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Posts contrassegnato dai tag ‘Bellezza’

Servimuti

Solodiolosa perché, cercando una foto mentalmente e materialmente per dire qualcosa nel blog prima che cambi l’anno, mi sono fermata all’installazione di Roberto Barni Servimuti che si trova davanti alla Villa di Celle, all’ombra di un grandissimo platano. Non so perché proprio questa, ma così è. Forse perché la Fattoria di Celle con la sua collezione di arte ambientale è uno dei miei luoghi e mi auguro di poterci andare anche nel 2011; forse perché stasera la gente è alle prese con i cenoni e io, che ho una vera antipatia per questo modo di stare in tavola, preferirei fare la parte del servomuto che regge la tavola (non succederà, sarò in giro con amici che la pensano come me). O forse perché vorrei che la Bellezza, l’Arte, il Paesaggio fossero protagonisti dell’anno che sta per iniziare. Lascio qui il mio augurio per tutti coloro che condividono il desiderio. Chi vuole conoscere qualcosa di Celle e rifarsi gli occhi può andare nel sito della collezione: www.goricoll.it.

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C’è rumore di escavatore fuori dal mio giardinetto, dove sino a ieri c’era un orto rialzato di 70-80 metri quadrati che una vicina settantasettenne coltivava con entusiasmo. Mio marito dice: “Ah, sì, stringono un po’ l’orto per allargare il passaggio verso casa loro”.  Ma io sento l’escavatore ormai prossimo alla mia siepe di ortensie, a sette o otto metri dalla loro strada di accesso. Allora salgo al piano di sopra per vedere dall’alto e sorprendo il bambino del vicino di casa (13 anni) che armeggia sull’escavatore a togliere  la terra dell’orto. Suo padre lo guarda, soddisfatto della creatura avviata a diventare un vero macho sottoacculturato di paese. Lo chiamo: “Scusa, sono preoccupata dello stravolgimento che stai combinando. Adesso che sarà in piano, dalla tua strada arriveranno le auto sin contro il mio giardino”. E lui: “Io a casa mia faccio quel che mi pare, non devo chiedere niente a te, e poi non faccio mica niente che non si deve”. Non ha ancora un tono offensivo, mi sento autorizzata a continuare in bel modo per convincerlo che a lasciare una fascia di terra ci guadagna lui, che altrimenti non ha più un solo boccone di terra attorno alla specie di caserma con tapparelle e infissi in alluminio luccicanti che è casa sua. E ci guadagno io, che continuo a rimanere chiusa tra il verde dei confinanti, dunque lontana dalle auto. O per meglio dire: la Provincia ha appena speso 250.000 euro per abbattere frutteti e orti, allargare strade, togliere il boccone di terra a fianco di una casa rimasta terribilmente isolata tra strade da tutte le parti per costruire una rotonda alla francese degna di Nabucodonosor, in un paese di montagna che non avrebbe bisogno di altro che di essere lasciato in pace per rimanere un gioiellino. Sicché a nord la rotonda, a ovest la distruzione dell’orto (non stento a credere che sia in previsione di farci garage, per esempio), a est una vicina che mi ha proposto, non più di due giorni fa, di pavimentare con orribili autobloccanti il viale di accesso a casa, ora inerbito e con le tracce carraie in ghiaia. Il mio vicino mi guarda per nulla convinto: “Scusa, non tutti i gusti sono uguali. A te non piace quello che sto facendo, e io trovo che è uno schifoso pasticcio tutte quelle piante che tu hai messo nel tuo giardino”.
La somma della frase e del sentirmi circondata da insensibilità e luoghi comuni piccolo borghesi di decoro, neppure bon ton, mi fanno salire un singhiozzo in gola. Mi sono ritirata in buon ordine e ho guardato il piccolo regno in cui, in quasi vent’anni, ho collezionato ortensie che qui raggiungono dimensioni inusuali, sono passate erbacee perenni d’ogni genere, due faggi piantati bambini sono già adulti. Un luogo che, un poco alla volta, ho guidato verso la naturalizzazione. Un universo che può piacere o non piacere, ma un universo che cerca l’armonia e assegna alle piante un ruolo nella mia casa e nel paesaggio fuori dalle finestre. Provo dolore per quella frase non perché il mio vicino ha chiamato “pasticcio schifoso” un giardinetto fresco e arruffato di montagna, ma perchè mi ha ricordato che vivo in un luogo di esseri umani senza valori, che assegnano a se stessi ogni priorità. E se penso che non è solo qui, è un po’ ovunque, meno che nei luoghi abitati da soli ricchi (che pagano per avere il bello e conservarlo, sapendo che aumenta il valore della proprietà) o soli acculturati o soli ecologici, quel singhiozzo in gola diventa dolore nella certezza di essere impotente di fronte alla stupidità e all’anelito distruttivo di troppi.

