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Archivio per la categoria ‘Piante e Fiori’

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La foto della testata del blog dal 9 febbraio 2013
Tra carnevale, San Valentino e qualche pensiero al di là dei fiori
È sabato, ma la mia tabella di marcia mi dice che non devo abbassare la guardia e che devo andare avanti a consumare tasti del computer. Così, come unico diversivo, stamattina ho deciso di cominciare la giornata cambiando l’immagine della testata: a questo punto della stagione, e con la prospettiva da domani sera di venire sommersa dalla neve come non ho avuto in questi mesi d’inverno, ci sta un po’ di colore, segnale di una resurrezione non più così lontana. Colore intanto perché questo fine settimana cade il carnevale e io me ne accorgerò al massimo preparando i dolci di ricorrenza: che almeno ci siano i petali di un fiore a raccontare le fantastiche arlecchinate della natura, che mi sono più congeniali di quelle umane. Poi perché in settimana cade la ricorrenza di San Valentino, e ho letto da qualche parte l’appello a regalare al gentil sesso solo fiori italiani come appoggio all’economia nazionale e come valorizzazione dei nostri saperi. L’appello diceva: lasciate perdere le rose, regalate bouquet di fiori semplici come ranuncoli e anemoni. Ho scelto appunto per la testata i petali di un anemone coronaria di una nuova varietà straordinariamente elegante, una corolla enorme (oltre 10 cm di diametro), che indossa toni porpora e blu, con il ciuffo centrale di stami neri messi in risalto dalla base chiara e un po’ fluo dei petali. Due settimane fa mi sono scatenata a fotografare decine e decine di varietà di questi fiori in un vivaio che, in fondo alla Liguria, prosegue una tradizione prestigiosa. Non dico di più, se ne parlerà su Gardenia di marzo nelle pagine della mia rubrica. Ma il terzo motivo della scelta di un anemone per la testata, oltre al carnevale e all’invito a farne mazzi per San Valentino, è che è stato un fiore che nella sua semplicità per oltre un secolo ha dato molto al prestigio della Liguria e al reddito di centinaia di floricoltori. Negli anni Sessanta se ne producevano ancora 30 milioni di steli, contro il misero milione di oggi. Forse, ho ragionato quando me lo hanno detto, la semplicità non piace più e un fiore semplice e durevole non fa cassetta.
Infine un messaggio ai signori uomini che non vogliono rinunciare a mostrarsi galanti per San Valentino, ma  ritengono di avere una compagna che può capire un gesto di solidarietà e partecipazione alla vita degli altri. Invece di un bouquet di fiori, regalatele un biglietto che dice: i 30 euro che avrei speso per i tuoi fiori li ho spesi per 25 piantineAnemone-coronaria di ortaggi e frutti con cui tu, destinataria del mio pensiero, offri la possibilità ad una donna africana di coltivare e raccogliere cibo per la sua comunità. So che uomini capaci di un gesto così ci sono, e anche donne fiere di avere un uomo con questa sensibilità. In ogni caso andate a vedere a questo indirizzo il “pacchetto del cuore” per San Valentino proposto dalla onlus Amref. Tutto sommato gli anemoni possono attendere, o può bastare quello della testata del mio blog, con il suo aspetto radioso.

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Lonicera fragrantissima
Oggi la chiesa festeggia San Gaudenzio, primo vescovo di Novara attorno all’anno 400. A Novara nell’altissimo duomo (nelle giornate limpide d’autunno a volte ne scorgo la guglia da qui, a svariate decine di chilometri di distanza) si svolge ogni anno, dal 1400, la Cerimonia del Fiore per ricordare un miracolo: quello dei fiori che Gaudenzio avrebbe fatto sbocciare nel cuore di gennaio nel suo orto in segno di benvenuto a Ambrogio (santo anche lui, oltre che vescovo di Milano). Che fiori saranno stati? Né Hamamelis (americani) né calicanto (giapponese), né Viburnum farreri (cinese del Kansu) né Lonicera fragrantissima (siberiana).
A proposito di Lonicera fragrantissima. Non ho fatto in tempo a scrivere che delle Ladre di Piante pistoiesi non c’era ancora alcun riferimento se non una mail, ed ecco che mi rimbrottano: ma come? Siamo entrate quasi subito su internet. Vero. E andando a vedere mi è venuto subito voglia di fare uno shopping stagionale: proprio lei, Lonicera fragrantissima. E avere una pianta robusta che fiorisce e profuma l’aria d’inverno a 10,50 euro (andate a vedere qui), potrei anche cedere alla tentazione. Un bell’elogio di questa lonicera si trova in questo blog.

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merlo-popPiovono comunicati. Non fa in tempo a cominciare l’anno e arrivano a raffica i comunicati delle manifestazioni primaverili. Vai con la Sardegna, Milis (OR) sarà in festa con le piante di “Primavera in giardino” il 9 e 10 marzo, quest’anno sul tema “Cercando l’argento in giardino”. Imperdibile. Intanto Italo e Leo che l’organizzano mi raccontano delle loro vacanze invernali in Spagna e Portogallo, facendomi venire l’acquolina e mi mandano un assaggio anche di casa loro con una meravigliosa foto scattata su una spiaggia di Cabras, trapuntata sin dentro l’acqua di cespugli di sa zibba (Halimione portulacoides), sa zibbaerba che per tradizione viene usata per conservare il muggine arrosto. Stasera non so scegliere se vorrei essere a Lisbona o a Cabras… Ma almeno, rispetto a metà Italia, qui c’è bel tempo e non neve.
Da Milano mi arriva notizia di una mostra di giardinaggio nuova di zecca il 23 e 24 marzo. Si chiamerà Ortochic, nome modaiolo in linea con la capitale italiana della moda, solo che la bella chic del logo porta orecchini da cui pendono pomodorini. Location d’eccezione i chiostri dell’Umanitaria. Info www.ortochic.it, su facebook www.facebook.com/Ortochic, twitter http://twitter.com/ortochic e mail info@ortochic.it
Negli stessi giorni, dal 21 al 24 marzo, si svolgerà contemporaneamente a Palermo, Catania e Caltagirone, la prima edizione di Primavera Siciliana, una manifestazione dedicata al rapporto fra verde e città in tutte le sue forme che coinvolge amministrazioni, ordini professionali, cittadini, professionisti, realtà commerciali e imprenditoriali, negozi e aziende, creando sinergie fra i mondi dell’agricoltura, dell’architettura. Info qui.
Questa domenica si svolge a Torriglia il mandillo dei semi, nell’entroterra di Genova, la consueta manifestazione di scambio dei semi, delle marze, dei lieviti. Temo neve, sicché non so se riuscirò ad andarci. Mi sono appuntata un altro appuntamento simile a Castelponzone, in provincia di Cremona, il 25 aprile. Si chiama SeMiScambi e si trova su internet.

merlo-popUn lettore del miio blog che si chiama Massimiliano mi fa una domanda: dove posso acquistare lagenarie ‘Cannon Ball’ ed a fiasco? Sapevo di problemi al gestore del sito svizzero specializzato in zucche, ma vedo che funziona normalmente. 10 semi costano 2,75 euro su questo sito. Io quest’anno non ho molto da offrire: per chi è interessato ho i semi di ‘Coureuse d’Eysine’, aperta l’altro ieri, perfetta e asciutta, molto buona al contrario delle due o tre altre volte in cui l’ho coltivata e mi era sembrata maleodorante, sensibile all’umidità, scarsamente conservabile. Massimiliano troverà nello stesso sito anche la zucca a fiasco.

merlo-popLe donne del verde dilagano, ne trovo di nuove e motivate ovunque. Benvenute! Una di queste è Silvia Agostini, ventottenne architetto paesaggista che ha intrapreso la strada di vivaista a Pistoia con una vecchia conoscenza, Rita Paoli, esperta di ortensie fiorentina. Producono e vendono direttamente al pubblico arbusti da fiore e rampicanti, si chiamano Ladredipiante, ma il sito con questo nome è ancora in costruzione e bisognerà attendere per saperne di più. C’è solo una mail: ladredipiante@gmail.com.

