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Archivio per la categoria ‘Una foto una storia’

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La foto della testata del blog dal 24 aprile 2013

Dopo la pioggia

I ritmi non rallentano, gli impegni anzi si moltiplicano, come solo succede a chi non si sottrae mai, per principio, alla vita che incalza. Sicché, da trottola, dopo un inverno a scrivere un numero eccessivo di ore al giorno, una primavera sempre in giro a fare, a registrare quel che succede, a progettare altro. Vado su e giù per l’Italia ora seguendo ora guidando la carovana del giardinaggio nazionale, e in mezzo devo farci stare ciò che alla vita appartiene e, invecchiando, confesso che talvolta diventa pesante. Ma non ho né voglia né motivo di parlarne. Stasera, prima di partire per Roma ospite di Floracult, ho però voglia di cambiare la testata del blog. Ho scelto un arcobaleno, perché è un simbolo sereno e parla di sole dopo la pioggia. Ne abbiamo vista tanta, di acqua, sino all’altro giorno. Ma oggi,arcobaleno scendendo in città, ho visto per magia fioriti i lillà e gli alberi di Giuda, i prunus da fiore e i tulipani. Si direbbe che la primavera abbia deciso di arrivare. L’arcobaleno, che ho fotografato un giorno dal balcone più in alto della mia casa che si affaccia sulla valle, è per incrociare le dita che, se aprile ce lo siamo giocato sotto l’acqua, maggio arrivi con il sole e l’asciutto.

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La foto della testata del blog dal 9 febbraio 2013
Tra carnevale, San Valentino e qualche pensiero al di là dei fiori
È sabato, ma la mia tabella di marcia mi dice che non devo abbassare la guardia e che devo andare avanti a consumare tasti del computer. Così, come unico diversivo, stamattina ho deciso di cominciare la giornata cambiando l’immagine della testata: a questo punto della stagione, e con la prospettiva da domani sera di venire sommersa dalla neve come non ho avuto in questi mesi d’inverno, ci sta un po’ di colore, segnale di una resurrezione non più così lontana. Colore intanto perché questo fine settimana cade il carnevale e io me ne accorgerò al massimo preparando i dolci di ricorrenza: che almeno ci siano i petali di un fiore a raccontare le fantastiche arlecchinate della natura, che mi sono più congeniali di quelle umane. Poi perché in settimana cade la ricorrenza di San Valentino, e ho letto da qualche parte l’appello a regalare al gentil sesso solo fiori italiani come appoggio all’economia nazionale e come valorizzazione dei nostri saperi. L’appello diceva: lasciate perdere le rose, regalate bouquet di fiori semplici come ranuncoli e anemoni. Ho scelto appunto per la testata i petali di un anemone coronaria di una nuova varietà straordinariamente elegante, una corolla enorme (oltre 10 cm di diametro), che indossa toni porpora e blu, con il ciuffo centrale di stami neri messi in risalto dalla base chiara e un po’ fluo dei petali. Due settimane fa mi sono scatenata a fotografare decine e decine di varietà di questi fiori in un vivaio che, in fondo alla Liguria, prosegue una tradizione prestigiosa. Non dico di più, se ne parlerà su Gardenia di marzo nelle pagine della mia rubrica. Ma il terzo motivo della scelta di un anemone per la testata, oltre al carnevale e all’invito a farne mazzi per San Valentino, è che è stato un fiore che nella sua semplicità per oltre un secolo ha dato molto al prestigio della Liguria e al reddito di centinaia di floricoltori. Negli anni Sessanta se ne producevano ancora 30 milioni di steli, contro il misero milione di oggi. Forse, ho ragionato quando me lo hanno detto, la semplicità non piace più e un fiore semplice e durevole non fa cassetta.
Infine un messaggio ai signori uomini che non vogliono rinunciare a mostrarsi galanti per San Valentino, ma  ritengono di avere una compagna che può capire un gesto di solidarietà e partecipazione alla vita degli altri. Invece di un bouquet di fiori, regalatele un biglietto che dice: i 30 euro che avrei speso per i tuoi fiori li ho spesi per 25 piantineAnemone-coronaria di ortaggi e frutti con cui tu, destinataria del mio pensiero, offri la possibilità ad una donna africana di coltivare e raccogliere cibo per la sua comunità. So che uomini capaci di un gesto così ci sono, e anche donne fiere di avere un uomo con questa sensibilità. In ogni caso andate a vedere a questo indirizzo il “pacchetto del cuore” per San Valentino proposto dalla onlus Amref. Tutto sommato gli anemoni possono attendere, o può bastare quello della testata del mio blog, con il suo aspetto radioso.

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La foto della testata del blog dal 31 dicembre 2012
Spiando il futuro
Sono così satura di immagini e parole, che ho fatto fatica a trovare un’immagine che dicesse: “Auguri, siate curiosi del vostro futuro e preparatevi a viverlo badando alla qualità dei giorni”. Ho trovato l’immagine tra quelle scattate l’estate scorsa nel viaggio in Germania. in un parco di Stoccarda, dove una bimba piccolissima si aggirava tutta sola attorno a un tunnel di carpini. Poi oggi ho trovato la frase che mi piace, detta da Rita Levi Montalcini, che intanto qui ricordo, oggi che non c’è più: “Meglio aggiungere vita ai giorni, che giorni alla vita”.  Noi passiamo, come gli anni. Siamo piccoli come la bimba della foto, se siamo fortunati diventiamo centenari come Levi Montalcini, se siamo più fortunati ancora manteniamo la sua lucidità sino alla fine. In fondo, ciò che conta è la pienezza della vita chespiando-il-domani conduciamo. Ancora una volta, una questione di qualità e non di quantità. Ed è quello che auguro a chi legge questo blog. Che il 2013 sia pieno di vita, ognuno in base alla propria misura.

