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Archive for the ‘Tecniche orticole’ Category

Il garden center Peraga non è lontano da casa mia e, per quanto il mio consumismo sia minimo (di questi tempi più che mai), mi piace andarci di tanto in tanto per fare shopping perché ha sempre le ultime novità internazionali e un occhio di riguardo per il bio (da qualche anno anche con il supermercato alimentare inglobato nel garden center). Da qualche tempo si può acquistare anche tramite il sito www.peraga.it  ed è così che stamattina ho scoperto una nuova offerta che mi piace, con i fine serie dei offerta-peraga-bulbi-profumatibulbi in vendita d’autunno assemblati in modo e a un prezzo interessanti. Stasera metto alla prova la macchina dell’e-commerce e mi compero i 65 bulbi dell’offerta “Il giardino profumato”: narcisi, giacinti, una varietà di tulipano doppio, mughetti, fresie, gigli di Sant’Antonio e ciclamini di bosco. Il tutto per € 29,90 e la prospettiva di molti mesi profumati. È un po’ tardi solo per i narcisi, sicché credo che dovrò rimandare il piacere di veder schiudere i loro fiori profumati al 2015, ma con una concimazione potassica in aprile, quando si svilupperanno le foglie, i bulbi accumuleranno nutrimento e si moltiplicheranno, sicché l’anno dopo la fioritura sarà raddoppiata. In quanto agli altri bulbi, non sono precoci, perciò possono essere interrati anche a fine dicembre, se solo il gelo non rende impossibile la piantagione. Tra le offerte, alla stessa cifra, ci sono 87 bulbose di 8 specie diverse, tutte con fiori viola o giallo; per 24,99 euro 103 bulbi della flora spontanea per il giardino naturale e, a 25,99 euro, 100 bulbi di 9 specie diverse in bianco, azzurro o rosa per inguaribili romantici e per 17,99 euro, una collezione raffinata da terrazze urbane alla moda, con 69 bulbi in fiore da fine febbraio a luglio.

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Ho messo insieme tre libri molto diversi tra loro, d’altronde queste sono le principali letture che ho fatto da agosto ad oggi: le più disparate. Uno dei libri è un po’ una delusione, uno una piacevole scoperta, il terzo un invito ad affrontare la cura delle piante da altre prospettive.

Lucilla Zanazzi  Uomini e Piante. Le passioni dei collezionisti del verde, Derive e Approdi maggio 2013, pag 400  € 22.00

Uomini-e-pianteTrentadue intervistati, non tutti eccelsi, qualcuno invece davvero grande nel rincorrere il proprio “fuoco”, qualcuno magnificato più del reale valore, che non oltrepassa quello del raccoglitore di figurine Panini o quello del vivaista specializzato che, passione o non passione, di piante campa. Poteva essere un bel libro per fare il punto, e l’impegno per realizzarlo mirava a questo. Chi scrive sa che fare interviste, sbobinarle, adattarle alla pagina scritta sono tutti lavori impegnativi che necessitano poi di revisione. Lucilla ci ha messo empatia e partecipazione, essendo una persona della “rete” del giardinaggio nazionale (i frequentatori di facebook la conoscono come Dalia Sfiorita); il problema è che non c’è stata corrispondenza tra il suo impegno e quello che devono metterci gli editori, quando decidono di pubblicare un’opera. Ci hanno aggiunto una postfazione, ma nessuno ha fatto l’editing, nessuno ha riletto il testo originale, che così è andato in pasto ai lettori anche con le sue incongruenze, i refusi, le ripetizioni di concetti , qualche brutto svarione botanico: eliminati, avrebbero reso più agile, corretta e pulita la lettura. Comunque è la prima volta che si pubblica un libro sui giardinieri collezionisti italiani (in due casi troppo tardi, quando ormai l’intervistato era ormai morto) e meglio poco che niente. Ma per favore andiamoci piano con le recensioni pseudointellettuali che ho letto qui e là, stilate da gente urbana che con le piante e con le tematiche sottese non ha nulla a che fare. Insomma, a mio parere un’operazione riuscita appena a metà. Peccato.

Il mio voto: 6/10.

Francesca Canuto Paesaggio, parchi e giardini nella storia di Livorno, Debatte Editore ristampa gennaio 2013, pag 160, € 40,00.