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cropped-pera-olivier-de-serre-testata.jpgLa foto della testata del blog dal 7 dicembre 2012
Un bravo agronomo dietro una buona pera antica
A riprova che nella nostra cultura è un’impresa far accettare un delizioso cimitero di montagna come luogo di bellezza e serenità, stamattina ho ricevuto ben due mail amiche: togli subito quella foto dalla testata, e una delle due ha specificato: un cimitero in questa epoca di morte delle idee, del lavoro, del benessere, quando non morte tout court perché abiti vicino all’ILVA di Taranto o a Casale Monferrato, suona sinistro. Sarà, io non l’avevo intesa a questo modo, ma è noto che vivo a margine del mondo.
Sicché cambio la testata e non se ne parli più. Ma, a dispetto di quanto probabilmente intendevano suggerirmi i miei interlocutori, per rinnovare la testata non metterò nulla di natalizio. Non fosse altro che per il fatto che, proprio per le atmosfere che si respirano in giro, è meglio evitare stupidi luoghi comuni che acuiscono soltanto in alcuni il senso di nostalgia per i tempi in cui si poteva credere a Babbo Natale, in altri il dolore per non poter in alcun modo festeggiare.
Io, che del Natale non so che farmene, preferisco a questo punto della stagione rendere omaggio ad un agronomo francese dalla storia affascinante: Olivier de Serres (1539-1619), considerato il padre dell’agricoltura moderna francese. Moderna solo perché innovatore era lui, con un piglio che potrebbe essere contemporaneo su più fronti, mentre i suoi connazionali erano ancora calati in una logica di guerre fratricide di fanatismo religioso (lui era protestante e tollerante) e di privilegi di casta. In un sito d’Oltralpe ho trovato l’omaggio a de Serres del poeta e saggista Edmond Pilon: “Mentre, nel tuo secolo, molti andavano vestiti di armature, la croce sulla spalla e la spada al fianco, tu camminavi modestamente, con un colletto piccolo,i  capelli corti e il pizzetto su un viale di bossi, vanga e rastrello come tue uniche armi.”  Io lo ricordo con la varietà di pera che porta il suo nome, riservando ad un altro momento biografia e meriti.
Fu lo stesso Olivier de Serres a tessere le lodi del pero: “Nessuno tra gli alberi da frutto ha frutti di tante fogge come il pero, le cui diverse varietà sono innumerevoli e le loro differenti qualità meravigliose.  Dal mese di maggio al mese di dicembre si possono trovare sugli alberi pere buone da mangiare. Osservando attentamente le diverse forme, le dimensioni, i colori, i sapori e gli aromi della pera, chiunque apprezzerà la sapienza del Creatore. Ci sono pere tonde, lunghe e appuntite, oppure un po’ spuntate, ce ne sono di piccole e di molto grandi. Possiamo trovare pere color dell’oro o dell’argento, rosse vermiglie o di un verde satinato. Le pere hanno sapore di zucchero, di miele, di cannella, di chiodi di garofano; aromi di muschio, ambra, erba cipollina. Per dirla in breve i frutti sono talmente eccellenti che non vale la pena di avere un frutteto in un luogo dove l’albero di pero non cresca bene”.

E le pere invernali a lui dedicate (sono state create a metà Ottocento da seme nei vivai M. Boisbunel di Rouen e commercializzate nel 1861), sono tra le migliori che io conosca: tozze e schiacciate, non molto voluminose, con il picciolo corto, la buccia verde vivo punteggiata di lenticelle e di ruggine, hanno la polpa succosa, molto profumata e fine, liquescente. Ben immagazzinate al fresco in cantina si conservano sino a marzo.
L’albero è molto vigoroso e ha una abbondante fioritura, ma la produzione non è mai alta e avviene solo se c’è un buon impollinatore. Tra quelli considerati tali, i peri delle varietà ‘Conference’, ‘William’, ‘Butirra Clairgeau’ e ‘Decana d’Inverno’.
Questo è un dettaglio da ricordare, se si decide nel corso dell’inverno dipera-Olivier-de-Serres piantare un esemplare di ‘Olivier de Serres’: bisogna dotarlo del giusto vicino. Chi invece ha già un albero in produzione in questo periodo ricordi di fare il trattamento con poltiglia bordolese: è infatti una varietà piuttosto sensibile alla ticchiolatura.

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Oggi è iniziato a Torino il Salone del gusto e stasera, scaricato il programma dal sito internet (www.slowfood.it), ho letto il tema di quest’anno. Siccome hanno chiamato in causa le mele, eccone alcune del mio melaio elettronico ed ecco il testo di presentazione del salone. Che bisognerebbe visitare non tanto da gourmet, quanto da giardinieri coscienti.


Cibi che cambiano il mondo è lo slogan che sintetizza il senso dell’edizione 2012 del Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre, per la prima volta uniti in un solo grande evento per raccontare la straordinaria diversità agroalimentare di ogni continente, dando voce a tutti i piccoli produttori che, nel Nord come nel Sud del mondo, danno vita a cibi la cui qualità è definita dalla bontà organolettica, dalla sostenibilità ambientale e dalla giustizia sociale.Simbolo di  questo cambiamento è una mela, cibo metaforico per antonomasia e che più di tutti ha segnato, nel bene e nel male, rivoluzioni e trasformazioni epocali: il frutto proibito che determinò la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden; il pomo d’oro consegnato da Paride ad Afrodite, per premiarne l’insuperata bellezza tra le divinità dell’Olimpo; la apple della rivoluzione informatica, partita dalla Silicon Valley alla conquista del mondo; quella che, caduta su una testa ricettiva e pensante – quella di Sir Isaac Newton! –, determinò la scoperta della forza di gravità…

La nostra mela non è il frutto destagionalizzato, che parla ovunque la stessa lingua e rappresenta attualmente il 90% della produzione e del mercato. Non appartiene alle varietà commerciali golden o red delicious, granny smith, gala o fuij, ma si chiama Magnana in Piemonte,
Teresa in Liguria, Annurca in Campania, Green Newtown Pippin a New York… È una mela che vuole tracciare un solco positivo nel cambiamento che  ci auspichiamo il cibo “buono, pulito e giusto” imprima nel nostro pianeta. È una mela con i suoi tempi, i suoi luoghi e i suoi modi; che parla ovunque una lingua diversa, quella delle varietà, di metodi produttivi responsabili nei confronti dell’ambiente e remunerativi per gli agricoltori, di tutela del paesaggio, di un futuro buono da mangiare e bello da immaginare. A cui tutti abbiamo diritto. Quest’anno, dal 25 al 29 ottobre, la nostra mela sarà simbolo dell’intima connessione tra piacere gastronomico e responsabilità nei confronti di quel che mangiamo e di chi lo produce. E, come lei, tutti gli altri cibi protagonisti del Salone del Gusto e Terra Madre, che nei loro mille sapori renderanno più che mai evidente come l’esperienza gustativa affianchi la conoscenza delle donne e degli uomini che coltivano, allevano e trasformano i prodotti alimentari di tutto il mondo, dei territori dove essi nascono e nella cui terra hanno radici profonde.