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L’infamia dei telegiornali della prima rete Rai governati da Minzolini e prima di lui da Del Noce, che adesso ha fatto carriera e sta a capo di Venaria Reale. Sicché come sono cucinate le notizie da telegiornale che riguardano questa reggia sabauda non è neppure il caso di chiederlo a quelli del Trio Medusa e ai loro “ausiliari del TG1” in onda a Parla con me di Serena Dandini. Basta guardare il tg1 di un sabato di gennaio, oggi, ore 13,50. Servizio che racconta della sindrome di Stendhal che pare colga sempre più spesso i visitatori di Venaria Reale per la troppa bellezza. Parla Alberto Vanelli per dire che ci sono ragazzi che si sdraiano per terra per cogliere meglio le vibrazioni, gli fa eco uno psicanalista che narra di sensazioni forti da estasi perché è un luogo di bellezza insostenibile.
Consiglio i ragazzi di andare ad appoggiare l’orecchio altrove se vogliono sballare davvero, sennò sono complici di una mistificazione. Perché per volare via rapiti ci vuole il genius loci, non bastano gli spazi superbi. E a Venaria il genius loci urla massacrato. All’interno per i percorsi demenziali, che obbligano a giri infiniti per imboccare il senso di marcia e a sperare nel contributo di qualche addetto che sbuchi provvidenzialmente come cartello segnaletico vivente. Fuori per le mille manchevolezze che dicono quanto poco il giardino risponda nei fatti alle ambizioni e al diluvio di denaro. La mistificazione fa male ai giardini. Non so chi manderei prima a scuola, se i giornalisti televisivi o quegli insegnanti che non sanno raccontare ai ragazzi in che cosa consiste la Bellezza e come si fa, guardando con acume dentro e fuori di sé, a riconoscerla.

Tra parentesi: leggevo proprio stamattina che il concorso del Bouquet di Sanremo si svolgerà da quest’anno a Venaria, per quanto sia di Sanremo, e che una convenzione Rai-Comune di Sanremo adesso obbliga la Rai una volta all’anno a realizzare uno speciale della trasmissione Linea Verde, della durata di un’ora, sul Corso Fiorito. Cari italiani, così è.

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paesaggio-serre-dal-casello-di-Sanremo-della-autostradaL’antropizzazione esasperata dell’imperiese, complice anche il mercato delle piante ornamentali. Tutte quelle serre del sanremese che solcano valli e colline, graffi e ferite al territorio per un’economia, alla fine, povera. Una cosa è coltivare fronde da reciso (c’è ancora chi lo fa, ma sempre meno perchè adesso si fa ricorso al terzo mondo) o cactus perché poi gli olandesi vengano a portarseli via ancora bebé e li ricoltivino e li commercializzino loro; un’altra cosa invece è l’attività turistica ben programmata e ben gestita, o l’industria specializzata o, mettiamoci anche quello, il vivaismo pregiato. Il territorio svenduto per quattro soldi, mazzi di garofani che facevano furore (è durata poco, un paio di decenni a esagerare) e adesso fanno sorridere tanto sono demodé. E quello che resta sono il disordine, le ferite, poi le emergenze architettoniche assurde delle seconde case anni Settanta e Ottanta piccolo-medio borghesi, le stradine strette che si inerpicano ad uso dei suv dove dovrebbero esserci solo viottoli di campagna, gli svincoli autostradali come otto volanti appesi sulla testa di paesini a mare che avevano la vocazione alla tranquillità e invece sono stati consegnati ai pirati. Quest’Italia che ha dimenticato la Bellezza e fa business proprio su tutto, senza distinguere, senza programmare, senza prevedere evoluzioni e conseguenze. Che peccato, pensarci mentre sono in viaggio in Liguria, tra fioriture, mare e aria d’estate: potrebbe essere un incanto, e non lo è.

