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Archivio per la categoria ‘Persone’

Conosco donne belle, vere, intense e donne che rincorrono i successi maschili e i modelli che non appartengono al lato più credibile dell’altra metà del cielo. Ne conosco tante che si occupano di verde e hanno cuore di giardiniere, o che hanno fatto del verde una professione, sicché di quelle ragiono.

Ho visto stamattina che le sue piantine di zucca stanno crescendo, così mi sono ricordata di lei. Una giovane donna, una blogger, un mese e mezzo fa a Camaiore mi ha toccata sulla spalla chiedendomi se ero Mimma Pallavicini e mi ha allungato con un sorriso una bustina di carta tirata a mano, con dentro un bigliettino con una composizione di petali colorati e, in mezzo, un pizzico di semi di zucca a far compagnia a una dedica piena di affetto. Ci conosciamo solo per come ci presentiamo nei nostri blog, ma riempie la vita sentirsi in sintonia e volersi bene. Un’altra donna ha accolto con entusiasmo la mia proposta di fare laboratorio di ricamo dei fiori invito-laboratorio-ricamo-a-Flowers-and-Food-a-Acqui-Termealla mostra Flowers & Food che si svolgerà sul Corso Bagni di Acqui Terme (AL) il prossimo fine settimana (25 e 26 maggio). Siamo tutte donne in carriera, facciamo vita affannata e quando ci avanza un attimo ce ne stiamo in giardino a armeggiare tra i fiori o visitiamo le mostre di giardinaggio. E allora, perché non sederci insieme e ritrovare il bandolo di un mondo femminile che non ci ricordiamo neppure più, fatto di manualità, tranquillità, tempo per discorrere e imparare i gesti che scrivono e disegnano con ago e filo? Detto fatto. La bresciana Monica Crescini ha fatto un imparaticcio prendendo a modello il logo della manifestazione, per altro anche quello disegnato da una donna. E sabato pomeriggio insegnerà a chi lo vuole i segreti del ricamo, sedute in mostra in una cornice di fiori e con Betti Calani che, poco più in là, organizzerà mazzi e bouquet per le appassionate dei fiori e della bellezza.

Se apprezzo donne così, come faccio a trattenermi davanti all’affarismo arraffone di chi disfa il lavoro nella direzione della cultura del verde che ho costruito per trent’anni? Per caso sono finita nella pagina facebook della mostra di Courson e lì ho trovato  “Manuflor, Italie. Cette jeune pépinière installée à Gênes s’est spécialisée dans la production de végétaux rares et difficiles à trouver. Aux côtés d’une foule de vivaces et d’arbustes rares, elle présentera des traitements bio adglicine-violetto-chiaroaptés aux graines et aux bulbes.” Mi hanno poi detto che ha pure vinto un premio per i “suoi” glicini. Non ho potuto esimermi dal lasciare un commento. Rigorosamente in italiano in modo che l’organizzazione, se vuole, debba farsi tradurre il testo. Va bene tutto, ma in tanti in Italia, un anno fa, abbiamo riso il giorno in cui sono stati acquistati nel vivaio di Francesco Vignoli e siamo stati avvertiti  che la prossima mossa di un sedicente vivaio, in realtà un’organizzazione commerciale da mercato rionale con il fiuto per i buoni affari, sarebbe stata la vendita dei glicini di questo vivaista specializzato da molti anni (www.wisteria.it).  Ma Courson è in Francia e là il tam tam non è arrivato. Comunque, con un episodio così m’è scaduto pure Courson. Meno male che ci sono le “mie” donne di fiori, una con la vanga, un’altra con il computer,  una con ago e filo e un’altra con il blocchetto di oasis, tutte con i fiori in testa e un amore che riempie la vita e che è così bello condividere.

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Le ragazze di Milano han’ passo di pianura/ che è bello da vedere/  che è bello da incontrare
cantava Ivano Fossati. Inaugurazione di Orticola ai giardini di via Palestro a Milano. Chissà se le sciure con il passo di pianura hanno i fiori in testa  e nel cuore, chissà. Volendo c’è un altro Ivano Fossati di annata, Le notti di maggio.  (In ogni caso la signora dell’ultima foto si chiama Giusi Ferrari Cielo e con i cappellini di fiori e piante o decorati con piante è una vera artista).

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Le cose del verde intorno a me succedono con una rapidità e un’intensità che, solo vent’anni fa, erano inimmaginabili. “Che almeno io non abbia dedicato la vita a qualcosa che invece non valeva tanto sforzo – mi ragiono a volte – e che a trarne beneficio siano la generazione dopo la mia e tutte le altre”. Puntuale, come ultima regola da giornalista (che applico senza quasi più essere tale), registro mutamenti e spostamenti di stile e di gusti e, se non ne parlo con la frequenza che vorrei, è solo perché i ritmi da tenere sono sempre più accelerati.

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Floracult lo scorso week end a Roma e, ancora una volta, la sensazione che da Firenze in giù siano arrivati dopo a considerare il giardinaggio e la cultura che ci sta dietro, ma adesso le loro risorse siano assai più fresche e brillanti e la loro curiosità meno corrosa dall’abitudine. Lo penso ricordando l’interesse e le domande intelligenti dei visitatori di Milis in Sardegna, la capacità di coinvolgimento attivo dei bambini di Cittanova, in Calabria, chiamati come gioco a mangiare pane e marmellata e a contare le piante della merenda. Bella circolazione di gente ai Casali del Pino alla Storta (a nord di Roma, sulla Cassia), molti meno birignao della serie infinita dei “tu non sai chi sono io” che registro con fastidio alle mostre di giardinaggio nostrane più quotate.  Qui, al massimo, personaggi più o meno in vista servono ai microgossip di Dagospia e si porgono con rassegnazione che quello è il loro ruolo, e non con ostentazione di potere come ho visto al Nord. Intanto a Floracult gli stessi espositori hanno mostrato maggiori ambizioni nell’allestimento rispetto ai sancta sanctorum nordici, da Masino all’Orticola di Milano passando per Murabilia a Lucca. Forse perché padrone di casa sono le Fendi, famiglia tutta al femminile di stilisti e imprenditori della moda. Che hanno impresso uno stile informale chic, con una particolare attenzione alla sostenibilità e al biologico che fa onore a Ilaria Venturini Fendi.

