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La foto della testata del blog dall’11 febbraio 2009
Adamo, Eva, Boboli e San Valentino
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Questa storia è una sorta di cortocircuito, come succede quando pensieri distanti finiscono insieme nel frullatore mentale. Ecco gli ingredienti. Un giorno ho pensato che fanno giusto trent’anni quest’anno dalla mia prima visita al giardino di Boboli. Era di marzo o aprile e con Nadia, giovane amica botanica, ci siamo messe in viaggio apposta, alzandoci all’alba e ritornando da Firenze a notte fonda. Fu una bella giornata tra piante, arte e storia, per questo ne ho memoria come se fossero passati tre anni e non trenta. Un altro giorno mi sono detta che in passato non mi era mai capitato, quanto meno con la stessa frequenza di questo periodo, di “spiare” le giovani coppie per cogliere se sono felici, ben assortite e in grado di affrontare con serenità questi nostri tempi incerti e destabilizzanti che non favoriscono di certo i legami solidali. Un altro giorno, una settimana fa, alla conferenza stampa per la presentazione dei nuovi giardini che aderiscono al network di Grandi Giardini Italiani (www.grandigiardini.it) ho avuto il piacere di discorrere con il nuovo direttore di Boboli, l’affabile storico dell’arte Alessandro Cecchi. Prima ancora, lo scorso autunno, slalomando tra impegni di lavoro a Firenze ho fatto un’incursione di un paio di ore nel giardino, tanto per vedere che cosa era cambiato dall’ultima volta. Per quanto possa sembrare il contrario, anche in un giardino storico nulla è immutabile: il tempo, la manutenzione, il restauro, l’evoluzione della vegetazione modificano moltissimo l’aspetto d’insieme. Senza contare che anche noi come visitatori cambiamo e ciò che poteva esserci sfuggito ieri potrebbe essere fondamentale domani per leggere il luogo e di quello conservare indelebile memoria. L’ultimo dei pensieri finiti nel frullatore è di oggi, constatando sul calendario che sabato prossimo ricorrerà San Valentino, festa degli innamorati. E così il mix di Boboli più coppie più suggestioni dell’ultima visita più San Valentino mi hanno evocato il gruppo marmoreo di Adamo ed Eva adamo-ed-eva-del-naccherino-a-bobolicollocato nella grotta di Annalena michelangelo-naccherino-adamo-ed-eva-boboliall’omonimo ingresso lungo via Romana. Quando si entra a Boboli da lì lo si vede già da lontano, incorniciato da due colonne e con l’architrave della grotta sormontata da due leoni di guardia. Come è bello quel gesto di Adamo che circonda con il braccio sinistro la compagna e con la mano sembra proteggere la testa di lei, un po’ piegata sulla sua spalla dove trovano appoggio anche le mani della donna. E’ una scena di complicità piena di armonia. Belli, giovani, naturalmente eleganti, con un vago spleen (forse sono appena stati cacciati dal paradiso e Adamo protegge il capo di Eva dagli strali divini?), così li ha pensati nel 1616 lo scultore fiorentino Michelangelo Naccherino (1550-1622), allievo del Giambologna e attivo soprattutto a Napoli. Questa non è ricordata come l’opera più importante, ma nella sua storia artistica il tema fu ricorrente e all’epoca diede avvio anche ad una serie di sculture di altri, alcune andate all’asta di recente con la classificazione di artefatti “alla maniera di Michelangelo Naccherino”. Ai miei occhi di semplice fruitrice e non di storica dell’arte, più di tanti maliziosi amorini disseminati

Il gruppo scultoreo di Adamo ed Eva del Naccherino fu posizionato dove si trova ora nel 1817, dopo la sistemazione della grotta e il curioso abbellimento delle pareti interne con concrezioni spugnose e ciottoli colorati.

Il gruppo scultoreo di Adamo ed Eva del Naccherino fu posizionato dove si trova ora nel 1817, dopo la sistemazione della grotta e il curioso abbellimento delle pareti interne con concrezioni spugnose, conchiglie e ciottoli colorati.

in ogni dove Adamo ed Eva della grotta di Annalena sono fascinosissimo simbolo dell’amore, della gioventù, del senso di essere coppia nella carne e nella mente, insomma sintesi di ciò che si festeggia nel giorno di San Valentino. Giorno che, mi permetto di suggerire a chi è giovane ma non solo, sarebbe di buon auspicio trascorrere a Boboli, con la scusa di rendere omaggio alla prima coppia della storia e allargando l’omaggio all’intero patrimonio di bellezza e arte che Boboli racchiude. Oltrettutto con la complicità del MiBAC, il manifesto-innamorati-dellarte-del-ministeroMinistero per i Beni e le Attività Culturali, che proprio per questa festa prevede un solo biglietto d’ingresso per ogni coppia con lo slogan azzeccato “Innamorati dell’arte”. Qualche informazione in merito a questo indirizzo

