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Una mimosa per Chicchi

Acacia-dealbata-MireilleÈ morta ieri Teresa Mattei, classe 1921, “la ragazza di Montecitorio”, così chiamata perché fu la più giovane tra le 21 elette dell’Assemblea Costituente. Partigiana Chicchi dopo essere stata espulsa dalle scuole perché antifascista (ma si laureò in Filosofia a Firenze), riuscì a farsi espellere anche dal PCI perché contraria a Stalin. Se la ricordo in questo spazio è per un duplice motivo: perché vorrei ancora tante donne così, piene di dignità e di coerenza ai propri principi, fattive per creare la pace e favorire la crescita umana e culturale delle donne e perché fu lei a scegliere la morbida, solare e profumata mimosa come simbolo della giornata internazionale della donna. Si racconta che la scelse perché aveva sentito dire che la dirigenza del PCI voleva regalare un mazzolino di violette alle donne del partito in occasione della festa internazionale

Da leggere (non di soli libri di piante e giardini è lastricata la storia di chi fa giardinaggio) di Patrizia Pacini  il libro "La Costituente, storia di Teresa Mattei", ed Altraeconomia 2011, 224 pagine, 16 euro.

Da leggere (non di soli libri di piante e giardini è lastricata la storia di chi fa giardinaggio) di Patrizia Pacini il libro “La Costituente, storia di Teresa Mattei”, ed Altraeconomia 2011, 224 pagine, 16 euro.

della donna. E lei decise di superare l’immagine romantica suggerita dalle viole con un fiore né timido né ombroso, ma “povero e facile da trovare in campagna” come ebbe a dire, aperto al mondo e alla luce, che potesse rappresentare con forza e con gioia l’altra metà del cielo. Una mimosa è per lei, oggi, per accompagnarla.