Paesaggio-parchi-giardini-LivornoCi sono libri per il piacere della lettura, manuali per imparare, libri di rappresentanza… Questo volume è un po’ tutto. Dedicato innanzi tutto a quei livornesi che vanno alla scoperta storico-paesaggistica del verde nella loro città, racconta a tutti gli altri un luogo che si crede sia dominato dal mare. Scrive nella presentazione il giornalista Luigi Bianchi: “E’ difficile che si immagini una città costellata di ville lussuose, con proprietari in gran parte stranieri, amanti delle piante esotiche. Eppure quella Livorno è esistita. Non solo, ma è stata una componente della vita della città e del suo progressivo trasformarsi da piccolo agglomerato, quale era nel progetto del Buontalenti, in un centro cosmopolita”. Bella, ed esportabile a molte altre realtà urbane d’Italia, la lettura della città attraverso i suoi paesaggi verdi.

Il mio voto: 7/10.

Silvia Malagoli Curare i fiori con i fiori. L’uso dei Rimedi floreali per curare patologie “verdi”. Edizioni il Fiorino, maggio 2013, pag 104, € 12,00.

Curare-i-fiori-con-i-fioriHo conosciuto l’autrice, modenese trentanovenne dall’aspetto gentile,  alla mostra di Guastalla il settembre scorso e mi è sembrato interessante il libro che proponeva in un piccolo stand tutto suo, così l’ho acquistato. Nasce dalla constatazione che, se le piante curano le persone, perché le piante non possono curare le piante. L’autrice ha un titolo di tecnico ambientale,  la qualifica di giardiniere specializzato,  un certo numero di attestati di floriterapeuta. E così, partendo  dai fiori di Bach per la nostra salute, ha un poco alla volta fatto esperienza con i fiori per curare alberi da frutto, piante da appartamento, ortaggi, persino la cameraria dell’ippocastano. Non penso che questo piccolo libro rappresenti una soluzione, men che meno definitiva, ma di certo è un tassello in più per l’esperienza alternativa alla chimica che, prima o poi, in giardino dovremo pur dimenticare.

Il mio voto: 6-7/10.

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Come è strana la vita. Ho perseverato per vent’anni nella politica – per qualcuno utopica, per i vicini scellerata, per me essenziale – di creare angoli di giardino e poi di renderli accoglienti per la natura. Sono stata giardiniera nella misura in cui sono stata amministratrice di risorse solo parzialmente riconducibili a me. Vent’anni fa  ho interrato un bulbo di Hermodactylus tuberosus che mi avevano regalato fiorito in un piccolo vaso, ho scelto con cura dove piantarlo e lui si è moltiplicato per cento e per mille, coprendo fitto fitto un metro quadrato di terra. E, conservando solo l’ossatura di luogo coltivato, ho fatto di tutto perchè le cose succedessero da sole e io dovessi solo decidere e lavorare in conseguenza: questa sì e questa no, oppure sperimentando che cosa di coltivato ci può stare con ciò che è spontaneo e con quali operazioni colturali. Le Heuchera ‘Palace Purple’ arrivano da lontano, sono americane, ma da diciannove anni stanno così bene dietro casa che si sono disseminate qui e là, così non le ho mai perse, le seguo solo nel loro peregrinare e quando ce ne sono abbastanza le prelevo e le metto insieme perché facciano macchia di colore e diventino un nuovo centro di irradiazione di heuchere. E così con le aquilegie, arrivate del tutto casualmente in un vaso pieno di altro, e con Iris foetidissima, ma lo sanno tutti che se a questa iris piace un posto poi sono guai per il giardiniere. Le stipe piantate in un’aiuoletta al centro di una piccola pavimentazione in pietra l’anno dopo non c’erano più, ma la loro progenie si era disseminata allegramente nella pavimentazione. E lì io le ho lasciate. Così ancora prima per un’altra graminacea, Festuca glauca. So per certo che un’unica pianta, di una varietà compatta, è arrivata a casa mia nel 1992. Disseminandosi erano nate festuche magnifiche, alte e basse, compatte e fini come un ciuffo di prato inglese o vigorose e zampillanti come nei vivai non ne ho mai viste. Dal giorno in cui ho lasciato andare a fiore la siepe sino ad allora squadrata di ligustro giapponese sono nati ligustri nel raggio di 100 metri attorno al punto di irradiazione. Ne ho conservati due o tre, e ho fatto progetti per loro, anche per le posizioni in cui sono cresciuti così contenti che il loro seme sia stato depositati lì dagli uccelli, digerito e pronto a dar vita ad una nuova pianta.
La vita è strana perché inseguendo proprie filosofie poi si rischia di diventare come quegli amanti dei gatti che vengono scoperti morti ottuagenari in piccoli appartamenti, loro con trentasette gatti dentro, con tutto quel che consegue. E per non essere colta tra qualche anno, anche prima di diventare ottuagenaria, soffocata dalla vegetazione, ho chiesto l’intervento di un giardiniere di provate capacità ed esperienza. Gli ho raccontato un po’ della mia idea di giardino, e dell’estate piovosa che ha triplicato la lunghezza dei rami di forsizie, viti, ligustri, aceri e ortensie, bisognosi perciò di essere riabbassati e, nell’occasione, magari sfoltiti un po’. Ma non siamo tutti uguali, meno che meno nella percezione del giardino. Ieri mattina un uomo di buona volontà e pronta energia ha interpretato a suo modo la necessità di potature a casa mia, e ha azzerato vent’anni di esperimenti di convivenza tra me e e le piante ornamentali. Le festuche e le stipe sono state scalzate, una sgorbia ha portato via le loro radici tra i ciottoli, un aspiratore ha spazzato con cura una pavimentazione che non si indovinava quasi più. C’erano in mezzo rudbekie, violacciocche, anemoni giapponesi, prunelle spontanee tappezzanti, una menta che più buona non ne ho mai avute, viole cornute blu che si ingegnavano a nascere nelle fessure più incredibili. La siepe di ligustro che forniva agli uccelli cibo, materia prima alla natura e a me la voglia di giocare con le piante, è diventata una piccola selva di bacchette spoglie che chissà mai se si riprenderanno: dovrebbero gettare rami nuovi da tronchi di 4-5 cm di diametro. I bulbi di ermodattilo, invisibili sotto terra in quasta stagione, sono stati calpestati per raggiungere altri rami da potare e svellere. Sono arrivata in tempo per avvertire che a disseppellire il tesoro ci penserò io. Nel dirlo, pensavo al funerale di un’idea e anche del merlo che abitava  in mezzo all’edera che aveva una chioma a ombrello e adesso non ce l’ha proprio più.
Ho deciso che, avendo troppo a cui pensare, a queste cose non penserò, in base alla considerazione che talvolta una fine è anche un inizio. Forse dopo vent’anni avevo bisogno di una fine che si è materializzata con uno sterminator di buon cuore. Io non ho fatto del male a nessuno, non ho inquinato né agito per cattiveria, come l’uomo che in piedi su una scala altissima sta semidemolendo uno dei miei pochi alberi. È una fine, o forse una rinascita, oppure un segnale che mi riservo di interpretare quando tutto sarà finito: il lavoro urgente che mi tiene con la testa dentro ad un monitor da mattina a notte fatta, l’estate di pioggia, questi giorni quasi freddi e ventosi, il mal di schiena che mi impedisce persino di piegarmi nell’orto a raccogliere qualche zucchino sono cattivi consiglieri per valutare. L’unico aspetto che non affronterò di certo è quello della sensibilità individuale per le piante e per la bellezza. Nessuno può farci niente, siamo quello che siamo, facciamo progetti e interpretiamo la vita in base alla cultura che abbiamo e al senso che diamo a noi stessi e al mondo. E meno male che i vivai sono pieni di festuche e stipe, così so che a voler insistere posso sempre riprendere gli esperimenti e, ottuagenaria, ritrovare l’abbraccio delle piante con una loro storia, che sembrano fatte apposta per accompagnare felicemente la mia.