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Continuo a scrivere il libro delle bulbose e così a loro in questo periodo va quasi tutta la mia attenzione. Di tanto in tanto mi servo di internet per controllare dati, e mai una volta che ci sia un sito italiano che mi soccorra con una notizia diversa, una specie mai sentita nominare, una storia nuova. L’unico puntuale e ricco, anche se parecchio asciutto e farragginoso, è http://www.florianabulbose.it con i suoi satelliti (ma, dico io, non era meno farraginoso farne un sito solo ben articolato?). Altri invece dicono cose stupide del tipo “Molte specie di muscari si propagano spontaneamente e sono ormai diffuse anche in tutta Italia.” Questo cliccando alla voce enciclopedia/liliacee sul sito http://www.leserre.it. Forse bisognerebbe dire a questi signori due o tre cose. La prima è che le piante vivevano negli ambienti naturali prima di entrare nei giardini, di rado è successo viceversa. Che so: Erigeron karvinskianus, che fiorisce tutto l’anno con le sue margheritine sui muri assolati della mia valle alpina, sembra spontaneo, invece è naturalizzato: è una specie subtropicale nordamericana sfuggita ai giardini. E così una piaga come Polygonum japonicum (= Reynoutria japonica), che sembrava una pianta interessante dell’Estremo Oriente da adottare come tante altre per far belli i nostri giardini e adesso infesta ogni angolo libero di margini di strada e incolti, almeno dalle mie parti, provocando seri problemi all’ambiente naturale. Comunque in genere avviene il contrario: qualcuno nota una pianta in natura, ne apprezza le peculiarità, decide di selezionare e valorizzare caratteri esteticamente gratificanti e da quel momento avviene il passaggio dalla natura ai giardini.
La seconda considerazione consiglia a chiunque scriva di piante, e voglia sapere se si tratta di specie provenienti dal patrimonio floristico italiano, di consultare il Pignatti (Flora d’Italia, 3 volumi, Edagricole 1982). Che classifica sette specie, di cui una (Muscari lafarinae) endemica della Sicilia presso Palermo, un’altra centro mediterranea presente solo in Sicilia e in provincia di Catanzaro (Muscari parviflorus). Un’altra ancora, Muscari kerneri, presente su rupi e pascoli aridi del Veneto e del Mantovano, è una rarissima specie di provenienza illirica. L’elenco dei muscari della flora italiana comprende poi M. commutatum e M. neglectum, comune il primo e raro il secondo al Centro-Sud, e infine due specie poi divenute popolari nei giardini: Muscari atlanticum e Muscari botryoides. A questi si potrebbe aggiungere il lampascione o giacinto del pennacchio, in quanto affine e ancora conosciuto come Muscari comosum, sebbene il nome botanico sia diventato Leopoldia comosa. Il nome, dice il Pignatti in una nota, è un omaggio al granduca di Toscana Leopoldo II (1797-1870), protettore delle Scienze e fondatore dell’Herbarium Centrale Italicum. Non sono riuscita a trovare notizie più approfondite in merito, solo che lasciò svolgere il congresso degli scienziati italiani nonostante il parere sfavorevole degli Austriaci e dello Stato Pontificio. Anzi, ora ricordo un particolare che non porta certo onore a questo Asburgo-Lorena: fece distruggere i labirinti del giardino di Boboli per creare un grande viale carrozzabile. In confronto i Savoia, che a Boboli trasferirono azalee a volontà, sono da ritenere benemeriti protettori dei giardini.