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Ho saputo oggi che la prossima Floriade si solgerà nella città di Almere: lo studio di architetti che ha presentato il progetto ha vinto sulla candidatura di Amsterdam, Boskoop e Groningen. Vedere qui, e grazie a Nemeton, la rivista on line diretta da  Maurizio Corrado, da cui mi arriva l’informazione (www.nemetonmagazine.net).
Mi ricavo cinque minuti per dire la rabbia: noi italiani pianifichiamo un giorno per l’altro, nel mondo professionale in cui mi muovo se possibile ti dicono le cose chiedendoti di fare subito, ma vorrebbero che tu le avessi indovinate e prevenuto ogni desiderio. In Olanda non è ancora conclusa un’edizione di Floriade che già fanno vedere il piano quasi dettagliato di quella successiva. Non un anno o due dopo, ma  dieci anni dopo. Come se qui da noi si sapesse già che cosa se ne vuol fare dell’Euroflora del 2020.
Intanto Floriade 2012 di Venlo, nel sud-est dell’Olanda al confine con la Germania,  prosegue ancora sino al 7 ottobre. Se qualcuno deve imparare la tempistica, fa ancora in tempo ad andarci. Anzi bisognerebbe trasferire in massa pianificatori e amministratori nostrani, a cominciare da quelli dell’Expo universale del 2015 a Milano.
Io non posso fare molto neppure per soddisfare il mio personale piacere di pregustare gli eventi e la loro costruzione, sicché almeno lascio qui una manciata di appunti visivi della mia visita a Floriade 2012 di fine agosto. Tema: l’uso delle graminacee. Già imparare a lavorare con queste piante sarebbe un bel modo di guardare al futuro dei giardini e del paesaggio.

PS: tanto per dire che non sono solo gli olandesi ad essere ben organizzati sui tempi, lascio qui la prova che lo sono altrettanto in Germania. Nell’orto botanico (il primo della Germania: 1609) della  cittadina di Giessen, 70.000 abitanti, a nord di Francoforte, hanno già appeso il manifesto che annuncia la Landesgarternschau che ci sarà nel 2014 sul tema “Vivere la natura da vicino”, per altro con ben strutturato sito già in funzione (www.landesgartenschaugiessen.de).
Volando più vicino a casa, io questo fine settimana vado a vedere se tutte le pene degli organizzatori di “Piante e animali perduti” a Guastalla (RE) e di “Fiori frutti qualità”  a Celle Ligure (SV) sortiscono anche quest’anno i magnifici effetti che i visitatori si aspettano. Quello che stupisce della nostra nazione è che qui, perennemente nelle ristrettezze di mezzi e di tempi, non si sanno fare piani sulle lunghe distanze, ma i miracoli su quelle brevi sì.

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La foto della testata del blog dal 29 agosto 2012
Da Stoccarda a Venlo e ritorno: quasi una vacanza
Questa è una cronaca in differita, perché mi sono rifiutata di andare via con il computer. Sicché la settimana scorsa le cose me le sono godute, questa settimana le rivivo per condividerle in rete. Qui la prima puntata. La foto riguarda un angolo del parco di Killesberg a Stoccarda. L’ho scelta per due motivi. Il primo è che avevo visto questo parco in occasione della Buga del 1993 e di quel fine settimana non ricordo quasi nulla, se non il convegno internazionale delle associazioni della fucsia, poi una enorme aiuola multicolore che troneggiava al centro di un vastissimo avallamento e, in ultimo, la prima volta che vedevo un tetto verde ben organizzato come tale e la prima scoperta di Hydrangea arborescens ‘Annabelle’. Il secondo motivo è che le dalie che si vedono in foto hanno una storia e una ragione, come tutto il verde pubblico tedesco, bontà loro. Una bella collezione – ampia quanto o più di quella di Villa Taranto – rallegra l’estate dei visitatori del parco e poi in ottobre i fiori vengono recisi e allestiti in bouquet, messi all’asta a scopo di beneficienza durante una festa di chiusura della stagione. Intanto i visitatori hanno a disposizione una cartolina per votare la varietà preferita. Già questa piccola cosa dell’asta di beneficienza a me sembra una magia: ne usufruiscono tutti, perché non farlo? La magia si moltiplica sotto la guida di Klaus Evert, per una vita maestro giardiniere del comune. Un settantenne appassionato di erbacee perenni e appartenente a una commissione credo nazionale per l’uso di queste piante nel verde pubblico. Stoccarda ha un po’ meno di 600.000 abitanti, 150 giardinieri comunali, 35 ingegneri orticoli e maestri giardinieri, 180 progettisti. Ovvero circa 400 persone addette al verde di tutti. Come se Milano avesse una dotazione di 1000 specialisti che fanno bella la città e la rendono più vivibile con il verde. Gli addetti di Stoccarda non perdono tempo: hanno in cura  36.000 alberi delle alberature stradali e 35.000 alberi nei parchi, e questo senza contare gli alberi dei boschi urbani, che superano i 5.000 ettari di estensione. Sicché la città è ampia e tutta verde, una lingua di parchi e giardini parte dallo Schlosspark (200 ettari proprio in centro) e si incunea tra le case sino al parco di Killesberg e ormai oltre, persino con colline di vigneti. Per essere la città della Mercedes Benz e della Porsche, una bella lezione. E dove si devono vestire spartitraffico e aree marginali c’è modo di fare esperimenti su come coltivare senza acqua o in funzione della biodiversità. Ho visto alcuni esempi di uso sperimentale delle erbacee perenni piantate in uno spessore di 10, 20 o 30 cm di ghiaia, senza un goccio d’acqua, senza concimazioni, una sola pulizia all’anno a fine inverno.

A Stoccarda cadono circa 700 mm di acqua all’anno: piuttosto poco, dunque le normali aiuole richiederebbero interventi di irrigazione. Evert ha raccontato che le perturbazioni atlantiche che portano acqua si scaricano sul Jura, poi ancora nella Foresta Nera e quando le nuvole sorvolano Stoccarda hanno più poca acqua per dissetare le piante della città. E’ andata peggio con i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, che hanno raso al suolo l’ 80% della città, infatti in larga parte nuova, o con isolati edifici storici stretti tra palazzi degli ultimi decenni. Non tutto è perfetto, ovviamente, ma si può sperare che qualcuno prima o poi capisca anche qui da noi, a vedere in una via semicentrale una lunga bordura soffice e rosea di gipsofila, Anaphalis triplinervisAster (A. pansos ‘Snow Flurry’), Calamagrostis, Linaria purpurea, Achillea ‘Schwellemburg’, Euphorbia cyparissus. Insomma: niente di che, mica piante dell’altro mondo, ma organizzate così bene tra argento e rosa, così soavemente adagiate nel brecciolino, con qualche sasso più grande a muovere la scena, in primavera qualche bulbo precoce, in estate qualche Allium e nient’altro. In centro c’erano aiuole malandate, direi abbandonate alle erbacce, ma con una spiegazione: stanno iniziando i lavori di Stoccarda21 per rendere passante la stazione ferroviaria in centro, dunque anche allestimenti recenti, di 5-6 anni fa, dovranno essere tirati all’aria per gli scavi della linea ferroviaria sotterranea. In quanto alla civiltà, a me ha fatto una certa impressione sapere che i giardinieri fanno annualmente o quasi il controllo degli alberi e sono impietosi con quelli non recuperabili o pericolosi per la gente: vengono marcati di rosso e poi segati. Ma al grande platano del viale monumentale nel parco del castello, che dopo più di 200 anni ha deciso di dichiarare forfait, riservano un trattamento speciale: lo segano a una certa altezza (3-4 m), circondano il moncone con anelli di ferro perché il legno marcendo non cada a terra pericolosamente, e aspettano che siano gli insetti xilofagi a demolirlo. Hanno infatti scoperto che sono specie entomologiche diverse da quelle che demoliscono il legno a terra, e sono da preservare.