Cose imparate oggi in Sardegna

il-taglio-del-nastro-di-Primavera-in-giardino-2013il-primo-cittadino-di-Milis-la-stampa-e-Italo-Vacca-organizzatore-di-Primavera-in-giardinoMilis, primo giorno di Primavera in giardino a Villa Pernis. Il sindaco, una giovane signora elegante e alla moda, inaugura la manifestazione in scarpe di vernice con i tacchi a spillo. “Si vede che lei non è pratica di mostre di giardinaggio – le dico un po’ insolente – perché altrimenti si sarebbe messa le scarpe da tennis”. Lei passeggia in tutta la mostra incurante (confessando alla fine che un paio di ballerine sarebbero state più comode), seguita da una nutrita schiera di sardi giunti qui per vedere piante diverse. E alle 11 io ho avuto l’impressione, come tutti gli altri anni in cui sono stata qui per la mostra di giardinaggio, che la fame di verde e di sapere, la curiosità culturale per le piante, siano molto più vive qui che in quasi tutte le altre manifestazioni simili italiane. Una trentina di persone se ne sono state due ore sedute ad ascoltare e a chiedere, dimenticandosi persino che era l’ora di pranzo. E siccome stava diventando tardi (quasi le 14), ho dato appuntamento al pomeriggio, e ci siamo ritrovati per perfezionare i discorsi. D’altronde molto interessanti.
Lina Podda dell’Orto Botanico di Cagliari ha illustrato le piante invasive della Sardegna. La sua ricerca, portata avanti da cinque anni, è sfociata tra l’altro in un blog: alieneinvasivesardegna.blogspot.it. Piante anche belle, spesso sfuggite ai giardini, dalle agavi che stanno invadendo le scarpate e le spiagge, alla mimosa Acacia saligna, al fico degli Ottentotti, Carpobrotus edulis. Un solo “fico” contiene sino a 1.000 semi fertili, capaci di far nascere altrettante nuove piante. E il suo parente Carpobrotus acinaciformis ha altre capacità invasive, sicché quando si ibridano tra loro  le nuove piante assumono le caratteristiche vincenti di entrambi i genitori, diventando padrone dell’ambiente sardo. Il giacinto d’acqua, Eichornia crassipes, ha invaso il rio Mar’e Foghe nell’Oristanese, e l’erba delle Pampas, Cortaderia selloana, comincia a mostrarsi nella sua veste di aliena invasiva, ciò che consiglia di evitare di piantarla. D’altronde, raccontava Lina Podda, la cortaderia è nell’elenco delle 100 specie più invasive del mondo. E ha aggiunto qualche dato interessante circa la presenza di invasive in Sardegna: solo il 17% della flora dell’isola, contro il 50% della flora, per esempio, in Nuova Zelanda, il 45% alle Hawaii. Ma – ha aggiunto la ricercatrice – la ricerca del 1992 fissava al 9% le presenze aliene in Sardegna, segno che oggi, quasi raddoppiate, sono in rapida espansione.
Dino-Pellizzaro-e-una-interessatissima-visitatriceorriosu-i-cannicciati-sardi-a-Milis-2013Il discorso era molto avvincente, sicché la gente non se n’è andata, con la prospettiva di saltare il pranzo in nome di qualcosa da imparare. Ma ciò che mi ha stupita ancora di più è che nessuno se n’è andato quando a parlare di un libro nuovissimo sui giardini storici sardi è venuto Antonino Soddu Pirellas. “Giardini storici della Sardegna” è stato scritto a quattro mani da questo artista-ricercatore insieme al direttore dell’Orto Botanico di Cagliari Mauro Balliero per l’editore Sandhi di Ortacesus (CA). Una realtà tutta da scoprire, con i giardini sorti nella seconda metà dell’Ottocento che collaborano a costruire la storia dell’epoca, i rapporti internazionali, l’evoluzione della società locale, la difesa politica del territorio. Oggi ho imparato molte cose. Vorrei che tutti i giorni fossero così. Ho scoperto che Giuseppe Garibaldi si ritirò a Caprera convinto di potersi occupare di agronomia e botanica e con il sogno di un giardino. Pensando alle sue piante mentre era lontano, si diceva “deliziosamente sollevato” nel pensarle. Sono stati messi a disposizione di Soddu Pirellas documenti inediti come questo, e grazie a Stefania Susini, pronipote dell’amico di La Maddalena che gli aveva venduto il terreno. Ho scoperto anche che Lamarmora ebbe un comportamento da ambientalista quando scoprì che stava per essere consentito a una società emiliana di abbattere e vendere 100.000 grandi alberi sardi. Portò in parlamento una mozione e venne sventato così il tentativo di depredare il patrimonio arboreo isolano. “Va bene – ha commentato una signora, immobile ad ascoltare invece del pranzo – ma poi hanno abbattuto tutte le querce che sono servite per le traversine ferroviarie italiane”.
Il mondo è così, in bilico tra conservazione e distruzione, tra innovazione e dietrologia. Ma è anche luogo di scoperte quotidiane che fanno ben sperare. Io oggi di piante ne ho viste poche, non ne ho avuto il tempo, ma ho goduto il privilegio di fare scoperte. La più bella di tutte è che la gente sta anche per ore seduta ad ascoltare e a chiedere di piante e giardini. Per ora in Sardegna, spero da domani anche altrove.

