per l’impaginazione non vale niente per chi non parla la mia lingua. Infatti quasi sempre (con encomiabili quanto rare eccezioni) viene fatto un copia incolla dentro al documento da impaginare, e tutto il mio lavoro di preparazione viene annullato con il doppio gesto melaC-melaV. Nel tempo ho imparato che l’altra umanità, cioè quella che non frequenta le piante, non può saperne niente e reagisce in modi diametralmente opposti alle mie rimostranze e alla spiegazione del perché ho messo i corsivi ai nomi scientifici delle piante e le virgolette semplici ai nomi varietali, che invece vanno in diritto. Stamattina al telefono un grafico toscano mi ha ascoltata in silenzio, come se stessi raccontando una storia curiosa e poi ha aggiunto: “Quante cose sai! Si vede che tu hai cultura!”.  Io invece ho pensato che queste sono nozioni minime che chiunque abbia fatto una scuola superiore dovrebbe avere. In fondo anche Homo sapiens è scritto in corsivo, essendo genere e specie a cui, pare, apparteniamo. Dall’altra parte del filo a quel punto c’è stato un attimo di scoramento, presto spiegato: il carattere che aveva scelto non ha corsivo e si dovrà sceglierne un altro magari meno appariscente (gli italiani lo vogliono sempre tale), ma più utile, come piace a chi, rinunciando eventualmente a un po’ di estetica, pensa che le piante siano anche una scienza.

Gnocchi con patate. Mio marito di tanto in tanto viene volentieri ad aiutarmi a fare la spesa perché così sceglie a suo piacimento qualcosa che io non comprerei mai. Sicché ieri sera ho ritirato in frigorifero una busta di gnocchi con su scritto non che di patate sono fatti, ma “con” patate. Chiamo mio marito e gli chiedo con quale criterio ha scelto proprio quegli gnocchi: “Perché sono di patate – dice lui candido – e gli altri sono di semola e non sono la stessa cosa”. Per convincerlo che non solo non sono di patate, ma che le contengono marginalmente e in un mare di inquietanti sostanze quanto meno non necessarie, gli ho chiesto di leggere a voce alta gli ingredienti. Questi: patate in fiocchi reidratati pari a 35% di patate equivalenti (acqua, patate precotte disidratate, emulsionanti: mono e digliceridi degli acidi grassi, stabilizzanti: difosfato disodico, antiossidanti: ascorbile palmitato e metabisolfito di sodio, correttore di acidità: acido citrico, curcuma, estratti di carota e paprika), farina di grano tenero tipo 00, acqua, fecola di patate 6,4%, sale, farina di riso, conservante: sorbato di potassio, correttore di acidità: acido lattico. Contiene solfiti. Quanto la nostra civiltà abbia perso di vista il buon senso, a me lo dice anche questo elenco. Gli gnocchi di patate dovrebbero essere fatti di patate (bianche e farinose, tipo ‘Kennebeck’, ‘Cicero’ e altre varietà simili), farina, sale e, nei giorni di festa, un uovo nell’impasto. E d’estate non si fanno, perché le patate sono appena raccolte: troppo fresche e gli gnocchi si appiccicherebbero. Chissà dove finisce la cultura dell’orto e comincia quella della tavola. Certo è che io, che pure mi ritengo poco talebana nonostante l’ipercriticità e i brontolii, ieri sera gli gnocchi non li ho voluti mangiare. Di acido lattico ne ho abbastanza nei muscoli e la curcuma voglio decidere io dove usarla.

Murabilia ama i libri. Ho chiesto a un giovane attore pistoiese, conosciuto attraverso un’amica, se era disposto a perdere tre pomeriggi per fare un piccolo esperimento: leggere a voce alta qualche brano significativo di libri giardinicoli recenti. E avendo incontrato da parte sua un insperato entusiasmo, succederà: nel fresco dell’orto botanico di Lucca durante Murabilia, dal 7 al 9 settembre, ci si potrà rilassare di tanto in tanto ascoltando la voce ben impostata di Henry Bartolini che dà voce a libri come ‘La confraternita dei giardinieri’ di Andrea Wulf, ‘Il signor giardiniere’ di Frédéric Richaud, ‘Elogio delle erbacce’ di Richard Mabey e, più recente di tutti, ‘E il giardino creò l’uomo’ di Jorn de Précy (il cui “curatore” Marco Martella sarà ospite a Murabilia il venerdì pomeriggio per presentare il libro). In che cosa consiste l’esperimento? Nel dare voce a ciò che, magari, conosciamo già nel segreto della lettura silenziosa e privata e nel tentare di avvicinare in questo modo alla lettura i giardinieri che sono allergici ad appoggiare gli occhi sulle parole scritte, in Italia purtroppo tanti. Se solo sapessero i refrattari quanta avventura, quanta storia, quanto divertimento, quanto invito a volare con fantasia e intelligenza, quanta filosofia utilizzabile ci sono in ognuno di questi libri, forse ne sarebbero tentati.

