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Questa mattina ho brontolato con mio marito. Non volevo credere alla stupidità delle nuove norme della Regione Piemonte per l’abbattimento degli alberi da legna da ardere. Uno deve fare dieci chilometri nella valle per far compilare alla Comunità Montana tre oscuri fogli che solo la burocrazia riesce a decifrare. E se poi chiedi di abbattere i dieci frassini maggiori (Fraxinus excelsior) che stanno stretti come acciughe in 200 metri quadrati, volano ingiunzioni e minacce a lasciarne la metà, per i diritti delle piante a riprodursi in base a quel decreto dell Regione Piemonte. In questa valle parlare così dei frassini suona quanto meno sarcastico. Ne nascono di continuo da marzo a settembre ovunque, appestano bordi di strada e orti. Se lasciassi ingovernato un anno il mio giardinetto dietro casa, ci troverei un bosco di piccoli frassini che crescono di un metro o più all’anno. Da notare: non c’è sicuramente un frassino adulto che rilascia semi nel raggio di almeno 200-300 metri, eppure arrivano e germinano semi in abbondanza. È vero che qualcosa di strano nel comportamento dei frassini in questa valle ci deve essere. La volta in cui è venuto a trovarmi il vivaista di alberi pistoiese Miro Mati, un’autorità della materia, guardando il paesaggio non voleva credere che fossero frassini maggiori, così tanti e così grossi. In ogni caso uno perde tempo e inquina viaggiando per 10 km in modo da avere il bollo di legge sul taglio degli alberi con i quali si scalderà l’anno seguente. Mentre in tavola ne parlavamo, con il pensiero andavo agli alberi meno fortunati dei frassini nostrani, eppure più importanti, e mi ragionavo su questa società ipocrita e sotto sotto assassina, che cerca di pulirsi la coscienza con leggi e leggine per darsi una facciata politically correct. Tiri giù i boschi di querce dove vuoi fare una spianata infinita per il fotovoltaico, ma i 150 quintali di frassini pressoché infestanti no, bisogna trattarli bene e fare la voce grossa con il piccolo contadino che chiede di fare legna a casa propria sapendo bene, quanto meno, che deve lasciarne per gli anni a venire. Mah. Avevo già ragionato abbastanza, almeno per oggi, su questi argomenti, quando mi è arrivata la mail, che riporto qui di seguito pari pari. Trascrivo tutto ciò che mi è arrivato per il semplice motivo che è quanto è stato scritto all’assessore all’ambiente di Sesto Sn Giovanni e a quello di Cinisello Balsamo, provincia di Milano. È una insegnante a scriverla, per di più un’insegnante che fa dell’educazione all’ambiente e alla natura un suo punto di forza. Mi fa inorridire il pensiero che i suoi alunni avevano appena schedato per una ricerca un patrimonio di tutti che un giorno con l’altro è scomparso, sino a ora senza giustificazione di sorta. Se un’insegnante appassionata insegna, e le istituzioni cancellano il suo insegnamento (oltre che le emergenze che sono memoria di un territorio e monito alla straniata collettività metropolitana), io mi domando: che cosa sarà domani?

“… stavo predisponendo il materiale per la nostra partecipazione al concorso “Sesto e i suoi studenti” che ha quest’anno il tema dell’ambiente come bene comune, quando mi accorgo che uno dei soggetti del nostro lavoro, un magnifico, secolare pioppo sito in via Gracchi è stato abbattuto. Era l’ultimo grande albero rimasto in quella zona cementificata nei pressi del centro commerciale Unes-Brico-Decathlon.

Il taglio mi è stato segnalato anche da altri cittadini residenti in zona, oltre che da alcuni miei studenti: l’opinione comune è che togliesse visibilità a quell’orrendo parcheggio e all’ennesimo, inutile negozio di scarpe recentemente aperto che con la sua mega insegna ha segregato anche dei platani.

Abbiamo cercato sul sito del Comune e trovato che l’abbattimento di grandi alberi, quale il nostro pioppo, è regolamentato. Vorremmo pertanto capire con quali motivazioni è stato richiesto al Settore Ambiente e da esso (o dal Sindaco) approvato il taglio, tenendo conto che nessuna piantumazione compensativa può sostituire la ricchezza biologica di un albero secolare.

La ceppaia del pioppo abbattuto a Sesto San Giovanni, dalla quale risulta che era sano e non colpito da carie. Una stima approssimativa dice che l'albero era alto un po' più di 20 metri.

Quattro alberelli che saranno paragonabili a quello abbattuto solo tra mezzo secolo, un po’ di cespugli da vivaio piazzati in una rotonda non sostituiranno un esemplare così grande, una casa così preziosa per decine di uccelli e insetti. Era, quel pioppo, non una piantina annuale da aiuola ma un rappresentante del vero bene comune, di una natura che a parole viene difesa e nei fatti subordinata a logiche economiche. Evidentemente non è stato ritenuto una “pianta monumentale” (art. 3 del Regolamento, censimento del verde); o è stato così sfortunato da trovarsi in prossimità di un centro commerciale che desiderava ampliarsi. L’albero, che pure  era lì da ben prima, è stato ritenuto un pericolo per il parcheggio o l’insegna? Se è così, perché hanno costruito lo stesso?