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cropped-pera-olivier-de-serre-testata.jpgLa foto della testata del blog dal 7 dicembre 2012
Un bravo agronomo dietro una buona pera antica
A riprova che nella nostra cultura è un’impresa far accettare un delizioso cimitero di montagna come luogo di bellezza e serenità, stamattina ho ricevuto ben due mail amiche: togli subito quella foto dalla testata, e una delle due ha specificato: un cimitero in questa epoca di morte delle idee, del lavoro, del benessere, quando non morte tout court perché abiti vicino all’ILVA di Taranto o a Casale Monferrato, suona sinistro. Sarà, io non l’avevo intesa a questo modo, ma è noto che vivo a margine del mondo.
Sicché cambio la testata e non se ne parli più. Ma, a dispetto di quanto probabilmente intendevano suggerirmi i miei interlocutori, per rinnovare la testata non metterò nulla di natalizio. Non fosse altro che per il fatto che, proprio per le atmosfere che si respirano in giro, è meglio evitare stupidi luoghi comuni che acuiscono soltanto in alcuni il senso di nostalgia per i tempi in cui si poteva credere a Babbo Natale, in altri il dolore per non poter in alcun modo festeggiare.
Io, che del Natale non so che farmene, preferisco a questo punto della stagione rendere omaggio ad un agronomo francese dalla storia affascinante: Olivier de Serres (1539-1619), considerato il padre dell’agricoltura moderna francese. Moderna solo perché innovatore era lui, con un piglio che potrebbe essere contemporaneo su più fronti, mentre i suoi connazionali erano ancora calati in una logica di guerre fratricide di fanatismo religioso (lui era protestante e tollerante) e di privilegi di casta. In un sito d’Oltralpe ho trovato l’omaggio a de Serres del poeta e saggista Edmond Pilon: “Mentre, nel tuo secolo, molti andavano vestiti di armature, la croce sulla spalla e la spada al fianco, tu camminavi modestamente, con un colletto piccolo,i  capelli corti e il pizzetto su un viale di bossi, vanga e rastrello come tue uniche armi.”  Io lo ricordo con la varietà di pera che porta il suo nome, riservando ad un altro momento biografia e meriti.
Fu lo stesso Olivier de Serres a tessere le lodi del pero: “Nessuno tra gli alberi da frutto ha frutti di tante fogge come il pero, le cui diverse varietà sono innumerevoli e le loro differenti qualità meravigliose.  Dal mese di maggio al mese di dicembre si possono trovare sugli alberi pere buone da mangiare. Osservando attentamente le diverse forme, le dimensioni, i colori, i sapori e gli aromi della pera, chiunque apprezzerà la sapienza del Creatore. Ci sono pere tonde, lunghe e appuntite, oppure un po’ spuntate, ce ne sono di piccole e di molto grandi. Possiamo trovare pere color dell’oro o dell’argento, rosse vermiglie o di un verde satinato. Le pere hanno sapore di zucchero, di miele, di cannella, di chiodi di garofano; aromi di muschio, ambra, erba cipollina. Per dirla in breve i frutti sono talmente eccellenti che non vale la pena di avere un frutteto in un luogo dove l’albero di pero non cresca bene”.

E le pere invernali a lui dedicate (sono state create a metà Ottocento da seme nei vivai M. Boisbunel di Rouen e commercializzate nel 1861), sono tra le migliori che io conosca: tozze e schiacciate, non molto voluminose, con il picciolo corto, la buccia verde vivo punteggiata di lenticelle e di ruggine, hanno la polpa succosa, molto profumata e fine, liquescente. Ben immagazzinate al fresco in cantina si conservano sino a marzo.
L’albero è molto vigoroso e ha una abbondante fioritura, ma la produzione non è mai alta e avviene solo se c’è un buon impollinatore. Tra quelli considerati tali, i peri delle varietà ‘Conference’, ‘William’, ‘Butirra Clairgeau’ e ‘Decana d’Inverno’.
Questo è un dettaglio da ricordare, se si decide nel corso dell’inverno dipera-Olivier-de-Serres piantare un esemplare di ‘Olivier de Serres’: bisogna dotarlo del giusto vicino. Chi invece ha già un albero in produzione in questo periodo ricordi di fare il trattamento con poltiglia bordolese: è infatti una varietà piuttosto sensibile alla ticchiolatura.

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La foto della testata del blog dal 21 ottobre 2012
Comincia il foliage
Ieri sono andata a un convegno in Valle Vigezzo (quasi in Svizzera, sopra al lago Maggiore per chi vive altrove dal Piemonte). In un piccolo paese a 900 metri e di 700 anime che si chiama Craveggia mi hanno chiamata a parlare del recupero dei saperi tradizionali nella coltivazione della terra. Lassù stanno cercando di fare cose interessanti in bilico tra bisogno di mantenere la memoria collettiva del paese e il desiderio di metterla a disposizione dei turisti e dei cittadini, soprattutto con orti condivisi. Un paese di montagna curioso: ha dato i natali a Jean Marie Farina dell’acqua di Colonia, a pittori e gioiellieri della corte di Francia e conserva cimeli bizzarri come il drappo funebre di Luigi XIV il re Sole. E mentre ero là qualcuno mi ha detto che giù in città, a Domodossola, al Collegio Rosmini era in svolgimento la tradizionale mostra pomologica autunnale. Sicché al ritorno piccola tappa dovuta, assaggio dello squisito gelato di mele venduto da Slow Food per finanziare il progetto Mille orti in Africa e, mentre me ne andavo, qualcuno che mi ha toccato sulla spalla: “Ma lei l’ha visto il nostro museo di scienze naturali? È uno dei più belli e forniti d’Italia”. Sono tornata indietro per vedere barattoli di formalina con dentro girini, cervelli, serpenti, scheletri umani, zampe di elefante trasformate in portaombrelli, uccelli impagliati, collezioni di coleotteri e conchiglie, un’intera sala di erbari, purtroppo chiusi a chiave e non consultabili. Cose di gusto ottocentesco, insomma, che non mi danno più alcuna emozione, e molte grazie che non fossero sepolte dalla polvere dei secoli come altrove. Voltandomi invece verso la finestra della sala degli erbari ho provato molta gioia e il senso di ricordare all’improvviso che siamo in ottobre e le foglie, ovunque dalle mie parti ancora tutte verdi, sono prossime all’appuntamento con il foliage, momento di gloria prima che tutto taccia per l’inverno. Ho estratto la macchina fotografica e ho fatto un click per memoria. Perché un tiglio che ingiallisce appena le foglie in un piccolo giardino quadrato e illumina una finestra per me è una grande emozione. Più di tutte quelle che, in ogni caso, vivo nel primo scorcio d’autunno in giro per l’Italia, seguendo o governando la carrozza delle mostre di giardinaggio nazionali. Oggi ancora Masino e poi basta, almeno per me. Riserverò così un po’ di tempo alle cose che fanno ricco l’autunno: il colore delle foglie, la raccolta e la determinazione dei frutti.