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Una lettrice del blog mi ha scritto per porre un quesito di frutticoltura al quale io solo in parte sono in grado di rispondere. Posso indovinare le specie più adatte, ma non ho conoscenze sufficienti per sapere quali varietà possono fruttificare bene a 1500 metri. Mi fermo a più ragionevoli 800 metri. Chiede la mia lettrice:
” Sarei interessata a capire meglio fino a quale altezza si possono piantare alberi da frutto (ho un terreno a 1500 m in Valle d’Aosta). Sarei interessata nello specifico a piantare un albicocco (che ho visto in zona e dà frutti), un melo, un susino, un pero. Se si possono piantare, quali sono le varietà migliori ?”

Per fortuna c’è il maestro giardiniere Carlo Pagani e la sua disponibilità generosa.  A questo servono gli amici, no? Così dice il maestro giardiniere:
” Ovviamente i frutti che possono dare risultati a queste altitudini sono quelli a fioritura tardiva, vedi meli e peri; in questa categoria sono da privilegiare le varietà tardive come per le mele ‘Abbondanza’, ‘Runsè’, ‘Renetta Grigia di Torriana’, ‘Gelata’, ‘Limoncella’, e anche la ‘Lavina Bianca’.
Per quanto riguarda i peri, penso per esempio a ‘Madernassa’, ‘Passacrassane’, ‘Decana d’inverno’, ‘Supertino’, ‘Curato’, ‘Martin Sec’, ‘Volpino’, queste due ultime come varietà da cuocere.
Certo 1500 metri sono parecchi. Mi sento di escludere le drupacee poiché hanno tutte fioriture medio-precoci e le gelate primaverili, a questa altitudine, si fanno sentire!”
Per essere utile alla causa, aggiungo di mio un’informazione. Non credo che in Val d’Aosta ci siano produttori di alberi da frutto. Ne conosco invece parecchi in Piemonte, che recuperano le vecchie varietà e hanno moltissima competenza. Segnalo per esempio Guido Bassi a Cuneo (www.bassivivai.com), Viola Vivai in Val Susa (www.violavivai.com) e Il vecchio melo in Valsesia, che su internet ha trovato ospitalità per il catalogo nel sito di Fiorella Gilli (www.fiorellagilli.it ).