In attesa, prima di completare il nostro lavoro di partecipazione al concorso, di una vostra risposta da riferire ai miei studenti ed alle numerose persone indignate, profondamente scandalizzate, che vorrebbero saperlo, distintamente saluto.”

Fuori dal virgolettato della lettera all’assessore, l’insegnante aggiunge ancora altro.

Ho incontrato l’assessore di Sesto, che mi ha detto che l’albero è fuori dai confini della città ed è pertanto non di sua pertinenza. Ho scritto a quelli di Cinisello, che non si sono degnati di rispondere. Infine, mio marito l’altro giorno vede dalla finestra degli operai che stanno rimuovendo il ceppo. Scende, fotografa, chiede: gli operai gli dicono che sono del comune di Sesto e che l’albero era malato.
Ho riscritto chiedendo il certificato fitosanitario e la giustificazione dell’abbattimento. Ad oggi, nessuna risposta.

Sono furibonda. Oggi un’altra magnifica Paulownia, nel giardino della scuola di fianco alla mia, è stata abbattuta. Spero di riuscire a pubblicare su ilgiorno.it un articolo sulla vicenda. Se credi questo esempio di disprezzo per quello che un grande albero significa ti possa interessare, abbiamo le foto.

Signori, questa è l’Italia. E io me ne vergogno.

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- Giuseppe Barbera, Abbracciare gli alberi. Mille buone ragioni per piantarli e difenderli, Mondadori 2009, pag 208, 17 euro. Sta sul mio comodino in attesa che io finisca di leggere altri libri. Stasera mi è venuto in mente perché dovrei regalarlo al mio amico Miro Mati, che ha appena compiuto gli anni e con gli alberi ha un rapporto speciale, perché li produce a Pistoia, ma soprattutto perché li capisce. Comincio a regalarglielo così, dal web. A chi mi legge regalo l’informazione che questo libro esiste e bisognerebbe averlo in libreria, fratello più nuovo del bellissimo “Tuttifrutti” dello stesso autore.

- Si scoprono sempre le cose troppo tardi, a questo appuntamento non arrivo più in tempo. Al Potager du roi di Versailles domenica 10 ottobre termina una mostra che mi spiace aver perso: “Du fayot au mangetout. Histoire du haricot sans perdre le fil”. La storia del fagiolo, insomma, con parecchio materiale, al punto che la mostra è stata divisa tra la reggia e un castello non lontano, Domaine de la Grange – La Prévôté a Savigny le Temple. Però ho scoperto che ne hanno anche fatto un libro, pubblicato da Editions du rouergue, costo 26 euro. Me lo procurerò e riferirò.

- Arriverò invece in tempo, così spero, alla presentazione di un altro libro: “Dolci e fiori per ogni stagione dell’anno” di Joëlle Néderlants e Angela Odone, pubblicato qualche mese fa da Bibliotheca Culinaria (64 pagine, 13,90 euro). Avverrà alle ore 16 di domani 9 ottobre a Susegana (Tv), nel castello di San Salvatore, dove questo fine settimana si svolge la prima edizione di Flor Art. Trovate informazioni a questo indirizzo: www.flor-art.it

- Conscia del fatto che senza tempo da dedicare al giardinaggio e con la schiena rotta non si possono fare serie piantagioni di bulbi, sono tuttavia caduta nella mia unica forma di consumismo, con la giustificazione che devo reintegrare i bulbi primaverili che già ho. Per quanto generosi, dopo tre lustri o giù di lì alcuni si sono persi, per esempio Iris reticulata, i minuscoli bulbi di fine inverno che si accompagnano ai crochi (io con i candidi ‘Jeanne d’Arc’, che adoro). Oppure, come nel caso dei giacinti, si sono moltiplicati in una direzione, lasciando sguarnita una parte dell’aiuola. Ho fatto acquisti rigorosamente in bianco e blu, i miei colori preferiti. Adesso andrò a vedere che cosa dicono Margherita Lombardi e Cristina Serra-Zanetti nel libro “Le bulbose”, edito quest’anno nei manuali Salani (13 euro). Unico difetto di un libro sostanzioso e perfetto da consultare al lavoro: non c’è una foto neanche a chiederglielo in ginocchio. Per esempio per sapere che aspetto abbia Pamianthe peruviana, un nome che mi era sconosciuto, ho dovuto chiederlo a internet, che offre qualche immagine, per esempio in questo sito.