Dolenti note. Lo stand dell’AMA a Floracult, con l’omaggio ai visitatori di sacchetti da 1/2 kg di compost, mi ha incuriosito, visto che mi sto interessando di compostaggio e prendo nota di ciò che riguarda la raccolta dell’organico dai rifiuti urbani. A Roma la percentuale è ancora bassa, e la differenziata stenta a decollare: hanno gridato al miracolo per la percentuale del 30,2% raggiunta lo scorso dicembre, quando la CE alla stessa data chiedeva il 65%. E il “patto per Roma” si è dato tempo per mettersi a pari con l’Europa civile, ponendo come obiettivo del 2013 il 40% di differenziata. Mi ha raccontato a Floracult un dipendente AMA, addetto alla sensibilizzazione dei romani, che la gente non ne vuole sapere e allora hanno deciso di ricorrere alle maniere forti, aprendo e controllando i sacchetti e multando la famiglia quando i rifiuti non ben differenziati sono riconoscibili come di qualcuno, sennò tutte le famiglie del condominio (110 euro a famiglia!). Lo scorso anno gli “ispettori” con l’ingrato compito di piegare i cittadini al civismo hanno fatto 16.000 multe. Una nota a margine. Ho chiesto perché il compost non lo vendono; mi hanno risposto che, in quanto società con altre finalità, non possono. A San Francisco dal compost ricavato dall’umido urbano incamerano ogni anno 20 milioni di dollari. Te la do io l’America.

Dolenti note. Lo stand dell’AMA a Floracult, con l’omaggio ai visitatori di sacchetti da 1/2 kg di compost, mi ha incuriosito, visto che mi sto interessando di compostaggio e prendo nota di ciò che riguarda la raccolta dell’organico dai rifiuti urbani. A Roma la percentuale è ancora bassa, e la differenziata stenta a decollare: hanno gridato al miracolo per la percentuale del 30,2% raggiunta lo scorso dicembre, quando la CE alla stessa data chiedeva il 65%. E il “patto per Roma” si è dato tempo per mettersi a pari con l’Europa civile, ponendo come obiettivo del 2013 il 40% di differenziata. Mi ha raccontato a Floracult un dipendente AMA, addetto alla sensibilizzazione dei romani, che la gente non ne vuole sapere e allora hanno deciso di ricorrere alle maniere forti, aprendo e controllando i sacchetti e multando la famiglia quando i rifiuti non ben differenziati sono riconoscibili come di qualcuno, sennò tutte le famiglie del condominio (110 euro a famiglia!). Lo scorso anno gli “ispettori” con l’ingrato compito di piegare i cittadini al civismo hanno fatto 16.000 multe. Una nota a margine. Ho chiesto perché il compost non lo vendono; mi hanno risposto che, in quanto società con altre finalità, non possono. A San Francisco dal compost ricavato dall’umido urbano incamerano ogni anno 20 milioni di dollari.

Avrebbe potuto inseguire il barocco romano, la ridondanza piaciona della capitale,  la scenografia da Cinecittà, e invece per questo luogo in ristrutturazione (era un villaggio della Manifattura Tabacchi, acquistato pochi anni fa quando ormai era del tutto degradato e vilipeso) ha scelto il sottotono che lascia spazio al genius loci di una campagna bellissima, alla memoria antica degli Etruschi della città di Veio che ha lasciato vestigia sul territorio della tenuta, ai diritti del tufo e dell’acqua, dei prati, dei maestosi pini domestici (Pinus pinea) e delle greggi di pecore che pascolano come ai tempi della settecentesca  pittura di paesaggio.

Tanti piccoli segnali per dire che la redenzione di un luogo antropizzato  passa attraverso la coscienza e il desiderio di non dilapidare memoria e risorse. Dentro a costruzioni semidiroccate (ma senza il fascino sinistramente delabré delle rovine) in occasione di Floracult ci hanno messo una “scuola per reinventori”, le gabbie di pulcini e anatroccoli in vendita di un espositore, la zona conversazioni… Alla cura lucida e un po’ apprensiva di Antonella Fornai è stata lasciata anche la parte culturale, con una splendida conversazione di Stefano Mancuso che ha tenuto sedute 60 persone per due ore, con coda di domande intelligenti. Ho preso appunti, spero di ricavare il tempo necessario per mettere di fila il discorso e riproporlo sul blog.

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In mezzo a espositori un po’ diversi da quelli che animano le manifestazioni nostrane, purtroppo ho colto qualche segnale che stanno scendendo gli Unni vivaistici anche su Roma. Peggiore tra tutti, la figura del vivaio Degli Innocenti che, almeno in ricordo di una lunga e gloriosa storia di iris e giardinaggio fiorentino, dovrebbe esimersi dal prestarsi volgarmente al vivaismo commerciale olandese. Piante gonfiate come le labbra di certe signore, colori sgargianti e tronfi con accostamenti improbabili, cioè esattamente il contrario di ciò che si chiede a una mostra di giardinaggio. In mezzo, parecchi stand di associazioni caritatevoli, a cui è stata offerta anche la possibilità di raccontare nel conversatorio le finalità, installazioni d’arte, un laboratorio sul tema dell’idroponica (www.studiomobile.org), una stanza di animali curiosi che raccontano una natura diversa e meravigliosa, la presentazione di una rosa Barni dedicata a Mariangela Melato, consulenze di giardinaggio… In generale, una manifestazione che per me è una bella scoperta, e alla quale auguro un futuro pari almeno al presente.

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Acacia-dealbata-MireilleÈ morta ieri Teresa Mattei, classe 1921, “la ragazza di Montecitorio”, così chiamata perché fu la più giovane tra le 21 elette dell’Assemblea Costituente. Partigiana Chicchi dopo essere stata espulsa dalle scuole perché antifascista (ma si laureò in Filosofia a Firenze), riuscì a farsi espellere anche dal PCI perché contraria a Stalin. Se la ricordo in questo spazio è per un duplice motivo: perché vorrei ancora tante donne così, piene di dignità e di coerenza ai propri principi, fattive per creare la pace e favorire la crescita umana e culturale delle donne e perché fu lei a scegliere la morbida, solare e profumata mimosa come simbolo della giornata internazionale della donna. Si racconta che la scelse perché aveva sentito dire che la dirigenza del PCI voleva regalare un mazzolino di violette alle donne del partito in occasione della festa internazionale

Da leggere (non di soli libri di piante e giardini è lastricata la storia di chi fa giardinaggio) di Patrizia Pacini  il libro "La Costituente, storia di Teresa Mattei", ed Altraeconomia 2011, 224 pagine, 16 euro.

Da leggere (non di soli libri di piante e giardini è lastricata la storia di chi fa giardinaggio) di Patrizia Pacini il libro “La Costituente, storia di Teresa Mattei”, ed Altraeconomia 2011, 224 pagine, 16 euro.

della donna. E lei decise di superare l’immagine romantica suggerita dalle viole con un fiore né timido né ombroso, ma “povero e facile da trovare in campagna” come ebbe a dire, aperto al mondo e alla luce, che potesse rappresentare con forza e con gioia l’altra metà del cielo. Una mimosa è per lei, oggi, per accompagnarla.