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i-gioielli-del-maestro-giardiniere-fotografato-da-daniele-cavadiniI vecchi contadini dicono che tutti o quasi i buoni risultati nel frutteto dipendono dai lavori di febbraio. Siccome di rado i contadini sbagliano, bisognerà una buona volta dar retta ai loro consigli. E allora chiedo a Carlo Pagani, che si fregia del titolo di maestro giardiniere ma è, nel senso più bello e completo del termine, contadino di origini e di vocazione, di dire due o tre cose ai giardinieri amatoriali poco pratici di lavori nel frutteto. Lasciamolo pontificare, lo fa a ragion veduta essendo capitano di lungo corso in materia e avendo una bellissima esperienza nel frutteto ai margini del suo bosco. Lì raccoglie di tutto e di più, agrumi esclusi: nella Bassa Bolognese non si può sperare di raccogliere arance e mandarini come in fondo alla Sicilia o alla Liguria (ma qualche limone da alberi coltivati in vaso, sicuramente sì). Carlo è uno dei primi in Italia ad aver rilanciato la frutticoltura familiare e ad aver creduto nel senso di una collezione di frutti antichi. A lui potete chiedere consigli d’ogni genere. Non si arrabbierà troppo se divulgo la sua e mail: carlo.pagani@ilmaestrogiardiniere.it. Dico che non può arrabbiarsi, perché è segnalata ogni mese anche sul mensile Gardenia nelle pagine della sua seguitissima rubrica.

- A febbraio urge terminare le potature nel frutteto: se non tagli, non raccogli. Oppure raccogli tanto un anno e l’anno seguente niente del tutto. In più a non potarle le piante invecchiano, fanno tanto legno e poche gemme da fiore e da frutto e un brutto giorno dichiarano concluso il loro ciclo vitale. In ogni caso potare male fa danni rimediabili nel tempo, a non potare per niente i danni diventano definitivi.
– Il trattamento più importante di febbraio nel frutteto è l’irrorazione dell’olio bianco. Lo possono maneggiare anche coloro che temono, quasi sempre giustamente, i danni dei prodotti chimici sulla salute umana e sull’ambiente. Bisogna versare nella pompa da irrigazione 20-25 cc di olio bianco per ogni litro di acqua e con questa soluzione lavare letteralmente rami e tronco. Solo così si possono eliminare quasi del tutto i parassiti svernanti.
– Bisogna terminare i lavori di potatura e trattamento sui fruttiferi che fioriscono per primi: mandorlo e albicocco. Gli albicocchi che danno i frutti più dolci e aromatici? Sono sempre quelli con fruttificazione tardiva, tra fine giugno e seconda decade di luglio. Io ne suggerisco tre. ‘Reale d’Imola’, molto diffuso in Emilia, Marche e Toscana, ha frutti grossi con la mascella velata di rosso, dolci e aromatici. Si possono consumare anche le mandorle dei noccioli, albicocchedolci e profumate. L’albicocco ‘Palumella’, originario della Campania, ha frutti piccoli e sferici dolcissimi, adatti anche all’essiccazione. Infine ‘Luiset’ , forse la varietà di albicocco più tardiva, con frutti grossi, sodi dall’inconfondibile sapore. Sono adatti anche per la surgelazione (divisi a metà e privati del nocciolo), per sciroppati e, al punto massimo di maturazione, per confetture davvero squisite.

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La foto della testata del blog dal 6 febbraio 2009
Una camelia per scaldare una fredda giornata di febbraio

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L’ho vista, l’ho vista che sbucava da un cortile del centro di Milano con tutto il suo charme e le ho sorriso. Basta un fiore a riportare il buon umore anche in una giornata uggiosa e fredda di febbraio. Senza dubbio era lei, Camellia sasanqua ‘Hino de Gumo’. In anni normali sarebbe forse già sfiorita (dà spettacolo in genere tra ottobre e dicembre), in un inverno come questo è un miracolo che abbia voglia di fiorire e che lo faccia anche se un po’ fuori tempo.
Nonostante ne sappia non molto di camelie, riconosco questa varietà perché, per così dire, mi corriponde: adoro i fiori bianchi e lei bianca è, mi piacciono le sfumature leggere che conducono al rosa, e lei ha quel vago bordo appena rosato che con il grigio dell’inverno sta meravigliosamente, molto meglio del bianco puro che aggiunge dell’algido al già algido. In più ha fiori semplici, che sono in sintonia con il mio modo di intendere il giardino e un ciuffo di stami dorati che aggiungono luce e volume.
A portamento eretto espanso, ha la capacità di vegetare vigorosa sino a 6 m di altezza e 3 m di diametro, sopporta potature drastiche camellia-hino-de-gumoe allo stadio adulto temperature di -15 °C, ma rigorosamente vuole terreno acido. Se il pH non è adatto, meglio coltivarla in un vaso capiente, come il grande esemplare con cui ho avuto un attimo di feeling passando davanti ad un cortile milanese.