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Un invito recapitato su Facebook all’ultimo momento e diventato soluzione per qualche ora di pausa domenicale. Ieri al castello di Rivoli (un luogo che mi è caro da 25 anni come museo d’arte contemporanea perfettamente in equilibrio tra locale e internazionale e con un occhio di riguardo alla produzione artistica della mia generazione), ho assistito ad un’intervista condotta dal critico d’arte Hans-Ulrich Obrist a Giuseppe Penone (una biografia qui e un’altra in questo sito). E ancora una volta, prima ascoltando Penone, poi salendo alle sale del castello dedicate alla

Il nonno da parte di mia madre era scultore. La mia unica epifania: il sussidiario con illustrazioni di Leonardo e altri artisti. Ma poi ho fatto ragioneria e ho agito in modo istintivo. Rapporto con gli alberi. L’albero è una struttura perfetta che memorizza nella sua forma una creatura perfetta. Ho pensato che si poteva ritrovare il contatto con un albero maturo: ho comperato una trave e ho visto come funzionava dentro. Non ho fatto in tempo a metterla in mostra alla galleria Sperone a Torino e l’ho venduta subito. Sono da sempre interessato a rivelare le forme esistenti all’interno della massa. (Penone ha esposto alla Biennale di Venezia del 2007 un enorme tronco di cui egli, scavando, ha rivelato l’anima, il piccolo albero che fu).

sua opera, ho provato vicinanza con la poetica di questo artista dell’arte povera. Per il suo modo di vedere la natura dalla parte speculare alla mia, per il percorso creativo che pone al centro l’albero (“l’idea prima e più semplice di vitalità, di cultura, di scultura”), per la continuità tra l’uomo e il tutto, persino per la piemontesità un po’ scontrosa che lo contraddistingue, dove a contare sono i gesti, i fatti e la progettualità e non le parole dette, gli atteggiamenti compresi nel ruolo. Per una volta lascio qui un appunto non su come stare dalla parte della natura e delle piante partendo da una cultura naturalistico-agronomico-ortofloricola, ma partendo da una cultura artistica. Sono due mondi purtroppo poco in dialogo tra loro, per i motivi che riassumo

Dal 1975 faccio sculture in bronzo, materiale simile come colore e come reazione al vegetale. Ho pensato che potevo “fossilizzare” forme di alberi. E’ il rapporto mimetico dell’opera con la vegetazione di luoghi aperti. La scultura nel paesaggio è insignificante se non si va a cercare un rapporto. Per Rotterdam ho pensato alla natura all’interno della città, ho pensato ad un albero sradicato e ho posto ad altezza d’uomo le radici che sostengono idealmente l’albero. Per le Tuileries ancora un albero sradicato, in un luogo in cui tutto è costruito a geometrie, e io ho introdotto un elemento organico.

grossolanamente così: chi frequenta boschi giardini e discorsi correlati mira all’informalità, alla schiettezza, al sentimento, al primordiale, all’esterno da sé; chi pratica e bazzica l’arte ha approcci tendenzialmente intellettuali alle cose e ai fatti, e un rapporto più spiccato con la formalità, il costruito, l’interiorità, i simbolismi. Di Giuseppe Penone amo moltissimo il tentativo di andare a ritrovare l’essenza della natura

Rapporto con la letteratura: sono interessato alla poesia, ma il mio è un lavoro pratico e non avanza tempo per leggere”. Rapporto con la musica: ne ascolto poca. Ascolto quella che si ottiene battendo il tronco di un albero. Scrivo quando devo cercare di capire o devo annotare per attivare associazioni di idee. Arte visiva è ridare le cose che ho visto. Fare politica? La si può fare attraverso l’arte per provocare piccoli cambiamenti.

sotto e dentro le cose. Una delle sue prime opere, nei boschi di Garessio dove è nato nel 1947, è stata la scultura di una mano di acciaio che stringe il giovane tronco di un albero. Crescendo, l’albero nel punto di contatto ha mantenuto l’impronta della mano. “Nel 1968 ho associato la crescita di un albero ad una scultura come impronta. Opere come questa hanno rapporto con un’idea di agricoltura”. E: “Le prime opere sono state azioni anche in foreste: intuizione di uno spazio di lavoro (1968-1970), poi piano piano ho cominciato a sviluppare queste intuizioni, per esempio sullo spazio aperto contrapposto allo spazio chiuso delle gallerie d’arte”.  In tal senso le opere di Giuseppe Penone nel Giardino delle sculture fluide alla Reggia di Venaria Reale sono testimonianza eccellente della sua arte, assolutamente da vedere, di certo l’allestimento più organico e colto della Venaria, per le altre parti invece assai criticabile. Rimando a quanto avevo scritto e illustrato anni fa in un post.