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Capisco di essere una vecchia giornalista e un’appassionata di botanica e giardinaggio della prima ora quando osservo il comportamento dei giovani di questo settore. Sono quelli che dovrebbero rinnovare il linguaggio, i modi, le conoscenze e mi piacerebbe tanto accodarmi a loro per non invecchiare troppo presto. Sono più spesso invece quelli che hanno capito come si fa per stare a galla nel mondo in crisi economica e per ritagliarsi una fetta di successo e di guadagni. Stare a galla quasi mai coincide con la passione e la competenza: basta conoscere l’animo degli italiani e la loro sete di novità continue, smanettare bene su internet e avere la carta di credito per cercare in Olanda, Belgio, nell’Est europeo, in Cina e altrove le piante che ancora non sono state proposte in Italia. Beninteso: conosco anche fior di vivai consolidati che fanno altrettanto, ma non in modo esclusivo e non programmando in questo modo la loro entrée sul mercato che tanto assomiglia a più tristemente famose “discese in campo”.
Da stamattina presto la mia casella di posta elettronica è bombardata da notifiche di facebook. Una volta una che non ho la più pallida idea chi sia mi ha chiesto l’amicizia e siccome c’erano in comune amici di provata fede giardinieristica ho cliccato sul benestare all’amicizia. Ci mancherebbe altro. Voglio dire: penso che più siamo e meglio stiamo, se davvero siamo in amicizia a promuovere le piante. Questa ragazza però stava preparando il terreno per l’entrata in scena. Me ne sono accorta nel volgere di qualche mese, quando lei e il suo nuovo presunto vivaio sono comparsi ovunque potessero raggiungermi tramite testimonial eccellenti: direttori di giornali, amici che organizzano manifestazioni, piccoli vivai in cerca di fortuna allo stesso modo, ma già in contatto con me. Non c’erano ancora le piante, ma i contatti giusti per promuoverle, quelli sì. Non so come farò a far capire che in questo modo stiamo rovinando tutto: per una famiglia che sta a galla con l’invenzione di una pseudo specializzazione sempre più improbabile come forma di giardinaggio, ci sono tanti appassionati di giardinaggio che si sentono buggerati e abbandonano. Oppure abbandonano il flusso primaverile e autunnale delle mostre-mercato, i garden center più forniti, le porte aperte dei vivai, la coralità e la socializzazione di un interesse e, nel segreto del proprio rapporto con il computer, acquistano direttamente alla fonte, all’estero, le piante che così pomposamente vengono sbandierate su facebook come una trovata fenomenale. Ho amici che comperano in Olanda le rose a radice nuda, anche quelle più rare e eccezionali, a 0,80 centesimi di euro e quando vedono i prezzi dei vivai di rose, ridono.
Credo che la crisi nel vivaismo nazionale non sia ancora arrivata davvero e tutto sommato non vedo l’ora che arrivi a rimettere un po’ di cose a posto, anche se con questa affermazione apparirò una stupida, reazionaria  fustigatrice di costumi. Ma io credo nel giardinaggio come santuario dei propri interessi e della voglia di natura, credo nella pratica tra piante e fiori per trovare se stessi e un filo intimo di legame con altri. Sono cresciuta concedendomi una visita al Centro Botanico di Milano in cerca dei semi di Sutton come premio del sabato mattina se avevo ben lavorato in settimana, passando interi pomeriggi nel vivaio MiniArboretum di Guido Piacenza per imparare a fare i conti con la mia ignoranza e provare a rimediare. Ho passato intere mattine ai Kew Gardens in gelide giornate di febbraio in attesa che il vento si fermasse per poter fare una foto che per me era sintesi di tutto. Sicché se oggi i giovani affrontano la mancanza di altro lavoro buttandosi in questo settore con la rigidità che il business richiede e la scaltrezza che i social media danno modo di praticare, io mi sento male e vado fuori a calpestare il mio avanzo di giardino come se fosse l’ultimo boccone di verità rimasto. Da una finestra stamattina ho visto che Saxifraga cotyledon mi sorrideva, accomodata nel suo vaso quadro a tronco di piramide sul davanzale. E quando mi sono avvicinata per capire che cosa mai avesse da sorridere, ho visto. Sta emettendo un secondo scapo fiorale e alla base delle foglie più interne della rosetta che aveva fiorito in giugno sta facendo altre rosette di foglie, attualmente così piccole che se lei non mi avesse sorriso non mi sarei avvicinata e non avrei colto la sua ricerca di futuro. Mentre altri taggano su facebook, io andrò a cercare sul davanzale il mio.

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La foto della testata del blog dal 30 maggio 2012
In coda per un fiore

Le cose succedono con una velocità tale, che restano quasi tutte dentro, senza il tempo di tirarle fuori e dipanare la matassa di cui i fatti sono intessuti. Due settimane fa Francicorta in fiore in un’edizione un po’ dimessa, o forse è stato il clima inclemente a farmela apparire tale. Ma ci sono sempre aspetti speciali, come l’accoglienza franciacortina, le loro deliziose bollicine, la mostra “Trasparenza: suggestioni di fiori e vetro” di un’artista dei fiori come Giusi Ferrari Cielo. Di lei non so se mi piace di più la creatività solare o il rigore delle scelte stilistiche in nome di un gusto contemporaneo pieno di riferimenti colti, ma mai incombenti e pedanti. Lo stesso fine settimana a Costozza di Longare, provincia di Vicenza, la diciassettesima edizione della mostra di giardinaggio nel giardino storico di Villa da Schio, e il maestro giardiniere Pagani che interloquisce con un nutrito crocchio di visitatori invece di pontificare come si usava sino a ieri. Cambiano le cose, signori. E non mi dispiace affatto. A Flor 12 a Torino lo scorso fine settimana code pazienti per avere diritto ad un mazzolino da passeggio con i fiori del mercato dei fiori di Torino. Dove ho scoperto che ci vanno a vendere un cinquantina di produttori locali e donne che non coltivano, ma raccolgono erbe e fiori nei boschi e fanno tesoro della capsella borsa di pastore ai bordi di strada. Che è piaciuta al presidente della Provincia di Torino Antonio Saitta, sicché l’operosa maestra di fiori Betti Calani si è ingegnata a regalargli un bouquet pieno di understatement: rose drammatiche e sbuffante borsa di pastore. Restano negli occhi cose così: un amministratore che se ne va per una elegante via centrale di Torino portando in mano con piacere un bouquet, quattro gallinelle in libera uscita a becchettare sotto l’insegna del jazz club subalpino, i bambini del laboratorio che imparano a mangiare pane e marmellata e a contare quante piante stanno mangiando (mio dio: sono dodici, ma loro non sanno che cosa sono le arachidi, non credono che lo zucchero è fatto di piante, se una marmellata è arancione anche assaggiandola non riescono ad andare oltre al fatto che deve essere per forza di albicocca o arancia).  La mia primavera assomma novità, nuovi scorci e nuove piante nei fine settimana, e gli altri giorni il solito monitor di computer e la solita tastiera maledettamente consumt con le a che sono diventate un optional. Non ho tempo per fare il cambio di computer, ci vuole ancora qualche settimana. Quassù il terremoto dell’Emilia è solo un impercettibile tremolio, sembra impossibile che due regioni più in là siano 17 i morti e infiniti i danni. Incurante di tutto, una sassifraga che un amico sventato tre anni fa ha rubato per me su una roccia prealpina ieri ha deciso di illuminarmi la giornata emettendo un abbozzo di scapo fiorale. Sta facendo a gara con Saxifraga vayredana in quanto a velocità di formazione dei fiori. Di tutto, è questo che m’importa e mi fa capire perché la gente se ne stia buona buona in coda per due rose e uno statice da portare a casa. Le mie sassifraghe stasera sono per loro, per quelli che dormiranno nelle tende di una terra che trema.