festa delle erbe a-Rollo-il-ristorante-sotto-gli-oliviBorghi del savonese che resistono perché fuori rotta o perché la speculazione non ha ancora allungato le mani e aspetta il momento favorevole per farlo o perché c’è gente che li presidia, più spesso milanesi e torinesi che conoscono l’equazione: bello uguale qualità della vita e aumento del valore della proprietà, brutto uguale degrado e deprezzamento. Amici milanesi fondano un’associazione a Rollo, primo entroterra di Andora, nel Savonese, e da dieci anni fanno la loro mostra di giardinaggio. Dice Alberto: “Qui non costa niente, se c’è da rimetterci qualcosa ci rimettiamo noi e chi se ne frega, ma quelli che vengono ad esporre ormai sono amici, si parla, si scambia, si conosce qualcosa e qualcuno nuovo, si fanno i menu a base di erbe, giustificati dal nome della manifestazione: festa delle erbe. E per due giorni è festa”. Tra tutte le mostre della primavera 2009 che ormai sfuma nell’estate, questa è tutto sommato la più originale che ho visto per quanto riguarda gli espositori, scelti con molta intelligenza sul filo delle erbe. Erbe sono quelle spontanee liguri sopravvissute all’antropizzazione di cui sopra, buone da mangiare e per curarsi.  Sono quelle da essenze aromatiche, la lavanda per tradizione, e il basilico del pesto e la borragine dei ripieni della gastronomia locale, e la menta piemontese, e quelle da cestini e da intrecci che diventano Hoheria-lyalii-malvacea-della-Nuova-Zelandamagnifiche sculture, e per farne coroncine, poi altre erbe che portano qui un po’ dell’anima di altri luoghi: la ragazza Edith del Madagascar, venuta in Italia per cercare lavoro, adesso invece commercializza aromi e spezie che fa arrivare dalla sua terra o che lei stessa va a cercare: le poivre sauvage, il pepe selvatico, è già un’esperienza olfattiva, non vedo l’ora di macinarne un’ombra su qualche piatto. La ragazza Juliana del Brasile, venuta in Italia a specializzarsi in Economia e Commercio: promuove l’erba mate che producono i suoi genitori (www.ximango.ind.br). La ragazza inglese trapiantata in Liguria e in attesa di avviare i lavori del suo agriturismo che lì in mostra intreccia portavasi in corda. “Che belle le donne” dice Ada che ha organizzato e crede in una Liguria riscattabile grazie a luoghi come Rollo; ha dislocato gli stands nella mezz’ombra degli olivi, anche di una proprietà privata, le sue figlie hanno decorato gli olivi con macchine mobili di cartoncino e velato di verde un soffitto trasparente sulla zona ristorante dove ci sono assaggini a bizzeffe, aperitivo e caffé invece nel dehor fresco del baretto sulla minuscola piazza, dove la chiesa serve per una mostra sul tema dei fiori di Balla: “abbiamo trovato un artigiano-artista locale veramente bravo, guarda che precisione”. Hanno fatto tutto loro, non si aspettano il “bravo” da nessuno. Il comune di Andora però mette a disposizione un bus navetta che va su e giù gratis purché a nessuno venga in mente di infilarsi in auto sulla stradina che sale alla frazione, rovinando tutto. Quelli dell’associazione si divertono molto: un socio cura il sito (www.festadelleerbe.net), un altro ha fatto le cartoline, sul banco delle informazioni c’è l’album di foto dello scorso anno (“lo abbiamo sempre fatto -  dice un altro socio – perché poi è bello ricordare chi c’era e come eravamo”. Erbe a tutto campo, ma i vivaisti classici delle mostre di giardinaggio non sono più di sei o sette, compreso quel diavolo di Dino Pellizzaro che, dico io, sente sempre più spesso il richiamo delle radici. E per quanto dica di essere venuto qui solo per stare tra amici, ha portato piante fantastiche che una volta riservava a Courson. Pensa un parco-storico-di-Villa-Serra-a-SantOlcese-presso-Genovapo’, sull’asse Courson-Rollo si è trovata anche una malvacea neozelandese che in questo week end ligure mi ha molto colpita (anche per la straordinaria convergenza di forme con le rosacee primaverili): Hoheria lyallii. Per chi vuole approfondire su internet c’è per esempio questo sito. Voilà; se non fosse stato per un acciacco alla schiena che mi ha suggerito di raggiungere casa alla svelta, avrei finito il fine settimana a Villa Serra a Sant’Olcese assistendo ad una conferenza di Corinne Mallet sulle ortensie, oggetto di collezione in questo parco storico pubblico. Avrei visto un’altra Liguria ancora, che per fortuna conosco già e riscatta quell’altra che mette a dura prova ogni decorosa concezione di paesaggio. E’ la Liguria dei giardini restaurati con sensibilità e gestiti con l’ambizione di proporre di più con meno spreco di risorse e di territorio. Ma del parco di Villa Serra c’è da dire abbastanza per parlarne un’altra volta. Chi vuole può intanto vedere il sito www.villaserra.it.