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foglie-di-Fagus-sylvatica-il-giorno-di-San-MartinoUna giornata di sole nel giorno di San Martino e gli alberi di un parco all’imbocco della mia valle, il Parco Burcina “Felice Piacenza”. Creato a metà Ottocento per la fruizione privata di una famiglia di industriali lanieri biellesi, è diventato prima giardino pubblico della città di Biella, infine parco della regione Piemonte con la qualifica di riserva naturale speciale. Non ho molta pratica di parchi italiani similari, sicuramente ne ho di più di giardini, ma a me sembra che questo luogo sia molto amato dalla popolazione e molto frequentato nel modo più bello che si possa sperare: ognuno fruendolo a suo modo, trovandoci il motivo per farlo. I ragazzi verso sera ci vanno a fare lo jogging, arrampicandosi su per le salite e i tornanti tra ali di alberi maestosi; i bambini delle scuole ci vanno a far pratica di natura, all’aperto e nel ben attrezzato centro didattico in una delle case ristrutturate; gli anziani vanno a passeggiare, se possibile entrando dall’ingresso alto che consente una magnifica passeggiata in piano con vista ariosa sulla pianura, sennò con il permesso di entrare in auto un giorno alla settimana; i contadini ci lavorano come hanno sempre fatto, portano le mandrie a pascolare, d’estate fanno il fieno per nulla intimoriti da una vegetazione arborea e arbustiva di straordinaria potenza e ricchezza floristica. Io ci vado quando posso proprio per quella. Notizie sul parco Burcina cliccando qui.

Castanea-sativa-in-autunno-al-Parco-della-BurcinaCornus-controversa-in-autunno-al-Parco-della-BurcinaBetula-pendula-in-autunno-al-Parco-della-BurcinaGingko-biloba-in-autunno-al-Parco-della-BurcinaLiriodedendron-tulipifera-giovane-in-autunno-all'inizio-del-viale-dei-rododendri-al-Parco-della-BurcinaLiriodendron-tulipifera-in-autunno-al-Parco-della-BurcinaPrunus-avium-in-autunno-al-Parco-della-BurcinaFagus-Fastigiata-in-autunno-al-Parco-della-BurcinaMagnolia-stellata-in-autunno-al-Parco-della-BurcinaAcer-in-autunno-al-Parco-della-BurcinaTaxodium-distichum-in-autunno-al-Parco-della-Burcinaalberi-caucifoglie-e-sempreverdi-in-autunno-al-Parco-della-Burcina

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Sai come si dice: una koelreuteria sgangherata è peggio di una corretta, bella dritta, soprattutto se vuoi usarla in una alberatura stradale. Così noi si pensa di incrociare koelreuterie e via via. Sono alberi che fanno un monte di semi, ossia poi un monte di piantine. Io le faccio crescere e ne scelgo due che mi sembrano di carattere e me le porto in giardino. Ad un certo punto una comincia a fare lampioncini rosa anziché verdini. Oh, dico io, per le strade di città sono proprio bellini, trillano anche.

Questo il racconto che mi ha fatto al telefono Miro Mati su come succede che un vivaio pistoiese pieno di storia come il suo, che proprio quest’anno compie 100 anni, arrivi a selezionare una nuova varietà d’albero. Koelreuteria paniculata è un albero cinese definito nel catalogo Mati (scaricabile qui)  “a sviluppo medio, portamento irregolare, foglie piccole, dentate, ovali e fiori gialli in giugno-luglio.”  La nuova varietà potrà entrare in produzione in futuro; per ora l’unica in elenco oltre la specie tipica è K. p. ‘Fastigiata’ a portamento colonnare e a crescita lenta.

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La foto della testata del blog dal 15 aprile 2009
Far capriole nel parco di Villa Manin a Passariano di Codroipo

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Allo spuntare della prima giunchiglia ho pensato al vasto prato nel parco di Villa Manin e ho avuto nostalgia di quel luogo, visitato al tempo in cui i narcisi dispiegano la loro fioritura. Ci sono andata anni fa, invitata a parlare in un convegno durante una bella mostra di giardinaggio in uno degli scenari più prestigiosi che si possa pensare e, nella foga di assaggiare tutto, in realtà ho visto poco ma mi è venuto l’appetito. Se il luogo non è troppo lontano, faccio sempre così: la prima volta annuso l’aria e l’atmosfera, a casa mi documento e poi attendo che ci sia un’occasione per tornarci e per vedere tutto con calma.