Cantano i grilli

Follette-e-nuovi-elettiPartiti perdenti che dicono di aver avuto una rimonta eccezionale per nascondere 6 milioni di voti in meno, partiti vincenti con percentuali rilevabili solo al microscopio, partiti che non esistevano e che adesso fanno da ago della bilancia e ci tengono qui in bilico. Che ne sarà di noi? Risultati delle elezioni permettendo, due follette stagionate (che di urne ne hanno già viste molte) di notte in genere dormono sonni sereni perché sanno che si andrà avanti comunque. Telefona Rita Ammassari: “Non so perché, si vede che non ho digerito la cena, ma ieri notte mi sono svegliata di colpo. Adesso ti spedisco il risultato”. E per mail arriva la sua vignetta. Dalla quale deduco che la sua matita ha fatto cortocircuito tra le mie orecchie disfatte dalla fatica di reggere il ringhio dei tre cani dei vicini di casa e il clamore dei risultati elettorali, che pongono il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo come terzo partito di questo Paese e argomento del giorno da un po’ di giorni. Dietro alle storie di attualità, per il suo disegno c’è ancora un terzo piano di lettura, ed è quello di una natura disorientata che ha perso i suoi ritmi. D’altronde alle mie orecchie momentaneamente risparmiate dai cani sotto casa arrivano proprio ora i tonfi della neve, tanta neve, mai caduta in gennaio e poi invece giunta inaspettata e abbondantissima a fine febbraio e che oggi,  di colpo con troppi gradi sopra lo zero, cade rovinosamente dal tetto travolgendo tutto ciò che trova. Stiamo aspettando un segno di primavera, in parlamento come in natura.

Votate bene (i manifesti delle mostre)

Primavera-in-giardino-2013
Malauguratamente nevica ed è giornata di black out elettorale. Per un giorno ci lasciano orfani della politica che, da domani, rivelerà all’Italia nuovi scenari. Speriamo in bene. E tra una lavorata e l’altra sulla tastiera ormai consunta del mio mac, per sopravvivere a questa condizione di sepolta viva (per neve, per silenzio dell’informazione, per necessità di finire il mio lavoro) mi sono fatta venire una piccola idea. Ho ricevuto stamattina i manifesti della prima mostra di giardinaggio della stagione, a Milis in Sardegna, e quello dell’ultima di primavera, a Cittanova in Calabria. Io vi faccio vedere i due manifesti, casualmente entrambi nei toni di un vivido blu da primavera meditertranea e voi mi dite quello che vi piace di più e perché. Alle sette motivazioni che mi sembreranno più interessanti manderò in omaggio una copia dei libri che stanno per uscire a mio nome. Non dovete quindi avere troppa fretta: escono tra marzo e maggio. Perciò guardate, esprimete un giudizio e insieme mandate il vostro nome e indirizzo (che non pubblicherò), in modo che, a mano a mano che escono, io possa mandarvi la copia promessa. Vi lascio tempo di dire la vostra sino al 7 marzo. Poi spero che la neve se ne sia andata via tutta, che i lavori più urgenti siano giunti a buon fine e che io possa andarmene a inaugurare la primavera a Milis. Che per ora mi sembra un miraggio.
Voi mi raccomando votate bene: se non posso consigliarvi niente dal punto di vista politico, mi permetto di invitarvi a votare i contenuti della comunicazione di due manifestazioni che porteranno i fiori nel nostro Sud. Anche questo, a mio parere, un modo di fare politica. Ma è un’impressione mia e di pochi altri, suppongo.

Cittanova-Floreale-2013

Attenti al cane

Sono stufa marcia del politically correct, quando distorce il nostro rapporto con la natura o quando rivela una grave mancanza di equilibrio nel stabilire un ordine ai valori. Ci sono priorità, a me pare, e regole di civiltà e convivenza. O no? La considerazione nasce da una esasperazione. Tre cani abbaiano, anzi urlano, sotto casa mia dall’estate scorsa, notte e giorno ogni volta che passa un moscerino o un’auto, e a nulla vale cercare il contatto sereno con i proprietari o chiedere consiglio alle istituzioni, gli uni e gli altri sordi al diritto comune al silenzio e alla pace. Le urla peggiori si sentono quando uno dei cani viene lasciato libero (per di più in strada) e gli altri due, chiusi in un recinto squallido dall’altra parte del cortile, si sentono da meno e si agitano imprecando contro l’altro. Ma i cani hanno i loro diritti e bisogna lasciar fare. Per altro Berlusconi abbraccia un cagnolino per fare una tenerezza impossibile da provare nei suoi confronti, Monti replica baciando in diretta alla TV un cucciolo che poi si porta a casa, ribattezzandolo subito Empathy. Cani teneroni al servizio della campagna elettorale, quando non lo sono delle frustrazioni di chi non riesce ad avere rapporti normali e sani con il mondo. In Italia i cani registrati sono 7 milioni, senza contare quelli randagi che, per esempio, “adornano” a branchi le passeggiate turistiche dell’isola di Ischia e le architetture barocche di Noto.