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La foto della testata del blog dal 29 agosto 2012
Da Stoccarda a Venlo e ritorno: quasi una vacanza
Questa è una cronaca in differita, perché mi sono rifiutata di andare via con il computer. Sicché la settimana scorsa le cose me le sono godute, questa settimana le rivivo per condividerle in rete. Qui la prima puntata. La foto riguarda un angolo del parco di Killesberg a Stoccarda. L’ho scelta per due motivi. Il primo è che avevo visto questo parco in occasione della Buga del 1993 e di quel fine settimana non ricordo quasi nulla, se non il convegno internazionale delle associazioni della fucsia, poi una enorme aiuola multicolore che troneggiava al centro di un vastissimo avallamento e, in ultimo, la prima volta che vedevo un tetto verde ben organizzato come tale e la prima scoperta di Hydrangea arborescens ‘Annabelle’. Il secondo motivo è che le dalie che si vedono in foto hanno una storia e una ragione, come tutto il verde pubblico tedesco, bontà loro. Una bella collezione – ampia quanto o più di quella di Villa Taranto – rallegra l’estate dei visitatori del parco e poi in ottobre i fiori vengono recisi e allestiti in bouquet, messi all’asta a scopo di beneficienza durante una festa di chiusura della stagione. Intanto i visitatori hanno a disposizione una cartolina per votare la varietà preferita. Già questa piccola cosa dell’asta di beneficienza a me sembra una magia: ne usufruiscono tutti, perché non farlo? La magia si moltiplica sotto la guida di Klaus Evert, per una vita maestro giardiniere del comune. Un settantenne appassionato di erbacee perenni e appartenente a una commissione credo nazionale per l’uso di queste piante nel verde pubblico. Stoccarda ha un po’ meno di 600.000 abitanti, 150 giardinieri comunali, 35 ingegneri orticoli e maestri giardinieri, 180 progettisti. Ovvero circa 400 persone addette al verde di tutti. Come se Milano avesse una dotazione di 1000 specialisti che fanno bella la città e la rendono più vivibile con il verde. Gli addetti di Stoccarda non perdono tempo: hanno in cura  36.000 alberi delle alberature stradali e 35.000 alberi nei parchi, e questo senza contare gli alberi dei boschi urbani, che superano i 5.000 ettari di estensione. Sicché la città è ampia e tutta verde, una lingua di parchi e giardini parte dallo Schlosspark (200 ettari proprio in centro) e si incunea tra le case sino al parco di Killesberg e ormai oltre, persino con colline di vigneti. Per essere la città della Mercedes Benz e della Porsche, una bella lezione. E dove si devono vestire spartitraffico e aree marginali c’è modo di fare esperimenti su come coltivare senza acqua o in funzione della biodiversità. Ho visto alcuni esempi di uso sperimentale delle erbacee perenni piantate in uno spessore di 10, 20 o 30 cm di ghiaia, senza un goccio d’acqua, senza concimazioni, una sola pulizia all’anno a fine inverno.

A Stoccarda cadono circa 700 mm di acqua all’anno: piuttosto poco, dunque le normali aiuole richiederebbero interventi di irrigazione. Evert ha raccontato che le perturbazioni atlantiche che portano acqua si scaricano sul Jura, poi ancora nella Foresta Nera e quando le nuvole sorvolano Stoccarda hanno più poca acqua per dissetare le piante della città. E’ andata peggio con i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, che hanno raso al suolo l’ 80% della città, infatti in larga parte nuova, o con isolati edifici storici stretti tra palazzi degli ultimi decenni. Non tutto è perfetto, ovviamente, ma si può sperare che qualcuno prima o poi capisca anche qui da noi, a vedere in una via semicentrale una lunga bordura soffice e rosea di gipsofila, Anaphalis triplinervisAster (A. pansos ‘Snow Flurry’), Calamagrostis, Linaria purpurea, Achillea ‘Schwellemburg’, Euphorbia cyparissus. Insomma: niente di che, mica piante dell’altro mondo, ma organizzate così bene tra argento e rosa, così soavemente adagiate nel brecciolino, con qualche sasso più grande a muovere la scena, in primavera qualche bulbo precoce, in estate qualche Allium e nient’altro. In centro c’erano aiuole malandate, direi abbandonate alle erbacce, ma con una spiegazione: stanno iniziando i lavori di Stoccarda21 per rendere passante la stazione ferroviaria in centro, dunque anche allestimenti recenti, di 5-6 anni fa, dovranno essere tirati all’aria per gli scavi della linea ferroviaria sotterranea. In quanto alla civiltà, a me ha fatto una certa impressione sapere che i giardinieri fanno annualmente o quasi il controllo degli alberi e sono impietosi con quelli non recuperabili o pericolosi per la gente: vengono marcati di rosso e poi segati. Ma al grande platano del viale monumentale nel parco del castello, che dopo più di 200 anni ha deciso di dichiarare forfait, riservano un trattamento speciale: lo segano a una certa altezza (3-4 m), circondano il moncone con anelli di ferro perché il legno marcendo non cada a terra pericolosamente, e aspettano che siano gli insetti xilofagi a demolirlo. Hanno infatti scoperto che sono specie entomologiche diverse da quelle che demoliscono il legno a terra, e sono da preservare.