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Facebook, un covetto di serpette

Un minuto fa mi è arrivata una notifica, l’ennesima, da facebook. Ero nell’attimo di pausa caffé, sicché sono andata a vedere. E mentre leggevo l’ultimo commento, al limite della diffamazione nei miei confronti (c’è tanto di nome e cognome due commenti più in alto, e non sono una pseudogiornalista), il commento è stato tolto. Ma è rimasto nella mia casella di posta elettronica a cui è stato notificato.

“Certe pseudo giornaliste prima di scrivere articoli del cavolo senza conoscere di cosa parlano dovrebbero prima andare di persona al vivaio che gelosamente attacca forse su incarico e spinta alla diffamazione di qualcuna che conosce la titolare del vivaio criticato così duramente e ne è nemica! La serietà professionale vorrebbe che le fonti si verifivcano tutte”

Se qualcuno si è sentito chiamato in causa da quello che ho scritto ieri, si vede che ho fatto centro. Ma mi offende a morte che non si sia capito il senso di quello che ho detto (qualcuno conosce l’analisi semiologica del testo?), né il motivo per cui tornerò alla svelta a guardare la mia sassifraga, creatura delle mie montagne che mi sorride con tanta serenità là sul davanzale.

PS mentre scrivevo è arrivata la seconda parte, chissà se verrà tolta:

“La serietà professionale vorrebbe che le fonti si verifichino tutte e se avesse prima di prendere in mano la penna per diffamare visitato e conosciuto personalmente la titolare avrebbe forse capito (ma non sono sicuro di ciò) è vero a volte le cose si fanno per bisogno, ma se al bisogno si unisce una grande passione anche se l’esperienza verrà che male c’è? il tempo darà ragione a chi lavora seriamente e da un anno duramente e di persona e non a chi da notizie altrui e col culo sulla sedia si definisce giornalista verde e appassionata di botanica! Vergogna!”

Ma che vergogna e vergogna, figuriamoci! Evviva il modo sereno del commento che ha seguito questo farfugliare astioso. Brava, una ha capito che cosa stavo dicendo, e ha girato in positivo il pensiero, anche se sembra che la capacità critica e dialettica si fermi alle piante, e non ad un atteggiamento nei confronti della vita, come se il giardino non ne fosse lo specchio:
“Potrebbe essere perchè le pacciono. Perchè si è incuriosita nel vedere quelle piantaccie simili a impatiens che i comuni usano massivamente nelle aiuolone… perchè fa parte dell’ADIPA e molti dei suoi soci (compresa l’ex presidente) le collezionano. Qui al centro sud siamo in tanti e addirittura c’era un piccolo vivaio che le vendeva… Forse bisogna aspettare e vedere, prima di giudicare. Io poi ammetto un po’ di furbizia… quanti dei nostri vivai stars delle mostre sono furbissimi? E a che prezzi vendono! Vediamo come coltiva la ragazza, vediamo che altro propone… certo che le piante non se le inventa nessuno e da qualche parte arrivano… qui sta anche la bravura della scelta e della proposta. Solo gli ibridatori propongono piante non apparse su internet… Vediamo, io sono molto curiosa e anche fiduciosa. Un vivaio nuovo, che bello!”