La dice lunga questo cartello, trovato per caso su ebay. Se bisogna stare attenti ai cani, talvolta bisogna temere ancora di più i proprietari, ma non nel senso che intendono loro...

La dice lunga questo cartello, trovato per caso su ebay. Se bisogna stare attenti ai cani, talvolta bisogna temere ancora di più i proprietari, ma non nel senso che intendono loro…

So per certo che gli animali da compagnia, che suscitano in tanta gente una empatia che altrimenti non riesce più a provare, hanno ormai maggiori diritti delle persone. Lasciamo pur stare le mie orecchie sbranate dall’isterico ringhio canino fuori dal mio cancello. Ma conosco troppi cittadini che portano dal dentista il gatto quindicenne (e pagano profumatamente per questo) e ritengono di non dover contribuire, con le proprie tasse, a garantire la salute di chiunque viva sul territorio italiano, compresi marocchini, nigeriani e romeni.
So anche che il rapporto distorto con la natura si fa forte ipocritamente di due pesi e due misure: la natura è da violentare quando fa comodo, che so, per costruire un nuovo albergo in un ecosistema speciale e fragile (o per farci passare una TAV scellerata verso la Francia), oppure da preservare se l’intervento per ristabilire l’equilibrio comporta costi e impopolarità su qualche fronte (politico, di gruppi di potere, di corporazioni). Se in Piemonte un cinghiale ti attraversa la strada, ti conviene buttarti nel precipizio che è a lato della carreggiata piuttosto che investire il cinghiale, perché la Regione, invece di aiutarti a riparare l’auto scusandosi che un animale selvatico (patrimonio di tutti) abbia scelto di irrompere sulla scena in cui tu legittimamente sei autorizzato a transitare, ti chiede i danni per aver abbattuto un animale in quanto, appunto, patrimonio di tutti. Eppure i cinghiali sono sicuramente in sovrannumero, proliferati disperatamente nei territori all’abbandono e dilagati al punto che ora ce ne sono anche dove non ci sono mai stati e provocano gravi danni ambientali. Di fronte a casa mia un vasto prato tra i boschi è stato letteralmente arato per anni dai cinghiali in cerca di bulbi di croco: infatti quel prato, che a inizio marzo era trapuntato dai fiori bianchi e violetti di Crocus albiflorus, adesso non ha più un solo fiore. I cinghiali sono comunque prioritari: ma chi lo ha detto e per quale motivo? Poi ogni tanto si dà la soddisfazione ai cacciatori con una campagna di abbattimenti…
La natura che si vendica del malgoverno del territorio fa il paio con gli uomini che confondono i valori e, alla fine, succede quel che in Inghilerra è successo con le volpi. Vietata la caccia alla volpe perché scorretta politicamente, le volpi hanno cominciato a riprodursi in modo esagerato, hanno imparato a trovare cibo nei cassonetti della spazzatura, più comodi che andare a caccia e sufficienti a sfamare un numero ben maggiore di volpi, e hanno invaso Londra. L’altra notte una è entrata in una casa aprendosi da sé la porta d’ingresso, ha sentito profumo di neonato e, per fame, gli ha azzannato una manina. Solo l’arrivo disperato della mamma ha messo in fuga l’animale, a cui è stato strappato di bocca un dito.
Con questo esempio non voglio dire che sia sempre così. Ma che bisognerebbe capire in quale direzione stiamo andando. E a quelli che rivendicano a oltranza i diritti degli animali dico di lasciare da parte qualche volta i luoghi comuni buonisti e coccolosi,  per ascoltare le ragioni di tutti gli altri viventi e valutare con saggezza l’impatto delle loro scelte e la direzione da prendere. Sennò si ripetono sempre gli stessi errori. Sul fronte piante, tanto per dire, sono gli errori fatti piantando sconsideratamente eucalipti e criptomerie nel nostro meridione, o favorendo l’avanzata della robinia, solo per il fatto che il suo legno brucia anche appena tagliato.
Possibile che non si impari mai niente? Che la gente che muore di fame nel terzo mondo, i bambini rom di Milano che non possono andare a scuola perché le isttuzioni spostano continuamente i campi a disposizione delle loro comunità, le donne lapidate nei paesi arabi vengano dopo i cani “meno fortunati” da adottare? Ho suscitato un certo malumore, prima di Natale, nella hall dell’ipermercato in cui mi servo. A chiudere, praticamente sbarrare, il passaggio dei clienti verso l’uscita c’era il banchetto di un canile con un grande banner: “Fate un regalo di Natale ai cani meno fortunati donando una confezione di crocchette”. Al ragazzo che cercava di convincermi, non lasciandomi transitare, ho detto pacatamente: “No, grazie. Troverò giusto provvedere ai cani quando avrò donato a tutte le organizzazioni che provvedono agli esseri umani meno fortunati”. Ho sentito che mi rincorreva, astioso come i cani che stanno abbaiando qui sotto casa mia, con una gragnuola di vaffan…  Ho avuto voglia di tornare indietro e di prenderlo per il bavero: “Te l’ho detto bene, ho esposto le mie ragioni con civiltà e tu devi accettare che qualcuno abbia un’opinione diversa e non intenda collaborare a dar da mangiare ai tuoi cani.” Invece ho cercato conferma delle mie ragioni accendendo l’ipad e cercando su wikipedia “lapidazione”. Ricordavo di aver letto le modalità in Iran: “Le pietre non devono essere così grandi da far morire il condannato al solo lancio di una o due di esse; esse inoltre non devono essere così piccole da non poter essere definite come pietre”. Pietre di uomini per ammazzare uomini, crocchette ai cani. Ecco, lo scorso anno l’Iran ha abolito la lapidazione, forse un giorno riuscirò a dimostrare la mia partecipazione alla vita di tutti anche offrendo crocchette come dono natalizio ai cani meno fortunati. Nel frattempo sarò diventata dura d’orecchi, se non per vecchiaia, per le feroci urla dei cani sotto casa. Che lascio abbaiare per essere politically correct nei confronti di chi non lo è con me. Se qualcuno la pensa diversamente, me lo dica.