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La foto della testata del blog dal 21 luglio 2012
Musiche per un popolo stonato
Una visita al giardino dell’Isola Bella e una molto attesa serata di musica mi danno occasione per fare una considerazione personale sul progressivo maltrattamento che il turismo subisce in Italia, benchè questo possa essere una risorsa primaria per il nostro Paese, ora più che mai, a mano a mano che si contrae la portata dell’industria, dell’edilizia, dell’artigianato sui quali nel dopoguerra si era maldestramente puntato, pur trattandosi della nazione con il maggiore numero di beni storico-artistici al mondo.
Stresa, sponda piemontese del lago Maggiore, in un pomeriggio d’estate. Si sente parlare inglese e francese, qualche lingua del Nord Europa non meglio identificata, ma soprattutto tedesco. Attorno agli alberghi sul lago i giardini traboccano di impatiens e gerani parigini, con qualche scadimento cromatico del tipo a ogni balcone gerani rossi e sul fronte dell’ingresso petunie viola e rosa. Tutto sa di opulenza borghese novecentesca non più sostenibile e tutto sommato rinunciabile senza rimpianti, rafforzata al calare della sera dall’accensione di migliaia di luci che ridisegnano le architetture di edifici come transatlantici d’altri tempi. Al calare della luce si accende anche un illustre dirimpettaio dei grand hotel: il giardino dell’Isola Bella. È lì da metà Seicento, con la sua forma curiosa di nave, con i suoi dieci terrazzamenti, i suoi pennacchi, le sue statue, le sue piante rare e esotiche. Un ristorante sul lungolago si riempie di clienti, ma a servire è un ragazzotto in bermuda, che al primo inciampo rovescia, sul tavolo a cui la doveva servire, una bottiglia di vino e manda in frantumi, direttamente sui clienti, tre bicchieri da degustazione. Non chiede scusa, non chiede se qualcuno si è tagliato e se ne va con una bestemmia ad alta voce. Arriva la proprietaria, dice che è solo uno studente, come se fosse una giustificazione. Tanto due terzi dei clienti sono stranieri, vedono l’incidente, non capiscono le parole. Dallo sguardo si direbbe che non si aspettino che queste conferme. Quando arriva il momento di pagare, alla richiesta di fattura la cassiera dice che non sono tenuti a emetterla, rilascia uno scontrino non fiscale e dice che chiederà se la può fare “in via eccezionale”. Gli stranieri dividono gli sguardi tra lo straordinario paesaggio lacustre dal quale affiorano le isole borromee e queste scene di normale inciviltà italiana. Che si ripetono quando, poco più in là, all’aperto, deve cominciare il concerto jazz dei Midsummer Jazz Concerts. Minaccia temporale, la gente si chiede se il concerto verrà rimborsato nel caso piova prima dell’inizio. No, ma non è specificato da nessuna parte, c’è chi brontola per questo. Due o tre personaggi, non riconoscibili in alcun modo come appartenenti all’organizzazione, stazionano qui e là a chiacchierare. Uno si volta, mi vede con la macchina fotografica in mano alla quale rimetto il copriobiettivo che si era staccato aprendo la borsa e intima di metterla via perché non si può fotografare. In ogni caso si mette a piovere proprio mentre il concerto comincia, metà di coloro che hanno pagato il biglietto se ne va, l’altra metà si infradicia o apre ombrelli che sgocciolano sugli altri. A ogni fulmine il pensiero che ogni punta di ombrello è un attrattivo per le forze della natura, senza contare gli alberi, soprattutto conifere, in mezzo alle quali ci troviamo. E il concerto prosegue così, sul filo della inciviltà di chi fuma addosso ai vicini, chi sta in piedi per vedere ciò che gli ombrelli impediscono di vedere, chi fa foto e filmati, tanto da nessuna parte c’è scritto che non lo si può fare, chi sbraccia per mettere e togliere fruscianti giacche a vento, chi se ne va e se ne viene, fa salotto, asciuga sedie. E il noise di fondo non riesce a coprire il sassofono che amo più di ogni altro, arte di oggi stretta tra estive intemperanze climatiche, un mondo privo di qualità e un giardino del passato distante un piccolo braccio di lago che osserva nella sua compassata immobilità storica la piega che stanno prendendo le cose. Ma io so che dietro c’è la mano del giardiniere che lavora con passione a conservare almeno la componente vegetale e il suo significato in quel luogo. Chi si ricorda le emozioni, le suggestioni, i sogni, le aspettative? Chi l’Italia degli stranieri che qui compivano i viaggi di formazione, l’Italia ambita dagli Hanbury e dai capitani Mc Eacharn (alle sei di sera di ieri, venerdì di pieno luglio, c’erano 8 auto in tutto nei pargheggi antistanti Villa Taranto a Pallanza)? Che cosa ce ne faremo dei nostri giardini storici se, oltre a non avere più soldi da investire per recuperi e valorizzazioni culturali, continueremo a trattare i turisti come quel ragazzo del ristorante di Stresa?
Dedico questo post e per un po’ la testata del blog ai giardini che, chissà per quanto tempo ancora, mi daranno il senso di appartenere a una civiltà, insieme alla musica di Jan Garbarek, che parla una lingua che capisco e in cui mi riconosco. Per conoscere qualcosa in più dell’Isola Bella, c’è questa pagina del web; per il sassofono di Garbarek, come esempio tra i miei preferiti, questo filmato di youtube del brano Brother wind che, continuando inopinatamente a sognare impossibili crossover, vorrei un giorno ascoltare affacciandomi dal più alto dei terrazzamenti dell’Isola Bella per guardare il mondo da migliori prospettive e dimenticarne le stonature.