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carlo-pagani-maestro-giardiniere-fotografato-da-daniele-cavadini1Carlo Pagani: maestro giardiniere nella vita di tutti i giorni (www.flora2000.it) a Budrio, in provincia di Bologna, in televisione e sulle pagine di Gardenia. Onorata di averlo ora su questo blog come super consulente giardiniere e come amico che da oltre vent’anni mi dispensa con generosità i suoi consigli, la sua fantasia soave e il suo ottimismo fattivo. Chi lo frequenta, chi lo ascolta raccontare o lo segue nei viaggi di giardini che organizza, conosce bene non solo la competenza, ma anche lo spirito positivo e sorridente con cui affronta il lavoro in giardino. Da bolognese di razza, sa infatti che il lavoro è solo un passaggio obbligato per raggiungere il piacere degli occhi, accedere alla cornucopia dei raccolti, farsi stringere nell’abbraccio gratificante della natura, imparare la convivenza con l’intero creato.
Io adesso ho fretta di fargli una domanda di attualità, quindi chi ancora non conosce il suo curriculum clicchi il pulsante “I miei articoli pubblicati” qui in alto, poi “Su Gardenia”, quindi su “Rubrica Protagonisti” e troverà ciò che ho scritto di lui qualche anno fa. La sua coerenza di giardiniere non è cambiata; come condimento di una lunga e gloriosa carriera di innamorato delle piante e dei giardini adesso ha solo qualche filo bianco in più nella barba e un paio di nipotini che prima non aveva, giusto a garanzia della definitiva saggezza raggiunta con l’età.
La domanda che gli ho posto in questa mattina di neve e gelo è la seguente: usare o non usare il sale contro il ghiaccio nei vialetti e, soprattutto, esistono alternative al sale?
Ecco che cosa mi ha risposto il maestro giardiniere.

Non esistono a tutt’oggi alternative al cloruro di sodio (il comune sale) per rallentare la formazione di ghiaccio sulle pavimentazioni del gardino, sui vialetti acciottolati, sull’asfalto davanti a casa. Tutti sanno che il sale rende sterile la terra, ma che è provvidenziale per non mettere in pericolo l’integrità delle ossa causa possibili scivoloni sul fondo ghiacciato. E’ solo questione di farne uso con buon senso e con qualche accorgimento. 1) Spargere il sale in piccole quantità e solo in previsione di gelo imminente, con l’intento di impedire che si formino cristalli di ghiaccio già a 0 °C. In altri momenti non serve e in molti casi viene dilavato via o penetra nel terreno. 2) Una discreta alternativa al sale, ma non altrettanto affidabile, è la cenere del caminetto, da distribuire con generosità. 3) Quando si è ormai formata una lastra di ghiaccio e la temperatura continua ad essere parecchi gradi sotto zero, spargere il sale è inutile. Per non scivolare si può spolverare sulla superficie di passaggio uno strato leggero di segatura.
Si tranquillizzino i giardinieri in ansia: le piante sono in riposo e dunque le loro radici in questo momento non sono in grado di assorbire eventuale sale disciolto nel terreno. Certo è che, se si è ecceduto in quantità o se per errore si è versato sale anche nelle aiuole o in altre zone piantate, bisognerà sperare nell’azione dilavante della neve e della pioggia prima che i tepori di marzo risveglino il metabolismo delle piante.

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Non so come: ho guardato il calendario e mi sono detta: “Ah, oggi è il giorno in cui iniziano le scuole e a Scicli si avvia la raccolta delle olive”. Se non è vero da decenni che si riaprono le scuole in questa data, è invece corretto che in fondo alla magica Sicilia Sud Orientale le olive Cetrale e le olive Biancolilla, raccolte a mano dalle piante, finiscano da oggi sotto le mole dei moderni frantoi.