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Io e lei, l’asperula

C’è un momento di maggio, tra un giorno di pioggia e l’altro delle primavere piovose di qui, in cui tutto nel mio giardinetto dietro casa si gonfia e si vela di colore. Le aquilegie fanno casino per i fatti loro in fondo al declivio, gerani macrorrizi marginano la bordura di filipendule, persicarie, aconiti, bistorte, iris che stanno crescendo. Nel grigio emergono i toni biondi del pallon di maggio, dell’acero giapponese, delle spiree e della Lonicera nitida ‘Baggesen’s Gold’. Nuovi piccoli alberi nascono dappertutto: aceri campestri, betulle, frassini, biancospini, pini, quest’anno come regalo extra uno stranissimo acero a foglie porpora incrociato con l’acero pseudoplatano che vive dalla parte opposta della casa. Le giornate grigie, se troppo frequenti, indispettiscono le piante, che diventano più lunghe del normale, insomma filano. Dopo settimane di altera resistenza, i miei quaranta tulipani candidi della varietà ‘Maureen’ quest’anno hanno superato il metro di altezza e adesso cominciano a piegarsi. Ma non m’importa se perdo le pennellate bianche in mezzo all’ortensia ‘Annabelle’ che mette le foglie, perché da oggi il tappeto di asperula riempie di candore due metri quadrati di terreno. Per me un momento magico, di una leggerezza soave. Less is more. Se penso alle contorsioni mentali, botaniche e giardinieristiche che vedo in giro, non trovo niente di più significativo nella mia direzione di questo tappeto un po’ odoroso, molto grafico e molto semplice nel quale vorrei nuotare e perdermi.

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Riprendiamoci le piante (e un po’ di quiete a costo nullo). Il fine settimana prima di questo Filippo e Rossana del vivaio Millefoglie hanno fatto porte aperte in un’atmosfera colloquiale e informale che fa bene al giardinaggio. E così di tanto in tanto, condividendo con loro e i loro visitatori qualche ora del pomeriggio del sabato e della domenica,  mi veniva il pensiero dell’evoluzione delle mostre di giardinaggio, un modello di promozione del settore che sembra anche più vecchio dei suoi vent’anni. Benedetti italiani individualisti: vuoi vedere che ognuno farà per sé, al massimo invitando due o tre colleghi per condividere situazione e clienti? Al vivaio Millefoglie c’erano Maurizio Feletig con le sue rose, un giovane apicoltore con i prodotti delle sue arnie e la voglia di far conoscere la vita delle api, un intrecciatore di forme di salice, un libraio con una buona scelta di libri di giardinaggio (compresa la serie Passione Verde di Vallardi che sto curando e che ho presentato) e un esperto delizioso che ha raccontato tutto delle libellule, scommetto facendole amare anche da quelli che eventualmente avessero cattivi rapporti con gli insetti. Non ci vuole di più per una formula vincente che fa sentire bene accolti, con qualcosa di buono da sgranocchiare sempre a disposizione, qualcuno che di tanto in tanto arriva con una tazza di caffé caldo o ti invita a vedere che cosa sta succedendo in quel momento in un angolo del vivaio-giardino. La semplicità della formula riporta le piante al centro dell’attenzione e, nella quiete del godimento, nascono rapporti, si approfondiscono argomenti. Mi dicono che sia stato così anche a Imola da Vivaverde, il vivaio di rose di Monica Cavina. Lei ha sempre un’aria silenziosa e quasi timorosa, ma mi sa che lavora con più stile e più braccia forti di tanti altri suoi colleghi.

Se è una mostra di giardinaggio mi spetta il nome della nepeta, perdio! Tornando dalla mostra Aregai in Fiore a Santo Stefano a Mare, quasi al confine ligure con la Francia, l’altro ieri deviazione estemporanea su Racconigi ricordando che era il consueto week end di fine aprile dedicato alla mostra di giardinaggio. E in un posto magico, una reggia sabauda ormai completamente restaurata con il suo parco, che malinconia trovarci venditori di salumi e vivai che non sanno che cosa stanno vendendo. “Che nepeta è questa?” chiedo piena di curiosità a uno che ha in vendita una cassetta di magnifiche nepete con fiori azzurro vivo su corpose spighe allungate. Risposta stracca: “Nepeta? No, questa è l’erba lepre.” Avrei preso a pedate i vasi (di chissà quale specie di nepeta) e anche i signori in questione. È vero che l’ingresso costa solo un euro, ma è anche vero che proprio in quel posto del parco re Carlo Alberto a metà Ottocento volle che si facesse ricerca scientifico-agronomica per un’agricoltura innovativa e più redditizia. E siamo ancora qui a chiamare erba lepre senza appellativo scientifico (Nepeta nepetella) una pianta che tra l’altro non lo è? Tralasciando il re sabaudo, poveri fratelli Roda, quanto lavoro hanno fatto per niente.

Che delizia lo stile dall’etnologa. Ha un sorriso sbarazzino e gentile, gli occhi puliti e sempre stupiti, la pelle e i capelli luminosi, abiti da combattimento vietcong. Ha una serenità e un ottimismo tali, che solo a gente come lei le cose vanno bene oltre ogni aspettativa. Di nome fa Clemenza, Clémence Chupin, nascita a Versailles, laurea in etnologia all’università Paris X, trasferimento sui bricchi liguri alle spalle di Imperia con il compagno italiano Daniele e ora un figlio. E lassù tra i boschi di Pontedassio il progetto del vivaio-giardino di Ciancavaré (vivaiociancavare.com) che guarda alle piante spontanee come ad una risorsa da scoprire e valorizzare per il giardinaggio sostenibile. Sicché arrossendo racconta: due anni fa ho raccolto i semi di una graminacea mediterranea vicino a casa mia, lo scorso anno l’ho portata a Murabilia e tutti hanno irriso un’idea tanto balzana. Ma io credo davvero che sia interessante anche per il giardino, allora questa primavera presto l’ho portata in Francia alla mostra di Sophia Antipolis. E lì è piaciuta  al paesaggista inglese James Basson che in Costa Azzurra ha lo studio Scape Design (www.scapedesign.com)”. Clémence arrossisce ancora di più e aggiunge: “Così, chi lo avrebbe mai detto, le mie graminacee liguri alla fine del mese andranno al Chelsea Flower Show 2012 nel giardino di James che si chiama Fresh Garden ed è sponsarizzato dalla Renault”. In ogni caso se avete tempo di ascoltarla, di storie così ne ha a decine, dalla collezione di 12 specie di elicrisi scovati chissà dove, che si assomigliano ma sono specie diverse, al docente di ebanisteria finlandese (che lei chiama falegname) sceso per una vacanza in Liguria e coinvolto nella costruzione del pollaio di casa, per altro progettato da architetti. La storia, con il titolo “Il pollaio di Helsinki” è stata raccontata ieri nel blog di Daniele Mongera.