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il-taglio-del-nastro-di-Primavera-in-giardino-2013il-primo-cittadino-di-Milis-la-stampa-e-Italo-Vacca-organizzatore-di-Primavera-in-giardinoMilis, primo giorno di Primavera in giardino a Villa Pernis. Il sindaco, una giovane signora elegante e alla moda, inaugura la manifestazione in scarpe di vernice con i tacchi a spillo. “Si vede che lei non è pratica di mostre di giardinaggio – le dico un po’ insolente – perché altrimenti si sarebbe messa le scarpe da tennis”. Lei passeggia in tutta la mostra incurante (confessando alla fine che un paio di ballerine sarebbero state più comode), seguita da una nutrita schiera di sardi giunti qui per vedere piante diverse. E alle 11 io ho avuto l’impressione, come tutti gli altri anni in cui sono stata qui per la mostra di giardinaggio, che la fame di verde e di sapere, la curiosità culturale per le piante, siano molto più vive qui che in quasi tutte le altre manifestazioni simili italiane. Una trentina di persone se ne sono state due ore sedute ad ascoltare e a chiedere, dimenticandosi persino che era l’ora di pranzo. E siccome stava diventando tardi (quasi le 14), ho dato appuntamento al pomeriggio, e ci siamo ritrovati per perfezionare i discorsi. D’altronde molto interessanti.
Lina Podda dell’Orto Botanico di Cagliari ha illustrato le piante invasive della Sardegna. La sua ricerca, portata avanti da cinque anni, è sfociata tra l’altro in un blog: alieneinvasivesardegna.blogspot.it. Piante anche belle, spesso sfuggite ai giardini, dalle agavi che stanno invadendo le scarpate e le spiagge, alla mimosa Acacia saligna, al fico degli Ottentotti, Carpobrotus edulis. Un solo “fico” contiene sino a 1.000 semi fertili, capaci di far nascere altrettante nuove piante. E il suo parente Carpobrotus acinaciformis ha altre capacità invasive, sicché quando si ibridano tra loro  le nuove piante assumono le caratteristiche vincenti di entrambi i genitori, diventando padrone dell’ambiente sardo. Il giacinto d’acqua, Eichornia crassipes, ha invaso il rio Mar’e Foghe nell’Oristanese, e l’erba delle Pampas, Cortaderia selloana, comincia a mostrarsi nella sua veste di aliena invasiva, ciò che consiglia di evitare di piantarla. D’altronde, raccontava Lina Podda, la cortaderia è nell’elenco delle 100 specie più invasive del mondo. E ha aggiunto qualche dato interessante circa la presenza di invasive in Sardegna: solo il 17% della flora dell’isola, contro il 50% della flora, per esempio, in Nuova Zelanda, il 45% alle Hawaii. Ma – ha aggiunto la ricercatrice – la ricerca del 1992 fissava al 9% le presenze aliene in Sardegna, segno che oggi, quasi raddoppiate, sono in rapida espansione.
Dino-Pellizzaro-e-una-interessatissima-visitatriceorriosu-i-cannicciati-sardi-a-Milis-2013Il discorso era molto avvincente, sicché la gente non se n’è andata, con la prospettiva di saltare il pranzo in nome di qualcosa da imparare. Ma ciò che mi ha stupita ancora di più è che nessuno se n’è andato quando a parlare di un libro nuovissimo sui giardini storici sardi è venuto Antonino Soddu Pirellas. “Giardini storici della Sardegna” è stato scritto a quattro mani da questo artista-ricercatore insieme al direttore dell’Orto Botanico di Cagliari Mauro Balliero per l’editore Sandhi di Ortacesus (CA). Una realtà tutta da scoprire, con i giardini sorti nella seconda metà dell’Ottocento che collaborano a costruire la storia dell’epoca, i rapporti internazionali, l’evoluzione della società locale, la difesa politica del territorio. Oggi ho imparato molte cose. Vorrei che tutti i giorni fossero così. Ho scoperto che Giuseppe Garibaldi si ritirò a Caprera convinto di potersi occupare di agronomia e botanica e con il sogno di un giardino. Pensando alle sue piante mentre era lontano, si diceva “deliziosamente sollevato” nel pensarle. Sono stati messi a disposizione di Soddu Pirellas documenti inediti come questo, e grazie a Stefania Susini, pronipote dell’amico di La Maddalena che gli aveva venduto il terreno. Ho scoperto anche che Lamarmora ebbe un comportamento da ambientalista quando scoprì che stava per essere consentito a una società emiliana di abbattere e vendere 100.000 grandi alberi sardi. Portò in parlamento una mozione e venne sventato così il tentativo di depredare il patrimonio arboreo isolano. “Va bene – ha commentato una signora, immobile ad ascoltare invece del pranzo – ma poi hanno abbattuto tutte le querce che sono servite per le traversine ferroviarie italiane”.
Il mondo è così, in bilico tra conservazione e distruzione, tra innovazione e dietrologia. Ma è anche luogo di scoperte quotidiane che fanno ben sperare. Io oggi di piante ne ho viste poche, non ne ho avuto il tempo, ma ho goduto il privilegio di fare scoperte. La più bella di tutte è che la gente sta anche per ore seduta ad ascoltare e a chiedere di piante e giardini. Per ora in Sardegna, spero da domani anche altrove.

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A volte penso che non ci sia più bisogno dei miei post per raccontare le piante e i fiori, i giardini d’Italia e ciò che avviene lungo lo stivale per conoscere, promuovere e fruire il verde ornamentale. Ho cominciato da pioniera, adesso sono in tanti a occuparsene. E allora succede che io abbia voglia di usare questo spazio mio e libero per dire ciò che in tanti non sanno o non saprebbero diversamente. Oggi a Moncalieri abbiamo salutato per l’ultima volta Piero Valenza, il marito competente e simpatico di Eufrasia Burzio (la prima vivaista a produrre tante viole del pensiero, sempre chiamate con il nome varietale). Piero è stato portato via da un tumore che lo ha fatto soffrire quattro anni. Era un bravo giardiniere e un vero appassionato di piante. Una volta, tanti anni fa, andai nel loro vivaio per un servizio e, alle domande sulle piante strane e speciali che stavo vedendo, Eufrasia mi disse che per avere risposta dovevo attendere l’arrivo di Piero, perché quelle erano le “sue” piante, la sua voglia di sperimentazione, la sua scommessa esotica. Un mondo tutto suo, un piacere privato e non vendibile. Vasi d’ogni genere e fatta occupavano metà di una serra, e non gliene importava che tutto quello spazio non rendesse nulla. Piero-Valenza-con-Amorphophallus-rivieriQuel giorno Eufrasia mi raccontò anche che si erano conosciuti che lei aveva 13 anni e lui 18 ed era un grande amore che continuava anche grazie all’interesse comune per le piante. Quarantasei anni dopo, oggi, lo ha accompagnato per l’ultima volta con una consolazione soltanto, credo: che un prete pieno di sobrietà e empatia lo ha ricordato come uomo dei fiori e dei giardini e ha consolato chi resta della perdita dicendo che la natura con le sue ragioni e la sua bellezza tende la mano per fare accettare il lutto, mentre lui nell’altra vita è andato a fare altri giardini.
Ricorderò l’uomo buono e appassionato come l’ ho fotografato l’ultima volta nel maggio 2009 a Masino. Se ne andava in giro nel suo stand spostando un grande vaso con dentro due inquietanti Amorphophallus rivieri fioriti. Si era lasciato fotografare in diverse pose con la sua pianta tra le braccia, un po’ orgoglioso e un po’ ironico. Oggi con lui se ne va un po’ del nuovo corso del giardinaggio, portato alla ribalta vent’anni fa dall’avvento delle mostre.