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- Turismo e giardini. La scorsa settimana sono andata alla BIT, Borsa Italiana del Turismo: per chi è avido di notizie, spazi, idee è un pozzo al quale attingere. Tavola imbandita un po’ in tutti gli stand, come se in Italia parlare di viaggi, luoghi e genti dovesse essere filtrato necessariamente dal cibo, ma quasi niente sui giardini. “Avete qualcosa che illustri la vostra offerta di giardini, parchi, orti botanici?”. Tutti perplessi, nei padiglioni italiani soprattutto. Qualcosa sul Lago Maggiore e Villa Taranto, qualcosa sulla Provincia di Latina e Ninfa e quasi niente altro. Nello stand della Puglia c’era un’infilata di foto con una radice incredibilmente somigliante a L’urlo di Munch. Faccio la fila per chiedere che albero sia, perché l’onore di quella infilata di foto lungo un lato cieco dello stand. Risposta: “Boh, perché era bello”. Ci riprovo: “Ma che albero è, dove si trova?”. Laconico: “Mah, è un vecchio olivo di Bari, niente di che”. Uniche notizie certe: in Madagascar tira una pessima aria politica, chi può lascia anche il proprio giardino e le importanti attività legate alla produzione di piante e se ne va, almeno momentaneamente, sino a quando anche la Farnesina dirà che non è più pericoloso andarci da turisti. Buone notizie invece dalle Bermude; in maggio, in occasione dei 400 anni dalla scoperta di queste isole centroamericane, tutte le signore con villa parteciperanno al Bermuda Open House and Gardens, consentendo ai turisti la visita del loro lussureggianti giardini (www.bermudatourism.it/pg_eventi.php). Pare ce ne siano molti e siano bellissimi. In Alta Austria a Bad Shallerbach invece dal 23 aprile all’11 ottobre ci sarà la Landesgartenschau “Botanica”, mostra di giardinaggio allestita nel parco dell’Eurothermenresort. Non ne ho mai viste in Austria, conosco però quelle tedesche: ognuna è tanto ben fatta e interessante come tutte le mostre di giardinaggio italiane messe insieme. Per informazioni www.botanica.at. Solito neo dei paesi di lingua tedesca: fanno le cose per loro e chi non li capisce sono fatti suoi o chiede aiuto a internet. Poi, parlando con una gentile addetta dello stand dell’Ungheria ho scoperto che c’è una zona a sud ovest di questa nazione, all’estremo confine occidentale della Pannonia con la Slovenia, dove in ottobre le zucche sono oggetto di feste e sagre. Speciale quella della cittadina di Oriszentpéter, sempre di sabato, quest’anno il 10 ottobre. La zona confina anche con l’austriaca Stiria, patria della zucca da semi con cui si fa un olio alimentare dalle mille virtù. Leggo che ci vogliono meno di quattro ore d’auto da Trieste, non troppo. Insomma mi basterebbe un giro nei giardini delle Bermuda in primavera, un tour in Austria d’estate per avere conferma di come si fanno le mostre di giardinaggio e un salto in Ungheria d’autunno al tempo delle zucche per ritenermi soddisfatta per le prossime tre stagioni.