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La foto della testata del blog dal 30 maggio 2012
In coda per un fiore

Le cose succedono con una velocità tale, che restano quasi tutte dentro, senza il tempo di tirarle fuori e dipanare la matassa di cui i fatti sono intessuti. Due settimane fa Francicorta in fiore in un’edizione un po’ dimessa, o forse è stato il clima inclemente a farmela apparire tale. Ma ci sono sempre aspetti speciali, come l’accoglienza franciacortina, le loro deliziose bollicine, la mostra “Trasparenza: suggestioni di fiori e vetro” di un’artista dei fiori come Giusi Ferrari Cielo. Di lei non so se mi piace di più la creatività solare o il rigore delle scelte stilistiche in nome di un gusto contemporaneo pieno di riferimenti colti, ma mai incombenti e pedanti. Lo stesso fine settimana a Costozza di Longare, provincia di Vicenza, la diciassettesima edizione della mostra di giardinaggio nel giardino storico di Villa da Schio, e il maestro giardiniere Pagani che interloquisce con un nutrito crocchio di visitatori invece di pontificare come si usava sino a ieri. Cambiano le cose, signori. E non mi dispiace affatto. A Flor 12 a Torino lo scorso fine settimana code pazienti per avere diritto ad un mazzolino da passeggio con i fiori del mercato dei fiori di Torino. Dove ho scoperto che ci vanno a vendere un cinquantina di produttori locali e donne che non coltivano, ma raccolgono erbe e fiori nei boschi e fanno tesoro della capsella borsa di pastore ai bordi di strada. Che è piaciuta al presidente della Provincia di Torino Antonio Saitta, sicché l’operosa maestra di fiori Betti Calani si è ingegnata a regalargli un bouquet pieno di understatement: rose drammatiche e sbuffante borsa di pastore. Restano negli occhi cose così: un amministratore che se ne va per una elegante via centrale di Torino portando in mano con piacere un bouquet, quattro gallinelle in libera uscita a becchettare sotto l’insegna del jazz club subalpino, i bambini del laboratorio che imparano a mangiare pane e marmellata e a contare quante piante stanno mangiando (mio dio: sono dodici, ma loro non sanno che cosa sono le arachidi, non credono che lo zucchero è fatto di piante, se una marmellata è arancione anche assaggiandola non riescono ad andare oltre al fatto che deve essere per forza di albicocca o arancia).  La mia primavera assomma novità, nuovi scorci e nuove piante nei fine settimana, e gli altri giorni il solito monitor di computer e la solita tastiera maledettamente consumt con le a che sono diventate un optional. Non ho tempo per fare il cambio di computer, ci vuole ancora qualche settimana. Quassù il terremoto dell’Emilia è solo un impercettibile tremolio, sembra impossibile che due regioni più in là siano 17 i morti e infiniti i danni. Incurante di tutto, una sassifraga che un amico sventato tre anni fa ha rubato per me su una roccia prealpina ieri ha deciso di illuminarmi la giornata emettendo un abbozzo di scapo fiorale. Sta facendo a gara con Saxifraga vayredana in quanto a velocità di formazione dei fiori. Di tutto, è questo che m’importa e mi fa capire perché la gente se ne stia buona buona in coda per due rose e uno statice da portare a casa. Le mie sassifraghe stasera sono per loro, per quelli che dormiranno nelle tende di una terra che trema.

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Una foto una storia (dal 2 aprile 2012)

La foto della testata del blog dal 2 aprile 2012

Atmosfera di Pasqua

Giovedì scorso ero a Imola per una conferenza e, mentre aspettavo di incontrare Mario Cacciari che mi aveva invitata, ho ammirato le vetrine di un negozio di fiori e decorazioni e l’allestimento nello spazio antistante di una via pulitissima di un centro storico romagnolo ricco e ben vissuto. Per deformazione ho scattato un foto: la deformazione riguarda un pianta, naturalmente, in questo caso una varietà di Streptocarpus di un vivido blu che non avevo mai visto. E inquadrando per scattare mi sono accorta che la composizione, che comprendeva un gelsomino e una begonia da foglia, era pensata per un regalo di ricorrenza, visto che l’improbabile associazione godeva della compagnia di un anatroccolo rivestito di piumino. Lo uso ora come testata per fare gli auguri di Pasqua.

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La foto della testata del blog dal 10 marzo 2012
Sento aria di primavera
Stamattina, un po’ contrariata per non essere in Sardegna alla mostra di Milis come avrei voluto, sono uscita nel giardinetto dietro casa a prendere la carezza di sole che in questa stagione finalmente arriva sin contro la facciata. E con sorpresa ho avuto in regalo piccole storie di risurrezione. Due crochi spontanei dei prati della mia valle (Crocus albiflorus) hanno scelto di prendere casa tre centimetri più in là del tappeto di asperula e di onorarmi con il loro fiore dal collo lungo. Sotto l’ortensia ‘Ayesha’ che già ingrossa le gemme sono fioriti quattro ciuffi di bucaneve. Io non ne ho mai piantati. Anzi, sedici o diciassette anni fa avevo interrato due bulbi, regalati da qualcuno, nel grande vaso che contiene un faggio (poveretto, ancora nello stesso contenitore da allora). Non si sono mai allargati più di tanto, visto che tutta la terra è colonizzata dalle radici del faggio. Ma chissà quando, chissà come, devono essere caduti i semi dei bucaneve nella terra sottostante, e io zappettando devo averli portati in giro lì attorno. Questo è il primo anno che fioriscono. Peccato non aver spiato le loro piante sin dall’anno in cui si sono formate le prime foglie: adesso saprei quanto tempo impiega Galanthus nivalis a formare un bulbo sufficientemente grosso per andare a fiore.