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A Villa Manin a Passariano di Codroipo, in provincia di Udine, c’è molto da vedere e da gustare. Le architetture, innanzi tutto. Disegnano spazi monumentali con una levità straordinaria, come solo può accadere nella tradizione delle ville venete. La grande villa risale alla seconda metà del Seicento come evoluzione della tenuta di campagna cinquecentesca di Antonio Manin, nobile friulano con interessi in agricoltura. Un ulteriore rimaneggiamento a inizio Settecento ha conferito l’aspetto attuale con le barchesse, la piazza quadrata, l’enorme esedra antistante, la chiesa con statue forse del Marinali e il parco di 19 ettari. Proprio il parco nell’Ottocento ha subito rimaneggiamenti che ne hanno stravolto l’aspetto e provocato sovrapposizioni di stili e di generi, cui si aggiunge l’ulteriore evoluzione degli anni Settanta del Novecento: museo di arte contemporanea. Ed è all’opera “Untitled (slope)” realizzata appositamente nel 2005 da Paola Pivi (Milano, 1971), che si riferisce la foto che ho usato nella testata del blog. Recita il cartello esplicativo: “Consiste in un gigantesco scivolo d’erba sul quale il pubblico è invitato a rotolare. La discesa, la cui inclinazione è stata calcolata empiricamente sulle montagne svizzere, rappresenta una trasposizione artificiale delle fiabesche colline d’erba tipicamente associate con la spensieratezza e il divertimento infantile. In questo caso l’interazione non è definita dal rapporto ludico tra soggetto e oggetto ma è determinata dal rapporto del soggetto con il suo stesso corpo”. Il testo termina con un’annotazione che mi piace molto: “Duplicando l’esperienza della natura per mezzo di una struttura che ne è affinata imitazione, Paola Pivi restituisce artificialmente al parco di Villa Manin quell’attributo che nella fantasia e nell’immaginazione lo rende ancora di più un ‘parco’. Manipolando la realtà, l’artista la fa diventare inspiegabilmente ancora più reale”.

UNA FARNIA DI VILLA MANIN PER MEDITARE SULLA VITA. “E così mi sono accorto che un albero può assumere la stessa importanza di una persona viva. Io sento per questa pianta, che durante cinquanta e più anni ho visto fiorire e rassodarsi, una venerazione familiare, e tra noi un legame tenace, un amore completo, vivo e cupo come le sue foglie, una reciproca fiducia senza reticenze... Sarei rimasto a meditare sulla natura di quest’albero se un primo starnuto non mi avesse avvisato del pericolo che corre un vecchio, anche come me fin qui sano, a stare con i piedi nudi sul pavimento. In fretta mi sono levato, ho fatto le mie abluzioni, poi mi sono messo a preparare la colazione, e ho lasciato montare il latte mentre lo stavo sorvegliando senza distogliere i miei pensieri dall'albero, ricordando il giorno in cui arrivò, non più alto di due metri e lo impiantai e innaffiai lungamente; e, per conseguenza, convincendomi che il giro delle eredità è molto stretto, e che ci si accorge, alla fine, di essere nostro padre e nostro nonno, che la vita non ha davvero soluzione di continuità, se appena la guardiamo oltre la superficie, con l'animo rassegnato a lasciarla. “  da Amedeo Giacomini, Il giardiniere di Villa Manin, Santi Quaranta, Treviso 2002

UNA FARNIA DI VILLA MANIN PER MEDITARE SULLA VITA. “E così mi sono accorto che un albero può assumere la stessa importanza di una persona viva. Io sento per questa pianta, che durante cinquanta e più anni ho visto fiorire e rassodarsi, una venerazione familiare, e tra noi un legame tenace, un amore completo, vivo e cupo come le sue foglie, una reciproca fiducia senza reticenze... Sarei rimasto a meditare sulla natura di quest’albero se un primo starnuto non mi avesse avvisato del pericolo che corre un vecchio, anche come me fin qui sano, a stare con i piedi nudi sul pavimento. In fretta mi sono levato, ho fatto le mie abluzioni, poi mi sono messo a preparare la colazione, e ho lasciato montare il latte mentre lo stavo sorvegliando senza distogliere i miei pensieri dall'albero, ricordando il giorno in cui arrivò, non più alto di due metri e lo impiantai e innaffiai lungamente; e, per conseguenza, convincendomi che il giro delle eredità è molto stretto, e che ci si accorge, alla fine, di essere nostro padre e nostro nonno, che la vita non ha davvero soluzione di continuità, se appena la guardiamo oltre la superficie, con l'animo rassegnato a lasciarla." da Amedeo Giacomini, Il giardiniere di Villa Manin, Santi Quaranta, Treviso 2002

Il parco di Villa Manin, comunque, con il suo vasto prato tappezzato di giunchiglie in primavera, con i suoi numerosi alberi monumentali è prima di tutto galleria dell’arte della natura. Durante la visita avevo fotografato il cartello segnaletico, fatto apporre dalla Regione Friuli Venezia Giulia, alla base di un tasso ormai vecchio di quasi 200 anni. Ne avevo fotografato un altro ripromettendomi di segnalare la qualità della scheda relativa ad un esemplare di cedro del Libano: non solo è encomiabile la cura botanica nella descrizione, ma credo sia la prima volta che vedo in Italia la scheda di una specie vegetale compilata in tre lingue, come attenzione al visitatore proveniente dall’estero. Per approfondire la storia della villa, dove visse l’ultimo doge di Venezia e il 17 ottobre 1797 fu firmato il trattato di Campoformio tra Napoleone e l’Austria è puntuale wikipedia. Per la descrizione letteraria del parco c’è un bel racconto del 2002 strutturato come diario, “Il giardiniere di Villa Manin” dello scrittore friulano Amedeo Giacomini (1939-2006), di cui si può leggere l’incipit nel sito dell’editore Santi Quaranta che ne ha pubblicato le opere mentre per l’acquisto, a 11 euro, c’è IBS. Per la visita a Villa Manin, ottima l’occasione di “Estate in villa 2009” che mette in calendario diversi eventi. Io, per esempio, potrei decidere di visitare nuovamente Villa Manin in luglio, per una delle due serate previste dei Momix di Moses Pendleton: titolo in tema con il mio leit motiv di sempre è, manco a dirlo, “Bothanica”.