logo-garden-tour- Giardini e turismo. Da vent’anni anni conosco Gian Luca Simonini di Garden Tour e la sua profonda conoscenza della storia dei giardini e del paesaggismo. Mi ha mandato la brochure con le sue proposte di viaggio per quest’anno, meno numerose del solito e più domestiche, ma molto interessanti. 21-22 marzo “Le camelie del Lago d’Orta e del Lago Maggiore”; 14-20 aprile”Giardini di sultani, giardini coloniali, giardini di oggi” in Marocco; 12-17 giugno “Giardini, villaggi, foreste e castelli del Medioevo” nel Perigord; 10-11 luglio “Giardini alpini, praterie di vetta, il Monte Bianco” in Valle d’Aosta. Info alla segreteria di Modena, tel 059-223344 e email mara@puntotouringmodena.com. Frequento normalmente la meta piemontese e quella valdostana, perciò se dovessi scegliere farei il viaggio nel Perigord soprattutto per andare a vedere il Jardin de l’Imaginaire a Terrasson della paesaggista Kathryn Gustafson. Se vi accontentate di un viaggio virtuale, cliccate qui e anche qui.

helleborus- Ellebori protagonisti. Susanna Tavallini del vivaio La Montà  affronta marzo con le porte aperte in vivaio, ripetendo iniziativa e ospitalità tutti i fine settimana sino a metà del mese, mentre i suoi ellebori sono uno spettacolo. Da vedere per innamorarsi di questi fiori e portarsi a casa anche il catalogo, frutto del suo lavoro di compilazione durante l’inverno, relativo anche alle peonie. La potete contattare al n. 0163 87212 o per mail susanna.tavallini@alice.it. Se cliccate qui vedrete come raggiungerla in Via Vittorio Veneto 8, Frazione Sant’Eusebio di Roasio (Vc). Ah, vorrei ricordare che VC è la sigla di Vercelli (Piemonte), e non Vicenza (Veneto): il numero del Venerdì di Repubblica dell’altra settimana (pag 71) ha dirottato i visitatori a 300 km di distanza dal vivaio, povera Susanna….

pomodori-ciliegini- Pomodori, bombi, spreco e ormoni. Appreso domenica scorsa ascoltando Linea Verde in tv mentre cucinavo. I pomodori di Pachino vengono raccolti verdi e duri altrimenti arrivano non più commestibili sul mercato e circa l’8-9 % finisce buttato via: sono i pomodorini più piccoli in cima al grappolo, che non ce la faranno mai a maturare. Inoltre quando la temperatura è inferiore a 16 °C non volano i bombi che provvedono all’impollinazione, così si procede con “ormonature” sostitutive dell’impollinazione. Non mi capiterà più nemmeno per caso di acquistare pomodori in inverno.