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Invece il tempo esiste

Sono “perseguitata” da un libro – Refranero espanol – da circa quarant’anni, quando lo ebbi in prestito, come allieva di spagnolo, dal professore Pablo Luis Avila Molina all’università e giurai che lo avrei restituito dopo l’uso. Le fotocopie allora erano molto costose, perciò contavo di trascrivere i proverbi e i modi di dire che mi interessavano. Se gli anni non sono quaranta, sono quarantuno, quando Pablo viveva in via Sforza a Milano ed era un adorabile riferimento per un gruppo di ragazzi come me che studiavano lingue.
Stasera mi è tornato tra le mani quel libro, ripescato da un piano mai frequentato della mia infinita e ormai quasi ingestibile libreria. Avevo provato un ventennio dopo a restituirlo ma, raggiunto al telefono, Pablo mi disse che era in partenza quel giorno stesso per Madrid con l’idea di fermarsi per un po’ e che quel libro, che pure gli mancava, poteva ancora rimanere affidato a me, purché la parola rimanesse la stessa, cioé che lo avrei restituito. Era un uomo di meravigliosa poesia (e infatti ha pubblicato parecchi libri come poeta), di straordinaria memoria (sentito il mio nome al telefono, dopo vent’anni chiese solo: sei la Mimma piemontese o la Mimma di Vigevano?), di esuberante creatività (oltre che poeta e docente di spagnolo, anche pittore), di cultura pari alla tolleranza e di sottilissima ironia. Abbiamo riso insieme al telefono dell’opportunità che mi veniva concessa di dimostrare di essere una donna di parola; erano passati vent’anni, ma certo: potevamo ancora attendere. Ma non l’ho mai restituito, nella sciocca convinzione che avrei dovuto cercarlo a Madrid. Mi dicevo: “Prima o poi mi prendo un week end madrileno e riporto il Refranero a Pablo”.
Stasera, accarezzando quel libro insieme ai ricordi che a lui sono legati, ho deciso di fare una piccola ricerca su internet, per sapere se di Pablo ci fossero tracce, con l’idea che forse era giunto il momento di riconsegnare il Refranero espanol al legittimo proprietario.
Su internet ho trovato qualche indizio e, con grande sorpresa, sono arrivata a stabilire che sino a due o tre anni fa insegnava all’università di Torino e nella stessa città nel 2009 ha tenuto una mostra di pittura. A poche decine di chilometri da dove vivo. Si è accesa la speranza di raggiungerlo, intanto ho letto una biografia, ho letto che è nato a Granada, e lo sapevo bene perché adorava la sua città di origine e ne parlava spesso anche a lezione, nato nel 1932, e questo non lo sapevo. Ho fatto velocemente il conto: ora ha ottant’anni, e li compirà di qui a poco, a inizio dicembre. Potrei impacchettare il libro, trovare una frase degna della sua ironia e portarglielo come se il tempo non esistesse. “Ciao Pablo, eccoti il libro. Ho fatto quattro o cinque traslochi, ho perso per strada tanti libri, ma il tuo no. Buon compleanno, come vedi il tempo non esiste” e aspettare una di quelle sue frasi gentili e ironiche che mettono a posto anche le emozioni. Ho navigato per oltre mezz’ora, ho trovato altro dell’ultimo decennio, nulla dell’ultimo anno. E poi una pagina del Corriere della sera del 17 febbraio scorso con il suo necrologio.
Stasera ho ereditato un vecchio libro spagnolo, e non avrei voluto, imparando ancora una volta a mie spese che il tempo esiste, eccome. Penserò a Pablo che dorme in un luogo di poesia come il piccolo cimitero di Prali che in questo periodo illustra la testata del mio blog. I giardini per lui erano parte della poesia che aveva dentro, innata. Spero gli vada bene anche un luogo sereno alternativo dove trovare pace alle proprie inquietudini e da dove aiutare chi resta a fare pace con il tempo.

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Abbiamo commentato in tanti che è innegabile: con questa edizione, l’ottava della versione autunnale, la mostra di Masino ha risollevato la testa dopo anni appannati e strafottenti, nei quali l’unico dato certo era il desiderio di rivendicare il proprio primato. E se ancora molto deve fare questa manifestazione capostipite di tutte le altre per scremare gli espositori puramente commerciali e affrontare il troppo carente controllo botanico, tuttavia sembra aver ripristinato l’atmosfera di santuario, un santuario, se non delle piante, di certo dei doni e delle grazie dell’autunno piemontese. Complice il bel tempo e la voglia dei molti visitatori di farne tesoro, anche se sempre di più Masino, come le altre mostre mercato di giardinaggio, tara l’affluenza sulle condizioni climatiche e di domenica incassa molto e poco ridistribuisce agli espositori. E insomma, lascio qui un mucchietto di segnali colti in poche ore di visita. L’ascesa delle acquatiche: quattro o cinque espositori; tra le bacche, l’evanescenza di quelle di Sorbus ‘Joseph Rock’ (vivaio Millefoglie); il cesto di rose color indian summer davanti allo stand Barni; le dodici varietà di patate della Valsusa ben esposte, raccontate e in vendita (varrebbe la pena di essere NO TAV anche solo per conservare questo patrimonio); Aster spathulifolium dalle grandi foglie pelose (vivaio Leonelli); l’unico stand allestito come una vetrina, con le graminacee, un banco parlante e poltrone anni Sessanta (vivaio Strano ma verde); i peperoncini ‘Habanero’ di 5 colori, i ‘Buth Jalokia’ e gli ‘Scorpion Red’, ovvero la gamma più piccante in assoluto, a movimentare lo stand della Casina di Lorenzo; gli oggetti fatti a mano e un po’ naif per abbellire l’orto di Le ceramiche fiabesche. Più un paio di incontri belli: quello con il vivaista di rose Paolo Pozzo radioso con Lisa, la sua bimba di due mesi, in braccio e quello con il silenzioso e affettuoso barbagianni (Tyto alba) a spasso con la sua proprietaria. Guarda un po’: c’è voluta una mostra di giardinaggio perché io potessi accarezzare il piumaggio luminoso e morbido di un rapace notturno.