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Alla gente italiana non importa nulla del giardinaggio? Annunciate uno spettacolo, per quanto naturale e non costruito, e vedrete. Domenica di fine giugno a Montemarcello, provincia di La Spezia, dove è in atto una manifestazione nelle vie del paese, che ha richiamato anche alcuni vivai prestigiosi. C’era Dino Pellizzaro, da Valauris, con le sue ragionatissime e amatissime piante per climi mediterranei, scovate e riprodotte da questo italiano trasferitosi da giovane in Francia con maggiori soddisfazioni ed ora, alle soglie dei sessant’anni, sempre più spesso di ritorno in patria. Ma insomma: domenica a Montemarcello si vendeva poco, e  dino-pellizzaro-casualmente-con-fiori-molto-distanti-dai-suoi-interessi-vivaisticic’era tempo di parlare con la gente, così Dino ha dato appuntamento a tutti per le 18,30, annunciando che a quell’ora esatta si sarebbero aperti i fiori di Ipomoea alba.

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“Adesso non ridere, per favore – dice chi mi ha chiamata al telefono per commentare l’edizione appena passata della mostra di Masino e desidera mettermi a parte di un piccolo fatto di cronaca con le piante. – Promettimi che non riderai, voglio chiederti se credi che sia possibile”. E io ascolto e trovo che c’è molta poesia e niente da ridere, solo un po’ di sano empirismo che magari può funzionare. E’ così che si apprendono i trucchi e i segreti del giardinaggio. Semmai sorrido di tenerezza a pensare che il presidente di un’industria che dà lavoro, con l’indotto, a mille persone, alle undici di sera scende le scale di casa, si fa luce con la torcia per attraversare un tratto di giardino sino alla serra e in mano regge un sacchetto di plastica con dentro qualche buccia e qualche seme di mela Annurca. “Non voglio assassinarle per asfissia – dice – ma mi intriga provare. Sono anni che ho lì alcune tillandsie, si moltiplicano e mai che fioriscano. Ieri a Masino mi hanno detto che un certo gas secreto dalle mele induce la fioritura, così dopo essermene mangiate un paio ho messo a disposizione gli avanzi per l’esperimento”. All’altro capo del filo c’è una persona seria che teme di essere presa per matta, io invece gli racconto che dovrebbe davvero funzionare, chissà mai perché non ci abbiamo pensato prima. So due o tre cose dell’etilene, e wikipedia mi racconta il resto. Trascrivo qui di seguito contando che non insorgano problemi di diritti d’autore. Anzi: prometto che, se fioriranno le tillandsie, aggiungerò di mio pungo su wikipedia quel che non è stato detto alla voce etilene, al capitolo “Ruolo biologico”.
“L’etene è un fitoormone, ovvero un ormone delle piante. Viene sintetizzato dalle piante a partire dall’amminoacido metionina, parzialmente stimolate dal fitoormone auxina. Come ormone, influisce sulla germinazione e sull’invecchiamento della pianta. Provoca la maturazione dei frutti, lo sviluppo dei germogli, la caduta delle foglie in autunno e la morte di parti della pianta. In quanto gas, si trova in tutti gli spazi intracellulari. ”
A colpirmi più di tutto, però, è un altro ruolo di questo gas, sempre spiegato da Wikipedia: “L’etene è essenziale anche nel ruolo di “segnale d’allarme” chimico-fisico in caso di infestazioni della pianta da parte di parassiti nonché di rotture o storture. Insieme ad altre sostanze quali l’acido salicilico, l’etene marchia la zona danneggiata e stimola la produzione di fitotossine. Essendo un gas, e quindi diffondendosi, l’etene “mette in allarme” stimolando reazioni a cascata anche le parti della pianta prossime e le piante vicine.”

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rose-bouquetLeggo che ben 3 milioni e mezzo di italiani acquistano fiori per farne omaggio alle mamme nel giorno della loro festa, con un aumento del 15% negli ultimi anni. I dati sono ufficiali, raccolti da Ismea ac Nielsen ed elaborati da Coldiretti e si addentrano anche in una classifica dei fiori preferiti per questa ricorrenza:  prima di tutto rose, poi bouquet misti e in terza posizione lilium. Interessanti anche i dati in termini economici: circa 50 milioni di euro. Ho letto queste statistiche, insieme ad altre che riguardano il numero e le fasce di età degli italiani che praticano il giardinaggio, sul sito di un amico maestro fioraio catanese, Rosario Alfino. Non lo vedo da anni, ma ho di lui il ricordo di una persona estremamente creativa e sensibile e da qui gli invio un saluto affettuoso. Nel suo sito (www.aliflora.it) Rosario vende bouquet di fiori on line e offre consigli su come conservare a lungo i fiori recisi. So che se glielo chiedessi me lo lascerebbe fare, perciò ne riporto qui alcuni interessanti.
– Riempire un vaso di acqua pulita dopo averlo ben sciacquato, se necessario, anche con candeggina.
– Per taluni fiori a gambo molle la dose di acqua deve essere ridotta: per le gerbere deve essere di circa 6-10 cm. Per le rose l’altezza dell’acqua deve essere almeno pari al 50% dell’altezza della rosa.
– Quando non è disponibile il nutrimento per fiori recisi cambiare l’acqua ogni giorno lavando bene il vaso e tagliando i gambi.
– Non esporre i fiori al sole né alle correnti d’aria e neppure vicino a qualunque fonte di calore perché in tal modo viene accelerata l’evaporazione dell’acqua dalle foglie e dal fiore che non può essere compensata dall’aspirazione dell’acqua dal vaso da parte dei fiori.
– Non posizionarli vicino alla frutta perché essa emana etilene che è un potente gas dannoso per i fiori e li fa appassire molto velocemente.