Diamoci un taglio

le-follette-per-San-ValentinoMi lamento spesso di questi tempi senza entusiasmo e con la joie de vivre sotto la suola delle scarpe. Mi lamento, ma che farci: è solo perché sono un po’ espressione (mio malgrado) dell’austera, perfezionista cultura sabauda. Ne parlo al telefono con la mia amica disegnatrice Rita Ammassari, le dico che una generazione come la nostra non l’hanno più fatta. Io mi lamento, ma poi so fare tesoro di qualsiasi piccolo segnale che mi capiti a tiro e sono propositiva e fattiva, non mi lascio demotivare dai tempi e dalle difficoltà. Rita concorda. A noi, figlie del dopoguerra, allevate da genitori che avevano provato le limitazioni, gli stenti, gli orrori della guerra, hanno insegnato a dire grazie di tutto, a gioire di ogni impercettibile regalo che venga dall’essere vivi e dalla possibilità di guidare le giornate a propria misura, insomma a cogliere i segnali positivi pur tra mille negativi. Passa qualche giorno e Rita che fa? Mi telefona: “Oggi sono andata fuori in giardino e ho fatto qualche potatura. Così mi è venuta in mente una piccola idea in sintonia con San Valentino. Te la mando”. E arriva una delle sue vignette delle follette stagionate che noi siamo, dove la folletta sabauda, quella dei lamenti che a suo tempo ha analizzato i Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, si trova in bocca una frase in puro stile moralista sabaudo di fronte alla creatività libera dell’altra, che ha piegato il giardino alla sua voglia di esserci e partecipare. Il suo amore per la vita espresso in una moltitudine di cuoricini intagliati in giardino, mentre se ne sta tesa in punta di piedi in un esercizio che le follette stagionate non sono più autorizzate a fare. Ma l’amore per la vita è amore. Infatti, lo diceva anche Roland Barthes, rispolverato giusto per il San Valentino 2013: “L’innamorato si dimena in uno sport un po’ pazzo, si prodiga, proprio come l’atleta…”.