Preferisco più a Sud. E poi dicono del Sud non allineato e arretrato. Ma che facciano il piacere. Mi basta un segnale: il manifesto che hanno progettato e diffuso insieme “In giardino” di Caltagirone, Sicilia (24-27 maggio) e “Cittanova Floreale” di Cittanova, Calabria (1-3 giugno), un manifesto chissà quanto orgogliosamente intitolato “Più a Sud”. Laggiù forse non arrivano echi di competizioni nordiche fratricide, di ipocrite convivenze con inviti alle inaugurazioni che si spera vengano declinati. Loro si sono accordati per date diverse in modo da concedere la possibilità agli espositori di partecipare ad entrambe le manifestazioni, poi ognuna ha preso la propria strada mantenendo vivo un rapporto di fratellanza. Consultare in merito www.ingiardino.org e www.carloruggiero.it. Tutto molto interessante, con un unico neo palese nel manifesto: seppur belli usati come texture per ricavare la sagoma di Sicilia e Calabria,  che cavolo c’entrano gli anemoni giapponesi con il Mediterraneo?

Perché a Paratico si può, e altrove no? Stamattina trovo nella posta elettronica, proveniente dal blog al quale mi è stata inviata, una mail: “Sono Cristina Mazzucchelli, autrice e fautrice di quelle  nuove rotonde e le aiuole spartitraffico di Paratico che lei ha definito ‘uno spettacolo da fine primavera a inizio autunno’. Oltre a complimentarmi per il suo blog, volevo ringraziarla per l’apprezzamento, perchè fa piacere sapere che anche interventi apparentemente così banali possano dare gioia e possano essere compresi da qualcuno.” Alla faccia dei banali. Vi invito da fine maggio in avanti ad andare a vedere, oltrettutto è un bel posto sul lago di Iseo. Gli interventi non sono da cercare: bordano le strade, arruffano angoli rigidi, danno dignità alle rotatorie, gonfiano la città di vaporose fioriture e di onde di graminacee.
Cristina Mazzucchelli aggiunge un post scriptum che segnalo: “Se ha occasione di ripassare da Paratico, vada a vedere anche il Parco delle erbe danzanti (o delle chiatte), un altro mio ‘figlio’ che lì si sta sviluppando. Credo che ne valga la pena, e sono persuasa che le piacerà.” Ne sono sicura. Resta l’interrogativo del titolo; grazie se qualcuno prova ad azzardare un’ipotesi plausibile sul perché una cittadina trova le risorse per far progettare con le erbacee perenni un verde pubblico di tanta eleganza, e tutti gli altri comuni italiani (sono oltre 8.000) invece no.

Le muguet porte-bonheur. Oggi è il primo maggio, una volta sentita e dovuta festa dei lavoratori; ora che di tali ne restano pochi, potrebbe almeno diventare il giorno in cui ci si scambia un mazzolino di mughetti per augurare buona fortuna a chi si vuol bene, come si usa in Francia, Belgio, Svizzera e Andorra. I francesi alimentano tradizioni e usanze attorno al profumato fiorellino del sottobosco che sboccia in questi giorni di primavera e che con la sua presenza in natura dichiara che il bosco è antico e in equilibrio. Poco fa mi sono avventurata in giardino sotto la pioggia: i primi mughetti si stanno schiudendo proprio oggi. Ho pensato che vorrei donarne un mazzolino a molta gente. Ma non ne ho abbastanza per tutti e inoltre l’ora mi dice che devo tornare a fare la lavoratrice. Senza festa, o meglio: festeggiando il fatto che il lavoro, almeno, ce l’ho.

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Questa mattina ho brontolato con mio marito. Non volevo credere alla stupidità delle nuove norme della Regione Piemonte per l’abbattimento degli alberi da legna da ardere. Uno deve fare dieci chilometri nella valle per far compilare alla Comunità Montana tre oscuri fogli che solo la burocrazia riesce a decifrare. E se poi chiedi di abbattere i dieci frassini maggiori (Fraxinus excelsior) che stanno stretti come acciughe in 200 metri quadrati, volano ingiunzioni e minacce a lasciarne la metà, per i diritti delle piante a riprodursi in base a quel decreto dell Regione Piemonte. In questa valle parlare così dei frassini suona quanto meno sarcastico. Ne nascono di continuo da marzo a settembre ovunque, appestano bordi di strada e orti. Se lasciassi ingovernato un anno il mio giardinetto dietro casa, ci troverei un bosco di piccoli frassini che crescono di un metro o più all’anno. Da notare: non c’è sicuramente un frassino adulto che rilascia semi nel raggio di almeno 200-300 metri, eppure arrivano e germinano semi in abbondanza. È vero che qualcosa di strano nel comportamento dei frassini in questa valle ci deve essere. La volta in cui è venuto a trovarmi il vivaista di alberi pistoiese Miro Mati, un’autorità della materia, guardando il paesaggio non voleva credere che fossero frassini maggiori, così tanti e così grossi. In ogni caso uno perde tempo e inquina viaggiando per 10 km in modo da avere il bollo di legge sul taglio degli alberi con i quali si scalderà l’anno seguente. Mentre in tavola ne parlavamo, con il pensiero andavo agli alberi meno fortunati dei frassini nostrani, eppure più importanti, e mi ragionavo su questa società ipocrita e sotto sotto assassina, che cerca di pulirsi la coscienza con leggi e leggine per darsi una facciata politically correct. Tiri giù i boschi di querce dove vuoi fare una spianata infinita per il fotovoltaico, ma i 150 quintali di frassini pressoché infestanti no, bisogna trattarli bene e fare la voce grossa con il piccolo contadino che chiede di fare legna a casa propria sapendo bene, quanto meno, che deve lasciarne per gli anni a venire. Mah. Avevo già ragionato abbastanza, almeno per oggi, su questi argomenti, quando mi è arrivata la mail, che riporto qui di seguito pari pari. Trascrivo tutto ciò che mi è arrivato per il semplice motivo che è quanto è stato scritto all’assessore all’ambiente di Sesto Sn Giovanni e a quello di Cinisello Balsamo, provincia di Milano. È una insegnante a scriverla, per di più un’insegnante che fa dell’educazione all’ambiente e alla natura un suo punto di forza. Mi fa inorridire il pensiero che i suoi alunni avevano appena schedato per una ricerca un patrimonio di tutti che un giorno con l’altro è scomparso, sino a ora senza giustificazione di sorta. Se un’insegnante appassionata insegna, e le istituzioni cancellano il suo insegnamento (oltre che le emergenze che sono memoria di un territorio e monito alla straniata collettività metropolitana), io mi domando: che cosa sarà domani?

“… stavo predisponendo il materiale per la nostra partecipazione al concorso “Sesto e i suoi studenti” che ha quest’anno il tema dell’ambiente come bene comune, quando mi accorgo che uno dei soggetti del nostro lavoro, un magnifico, secolare pioppo sito in via Gracchi è stato abbattuto. Era l’ultimo grande albero rimasto in quella zona cementificata nei pressi del centro commerciale Unes-Brico-Decathlon.

Il taglio mi è stato segnalato anche da altri cittadini residenti in zona, oltre che da alcuni miei studenti: l’opinione comune è che togliesse visibilità a quell’orrendo parcheggio e all’ennesimo, inutile negozio di scarpe recentemente aperto che con la sua mega insegna ha segregato anche dei platani.