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A me piacciono le persone estrose, creative, difficilmente ingabbiabili e perciò un po’ anarchiche, con passioni forti ma modi gentili per esprimere un cuore sensibile. E con la capacità di arrivare al punto delle cose. Non so a quanti di voi questi aggettivi sembreranno calzanti per qualificare Miro Mati, vivaista d’alberi e progettista di spazi per alberi di Pistoia che a settant’anni ha un po’ mollato la presa sul vivaio a favore dei suoi bravi figlioli per dedicarsi agli alberi sotto tutti gli altri punti di vista.  Compreso il libro “Piantare alberi” (Pacini Editore, Pisa 2003) a cui ne sta seguendo un altro di complessa gestazione, fermo attualmente al titolo “Estetica degli alberi”. Io ritengo Miro un amico proprio per questo suo anarcoide modo di essere. Sta di fatto che tira su il telefono, mi butta addosso un suo problema di ennesime castronerie sentite sul metodo di impianto degli alberi e poi prende fiato prima di terminare. In questo modo: “Alberi in una buca di un metro per un metro? E’ come mettere un leoncino in una gabbia piccina. Sì, sì, ci sta e le proporzioni tornano. Poi però quando cresce bisogna dargliene una grande. E con un albero, che fo?”. Queste sono lezioni fuori aula che non si dimenticano. Ho giusto un grande esemplare di betulla ancora da piantare. Vive in un vaso da vivaio di 70 cm di diametro e, adesso che lo so, dovrò chiedere a mio marito di allargare un po’ la buca d’impianto, grazie, sennò Miro urla e strepita che siamo tutti insensibili agli alberi.

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curcuma-radiciHo scelto da un fornito catalogo olandese all’ingrosso i bulbi, i rizomi, i tuberi che il garden center Peraga (www.peraga.it) metterà in vendita per la primavera. Ho messo in elenco anche l’esotica curcuma, famiglia delle zinziberacee, pensando alle proprietà benefiche delle sue radici rizomatose oltre che all’aspetto ornamentale dei suoi fiori. Ma quella ornamentale, Curcuma alismatifolia classificata nel 1903, non è quella che dà la spezia (Curcuma longa, la prima classificata, nel 1753, dal solito Linneo). Insomma, mi è venuta un po’ di curiosità in più, così sono andata a cercare notizie per aggiornare ciò che sapevo. Mi era rimasto appiccicato in testa che la radice ha proprietà specifiche contro l’invecchiamento cerebrale e previene Parkinson e Alzheimer. Ho trovato su www.lifegate.it che protegge il fegato; i curcuminoidi che contiene, ma anche un’altra sostanza chiamata turmerina, impediscono la formazione di calcoli biliari e cisti al seno e alle ovaie. Studi americani recenti hanno accertato che è un potente antitumorale: inibisce la crescita di tumori della pelle, intestinali, cerebrali e del pancreas. Poiché la curcumina ha un potere antiossidante otto volte superiore alla vitamina E, pare miracolosa nella cura dell’artrite reumatoide e come depurativo. Lo sanno gli indiani, maggiori produttori di curcuma al mondo, che usano la radice come spezia base per il curry e come medicinale cicatrizzante e antinfiammatorio. Se ne servono i cinesi persino contro il mal di testa, e gli hawaiani, che preparano un elisir di lunga vita di sapore dirompente a giudicare gli ingredienti: succo fresco di radice di curcuma, aglio e peperoncino. Nella pagina dell’alimentazione di un vecchio numero del D di Repubblica ho trovato inoltre il consiglio di consumarne un cucchiaino al giorno come magnifica cura naturale, sotto forma di polvere di radice. La si può persino aggiungere all’acqua di cottura della pasta, tanto il calore non distrugge le sue proprietà.
Cercherò di far tesoro di ciò che ho appreso, e quando nel garden Peraga arriveranno i bulbi per l’estate, acquisterò e proverò a piantarne in vaso qualcuno di curcuma per fare l’esperienza di coltivazione. Pare ci voglia terra fertile e ben drenata, ottime annaffiature estive, nulle in inverno perché è in riposo, alta umidità atmosferica, luce intensa ma non il sole diretto. I fiori sono molto belli, grandi e su uno stelo rigido alto 50-60 cm, rosa più o meno intenso o bianchi, in realtà credo si tratti di brattee che nascondono e proteggono piccoli fiori. Ricordo di averne vista una distesa ad una Floriade in Olanda, forse è da allora che aggiungo una dopo l’altra notizie sulla curcuma. L’ultima è che, delle 80 specie, ce ne sono parecchie di recentissima classificazione, la maggior parte dovute ai ricercatori Skornickova, M. Sabu e Prasanthkumar, per esempio Curcuma codonantha e Curcuma rubrobracteata (nomenclate nel 2003) e Curcuma mutabilis (2004).