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Capisco di essere una vecchia giornalista e un’appassionata di botanica e giardinaggio della prima ora quando osservo il comportamento dei giovani di questo settore. Sono quelli che dovrebbero rinnovare il linguaggio, i modi, le conoscenze e mi piacerebbe tanto accodarmi a loro per non invecchiare troppo presto. Sono più spesso invece quelli che hanno capito come si fa per stare a galla nel mondo in crisi economica e per ritagliarsi una fetta di successo e di guadagni. Stare a galla quasi mai coincide con la passione e la competenza: basta conoscere l’animo degli italiani e la loro sete di novità continue, smanettare bene su internet e avere la carta di credito per cercare in Olanda, Belgio, nell’Est europeo, in Cina e altrove le piante che ancora non sono state proposte in Italia. Beninteso: conosco anche fior di vivai consolidati che fanno altrettanto, ma non in modo esclusivo e non programmando in questo modo la loro entrée sul mercato che tanto assomiglia a più tristemente famose “discese in campo”.
Da stamattina presto la mia casella di posta elettronica è bombardata da notifiche di facebook. Una volta una che non ho la più pallida idea chi sia mi ha chiesto l’amicizia e siccome c’erano in comune amici di provata fede giardinieristica ho cliccato sul benestare all’amicizia. Ci mancherebbe altro. Voglio dire: penso che più siamo e meglio stiamo, se davvero siamo in amicizia a promuovere le piante. Questa ragazza però stava preparando il terreno per l’entrata in scena. Me ne sono accorta nel volgere di qualche mese, quando lei e il suo nuovo presunto vivaio sono comparsi ovunque potessero raggiungermi tramite testimonial eccellenti: direttori di giornali, amici che organizzano manifestazioni, piccoli vivai in cerca di fortuna allo stesso modo, ma già in contatto con me. Non c’erano ancora le piante, ma i contatti giusti per promuoverle, quelli sì. Non so come farò a far capire che in questo modo stiamo rovinando tutto: per una famiglia che sta a galla con l’invenzione di una pseudo specializzazione sempre più improbabile come forma di giardinaggio, ci sono tanti appassionati di giardinaggio che si sentono buggerati e abbandonano. Oppure abbandonano il flusso primaverile e autunnale delle mostre-mercato, i garden center più forniti, le porte aperte dei vivai, la coralità e la socializzazione di un interesse e, nel segreto del proprio rapporto con il computer, acquistano direttamente alla fonte, all’estero, le piante che così pomposamente vengono sbandierate su facebook come una trovata fenomenale. Ho amici che comperano in Olanda le rose a radice nuda, anche quelle più rare e eccezionali, a 0,80 centesimi di euro e quando vedono i prezzi dei vivai di rose, ridono.
Credo che la crisi nel vivaismo nazionale non sia ancora arrivata davvero e tutto sommato non vedo l’ora che arrivi a rimettere un po’ di cose a posto, anche se con questa affermazione apparirò una stupida, reazionaria  fustigatrice di costumi. Ma io credo nel giardinaggio come santuario dei propri interessi e della voglia di natura, credo nella pratica tra piante e fiori per trovare se stessi e un filo intimo di legame con altri. Sono cresciuta concedendomi una visita al Centro Botanico di Milano in cerca dei semi di Sutton come premio del sabato mattina se avevo ben lavorato in settimana, passando interi pomeriggi nel vivaio MiniArboretum di Guido Piacenza per imparare a fare i conti con la mia ignoranza e provare a rimediare. Ho passato intere mattine ai Kew Gardens in gelide giornate di febbraio in attesa che il vento si fermasse per poter fare una foto che per me era sintesi di tutto. Sicché se oggi i giovani affrontano la mancanza di altro lavoro buttandosi in questo settore con la rigidità che il business richiede e la scaltrezza che i social media danno modo di praticare, io mi sento male e vado fuori a calpestare il mio avanzo di giardino come se fosse l’ultimo boccone di verità rimasto. Da una finestra stamattina ho visto che Saxifraga cotyledon mi sorrideva, accomodata nel suo vaso quadro a tronco di piramide sul davanzale. E quando mi sono avvicinata per capire che cosa mai avesse da sorridere, ho visto. Sta emettendo un secondo scapo fiorale e alla base delle foglie più interne della rosetta che aveva fiorito in giugno sta facendo altre rosette di foglie, attualmente così piccole che se lei non mi avesse sorriso non mi sarei avvicinata e non avrei colto la sua ricerca di futuro. Mentre altri taggano su facebook, io andrò a cercare sul davanzale il mio.

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Rose rosse per Giovanna

Ci sono dei momenti in cui ci si sente impotenti. Sono sempre più numerosi, e su più fronti. E  chi si chiedeva perché ero diventata triste, adesso può dedurre uno dei motivi. Differenti sensibilità e visioni della vita hanno portato a morire lontano da casa sua una donna di 86 anni mai vinta. Dietro, però, aveva un cancro a soffiarle sul collo; quando la fine si avvicinava, nonostante lei fosse lucida e vigile, sono venuti i parenti dall’estero e, senza chiedere a chi le stava intorno e raccoglieva i suoi desideri, hanno deciso il trasporto in una struttura. E lì, non avendo motivo di vivere ancora, ha atteso solo una settimana che arrivasse la morte a prenderla, e oggi è arrivata. I vent’anni che abbiamo fatto da vicini di casa mi hanno insegnato ad accettare quel suo modo di reggere le briglie della realtà e ad apprezzare la sua formazione laica e internazionale, non cattolicamente codina e provinciale. Non capiva niente di piante, ma i fiori li comperava, tirando fuori le sue origini olandesi. Amava i colori forti, le rose perché erano i fiori eleganti della sua generazione e dei luoghi di mezza Europa che aveva frequentato con il marito. Oggi le lascio qui una rosa ‘Tchin Tchin’ perché il suo rosso le sarebbe piaciuto e quel riflesso arancione dei petali le avrebbe ricordato la casata degli Orange nel suo paese.

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