labor-improbus-studio-bibliografico-cordero-alba- Libri, patate e vino. E’ in vendita in queste settimane per 330 euro un libro antiquario che, se solo avessi denaro che mi cresce in tasca, mi piacerebbe regalare a Massimo Angelini del Consorzio della Patata Quarantina, conoscendone la competenza e la passione in materia. Il libro si intitola “Lettera intorno alle patate de Sig. Antonio Zanon corretta in più luoghi ed illustrata con note dal Dottor N.N.” stampato a Roma presso Paolo Giunchi nel 1785. E’ una seconda edizione, dice lo Studio Bibliografico Cordero che mi ha mandato il bollettino con le proposte di febbraio (www.corderobooks.com). La prima edizione “Della coltivazione e dell’uso delle patate e d’altre piante commestibili” era del 1767. Pare che l’opera sia fondamentale per capire quanto si arrovellassero i nostri predecessori sull’opportunità di introdurre in coltura la patata per l’alimentazione umana, sino ad allora considerata foraggio. L’autore, friulano, visse tra il 1696 e il 1770; da innovatore, era favorevole alla patata nella dieta umana, e promosse la coltura del gelso e la bachicoltura. Soprattutto, ed è il settore dell’agricoltura friulana che nel tempo ha resistito meglio, si adoperò per migliorare la viticoltura. E bravo Zanon: non ci è riuscito con le patate, ma se adesso beviamo cabernet sauvignon, refosco dal peduncolo rosso e schioppettino forse gli dobbiamo qualcosa.

le-zucche-di-piozzo-in-cucina- Libri, zucche e power point. Ricevo da Piozzo, paese di 1.000 abitanti in provincia di Cuneo, un libro a colori di 80 pagine poco impegnativo ma istruttivo, che ha dietro una storia a mio parere esemplare. Il titolo “Le zucche di Piozzo in cucina”  è un po’ fuorviante, perché ci sono sì tante ricette con il più umile e il più allegro degli ortaggi, ma anche tante notizie su quante sono le specie, quante le varietà, quali proprietà hanno, quali coltivare e cucinare e come. Tutto in poche pagine giocando di agilità invece di tante parole, un vantaggio per chi soffre di allergia per la parola scritta. Bello ed economico: costa solo 5 euro (suppongo più spese postali), da richiedere alla mail che si trova nel sito www.prolocopiozzo.it. Dimenticavo di dire la cosa forse più importante, e cioè che a Piozzo ogni anno a inizio ottobre si svolge la sagra della zucca, con oltre 400 varietà coltivate dagli stessi abitanti. Nel tempo ne è venuto fuori un aggiornatissimo database delle varietà di zucche di tutto il mondo; i soci della Proloco lo stanno confezionando in un power point  di notevole interesse, che ho avuto il piacere di visionare in anteprima. Se poi sarà divulgato non lo so, chiedete sempre al sito. Tra parentesi: un sito fresco che fa pensare ad un paese di gente vivace e collaborativa; se avete un attimo di tempo fateci un giro anche per vedere come, pur nell’austero e individualista Piemonte, ci siano paesi che uniscono le forze con una nobile finalità: “valorizzare il patrimonio storico-artistico, la natura e l’ambiente, le tradizioni ed i prodotti eno-gastronomici del territorio, nel segno della bellezza e della qualità”. Hanno nominato la Bellezza, credono nella cooperazione, fanno festa con le zucche. Per oggi sono contenta.

- Considerazioni personali sul giardiniere pigro. Susanna Magistretti il prossimo sabato e il seguente (7 e 14 marzo) terrà a cascina Bollate (info@cascinabollate.org e tel. 338 5315101), nella sede del vivaio all’interno del carcere di Bollate (Mi) un interessante corso di giardinaggio in due mattinate (ore 10,30-12,30) sul tema “Il giardiniere pigro: invece di lavorare contro, lavorare con la natura.” Penso che se adesso non mi alzo e non vado fuori a sistemare qualcosa prima che si faccia primavera, rischio il caos anche se il mio giardino è gestito in collaborazione con la natura e sulla sua provvidenziale generosità fa affidamento. Tutto per non impigrirmi né di sabato né mai, va bene, vado.