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La foto della testata del blog dal 29 agosto 2012
Da Stoccarda a Venlo e ritorno: quasi una vacanza
Questa è una cronaca in differita, perché mi sono rifiutata di andare via con il computer. Sicché la settimana scorsa le cose me le sono godute, questa settimana le rivivo per condividerle in rete. Qui la prima puntata. La foto riguarda un angolo del parco di Killesberg a Stoccarda. L’ho scelta per due motivi. Il primo è che avevo visto questo parco in occasione della Buga del 1993 e di quel fine settimana non ricordo quasi nulla, se non il convegno internazionale delle associazioni della fucsia, poi una enorme aiuola multicolore che troneggiava al centro di un vastissimo avallamento e, in ultimo, la prima volta che vedevo un tetto verde ben organizzato come tale e la prima scoperta di Hydrangea arborescens ‘Annabelle’. Il secondo motivo è che le dalie che si vedono in foto hanno una storia e una ragione, come tutto il verde pubblico tedesco, bontà loro. Una bella collezione – ampia quanto o più di quella di Villa Taranto – rallegra l’estate dei visitatori del parco e poi in ottobre i fiori vengono recisi e allestiti in bouquet, messi all’asta a scopo di beneficienza durante una festa di chiusura della stagione. Intanto i visitatori hanno a disposizione una cartolina per votare la varietà preferita. Già questa piccola cosa dell’asta di beneficienza a me sembra una magia: ne usufruiscono tutti, perché non farlo? La magia si moltiplica sotto la guida di Klaus Evert, per una vita maestro giardiniere del comune. Un settantenne appassionato di erbacee perenni e appartenente a una commissione credo nazionale per l’uso di queste piante nel verde pubblico. Stoccarda ha un po’ meno di 600.000 abitanti, 150 giardinieri comunali, 35 ingegneri orticoli e maestri giardinieri, 180 progettisti. Ovvero circa 400 persone addette al verde di tutti. Come se Milano avesse una dotazione di 1000 specialisti che fanno bella la città e la rendono più vivibile con il verde. Gli addetti di Stoccarda non perdono tempo: hanno in cura  36.000 alberi delle alberature stradali e 35.000 alberi nei parchi, e questo senza contare gli alberi dei boschi urbani, che superano i 5.000 ettari di estensione. Sicché la città è ampia e tutta verde, una lingua di parchi e giardini parte dallo Schlosspark (200 ettari proprio in centro) e si incunea tra le case sino al parco di Killesberg e ormai oltre, persino con colline di vigneti. Per essere la città della Mercedes Benz e della Porsche, una bella lezione. E dove si devono vestire spartitraffico e aree marginali c’è modo di fare esperimenti su come coltivare senza acqua o in funzione della biodiversità. Ho visto alcuni esempi di uso sperimentale delle erbacee perenni piantate in uno spessore di 10, 20 o 30 cm di ghiaia, senza un goccio d’acqua, senza concimazioni, una sola pulizia all’anno a fine inverno.

A Stoccarda cadono circa 700 mm di acqua all’anno: piuttosto poco, dunque le normali aiuole richiederebbero interventi di irrigazione. Evert ha raccontato che le perturbazioni atlantiche che portano acqua si scaricano sul Jura, poi ancora nella Foresta Nera e quando le nuvole sorvolano Stoccarda hanno più poca acqua per dissetare le piante della città. E’ andata peggio con i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, che hanno raso al suolo l’ 80% della città, infatti in larga parte nuova, o con isolati edifici storici stretti tra palazzi degli ultimi decenni. Non tutto è perfetto, ovviamente, ma si può sperare che qualcuno prima o poi capisca anche qui da noi, a vedere in una via semicentrale una lunga bordura soffice e rosea di gipsofila, Anaphalis triplinervisAster (A. pansos ‘Snow Flurry’), Calamagrostis, Linaria purpurea, Achillea ‘Schwellemburg’, Euphorbia cyparissus. Insomma: niente di che, mica piante dell’altro mondo, ma organizzate così bene tra argento e rosa, così soavemente adagiate nel brecciolino, con qualche sasso più grande a muovere la scena, in primavera qualche bulbo precoce, in estate qualche Allium e nient’altro. In centro c’erano aiuole malandate, direi abbandonate alle erbacce, ma con una spiegazione: stanno iniziando i lavori di Stoccarda21 per rendere passante la stazione ferroviaria in centro, dunque anche allestimenti recenti, di 5-6 anni fa, dovranno essere tirati all’aria per gli scavi della linea ferroviaria sotterranea. In quanto alla civiltà, a me ha fatto una certa impressione sapere che i giardinieri fanno annualmente o quasi il controllo degli alberi e sono impietosi con quelli non recuperabili o pericolosi per la gente: vengono marcati di rosso e poi segati. Ma al grande platano del viale monumentale nel parco del castello, che dopo più di 200 anni ha deciso di dichiarare forfait, riservano un trattamento speciale: lo segano a una certa altezza (3-4 m), circondano il moncone con anelli di ferro perché il legno marcendo non cada a terra pericolosamente, e aspettano che siano gli insetti xilofagi a demolirlo. Hanno infatti scoperto che sono specie entomologiche diverse da quelle che demoliscono il legno a terra, e sono da preservare.

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È morto ieri l’altro a 84 anni Giannino Marzotto, proprietario di Villa Trissino Marzotto. L’ho conosciuto in qualche occasione di visita personale o di festa del giardino, una volta sono stata anche nella sua casa “privata”, un appartamento quasi frugale ricavato in un angolo di una grande cascina ai margini del nucleo urbano. E la simpatia istintiva mi sembra trasparisse da tutto, dall’originalità, dall’affabilità nel voler sapere chi erano i suoi interlocutori e in che cosa potevano interlocuire con lui, dal non fregarsene niente del titolo di conte né della vita alto borghese. Si era animato tra gli alberi del suo parco e ai piedi della “Villa Bruciata”, poi aprendo le porte del garage in cui conservava cimeli delle sue corse sportive, infine sedendosi in salotto aveva evocato il piacere supremo del cibo scelto, cucinato e gustato con stile. Se io ho saputo della sua morte è solo perché decine e decine di persone sono venute nel mio blog a cercare notizie sulla persona e sulla sua villa-castello. Proverò a ricordarlo  mentre, voltando la schiena a quella struggente “villa bruciata” e appoggiandosi alla balaustrata che si affaccia sulla peschiera sottostante mi chiedeva: “Secondo lei, questo è un parco interessante dal punto di vista botanico?”. Penso ancora ciò che in quell’occasione gli risposi: non abbastanza per considerarlo un orto botanico, ma abbastanza per viverlo come indispensabile controvoce alle architetture. Il massimo esempio è nel connubbio forte della villa bruciata lasciata alle intemperie, con un tetto di edera a proteggere la memoria settecentesca del luogo.