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Tornando a casa e ritirando la posta, ho trovato nella cassetta un brandello di quotidiano, un ritaglio eseguito a mano su un angolo, credo, de La Stampa. Chissà chi me l’ha lasciato, comunque grazie. Dice il titolo: “Scoperti i fossili dei primi alberi della Terra” e le cinque righe di testo raccontano che uno studioso inglese ha identificato i fossili di due alberi, simili alle felci, risalenti a 385 milioni di anni fa e ha pubblicato i risultati della sua ricerca su Nature. E’ vero che le scuole stanno chiudendo i battenti e la concentrazione dei ragazzi è ormai pari a zero, ma simili notizie e tutte le riflessioni e le analisi che stimolano potrebbero bastare per le lezioni di una settimana, con maggiore costrutto, credo (se mi ricordo bene come è stato per me), di tante, troppe pedanti nozioni distanti dalla contemporaneità e dalle esigenze di giovani in crescita.

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A me piacciono le persone estrose, creative, difficilmente ingabbiabili e perciò un po’ anarchiche, con passioni forti ma modi gentili per esprimere un cuore sensibile. E con la capacità di arrivare al punto delle cose. Non so a quanti di voi questi aggettivi sembreranno calzanti per qualificare Miro Mati, vivaista d’alberi e progettista di spazi per alberi di Pistoia che a settant’anni ha un po’ mollato la presa sul vivaio a favore dei suoi bravi figlioli per dedicarsi agli alberi sotto tutti gli altri punti di vista.  Compreso il libro “Piantare alberi” (Pacini Editore, Pisa 2003) a cui ne sta seguendo un altro di complessa gestazione, fermo attualmente al titolo “Estetica degli alberi”. Io ritengo Miro un amico proprio per questo suo anarcoide modo di essere. Sta di fatto che tira su il telefono, mi butta addosso un suo problema di ennesime castronerie sentite sul metodo di impianto degli alberi e poi prende fiato prima di terminare. In questo modo: “Alberi in una buca di un metro per un metro? E’ come mettere un leoncino in una gabbia piccina. Sì, sì, ci sta e le proporzioni tornano. Poi però quando cresce bisogna dargliene una grande. E con un albero, che fo?”. Queste sono lezioni fuori aula che non si dimenticano. Ho giusto un grande esemplare di betulla ancora da piantare. Vive in un vaso da vivaio di 70 cm di diametro e, adesso che lo so, dovrò chiedere a mio marito di allargare un po’ la buca d’impianto, grazie, sennò Miro urla e strepita che siamo tutti insensibili agli alberi.

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quattro-nidi-di-luigi-serafini-al-museo-di-maglione