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La foto della testata del blog dall’11 febbraio 2009
Adamo, Eva, Boboli e San Valentino
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Questa storia è una sorta di cortocircuito, come succede quando pensieri distanti finiscono insieme nel frullatore mentale. Ecco gli ingredienti. Un giorno ho pensato che fanno giusto trent’anni quest’anno dalla mia prima visita al giardino di Boboli. Era di marzo o aprile e con Nadia, giovane amica botanica, ci siamo messe in viaggio apposta, alzandoci all’alba e ritornando da Firenze a notte fonda. Fu una bella giornata tra piante, arte e storia, per questo ne ho memoria come se fossero passati tre anni e non trenta. Un altro giorno mi sono detta che in passato non mi era mai capitato, quanto meno con la stessa frequenza di questo periodo, di “spiare” le giovani coppie per cogliere se sono felici, ben assortite e in grado di affrontare con serenità questi nostri tempi incerti e destabilizzanti che non favoriscono di certo i legami solidali. Un altro giorno, una settimana fa, alla conferenza stampa per la presentazione dei nuovi giardini che aderiscono al network di Grandi Giardini Italiani (www.grandigiardini.it) ho avuto il piacere di discorrere con il nuovo direttore di Boboli, l’affabile storico dell’arte Alessandro Cecchi. Prima ancora, lo scorso autunno, slalomando tra impegni di lavoro a Firenze ho fatto un’incursione di un paio di ore nel giardino, tanto per vedere che cosa era cambiato dall’ultima volta. Per quanto possa sembrare il contrario, anche in un giardino storico nulla è immutabile: il tempo, la manutenzione, il restauro, l’evoluzione della vegetazione modificano moltissimo l’aspetto d’insieme. Senza contare che anche noi come visitatori cambiamo e ciò che poteva esserci sfuggito ieri potrebbe essere fondamentale domani per leggere il luogo e di quello conservare indelebile memoria. L’ultimo dei pensieri finiti nel frullatore è di oggi, constatando sul calendario che sabato prossimo ricorrerà San Valentino, festa degli innamorati. E così il mix di Boboli più coppie più suggestioni dell’ultima visita più San Valentino mi hanno evocato il gruppo marmoreo di Adamo ed Eva adamo-ed-eva-del-naccherino-a-bobolicollocato nella grotta di Annalena michelangelo-naccherino-adamo-ed-eva-boboliall’omonimo ingresso lungo via Romana. Quando si entra a Boboli da lì lo si vede già da lontano, incorniciato da due colonne e con l’architrave della grotta sormontata da due leoni di guardia. Come è bello quel gesto di Adamo che circonda con il braccio sinistro la compagna e con la mano sembra proteggere la testa di lei, un po’ piegata sulla sua spalla dove trovano appoggio anche le mani della donna. E’ una scena di complicità piena di armonia. Belli, giovani, naturalmente eleganti, con un vago spleen (forse sono appena stati cacciati dal paradiso e Adamo protegge il capo di Eva dagli strali divini?), così li ha pensati nel 1616 lo scultore fiorentino Michelangelo Naccherino (1550-1622), allievo del Giambologna e attivo soprattutto a Napoli. Questa non è ricordata come l’opera più importante, ma nella sua storia artistica il tema fu ricorrente e all’epoca diede avvio anche ad una serie di sculture di altri, alcune andate all’asta di recente con la classificazione di artefatti “alla maniera di Michelangelo Naccherino”. Ai miei occhi di semplice fruitrice e non di storica dell’arte, più di tanti maliziosi amorini disseminati

Il gruppo scultoreo di Adamo ed Eva del Naccherino fu posizionato dove si trova ora nel 1817, dopo la sistemazione della grotta e il curioso abbellimento delle pareti interne con concrezioni spugnose e ciottoli colorati.