Abbiamo cercato sul sito del Comune e trovato che l’abbattimento di grandi alberi, quale il nostro pioppo, è regolamentato. Vorremmo pertanto capire con quali motivazioni è stato richiesto al Settore Ambiente e da esso (o dal Sindaco) approvato il taglio, tenendo conto che nessuna piantumazione compensativa può sostituire la ricchezza biologica di un albero secolare.

La ceppaia del pioppo abbattuto a Sesto San Giovanni, dalla quale risulta che era sano e non colpito da carie. Una stima approssimativa dice che l'albero era alto un po' più di 20 metri.

Quattro alberelli che saranno paragonabili a quello abbattuto solo tra mezzo secolo, un po’ di cespugli da vivaio piazzati in una rotonda non sostituiranno un esemplare così grande, una casa così preziosa per decine di uccelli e insetti. Era, quel pioppo, non una piantina annuale da aiuola ma un rappresentante del vero bene comune, di una natura che a parole viene difesa e nei fatti subordinata a logiche economiche. Evidentemente non è stato ritenuto una “pianta monumentale” (art. 3 del Regolamento, censimento del verde); o è stato così sfortunato da trovarsi in prossimità di un centro commerciale che desiderava ampliarsi. L’albero, che pure  era lì da ben prima, è stato ritenuto un pericolo per il parcheggio o l’insegna? Se è così, perché hanno costruito lo stesso?

In attesa, prima di completare il nostro lavoro di partecipazione al concorso, di una vostra risposta da riferire ai miei studenti ed alle numerose persone indignate, profondamente scandalizzate, che vorrebbero saperlo, distintamente saluto.”

Fuori dal virgolettato della lettera all’assessore, l’insegnante aggiunge ancora altro.

Ho incontrato l’assessore di Sesto, che mi ha detto che l’albero è fuori dai confini della città ed è pertanto non di sua pertinenza. Ho scritto a quelli di Cinisello, che non si sono degnati di rispondere. Infine, mio marito l’altro giorno vede dalla finestra degli operai che stanno rimuovendo il ceppo. Scende, fotografa, chiede: gli operai gli dicono che sono del comune di Sesto e che l’albero era malato.
Ho riscritto chiedendo il certificato fitosanitario e la giustificazione dell’abbattimento. Ad oggi, nessuna risposta.

Sono furibonda. Oggi un’altra magnifica Paulownia, nel giardino della scuola di fianco alla mia, è stata abbattuta. Spero di riuscire a pubblicare su ilgiorno.it un articolo sulla vicenda. Se credi questo esempio di disprezzo per quello che un grande albero significa ti possa interessare, abbiamo le foto.

Signori, questa è l’Italia. E io me ne vergogno.

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La foto della testata del blog dal 10 marzo 2012
Sento aria di primavera
Stamattina, un po’ contrariata per non essere in Sardegna alla mostra di Milis come avrei voluto, sono uscita nel giardinetto dietro casa a prendere la carezza di sole che in questa stagione finalmente arriva sin contro la facciata. E con sorpresa ho avuto in regalo piccole storie di risurrezione. Due crochi spontanei dei prati della mia valle (Crocus albiflorus) hanno scelto di prendere casa tre centimetri più in là del tappeto di asperula e di onorarmi con il loro fiore dal collo lungo. Sotto l’ortensia ‘Ayesha’ che già ingrossa le gemme sono fioriti quattro ciuffi di bucaneve. Io non ne ho mai piantati. Anzi, sedici o diciassette anni fa avevo interrato due bulbi, regalati da qualcuno, nel grande vaso che contiene un faggio (poveretto, ancora nello stesso contenitore da allora). Non si sono mai allargati più di tanto, visto che tutta la terra è colonizzata dalle radici del faggio. Ma chissà quando, chissà come, devono essere caduti i semi dei bucaneve nella terra sottostante, e io zappettando devo averli portati in giro lì attorno. Questo è il primo anno che fioriscono. Peccato non aver spiato le loro piante sin dall’anno in cui si sono formate le prime foglie: adesso saprei quanto tempo impiega Galanthus nivalis a formare un bulbo sufficientemente grosso per andare a fiore.

Se non ho notato il nuovo ospite, d’altronde, è perché nei pressi ci sono altre foglie di bulbose (Leucojum aestivum e Endymion non-scriptum) che escono in questi giorni di marzo. Le ho fotografate stamattina per la gioia che stiano succedendo cose propositive anche in un giardinetto di montagna, sino alla scorsa settimana sotto la neve. Il resto si sveglierà un poco alla volta. Solo una incredibile primula rossa non ha aspettato che andasse via la neve per fiorire. Un’altra volta, voglio dire: non ha mai smesso dallo scorso anno alla mostra di Milis, dove l’avevo acquistata dal vivaio Il peccato vegetale (ha in catalogo 18 primule, andate a vedere qui). Sui rami del melo ornamentale ‘Prairie Fire’ ancora pendono, rinsecchite, le meline che sembrano, per colore e dimensioni, ciliegie selvatiche. Gli uccelli non le hanno neppure assaggiate, da settembre che si esibiscono invoglianti. Gli uccelli preferiscono la cotica di lardo che mio marito ha appeso ai rami alti e fragili del susino (sennò arrivano i gatti). Stamattina un merlo se n’è volato via con un pezzettone staccato chissà come. Forse gli servirà come brillantina per lustrare il piumaggio preparandosi al rendez-vous con la sua bella. Ma questa è solo la mia voglia di volare via con la fantasia, adesso che il greve inverno sembra essersi dileguato.

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La foto della testata del blog dal 4 dicembre 2011
Si incrociano le stagioni e io ho perso la bussola
Sto cominciando a rialzare la testa da un vortice folle di impegni e mi accorgo di ciò che ho rimosso per oltre due mesi. E oggi, per la prima volta, ho accettato di interrompere il flusso delle parole sul computer per riallacciare il filo con la vita. “Dai, vieni, andiamo a comperare il formaggio in Valle d’Aosta – dice mio marito tentando di metterci entusiasmo – solo due ore, dai, così vediamo quanta neve c’è”. E più per la tenerezza del modo con cui mi è stato chiesto di onorare la festa e la sua compagnia, che per la prospettiva di andare a misurare neve, ho detto va bene, andiamo.
Quando si è di fretta e concentrati in quelle due o tre cose improrogabili e inderogabili tutto il resto non esiste, o almeno a me così succede. E così, andando e venendo dal parcheggio di casa, nelle ultime settimane non mi ero mai accorta in quale stagione bizzarra siamo infilati. Nell’orto – un orto di montagna, quasi sempre in questo scorcio d’inizio dicembre già provato dal passaggio del gelo e della neve – ci sono i finocchi, i broccoli, i sedani, le bietole, il prezzemolo, i cavoli rapa ancora dell’estate, persino una manciata di pomodorini gialli a lampadina maturi e qualche chilo verdi e sicuramente formati dopo ottobre. Insieme alle verdure autunnali che io, presa da altro che non so con quale ragione ho considerato più urgente, non ho raccolto e smistato come faccio di norma. Il primo stupore è aver visto che accanto ai broccoli è nato da solo, negli ultimi due mesi, un cespo di tagete, di certo figlio da seme dei tagete dello scorso anno, ma alto e fiorifero tre volte tanto. Tutto fiorito di giallo a fare allegria in un autunno in cui io ero assente da me stessa, mentre nascevano da sole le Nicotiana sylvestris sotto la struttura del tunnel, che nessuno al mio posto ha coperto e preparato alla cattiva stagione. Contro casa la rosa rossa rampicante senza nome che qui chiamano ‘Quattro stagioni’ a maggior ragione continua a fiorire, ma non saprei come definire l’anemone ‘Honorine Jobert’ che ha deciso, dopo la fioritura di agosto, di concederne un’altra in dicembre, né il geranio ‘Roxanne’ con sette fiori enormi d’un blu accecante. E mentre salivo in auto lo sguardo è caduto sul cespuglio del calicanto. ‘Toh, le foglie sono sempre cadute per il gelo, non le avevo mai viste così gialle e oro’ dico a mio marito, e lui aggiunge. “E forse non l’avevi mai visto fiorito in questa stagione”. Quelle foglie color autunno posticipate e quei piccoli fiori anticipati di oltre un mese raccontano di stagioni mutate, ma per un attimo io ho creduto che sia stato un regalo per me. E infatti mi hanno ricordato che non cambio la testata del blog da mesi e una rosa che si chiama ‘Summer Song’, per quanto la stagione bizzarra non voglia cedere all’inverno, non ci può più stare.