Se non ho notato il nuovo ospite, d’altronde, è perché nei pressi ci sono altre foglie di bulbose (Leucojum aestivum e Endymion non-scriptum) che escono in questi giorni di marzo. Le ho fotografate stamattina per la gioia che stiano succedendo cose propositive anche in un giardinetto di montagna, sino alla scorsa settimana sotto la neve. Il resto si sveglierà un poco alla volta. Solo una incredibile primula rossa non ha aspettato che andasse via la neve per fiorire. Un’altra volta, voglio dire: non ha mai smesso dallo scorso anno alla mostra di Milis, dove l’avevo acquistata dal vivaio Il peccato vegetale (ha in catalogo 18 primule, andate a vedere qui). Sui rami del melo ornamentale ‘Prairie Fire’ ancora pendono, rinsecchite, le meline che sembrano, per colore e dimensioni, ciliegie selvatiche. Gli uccelli non le hanno neppure assaggiate, da settembre che si esibiscono invoglianti. Gli uccelli preferiscono la cotica di lardo che mio marito ha appeso ai rami alti e fragili del susino (sennò arrivano i gatti). Stamattina un merlo se n’è volato via con un pezzettone staccato chissà come. Forse gli servirà come brillantina per lustrare il piumaggio preparandosi al rendez-vous con la sua bella. Ma questa è solo la mia voglia di volare via con la fantasia, adesso che il greve inverno sembra essersi dileguato.

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La foto della testata del blog dal 31 dicembre 2011
Provo a augurare il futuro con le piante
Sono in Sicilia, dove l’inverno sembra un’invenzione cattiva della civiltà lontana dalla Trinacria. E per dire auguri non so scegliere una foto per la testata. A chi legge in questi giorni il mio blog lascio il compito di scegliere a proprio uso. Io ho messo in cima un paesaggio di vivaio fotografato stamattina a Milazzo. E’ il vivaio di Natale Torre: un universo di piante esotiche scelte e coltivate con entusiasmo di ragazzo da un uomo che se ne occupa da quarant’anni, che per loro sceglie una gestione ecologica e che in nome della propria curiosità botanica viaggia nel mondo. E questo è il primo augurio da parte mia: che ci siano ancora tanti vivai così e che ci forniscano ancora tante piante per rendere bello e ricco il nostro paesaggio privato. E che il paesaggio che è di tutti trovi redenzione nella sensibilità di chi deve occuparsene.

Che sia un anno pieno di fiori e di colori per tutti. Queste sono le bougainvillee di Tamoflor di Terme Vigliatore (ME), una distesa di migliaia di piante in 31 varietà fotografate ieri mattina. Che abbiano un futuro loro e chi le coltiva per noi, perché i colori della natura portino gioia e serenità.

Che sia un anno in cui la parola crisi diventi meno importante e le soluzioni per risolverla diventino più palpabili. Ieri ho fotografato (e non è la prima volta: nel controluce della sera mi attirano irresistibilmente) gli Echinocactus grusonii in piena terra al Vivaio del Valentino a Sampieri (RG) e ho pensato che i cosiddetti cuscini di suocera sono oggi i cuscini di tutti noi in questo tempo di difficoltà. E’ come se fossimo tutti seduti sulle spine… E allora che le spine diventino meno feroci, o la nostra capacità di sederci sui tempi diventi più accorta e sostenibile.

Auguri a tutti, e che il 2012 sia pieno di piante. Comunque.

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La foto della testata del blog dal 4 dicembre 2011
Si incrociano le stagioni e io ho perso la bussola
Sto cominciando a rialzare la testa da un vortice folle di impegni e mi accorgo di ciò che ho rimosso per oltre due mesi. E oggi, per la prima volta, ho accettato di interrompere il flusso delle parole sul computer per riallacciare il filo con la vita. “Dai, vieni, andiamo a comperare il formaggio in Valle d’Aosta – dice mio marito tentando di metterci entusiasmo – solo due ore, dai, così vediamo quanta neve c’è”. E più per la tenerezza del modo con cui mi è stato chiesto di onorare la festa e la sua compagnia, che per la prospettiva di andare a misurare neve, ho detto va bene, andiamo.
Quando si è di fretta e concentrati in quelle due o tre cose improrogabili e inderogabili tutto il resto non esiste, o almeno a me così succede. E così, andando e venendo dal parcheggio di casa, nelle ultime settimane non mi ero mai accorta in quale stagione bizzarra siamo infilati. Nell’orto – un orto di montagna, quasi sempre in questo scorcio d’inizio dicembre già provato dal passaggio del gelo e della neve – ci sono i finocchi, i broccoli, i sedani, le bietole, il prezzemolo, i cavoli rapa ancora dell’estate, persino una manciata di pomodorini gialli a lampadina maturi e qualche chilo verdi e sicuramente formati dopo ottobre. Insieme alle verdure autunnali che io, presa da altro che non so con quale ragione ho considerato più urgente, non ho raccolto e smistato come faccio di norma. Il primo stupore è aver visto che accanto ai broccoli è nato da solo, negli ultimi due mesi, un cespo di tagete, di certo figlio da seme dei tagete dello scorso anno, ma alto e fiorifero tre volte tanto. Tutto fiorito di giallo a fare allegria in un autunno in cui io ero assente da me stessa, mentre nascevano da sole le Nicotiana sylvestris sotto la struttura del tunnel, che nessuno al mio posto ha coperto e preparato alla cattiva stagione. Contro casa la rosa rossa rampicante senza nome che qui chiamano ‘Quattro stagioni’ a maggior ragione continua a fiorire, ma non saprei come definire l’anemone ‘Honorine Jobert’ che ha deciso, dopo la fioritura di agosto, di concederne un’altra in dicembre, né il geranio ‘Roxanne’ con sette fiori enormi d’un blu accecante. E mentre salivo in auto lo sguardo è caduto sul cespuglio del calicanto. ‘Toh, le foglie sono sempre cadute per il gelo, non le avevo mai viste così gialle e oro’ dico a mio marito, e lui aggiunge. “E forse non l’avevi mai visto fiorito in questa stagione”. Quelle foglie color autunno posticipate e quei piccoli fiori anticipati di oltre un mese raccontano di stagioni mutate, ma per un attimo io ho creduto che sia stato un regalo per me. E infatti mi hanno ricordato che non cambio la testata del blog da mesi e una rosa che si chiama ‘Summer Song’, per quanto la stagione bizzarra non voglia cedere all’inverno, non ci può più stare.