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Prendo in mano “Gardenia” di dicembre in un attimo di pausa e decido di cominciare a leggerla dal fondo. E in fondo da un anno e mezzo c’è il pezzo di Pia Pera che, dopo il suo bel libro ‘L’orto di un perdigiorno’, si è guadagnata, direi piuttosto a torto, la nomea di saperne di piante e di concetti filosofici ad esse collegati. Passi, c’è spazio per tutti e una voce in più è meglio di una in meno, e poi la sua penna mi piace molto, dunque la leggo volentieri ogni mese. Ma non posso perdonarle le storture scientifiche, il modo di mescolare ciò che è tecnica orticola e ciò che è credenza, ciò che è scienza e ciò che è coup de foudre personale. E il discorso in questo numero del giornale delle radici che se non ci fosse la pallina di argilla di Fukuoka se ne andrebbero di qui e e di là spendendo un sacco di energia per trovare il terreno mi fa venire un nervoso che non posso dire. Perché, che alla sua fantasia piaccia o no, le radici vanno solo ed esclusivamente verso il basso, e gli steli verso l’alto. Geotropismo positivo. Se un ricamo si vuole fare, lo si può fare dopo aver raccontato il fenomeno. Per dire che la natura cura le sue creature soprattutto se sono fragili, come lo sono quelle appena nate da seme. Dà loro l’istinto di andare verso il centro della terra con le radici e di mirare al cielo con le prime foglioline che inaugurano la carriera. Non per niente una volta si diceva madre natura. Mai più sentito chiamarla così, e non basta l’agronomo taoista Masanobu Fukuoka a fare il punto su come la mamma guidi le radici a colpo sicuro.

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Sto curando la scheda dei gadget allegati ad una enciclopedia di giardinaggio a fascicoli; ieri ho dovuto scrivere del perché si deve lavorare in giardino indossando i guanti. Essenzialmente perché in questa uscita dell’enciclopedia sono allegati i guanti, dico io; ma sono un caso disperato di pratiche selvagge e le mie mani lo dimostrano. Mi consolo ricordando quelle di Penelope Hobhouse; la volta in cui le ho parlato nel suo regno di Tintinhull House, mi veniva continuamente l’istinto di guardarle le mani meravigliosamente strapazzate dalla pratica, che nobilitavano e addolcivano il suo viso dai tratti duri. Dieci anni prima, una vita fa, l’allora proprietario dell’agenzia Farabola Foto che mi aveva presa in simpatia, la volta che andai a portargli un servizio dei Kew Gardens mi salutò calorosamente e poi, guardandomi le mani, disse: “Peccato, che una bella ragazza come te abbia le mani così sciupate…” Ero giovane, me ne fregavo delle mani e non me ne fregavo delle piante. Ed ero ingenua perché, mi fossi documentata per tempo su quali e quante piante ornamentali possano fare del male per contatto, avrei dovuto accettare il consiglio di indossare guanti. Possono provocare dermatiti il fico, l’edera, Arum italicum e A. maculatum, la thuja, la primula, il bosso, oltre alle solite euforbie per via del latice, che hanno anche le clematidi e un’erbaccia come la chelidonia. Ma se si raccoglie un mazzolino di mughetti e poi si portano le mani alla bocca si rischia anche di peggio di una dermatite (contengono glucosidi cardioattivi) e, ripetendo il gesto dopo aver maneggiato piante da appartamento comuni come il filodendro e la dieffenbachia si rischiano gravi irritazioni alla bocca e agli occhi a causa degli aghi di acido ossalico e ossalato di calcio che le loro foglie contengono. Io cerco di avvertire gli altri perché le cose in giardino non succedano mai per caso, nel bene e nel male, però mi riservo di continuare a credere che, rispettando il proprio ruolo e mantenendo contatti che sono anche di rispetto, le piante non possono punire chi le ama.

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