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Riprendiamoci le piante (e un po’ di quiete a costo nullo). Il fine settimana prima di questo Filippo e Rossana del vivaio Millefoglie hanno fatto porte aperte in un’atmosfera colloquiale e informale che fa bene al giardinaggio. E così di tanto in tanto, condividendo con loro e i loro visitatori qualche ora del pomeriggio del sabato e della domenica,  mi veniva il pensiero dell’evoluzione delle mostre di giardinaggio, un modello di promozione del settore che sembra anche più vecchio dei suoi vent’anni. Benedetti italiani individualisti: vuoi vedere che ognuno farà per sé, al massimo invitando due o tre colleghi per condividere situazione e clienti? Al vivaio Millefoglie c’erano Maurizio Feletig con le sue rose, un giovane apicoltore con i prodotti delle sue arnie e la voglia di far conoscere la vita delle api, un intrecciatore di forme di salice, un libraio con una buona scelta di libri di giardinaggio (compresa la serie Passione Verde di Vallardi che sto curando e che ho presentato) e un esperto delizioso che ha raccontato tutto delle libellule, scommetto facendole amare anche da quelli che eventualmente avessero cattivi rapporti con gli insetti. Non ci vuole di più per una formula vincente che fa sentire bene accolti, con qualcosa di buono da sgranocchiare sempre a disposizione, qualcuno che di tanto in tanto arriva con una tazza di caffé caldo o ti invita a vedere che cosa sta succedendo in quel momento in un angolo del vivaio-giardino. La semplicità della formula riporta le piante al centro dell’attenzione e, nella quiete del godimento, nascono rapporti, si approfondiscono argomenti. Mi dicono che sia stato così anche a Imola da Vivaverde, il vivaio di rose di Monica Cavina. Lei ha sempre un’aria silenziosa e quasi timorosa, ma mi sa che lavora con più stile e più braccia forti di tanti altri suoi colleghi.

Se è una mostra di giardinaggio mi spetta il nome della nepeta, perdio! Tornando dalla mostra Aregai in Fiore a Santo Stefano a Mare, quasi al confine ligure con la Francia, l’altro ieri deviazione estemporanea su Racconigi ricordando che era il consueto week end di fine aprile dedicato alla mostra di giardinaggio. E in un posto magico, una reggia sabauda ormai completamente restaurata con il suo parco, che malinconia trovarci venditori di salumi e vivai che non sanno che cosa stanno vendendo. “Che nepeta è questa?” chiedo piena di curiosità a uno che ha in vendita una cassetta di magnifiche nepete con fiori azzurro vivo su corpose spighe allungate. Risposta stracca: “Nepeta? No, questa è l’erba lepre.” Avrei preso a pedate i vasi (di chissà quale specie di nepeta) e anche i signori in questione. È vero che l’ingresso costa solo un euro, ma è anche vero che proprio in quel posto del parco re Carlo Alberto a metà Ottocento volle che si facesse ricerca scientifico-agronomica per un’agricoltura innovativa e più redditizia. E siamo ancora qui a chiamare erba lepre senza appellativo scientifico (Nepeta nepetella) una pianta che tra l’altro non lo è? Tralasciando il re sabaudo, poveri fratelli Roda, quanto lavoro hanno fatto per niente.

Che delizia lo stile dall’etnologa. Ha un sorriso sbarazzino e gentile, gli occhi puliti e sempre stupiti, la pelle e i capelli luminosi, abiti da combattimento vietcong. Ha una serenità e un ottimismo tali, che solo a gente come lei le cose vanno bene oltre ogni aspettativa. Di nome fa Clemenza, Clémence Chupin, nascita a Versailles, laurea in etnologia all’università Paris X, trasferimento sui bricchi liguri alle spalle di Imperia con il compagno italiano Daniele e ora un figlio. E lassù tra i boschi di Pontedassio il progetto del vivaio-giardino di Ciancavaré (vivaiociancavare.com) che guarda alle piante spontanee come ad una risorsa da scoprire e valorizzare per il giardinaggio sostenibile. Sicché arrossendo racconta: due anni fa ho raccolto i semi di una graminacea mediterranea vicino a casa mia, lo scorso anno l’ho portata a Murabilia e tutti hanno irriso un’idea tanto balzana. Ma io credo davvero che sia interessante anche per il giardino, allora questa primavera presto l’ho portata in Francia alla mostra di Sophia Antipolis. E lì è piaciuta  al paesaggista inglese James Basson che in Costa Azzurra ha lo studio Scape Design (www.scapedesign.com)”. Clémence arrossisce ancora di più e aggiunge: “Così, chi lo avrebbe mai detto, le mie graminacee liguri alla fine del mese andranno al Chelsea Flower Show 2012 nel giardino di James che si chiama Fresh Garden ed è sponsarizzato dalla Renault”. In ogni caso se avete tempo di ascoltarla, di storie così ne ha a decine, dalla collezione di 12 specie di elicrisi scovati chissà dove, che si assomigliano ma sono specie diverse, al docente di ebanisteria finlandese (che lei chiama falegname) sceso per una vacanza in Liguria e coinvolto nella costruzione del pollaio di casa, per altro progettato da architetti. La storia, con il titolo “Il pollaio di Helsinki” è stata raccontata ieri nel blog di Daniele Mongera.

Preferisco più a Sud. E poi dicono del Sud non allineato e arretrato. Ma che facciano il piacere. Mi basta un segnale: il manifesto che hanno progettato e diffuso insieme “In giardino” di Caltagirone, Sicilia (24-27 maggio) e “Cittanova Floreale” di Cittanova, Calabria (1-3 giugno), un manifesto chissà quanto orgogliosamente intitolato “Più a Sud”. Laggiù forse non arrivano echi di competizioni nordiche fratricide, di ipocrite convivenze con inviti alle inaugurazioni che si spera vengano declinati. Loro si sono accordati per date diverse in modo da concedere la possibilità agli espositori di partecipare ad entrambe le manifestazioni, poi ognuna ha preso la propria strada mantenendo vivo un rapporto di fratellanza. Consultare in merito www.ingiardino.org e www.carloruggiero.it. Tutto molto interessante, con un unico neo palese nel manifesto: seppur belli usati come texture per ricavare la sagoma di Sicilia e Calabria,  che cavolo c’entrano gli anemoni giapponesi con il Mediterraneo?