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La foto della testata del blog dal 14 agosto 2011
Una rosa al posto del sole che non c’è
Oggi è domenica, una domenica d’estate alla vigilia di ferragosto e io mi sono regalata un paio di giorni di break prima di riprendere a macinare lavoro. Sicché sono seduta alla scrivania solo per riordinare il caos nel computer, in realtà perchè ieri, primo giorno nell’estate 2011 di concessione alla mia ortolanità, me ne sono stata nell’orto a fare manutenzione e a trapiantare insalate, finocchi e cavoli rapa per l’autunno, e adesso ho le ossa rotte come se fossi passata sotto un cingolato. E qui alla scrivania mi è venuta voglia di cambiare la testata del blog con qualcosa di energetico in sostituzione dell’evanescente scena di lavande fiorite a contrappunto delle statue del Marinali di Villa Trissino a Trissino. Così ho pensato alla rosa ‘Summer Song’ per il suo colore arancio-rosso, definito nei cataloghi che la propongono,  “arancio bruciato”, un colore che non conosco, e sfido chiunque a riconoscerlo. In ogni caso trovo più energizzante l’arancione, con tutte le sue sfumature, del rosso, che aborro, soprattutto in giardino. ‘Summer Song’ è una delle osannatissime rose inglesi di David Austin, ha grandi fiori doppi a coppa che sbocciano di continuo per tutta l’estate sulla vegetazione di 120×90 cm. Le dimensioni consigliano di piantarne un gruppo di almeno tre esemplari perché l’effetto sia importante. Creata nel 2005, è data per molto profumata con un aroma “come di negozio di fioraio, con sentori di foglie di crisantemo, banane mature e té”, ma se devo essere sincera tutte le volte che mi sono accostata ad annusare una corolla le ho sentito solo un vago aroma di rosa. Vuol dire che farò l’aromaterapia altrove (mentre scrivo entrano dalla porta sul giardinetto dietro casa effluvi di tuberose e degli ultimi gigli) e riserverò a questa rosa la cromoterapia: in un’estate senza sole come questa, un colpo di solare luminosità. Tra i vivai che propongono ‘Summer Song’ c’è Mondo Rose di Le Sieci (Fi), a questo indirizzo.

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La foto della testata del blog dal 13 maggio 2011
Nuovi giardini per la città: dalla Franciacorta un esempio da seguire
Sto per partire per Cazzago San Martino, in provincia di Brescia, per la nuova edizione di Franciacorta in fiore. E facendo mente locale, commentando tra me e me che è già passato un anno, ho ricordato di avere un debito di informazione nei confronti di coloro che amano le piante, praticano il paesaggismo, credono nel diritto dei cittadini di disporre di verde urbano e nel dovere del recupero di aree degradate e marginali. Lo scorso anno l’organizzazione di Franciacorta in fiore decise di non indire più il tradizionale piccolo concorso interno alla mostra di giardinaggio per la realizzazione di qualche giardinetto effimero – tre giorni la loro vita, come la manifestazione -  ma di individuare in città spazi incolti, aree che a vario titolo avrebbero tratto vantaggio da un allestimento verde. Stabile, però, pensato per durare nel tempo, tanto è vero che si era pensato di aggiungere un premio a distanza di un anno al giardino che meglio avesse resistito alle condizioni non proprio ideali di scampoli di spazi urbani residuali. Credo che saranno gli abitanti stessi di Cazzago San Martino in questi giorni ad esprimere le loro preferenze e a dire quale modello si sia fatto più apprezzare dalla gente. E io, sempre rapita da certe iniziative che indicano una strada percorribile per migliorare le nostre città e promuovere il verde, oggi dico la mia e premio idealmente un giardino che lo scorso anno non ha avuto premi di sorta. Così la testata del blog in questi giorni sarà un omaggio ad una soluzione suggestiva e a mio parere magnificamente raccordata con il paesaggio di campi appena oltre la ferrovia che affianca per un tratto una strada di scorrimento verso il centro e il comune di Cazzago San Martino. Si chiama “Il giardino in città” ed è stato pensato dal gruppo di progettazione di Franco Sodo, Ombretta Fortuna e Vittoria Tamaini. Hanno raccontato così la loro idea di valorizzazione del margine della massicciata ferroviaria: “Ogni giorno, i nuovi pionieri si vedono avanzare sulla strada, nelle loro auto, verso la ferrovia, lungo i marciapiedi, nella campagna da arare. I passi ben piantati nella terra di Franciacorta e lo sguardo volto verso nuovi orizzonti ed avventure. Come le piante usate nel nostro progetto, che si guadagnano da sole la sopravvivenza giorno dopo giorno. Colonizzando ora, per svilupparsi tra le rocce ed oltre il tempo. Le essenze impiegate nel progetto sono state scelte per la loro capacità di adattamento alle condizioni fitoclimatiche della zona di Cazzago S. Martino. Insediate in piccola taglia nell’area individuata, saranno in pieno sviluppo entro un anno. Successivamente si propagheranno colonizzando il luogo d’intervento. La pacciamatura scelta, costituita da scaglie di pietra di Credaro, consente di tenere la manutenzione a livelli minimi. Allo stesso modo, l’impianto proposto, costituirà uno sfondo naturale per l’insediamento di altre specie arboree spontanee, che potranno crescere tra le pietre, senza essere asportate”.