Stamattina nel silenzio della mia casa è risuonato uno strano rumore proveniente dall’esterno, una sorta di raffica di mitra soffocata dall’impatto su un supporto di legno. Incuriosita, dopo qualche minuto mi sono affacciata, in tempo per vedere il picchio rosso maggiore che si stava dando da fare attorno al tronco malandato di un vecchio melo della varietà ‘Rambour Frank’. Un esemplare è morto a fine estate, adesso temo che questo faccia la stessa fine; ma invece di pensare ai problemi del melo, stamattina mi sono goduta alla finestra il picchio nella sua sfavillante livrea, un magnifico abito di festa. Pensando che chi l’ha vestito è un artista, mi è tornato alla mente un episodio di parecchi anni fa. Ero andata a Pistoia a trovare i Mati, quelli del grande vivaio di alberi; al tempo Miro Mati aveva il suo giardino privato un po’ meno in ordine di adesso, ma molto ben frequentato da una lussuosa orda di minipolli, quelli che si chiamano banalmente “galline americane”. Erano stupendi, sicché ci siamo attardati ad ammirarli seduti su una panchina mentre Miro mi raccontava di averli fatti vestire dai grandi stilisti: “Lo vedi quello lì ossuto e elegantissimo in bianco e nero, con solo le calze e il copricapo rossi? Me lo ha vestito Yves Saint Laurent. Lo vedi quello là in giallo senape, verde scuro cangiante e rosso vino? Ah, mi è costato una fortuna, ma è degno di vivere in un giardino di Burle-Marx. Peccato che quando Roberto Burle-Marx è venuto qui a casa non avevo ancora questo modello di pennuto…” Insomma alla domanda su quanti fossero, mi rispose che erano quasi ottanta e che non sarebbe mai riuscito a farli ammazzare per destinarli alla tavola: morivano di morte naturale, o per “incidente” se incrociavano il cane di casa. Dopo cena gli chiesi se non andava a chiudere i polli pensando alle incursioni di faine o donnole e il mio amico disse di no con il capo e mi fece segno di seguirlo. Prese una torcia elettrica e si avviò; appena fuori di casa si arrestò accanto ad un albero con il tronco di dimensioni contenute, poteva essere una lagerstroemia o un piccolo Acer negundo, e puntò la torcia verso l’alto: “Guarda un po’: che ti pare?”  Sopra la mia testa c’era una chioma di… polli: ottanta creature saldamente aggrappate ai rami, appallottolate al sicuro nei loro magnifici abiti d’autore. Alcuni borbottarono nel sonno, come per dire di smetterla per favore e di spegnere la luce.
nido-artificiale-per-uccellinidi-di-luigi-serafini-appesi-alla-scuola-di-maglione-diDopo la visione del picchio e ricordando i polli di Miro, oggi ho dedicato un po’ di tempo agli uccelli che frequentano il mio giardino. Ho aggiunto acqua al loro bagnetto: in questi giorni non è gelato e loro si tuffano a decine, ben più che in estate. Poi ho appeso ai rami alcune palle di grasso e semi e tre o quattro cotiche di prosciutto e mi è spiaciuto non poter più fornire anche nidi artificiali di legno: il vento forte lo scorso anno ha trascinato lontano quelli che avevo e li ha rotti e oggi, giorno di mezza festa, giù in città non c’erano certo negozi aperti. I nidi artificiali servono per la deposizione delle uova, ma in inverno fungono da hotel in cui uccellini d’ogni specie trascorrono volentieri le notti più fredde. Mi dicono che nei nidi con l’imboccatura piccola ci vanno la cinciarella (Parus caeruleus), la cincia mora (Parus ater), la cinciallegra (Parus major), il codirosso (Phoenicurus phoenicurus), il torcicollo (Jynx torquilla) e il picchio muratore (Sitta europaea). I nidi in legno con il frontalino semiaperto, invece, sono abitati volentieri dalle ballerine, la ballerina bianca (Motacilla alba) che io adoro per il suo riconoscibilissimo volo un po’ vanesio e ubriaco e la ballerina gialla (Motacilla cinerea), dal merlo (Turdus merula) e dal pettirosso (Erithacus rubecula). Quest’ultimo però è timido e si impossessa del nido solo se è in una posizione nascosta nel fitto dei rami e delle foglie. In quanto allo scricciolo, per anni, ma solo nei periodi molto freddi e se stava per nevicare, veniva a dormire nel nido delle rondini sotto il portico d’ingresso di casa. Non lo vedo da tempo: anche questo è un segno del clima che cambia.

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Comunque, parlando di nidi oggi ne regalerei volentieri agli uccelli locali tre o quattro d’autore come quelli che vedo al Macam (Museo d’Arte Contemporanea all’Aperto di Maglione) di Maglione Canavese (To) quando vado a fare un giro per ricordarmi che natura e arte, interagendo, riescono a vivificare e nobilitare una ruvida, incolta realtà di paese. Sono nidi in ceramica poliroma dell’artista romano Luigi Serafini (Roma, 1949), che a Maglione ne ha installati 26.
Sulla realtà incolta dei paesi come il mio bisognerebbe parlare a lungo in cerca di soluzioni: se hanno quasi del tutto cancellato la cultura materiale del passato, dovrebbero almeno darsi prospettive di sopravvivenza futura. Ma non essendoci qui in paese giardini degni di questo nome, ed essendo io autorizzata a parlare solo di piante, giardini e affini, rivolgetevi altrove: io non posso sentenziare, anche se lo vorrei fare.

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Inaugurati lo scorso giugno, i giardini della Venaria Reale, ad un passo da Torino e dalla fama per la qualità dell’intervento di valorizzazione di una reggia sabauda a lungo rimasta all’abbandono, è un progetto impegnativo e ambiziosissimo. Detto dello Stato in Italia, dove l’ambizione a far giardini e a governarli è quasi solo prerogativa di visionari personaggi privati, è già un miracolo. E lo è ancora di più  se si coglie il respiro dell’opera: 80 gli ettari interessati, quasi 40.000 piante messe a dimora, un investimento di 25 milioni di euro, spazi vasti e profondi tendenti all’infinito se non fosse che a chiudere lo sguardo sul fondo ci sono le Alpi. Le montagne dello skyline sono un gran bel vedere, per altro, e una prova che questo giardino è in Italia, è in Piemonte, non altrove, non in un luogo che esiste solo nei desideri di chi ama i giardini e i grandi spazi costruiti ad arte.