Perché a Paratico si può, e altrove no? Stamattina trovo nella posta elettronica, proveniente dal blog al quale mi è stata inviata, una mail: “Sono Cristina Mazzucchelli, autrice e fautrice di quelle  nuove rotonde e le aiuole spartitraffico di Paratico che lei ha definito ‘uno spettacolo da fine primavera a inizio autunno’. Oltre a complimentarmi per il suo blog, volevo ringraziarla per l’apprezzamento, perchè fa piacere sapere che anche interventi apparentemente così banali possano dare gioia e possano essere compresi da qualcuno.” Alla faccia dei banali. Vi invito da fine maggio in avanti ad andare a vedere, oltrettutto è un bel posto sul lago di Iseo. Gli interventi non sono da cercare: bordano le strade, arruffano angoli rigidi, danno dignità alle rotatorie, gonfiano la città di vaporose fioriture e di onde di graminacee.
Cristina Mazzucchelli aggiunge un post scriptum che segnalo: “Se ha occasione di ripassare da Paratico, vada a vedere anche il Parco delle erbe danzanti (o delle chiatte), un altro mio ‘figlio’ che lì si sta sviluppando. Credo che ne valga la pena, e sono persuasa che le piacerà.” Ne sono sicura. Resta l’interrogativo del titolo; grazie se qualcuno prova ad azzardare un’ipotesi plausibile sul perché una cittadina trova le risorse per far progettare con le erbacee perenni un verde pubblico di tanta eleganza, e tutti gli altri comuni italiani (sono oltre 8.000) invece no.

Le muguet porte-bonheur. Oggi è il primo maggio, una volta sentita e dovuta festa dei lavoratori; ora che di tali ne restano pochi, potrebbe almeno diventare il giorno in cui ci si scambia un mazzolino di mughetti per augurare buona fortuna a chi si vuol bene, come si usa in Francia, Belgio, Svizzera e Andorra. I francesi alimentano tradizioni e usanze attorno al profumato fiorellino del sottobosco che sboccia in questi giorni di primavera e che con la sua presenza in natura dichiara che il bosco è antico e in equilibrio. Poco fa mi sono avventurata in giardino sotto la pioggia: i primi mughetti si stanno schiudendo proprio oggi. Ho pensato che vorrei donarne un mazzolino a molta gente. Ma non ne ho abbastanza per tutti e inoltre l’ora mi dice che devo tornare a fare la lavoratrice. Senza festa, o meglio: festeggiando il fatto che il lavoro, almeno, ce l’ho.

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Solo un appunto di primavera. Stamattina ho fatto colazione nel mio giardinetto dietro casa tra macchie di chionodoxe azzurre, anemoni nemorose bianche, foglioline dorate di aceri giapponesi e spiree. Con qualche fiore e un controluce mattutino di marzo io, in questa terra di montagna austera (e a volte respingente) sono la persona più ricca e fortunata del mondo.


Oggi pomeriggio, in giro per altro, sono passata a dire ciao a Franco Veimaro a Cossato, dall’altra parte del Biellese. E l’ho trovato nel suo campo, a controllare le ventimila rose nuove innestate lo scorso anno e a chiedersi come riuscire a fare tutto. Sicché ho considerato che forse è arrivato il tempo di cominciare a svelare le ipocrisie del vivaismo furbo italiano. Piccolo cabotaggio, ma che tristezza. Franco Veimaro è uno dei pochi (saranno cinque, non di più) che in Italia innestano e coltivano davvero rose; gli altri le commercializzano comperandole qui e là, solo venditori.


E da Biella stasera mi è arrivata una mail che annuncia per il 14 e 15 aprile la distribuzione di piccoli alberi a chiunque ne faccia richiesta (www.lionsbiellalaserra.org), in nome di un campagna internazionale del Lions lanciata perché nel 2012 venga piantato un milione di alberi, e ormai giunto al settimo milione.
Questa è la primavera. Spunta negli occhi, nella gente e nella cronaca. Ovunque, e anche qui.

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Una mela per Steve

Devo della riconoscenza a Steve Jobs, uno che non conosco, ma ritengo mio fratello grande nello spirito e nelle intenzioni dal giorno in cui ho visto in azione il primo computer Macintosh, all’inizio degli anni Novanta. Il bidone della spazzatura nell’angolo in basso a destra si apriva e si gonfiava quando si trascinavano sopra i files da distruggere e un minuscolo guerriero armato  procedeva a passi pesanti e sonanti dal margine del monitor per arrivare presso il punto problematico di un documento, prendeva la mira e andava tutto in palla: il computer aveva avvertito. Da quasi vent’anni il mac è mio compagno di lavoro quotidiano: quanto io lo usi, lo dicono i tasti dell’ultimo portatile. Da quasi vent’anni in cuor mio di tanto in tanto ringrazio chi ha creduto nella divulgazione democratica della tecnologia, nel diritto alla bellezza, nella semplificazione dei gesti, nell’afflato al futuro. Steve Jobs il visionario è entrato nella vita di centinaia di milioni di persone, la mia compresa, proprio perché un visionario non conosce i limiti della realtà e, quando li conosce, desidera solo superarli.  Anche nei giardini succede così, chissà se Steve Jobs lo sapeva.