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La foto della testata del blog dal 9 febbraio 2013
Tra carnevale, San Valentino e qualche pensiero al di là dei fiori
È sabato, ma la mia tabella di marcia mi dice che non devo abbassare la guardia e che devo andare avanti a consumare tasti del computer. Così, come unico diversivo, stamattina ho deciso di cominciare la giornata cambiando l’immagine della testata: a questo punto della stagione, e con la prospettiva da domani sera di venire sommersa dalla neve come non ho avuto in questi mesi d’inverno, ci sta un po’ di colore, segnale di una resurrezione non più così lontana. Colore intanto perché questo fine settimana cade il carnevale e io me ne accorgerò al massimo preparando i dolci di ricorrenza: che almeno ci siano i petali di un fiore a raccontare le fantastiche arlecchinate della natura, che mi sono più congeniali di quelle umane. Poi perché in settimana cade la ricorrenza di San Valentino, e ho letto da qualche parte l’appello a regalare al gentil sesso solo fiori italiani come appoggio all’economia nazionale e come valorizzazione dei nostri saperi. L’appello diceva: lasciate perdere le rose, regalate bouquet di fiori semplici come ranuncoli e anemoni. Ho scelto appunto per la testata i petali di un anemone coronaria di una nuova varietà straordinariamente elegante, una corolla enorme (oltre 10 cm di diametro), che indossa toni porpora e blu, con il ciuffo centrale di stami neri messi in risalto dalla base chiara e un po’ fluo dei petali. Due settimane fa mi sono scatenata a fotografare decine e decine di varietà di questi fiori in un vivaio che, in fondo alla Liguria, prosegue una tradizione prestigiosa. Non dico di più, se ne parlerà su Gardenia di marzo nelle pagine della mia rubrica. Ma il terzo motivo della scelta di un anemone per la testata, oltre al carnevale e all’invito a farne mazzi per San Valentino, è che è stato un fiore che nella sua semplicità per oltre un secolo ha dato molto al prestigio della Liguria e al reddito di centinaia di floricoltori. Negli anni Sessanta se ne producevano ancora 30 milioni di steli, contro il misero milione di oggi. Forse, ho ragionato quando me lo hanno detto, la semplicità non piace più e un fiore semplice e durevole non fa cassetta.
Infine un messaggio ai signori uomini che non vogliono rinunciare a mostrarsi galanti per San Valentino, ma  ritengono di avere una compagna che può capire un gesto di solidarietà e partecipazione alla vita degli altri. Invece di un bouquet di fiori, regalatele un biglietto che dice: i 30 euro che avrei speso per i tuoi fiori li ho spesi per 25 piantineAnemone-coronaria di ortaggi e frutti con cui tu, destinataria del mio pensiero, offri la possibilità ad una donna africana di coltivare e raccogliere cibo per la sua comunità. So che uomini capaci di un gesto così ci sono, e anche donne fiere di avere un uomo con questa sensibilità. In ogni caso andate a vedere a questo indirizzo il “pacchetto del cuore” per San Valentino proposto dalla onlus Amref. Tutto sommato gli anemoni possono attendere, o può bastare quello della testata del mio blog, con il suo aspetto radioso.

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