Il gruppo scultoreo di Adamo ed Eva del Naccherino fu posizionato dove si trova ora nel 1817, dopo la sistemazione della grotta e il curioso abbellimento delle pareti interne con concrezioni spugnose, conchiglie e ciottoli colorati.

in ogni dove Adamo ed Eva della grotta di Annalena sono fascinosissimo simbolo dell’amore, della gioventù, del senso di essere coppia nella carne e nella mente, insomma sintesi di ciò che si festeggia nel giorno di San Valentino. Giorno che, mi permetto di suggerire a chi è giovane ma non solo, sarebbe di buon auspicio trascorrere a Boboli, con la scusa di rendere omaggio alla prima coppia della storia e allargando l’omaggio all’intero patrimonio di bellezza e arte che Boboli racchiude. Oltrettutto con la complicità del MiBAC, il manifesto-innamorati-dellarte-del-ministeroMinistero per i Beni e le Attività Culturali, che proprio per questa festa prevede un solo biglietto d’ingresso per ogni coppia con lo slogan azzeccato “Innamorati dell’arte”. Qualche informazione in merito a questo indirizzo

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Nel ricordare la stilista Mila Schon, morta in questi giorni, un giornale ha riportato una risposta da lei data a suo tempo alla domanda su che cosa è la bellezza: “Io noto solo il brutto delle cose; eliminandolo rimane il bello”. Quello per sottrazione è un metodo come un altro per individuare la bellezza delle cose, delle persone, delle situazioni. Qualche esempio ci viene da John Ruskin: “Le cose più belle del mondo sono le più inutili: i pavoni ed i gigli, per esempio.” Sul Venerdì di Repubblica di questa settimana c’è invece una frase del fotografo David LaChapelle: “Cerco il brutto nel bello e il bello nel kitsch. I miei scenari preferiti sono i McDonald’s e le auto da poco”. Anche questo è un metodo, sebbene parecchio personale, da artista maudit.
“ È bello qualcosa che, se fosse nostro, ci rallegrerebbe, ma che rimane tale anche se appartiene a qualcun altro”. Detto semplice semplice da Umberto Eco nella sua “Storia della Bellezza”, Bompiani, 2004.
Ognuno dovrebbe fare nel proprio intimo un facile esercizio, chiedendosi: “Che cos’è per me la bellezza?”.  Con la pratica ed  esercitando il senso critico non per distruggere metodi e opinioni altrui, ma per trovare un linguaggio visivo e comportamentale che accomuni tutti, troverebbe allora appianata la strada che porta all’individuazione delle “brutture che macchiano la nostra bella Italia”, come le chiama la pagina istituzionale del FAI, Fondo Ambiente Italiano, pubblicizzando in questi giorni il quarto censimento nazionale che ha indetto (www.iluoghidelcuore.it). Porta anche qualche esempio di brutture: “scheletri di cemento abbandonati, selve di cartelli nei centri storici, manifesti che deturpano il paesaggio, piazzette trasformate in parcheggi…”  Ohibò, con simili suggerimenti penso che il FAI verrà sommerso di segnalazioni: in quale città italiana le piazzette non sono trasformate in parcheggi?

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Siamo in quattro amici a fare il week-end, non siamo mai stati in questo borgo delizioso, su un cocuzzolo nel comune di Amelia di cui è frazione. Arrivando ci sono ovunque frecce che indicano l’orto botanico di Montemarcello, ovvio che questo diventi una delle prime mete. Ma dell’orto botanico non c’è traccia. Le frecce si interrompono improvvisamente, chiediamo per strada e nessuno sa dire: “Forse è in direzione di Lerici, chiedete nel borgo giù in basso”. Vaghiamo per metà mattinata, chi sa dà indicazioni approssimative, chi ha sentito dire ride, affermando che è probabile esista solo sulla carta.

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