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Murabilia è molto più di quanto non appaia al visitatore medio italiano. Che peccato dover definire così la stragrande maggioranza dei visitatori delle mostre di giardinaggio italiane. Mettiamo il coté inglese, per esempio. A Murabilia 2011 ci sono stati in giuria Roy Lancaster e Christopher Brickell e ho assistito ad una splendida conferenza di Bleddyn Wynn-Jones, il vivaista di Crug Farm che da qualche anno espone a Murabilia, sulle sue visite di cacciatore di piante a Taiwan (ex Formosa). Provo a raccontarvi qualcosa, tanto per dire le opportunità che a volte abbiamo sotto casa di conoscere storie di amore botanico di portata mondiale. Wynn-Jones, infatti, insieme ad un’istituzione mondiale come i Kew Gardens è l’unico autorizzato ad andare a caccia di piante a Taiwan. Ha raccontato che la prima volta in cui con sua moglie Sue andarono in vacanza, scelsero la visita da naturalisti in Giordania, salvo scoprire che le piante erano tutte da clima secco e arido, e in Inghilterra non potevano viverci. Allora decisero di provare con Taiwan, isola attraversata dal tropico del Cancro con cime di 4.000 m nonostante il caldo e le stagioni delle piogge che, a quelle quote, diventano talvolta neve: incredibile neve dei tropici. La grande varietà di ambienti, oltre al fatto che è un’isola relativamente giovane, dunque instabile dal punto di vista della vegetazione e della sua evoluzione, lo hanno spinto a tornare a distanza di anni, dopo il terremoto del 1999 che ha cambiato un po’ i connotati alle montagne sulle quali aveva trovato piante importanti, quasi tutte descritte per la prima volta, alcune introdotte con successo sul mercato europeo. La parte ovest dell’isola è industrializzata, quella ad est e quella nord intatte, con montagne che scendono direttamente in mare. Per quanto tropicale, non è vero che fa così caldo, anzi pare che faccia più freddo di quanto d’inverno possa farne nell’inglese Galles, dove si trova il vivaio Crug Farm.
Prima di partire Bleddyn ha fatto passare gli erbari di Kew per documentarsi sulle famiglie botaniche e sugli endemismi dell’isola. Adesso con internet pare che sia facile localizzare le piante documentate dagli erbari e arrivarci a colpo sicuro. L’ultimo tour, per esempio, è stato proficuo innanzi tutto per l’identificazione di sei specie di Hydrangea, di cui una messa poi in coltivazione. Una settimana prima di partire, e con il programma già fatto, ha contattato sull’isola un tale Alberto che si intende di piante e di trekking per cercarle in montagna. “Masticava poco l’inglese – dice Bleddyn – ma le piante le conosceva bene”.  Già visitando i parchi nazionali ha visto molte piante interessanti, a cominciare da Tricyrtis formosana (indovinate perchè la specie si chiama così) in una forma picchiettata di rosso anziché di porpora-viola, una nuova begonia, un Asarum, Clematis lasiandra, quest’ultima rivelatasi molto rustica in Inghilterra, al contrario di molte altre clematidi incontrate, alcune profumatissime, che si sono rivelate poco resistenti al freddo, per esempio C. hakonensis dai petali bianchi che mettono in risalto un ciuffo di stami al centro di un blu porcellana bellissimo. Una delle piante più belle raccolte, per altro, è proprio una clematide, C. tashiroi dai fiori gialli  con stami bianchi. E così Viburnum odoratissimum, che fiorisce solo se le temperature non scendono sotto -5 °C. Le montagne di Taiwan sono raggiungibili su ripide strade franose, rese ancora più pericolose dal fatto che nella stagione dei monsoni basta una pioggia violenta a far aumentare di un metro il livello dei fiumi in sole 24 ore. In montagna ci sono pochi posti dove dormire, e quasi tutti sono case di legno costruite dai giapponesi quando occuparono l’isola.
Spettacolari gli aceri, come Acer serrulatum, il più colorato in autunno, A. palmatum e A. buergerianum var. formosanum, molto rustico. Magnifiche le foglie di Schefflera taiwaniana. Sono state individuate tre nuove specie di Aspidistra e una sua parente stretta, Peliosanthes arisanensis. Tra alberi e arbusti, specie come Photinia lucida, Deutzia pulchra, Rubus taiwanicola, un rovo trovato in un dirupo a 3000 m, con foglie appattite sul terreno, fiori grandi e bianchi e frutti rossi simili a fragole, commestibili. Nel nord di Taiwan, a Talpingshan, ha trovato anche un altro Rubus interessante, R. rolfei, tappezzante, e con frutti arancioni molto buoni. Facile da far crescere ovunque, al sole e all’ombra, in terreno ben drenato.
Il terremoto del 1999 ha danneggiato l’ambiente, anzi ha persino spostato di un metro la cima di una delle montagne visitate. Sicché la scena che si è presentata nell’esplorazione del 2007 era parecchio cambiata. Ci sono foreste millenarie, e le specie vegetali comuni ad altri territori, a cominciare dal Giappone, qui hanno dimensioni maggiori. Come cacciatore di piante autorizzato Bleddyn può introdurre i semi, solo in alcuni casi le piante, che comunque sono soggette a 12 mesi di quarantena. Introdurre nuove piante non è sempre agevole, perché non ci sono dati sulla coltivazione. Sicché a questo vivaista è successo di seminare con tutte le cautele Clematis psilandra, una specie non rampicante che forma una base legnosa e rami lunghi 50-120 cm e fiorisce con campanelle rosa a fine estate e in autunno. E le giovani piante portate in serra in inverno per sicurezza contro l’umidità delle precipitazioni stagionali sono morte, probabilmente per l’umidità atmosferica dell’ambiente confinato, mentre quelle all’aperto ce l’hanno fatta benissimo. Molte piante della flora di Taiwan osservate sono state descritte per la prima volta da questo vivaista. Qualcuno alla fine gli ha chiesto: dove andrai la prossima volta, e quando sarà? Bleddyn Wynn-Jones ha sorriso come può fare solo chi ha già un piede sull’aereo: partirà infatti per il Vietnam in ottobre. Molte delle sue piante introdotte in coltura sono descritte e in vendita sul sito www.crug-farm.co.uk. Anche senza comperare, c’è da leggere e imparare parecchio. Soprattutto su che cosa voglia dire essere un moderno cacciatore di piante. E aver raggiunto il diritto, quando in patria, di tenersi le domeniche per sé. In un angolino, dopo i mesi e gli orari di apertura c’è scritto: “We will no longer be opening on Sundays from 2011 (after all we are grandparents now)”. Le foto sono del sito di Bleddyn, che qui ringrazio.

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Sono orfana di internet, non ho fatto in tempo ad allontanarmi da casa che un guasto di centrale mi ha privata della ormai indispensabile linea. Sicché tutto ciò che volevo raccontare è da rimandare: sono qui ospite un attimo giusto per le necessità essenziali di posta elettronica. Ma voglio lasciare almeno un pensiero. A Cittanova la domenica mattina ha suonato una banda di ragazzi, settanta elementi, né trio né quintetto, settanta e a scuola all’Associazione Paolo Ragone di Laureana di Borrello ci vanno 120 ragazzi che sono tirati per i capelli sei giorni su sette tra esercizi, repertorio e concerti. Mi sono commossa. Seduta di fronte al palchetto e ad una orchestra che in due anni è stata capace di mettere in piedi tanta musica con tanta sensibilità, sembrava che il maestro, che si chiama Maurizio Managò ed è poco più di un ragazzo, dirigesse palmizi e cedri del parco Carlo Ruggiero. Potere della musica, del verde, della cultura. Loro ci salveranno. Managò invece dirigeva persone, giovani persone che sono un volano culturale per l’intera comunità. Come il libro presentato verso sera, come gli scout e la protezione civile che hanno svolto lavoro di controllo, come i due giardinieri del parco con il Mommo (lo vedete a sinistra nella foto che regge il cartello con le finalità dell’associazione Pro Fondazione Carlo Ruggiero) esaltato dall’interesse per il suo luogo di lavoro che è anche luogo di sperimentazione della sua passione per le piante. Bisognerà non lasciarli soli, i due che hanno la responsabilità di un tesoro vivo, e tutti gli altri. Come i ragazzi dell’organizzazione, e non lasciare morire lo spirito che si è creato tra espositori e organizzatori.

Allora il pensiero è questo: se non si prova mai, non si risolve mai nulla. Già c’è lo Stato che nei luoghi in cui dovrebbe far sentire di più la propria presenza è latitante, almeno resistano le persone che sono tessuto sano di questa nazione. Perché, dice il sito della banda di Laureana, chi banda non sbanda. E tutti gli altri portano a casa un ricordo indelebile.

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