Ho anche un secondo premio, al giardino di Nicola Bruschetta e Federico Varesi in una lunga aiuola alberata esistente. Un’idea semplice e graficamente efficace per dare personalità ad un luogo già verde, ma anonimo: paletti di cemento che ricordano quelli delle vigne di Franciacorta, dipinti di un vivido violetto, alcune erbacee perenni ben dislocate e infine, detto con le parole dei progettisti, “un percorso sinuoso in granulato che attraversa l’area, a volte scavato nel terreno a volte sopraelevato usando una lamiera di acciaio per i bordi a vista (tecnica dello sculping)”.

E ho anche un terzo premio, che coincide con quello stabilito dalla giuria lo scorso anno. Il progetto di Donata Orlando e Laura Arcelli brilla per semplicità e raffinatezza. Un fazzoletto di prato spelacchiato ai margini di una grande rotatoria di ingresso alla cittadina ha così accolto un quadrato di erbacee perenni scelte con cura perché l’effetto, discreto al momento dell’impianto, diventasse eccellente da metà estate per l’esuberante rigoglio di Stipa, Sedum e Salvia.

Nota: ho visto tre volte nell’arco dell’anno questi allestimenti. Le foto si riferiscono ai giorni 16 maggio 2010 e 10 settembre 2010. Oggi torno a vederli e a cercare conferma delle mie preferenze. Se venite anche voi, commenteremo insieme che sì, a piccoli passi e pur in tempi di ristrettezze economiche, si può fare qualcosa. Basta che ci sia chi lo vuole e si adopera. Informazioni sulla mostra nel sito www.franciacortainfiore.it

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La foto della testata del blog dal 18 aprile 2011
C’è un’Italia reale che non è Euroflora
Ogni giorno mi arrivano quattro, cinque, sei comunicati con i quali Euroflora mi comunica il suo nulla supportato dal business (oggi al settimo ho chiesto e ottenuto di essere cancellata dall’indirizzario). E ogni giorno, in questo crescendo primaverile di manifestazioni legate ai fiori e al giardinaggio e di crescendo di comunicati stampa genovesi in attesa dell’inaugurazione del 21 aprile, io penso che se qualcosa di buono sta succedendo non è certo sotto i padiglioni di cemento armato della Fiera di Genova, dove di cinque anni in cinque anni si eterna uno stile desueto e scorretto di vivere e comunicare il verde. E lo dico senza fanatismi. Vorrei arrivare al 1 maggio, quando Euroflora chiuderà i battenti e amen, senza parlare più di questa manifestazione, al contrario di siti e blog che – un po’ per affari e molto per piaggeria – annunciano l’Irrinunciabile Grande Evento in pompa magna, accettando quanto Euroflora dice di se stessa: “la fiera florovivaistica più famosa in Europa”. Ci vuole pelo per far finta di dimenticare il Chelsea Flower Show, ma anche una qualsiasi Buga tedesca… Qui e là per fortuna a fare da contraltare ci sono nuove esperienze che mettono radici sul territorio e allevano nuove generazioni di italiani che, mi auguro, tra qualche anno rideranno dell’autoreferenzialità attuale di Euroflora. Io conto su di loro. Ieri pomeriggio sono andata a Torino al PAV, Parco Arte Vivente – Centro Sperimentale d’arte contemporanea, un curioso quanto riuscito connubio di arte e verde,  fede nella creatività artistica e bisogno di rispettare la natura e di reintrodurla dove era stata cancellata, sensibilità paesaggistica e recupero del tessuto urbano di un’area industriale dismessa nel centro della città. La testata riguarda il piacere che ho provato nell’osservare la scena di un padre con due bambini seduti a giocare sulla panca a quadrilatero attorno ad un’aiuola di tulipani. E poco più in là tre donne – una mamma, la nonna, forse un’amica, a chiacchierare tranquillamente nell’ora del tramonto in un bel luogo sereno e intelligente che è risorsa e ricarica. Tutt’attorno i palazzi a molti piani di un’edilizia piccolo borghese, la ferrovia, una grande arteria di traffico, sicché è da considerare davvero un polmone quel verde privo di camminamenti obbligati, solo con il suggerimento di dove passare tracciato a tratti dal tosaerba, un labirinto interrato, opere d’arte contemporanea dislocate qui e là e la costruzione centrale sotterrata e mimetizzata nel parco e con il tetto dedicato al Jardin Mandala di Gilles Clément tra euforbie, stipa e sedum. Dietro e attorno l’idea dell’artista Piero Gilardi dei parchi d’arte contemporanea quali “musei interattivi nella natura” (la sua biografia qui). So di lui dalla fine degli anni Sessanta, quando in fase dissacratoria post pop saltavamo in minigonna e piedi nudi sui suoi tappeti natura in gommapiuma o davamo scherzosamente prova della nostra forza di ragazzi sollevando sassi di peso inesistente…

Manifestazione su manifestazione, uno dei prossimi giorni andrò invece a Bassano del Grappa per Giardini a Bassano, che l’Associazione Pro Bassano ha inaugurato giusto ieri (qualche notizia si trova qui). Diciotto giardini rimarranno allestiti per oltre un mese, sino al 22 maggio, nel centro storico. Ho visto qualche immagine della prima edizione lo scorso anno: all’aria, alla luce e contestualizzati ci sono piante, fiori e design per fare bella e vestire di primavera una città. Mille volte meglio in tutti i sensi dello spettacolo di Euroflora, e qualcuno (anche se ha già prenotato la visita a Genova) mi dica se sbaglio.

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