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Murabilia è molto più di quanto non appaia al visitatore medio italiano. Che peccato dover definire così la stragrande maggioranza dei visitatori delle mostre di giardinaggio italiane. Mettiamo il coté inglese, per esempio. A Murabilia 2011 ci sono stati in giuria Roy Lancaster e Christopher Brickell e ho assistito ad una splendida conferenza di Bleddyn Wynn-Jones, il vivaista di Crug Farm che da qualche anno espone a Murabilia, sulle sue visite di cacciatore di piante a Taiwan (ex Formosa). Provo a raccontarvi qualcosa, tanto per dire le opportunità che a volte abbiamo sotto casa di conoscere storie di amore botanico di portata mondiale. Wynn-Jones, infatti, insieme ad un’istituzione mondiale come i Kew Gardens è l’unico autorizzato ad andare a caccia di piante a Taiwan. Ha raccontato che la prima volta in cui con sua moglie Sue andarono in vacanza, scelsero la visita da naturalisti in Giordania, salvo scoprire che le piante erano tutte da clima secco e arido, e in Inghilterra non potevano viverci. Allora decisero di provare con Taiwan, isola attraversata dal tropico del Cancro con cime di 4.000 m nonostante il caldo e le stagioni delle piogge che, a quelle quote, diventano talvolta neve: incredibile neve dei tropici. La grande varietà di ambienti, oltre al fatto che è un’isola relativamente giovane, dunque instabile dal punto di vista della vegetazione e della sua evoluzione, lo hanno spinto a tornare a distanza di anni, dopo il terremoto del 1999 che ha cambiato un po’ i connotati alle montagne sulle quali aveva trovato piante importanti, quasi tutte descritte per la prima volta, alcune introdotte con successo sul mercato europeo. La parte ovest dell’isola è industrializzata, quella ad est e quella nord intatte, con montagne che scendono direttamente in mare. Per quanto tropicale, non è vero che fa così caldo, anzi pare che faccia più freddo di quanto d’inverno possa farne nell’inglese Galles, dove si trova il vivaio Crug Farm.
Prima di partire Bleddyn ha fatto passare gli erbari di Kew per documentarsi sulle famiglie botaniche e sugli endemismi dell’isola. Adesso con internet pare che sia facile localizzare le piante documentate dagli erbari e arrivarci a colpo sicuro. L’ultimo tour, per esempio, è stato proficuo innanzi tutto per l’identificazione di sei specie di Hydrangea, di cui una messa poi in coltivazione. Una settimana prima di partire, e con il programma già fatto, ha contattato sull’isola un tale Alberto che si intende di piante e di trekking per cercarle in montagna. “Masticava poco l’inglese – dice Bleddyn – ma le piante le conosceva bene”.  Già visitando i parchi nazionali ha visto molte piante interessanti, a cominciare da Tricyrtis formosana (indovinate perchè la specie si chiama così) in una forma picchiettata di rosso anziché di porpora-viola, una nuova begonia, un Asarum, Clematis lasiandra, quest’ultima rivelatasi molto rustica in Inghilterra, al contrario di molte altre clematidi incontrate, alcune profumatissime, che si sono rivelate poco resistenti al freddo, per esempio C. hakonensis dai petali bianchi che mettono in risalto un ciuffo di stami al centro di un blu porcellana bellissimo. Una delle piante più belle raccolte, per altro, è proprio una clematide, C. tashiroi dai fiori gialli  con stami bianchi. E così Viburnum odoratissimum, che fiorisce solo se le temperature non scendono sotto -5 °C. Le montagne di Taiwan sono raggiungibili su ripide strade franose, rese ancora più pericolose dal fatto che nella stagione dei monsoni basta una pioggia violenta a far aumentare di un metro il livello dei fiumi in sole 24 ore. In montagna ci sono pochi posti dove dormire, e quasi tutti sono case di legno costruite dai giapponesi quando occuparono l’isola.
Spettacolari gli aceri, come Acer serrulatum, il più colorato in autunno, A. palmatum e A. buergerianum var. formosanum, molto rustico. Magnifiche le foglie di Schefflera taiwaniana. Sono state individuate tre nuove specie di Aspidistra e una sua parente stretta, Peliosanthes arisanensis. Tra alberi e arbusti, specie come Photinia lucida, Deutzia pulchra, Rubus taiwanicola, un rovo trovato in un dirupo a 3000 m, con foglie appattite sul terreno, fiori grandi e bianchi e frutti rossi simili a fragole, commestibili. Nel nord di Taiwan, a Talpingshan, ha trovato anche un altro Rubus interessante, R. rolfei, tappezzante, e con frutti arancioni molto buoni. Facile da far crescere ovunque, al sole e all’ombra, in terreno ben drenato.
Il terremoto del 1999 ha danneggiato l’ambiente, anzi ha persino spostato di un metro la cima di una delle montagne visitate. Sicché la scena che si è presentata nell’esplorazione del 2007 era parecchio cambiata. Ci sono foreste millenarie, e le specie vegetali comuni ad altri territori, a cominciare dal Giappone, qui hanno dimensioni maggiori. Come cacciatore di piante autorizzato Bleddyn può introdurre i semi, solo in alcuni casi le piante, che comunque sono soggette a 12 mesi di quarantena. Introdurre nuove piante non è sempre agevole, perché non ci sono dati sulla coltivazione. Sicché a questo vivaista è successo di seminare con tutte le cautele Clematis psilandra, una specie non rampicante che forma una base legnosa e rami lunghi 50-120 cm e fiorisce con campanelle rosa a fine estate e in autunno. E le giovani piante portate in serra in inverno per sicurezza contro l’umidità delle precipitazioni stagionali sono morte, probabilmente per l’umidità atmosferica dell’ambiente confinato, mentre quelle all’aperto ce l’hanno fatta benissimo. Molte piante della flora di Taiwan osservate sono state descritte per la prima volta da questo vivaista. Qualcuno alla fine gli ha chiesto: dove andrai la prossima volta, e quando sarà? Bleddyn Wynn-Jones ha sorriso come può fare solo chi ha già un piede sull’aereo: partirà infatti per il Vietnam in ottobre. Molte delle sue piante introdotte in coltura sono descritte e in vendita sul sito www.crug-farm.co.uk. Anche senza comperare, c’è da leggere e imparare parecchio. Soprattutto su che cosa voglia dire essere un moderno cacciatore di piante. E aver raggiunto il diritto, quando in patria, di tenersi le domeniche per sé. In un angolino, dopo i mesi e gli orari di apertura c’è scritto: “We will no longer be opening on Sundays from 2011 (after all we are grandparents now)”. Le foto sono del sito di Bleddyn, che qui ringrazio.

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