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Più miracoloso di tutto, a mio parere, l’incontro tra natura e cultura (qualcosa che mi lascia sempre pervasa da una magia che mette insieme le mie due anime e le pacifica) del “Giardino delle sculture fluide” realizzato dall’artista Giuseppe Penone nel Parco Basso, lungo tutto un lato della reggia. Questo intervento, da solo, vale lo sforzo generale che è stato fatto, non sempre centrando l’obiettivo al primo colpo o con risultati proporzionati al dispendio di forze (ma se è un giardino amato da chi ce l’ha in consegna, voglio credere che crescerà e diventerà maturo).
Per ora, pur con un progetto forte e il disegno di magnifici spazi ariosi, si sente odore di acerbo, di un luogo che ancora non ha trovato il suo assetto definitivo. Per diventarlo, i 15 giardinieri dell’Assessorato alla montagna della Regione Piemonte dovranno sudare parecchio e vedersela persino con un’orda di lepri (stimate in circa 500) ereditate dal territorio incolto precedente. Mi raccontava il capogiardiniere che le lepri rappresentano un vero e proprio flagello e un limite a certe piantagioni. Pare che, per nulla timorose di far fare brutta figura a chi ce l’ha messa tutta per creare un santuario, trovino buonissima persino l’edera, che era considerata sino a ieri una pianta tossica…
L’altro giorno ho sfogliato la brochure con gli appuntamenti dell’estate all’interno del giardino (tanti, anche questi miracolosamente ambiziosi per una periferia) e ho trovato una frase. Recita: “Il giardino segna l’incontro tra la terra e il cielo, il luogo dove la fantasia e la creatività di un uomo dialogano con le piante e i fiori, dove l’armonia di un disegno mentale dà ordine a uno spazio naturale. Il Giardino è un’entità vivente fragile e si comporta come un innamorato: coglie le attenzioni e, se trascurato, immalinconisce.” Il rischio a Venaria Reale a mio parere è proprio questo, come ovunque si siano stanziati fondi cospicui per la costruzione e neanche un soldo per la manutenzione. Come se creare un giardino fosse un atto fine a se stesso e non prevedesse l’uso di piante vive, che poi sono da mantenere nel corso della loro carriera, tanto più gloriosa quanto più mirata e garbata sarà la cura.
A parlare così sento sul collo il fiato del mio amico Miro Mati, prestigioso coltivatore e cultore d’alberi di Pistoia, che sibila: “Ommimma, nun è che hai aspettato di vedere la Venaria Reale per  imparare una volta per tutte la lezione?”. No, ci credo da sempre. Altrimenti, per superare la natura e le sue esigenze si dovrebbero fare solo giardini “alla Penone”. Il maestro ha fissato in una colata di bronzo il calco di alberi grandiosi. Un cedro monumentale ha fornito il modello per un tronco bronzeo alto 12 metri che si vede da ogni angolo della Venaria e che ha anche una funzione pratica: nasconde gli sfiati degli impianti, sicché mi immagino che in inverno usciranno sbuffi di evanescente vapor d’acqua dall’alto di una scultura solida e ciclopica, come se il tronco liberasse i propri umori.

posa-albero-bronzeo-giuseppe-penone-1posa-masso-per-albero-giuseppe-penone-venaria-reale-2posa-albero-bronzeo-di-giuseppe-penone-venaria-reale-31giuseppe-penone-a-venaria-reale-2007Ho casualmente assistito, alla mia seconda visita un martedì mattina, alla posa di un’altra delle 14 opere complessive divise da boschetti regolari: un grande noce di bronzo con le branche principali mozzate che, come possenti braccia, reggono un masso in pietra grigia. Giuseppe Penone, sessantenne cuneese con una riconosciuta carriera artistica alle spalle (quest’anno è stato uno dei due italiani invitati alla Biennale di Venezia) era lì a dirigere la posa. Mi sono avvicinata per salutarlo e dirgli quanto la sua creatività artistica gratifichi la mia sensibilità, sin dalla prima volta, forse più di vent’anni fa, che visitai il Museo di arte contemporanea di Rivoli che accoglie sue opere. E il maestro, quasi vergognandosi, mi ha detto: “Eppure io non ne so niente di giardini e di piante”. Ho pensato che ne sa molto comunque, con l’istinto di chi vive intensamente la sintesi tra natura e cultura e sull’indagine del rapporto che tra loro intercorre basa da quarant’anni la propria attività.
Mentre io sto qui a far chiacchiere, per favore qualcuno spenda un giorno delle vacanze in modo fattivo e vada a vedere i giardini di Venaria Reale, meglio sul fare della sera (orario 10-20), e a respirare l’aria d’Europa che emana. Corroborante, energetica; con questo caldo estivo a tratti infernale, oserei dire persino celestialmente fresca. E poi criticamente commenti anche le troppe scorrettezze, una piaga degli appalti al ribasso all’italiana di cui però non voglio parlare oggi per non far perdere il buon sapore in bocca. Per leggere qualcosa: www.lavenariareale.it

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