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All’inizio del pomeriggio ho ricevuto una telefonata ben informata: pare che la Villa Reale di Marlia sia in vendita, dopo la morte l’estate scorsa di Letizia e Camilla Pecci-Blunt. Chi ha ereditato la proprietà sembra interessato a disfarsene alla svelta perché la villa con il suo giardino è un impegno che non restituisce denaro. Marlia non si presta ad essere una impresa: è solo un regno di bellezza che chiede continuità e qualche soldo speso ogni anno. Così viene venduta e magari, come investimento che non si deprezza nel tempo, trova tra i possibili acquirenti aziende immobiliari e banche. Anche straniere.
Ma sì, è così che vanno le cose. In un servizio che ho scritto qualche anno fa dicevo: “Marlia ha l’incanto dei progetti di largo respiro che riservano una magia diversa dietro ad ogni angolo e l’intensità dei luoghi in cui, anche se non se ne sa niente di arte dei giardini, si coglie lieve e fruibile la stratificazione della storia e l’abilità nella conservazione da parte dei giardinieri. Sono 19 ettari di terreno a meno di 10 km a nord di Lucca sulla strada per l’Abetone, dove in epoca longobarda ebbero la casa di villeggiatura i duchi di Tuscia, sin dal Rinascimento gli arcivescovi di Lucca, nel periodo barocco ricche famiglie lucchesi, nell’Ottocento regnanti e nobili di diversa nazionalità e infine, dal secondo decennio del Novecento, i conti Pecci-Blunt”.
Negli anni Cinquanta c’erano ancora 35 giardinieri, molti dei quali abitavano nelle case dentro al giardino e allevavano figli che a loro volta avrebbero fatto i giardinieri a Marlia. Di generazione in generazione venivano tramandati segreti, modi di lavoro, raffinatezze stilistiche, ritmi con le lune e con il calendario, tic professionali. Si producevano sul posto ad ogni stagione 8.000 piantine di annuali, si riproducevano i limoni, si legavano i tassi di quel portentoso teatro di verzura che ha quattrocento anni, si piantavano dalie per rallegrare la padrona di casa, lantane bianche e gialle, hibiscus, ageratum e coleus per colorare i giorni di vacanza degli ospiti illustri, si facevano i trattamenti agli euonimi del giardino spagnolo, che io adoro: a mio parere il Giardino Spagnolo della Villa Reale di  Marlia è uno degli spazi meglio scanditi nella storia dei giardini. Poi i giardinieri sono rimasti quattro e hanno proseguito come potevano. Ma è gente onesta e ambiziosa, che si aspetta un “bravo” se ciò che ha fatto piace. Uno di questi, Piero, all’epoca in cui lo incontrai io lavorava a Marlia da 49 anni e aveva il volto che si illuminava, quando raccontava che Letizia Pecci-Blunt, soggiornando a Marlia d’estate, lo chiamava ancora Pierino come mezzo secolo prima: “Pierino, dammi la mano che andiamo a vedere i fiori”. Di certo quei quattro sopravvissuti di un battaglione decimato nella guerra per la redditività di questi tempi lavorano il triplo che nei giardini di Stato, ammesso che a Boboli, per citarne uno, ci siano ancora giardinieri interni. La volta in cui, nell’ambito di una serie di servizi sui grandi giardini visti con gli occhi di chi ci lavora dentro, mi sono interessata per parlare con i giardinieri di Boboli, è stato un dramma. Ho perso due intere mattinate al telefono a rincorrere qualcuno che mi dicesse, in una delle tre sovrintendenze fiorentine interpellate, e che si rimbalzavano mansioni e doveri: “Sono io il responsabile dei giardinieri”. Invece fu una farsa e io rinunciai, anche perché una donna delle pulizie, venuta a rispondere al telefono (a mezzogiorno in punto in una delle sovrintendenze non c’era più nessuno) mi disse di mettermi il cuore in pace: “Io attraverso Boboli quasi ogni giorno ma di giardinieri non ne vedo da anni. Qualche volta ci vedo gli operai di una ditta esterna dove lavora anche mio marito. Ma non sono giardinieri, mi capisce?, sono operai per fare i lavori pesanti, per la sicurezza perché se cade un albero sulla testa di un visitatore è un guaio…”
Io spero che Marlia resti in mani private e con una gestione illuminata. Almeno in ricordo dei Pecci-Blunt che se ne fecero carico, nel 1918 alla morte di un disgraziatissimo figlio di principe, per evitare lo smembramento, la vendita dei mobili e degli alberi del giardino (come legna da ardere, naturalmente). Serviva denaro per pagare i suoi debiti di gioco, e i Pecci-Blunt investirono sulla redenzione.

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E’ pieno agosto e l’unico posto in cui penso si possa stare con vantaggio e piacere è la propria casa, se è in montagna, frequentata da amici e un po’ defilata dalle rotte vacanziere di massa, come è la mia. E tuttavia da qualche sera faccio uno strano esercizio: mi chiedo dove vorrei essere, se una bacchetta magica potesse trasferirmi a mio piacimento, niente code e autostrade e, dopo l’aperitivo o una soirée culturale, mi riportasse a casa. Martedì scorso avrei voluto trovarmi al giardino Bardini di Firenze all’ora del tramonto, a sorseggiare un pernod affacciata sulla città da quella ariosa terrazza panoramica. Ho visto il giardino arrivando a piedi da Boboli attraverso ripide stradine antiche che altrimenti non avrei mai scoperto, e mi è piaciuto molto. Ma vorrei rivederlo perché allora non era ancora terminato il restauro della villa, dove mi pare che adesso ci sia una mostra interessante, con le installazioni dell’artista Michele Dantini che indaga sul rapporto tra uomo e natura.
Ieri sera invece qualcuno mi ha nominato Malta e io ho desiderato di essere nel giardino di Palazzo Parisio a Naxxar. Certamente per il giardino, di cui parlerò una delle prossime volte, ma anche per la compagnia deliziosa della proprietaria Christiane Ramsey Scicluna e di sua figlia Justine e per quell’atmosfera sospesa tra colori e aromi esotici, affabilità, meringhe d’autore, scaloni marmorei, tensione di una scommessa e, dietro al muro, implacabile credo ad ogni ora, lo sparo di un cannone in direzione del mare. Quasi un simbolo tra ciò che dà in termini di pace e benessere un giardino e le battaglie contemporanee che stanno fuori dalle sue mura. Mentre aspetto di sapere dove mai vorrò essere stasera (dopo un giorno di pioggia  l’aria si è raffreddata: potrei forse desiderare una meta calda), da questa postazione giardinieristica affido alla rete un saluto per Christiane e per la sua famiglia, con preghiera che si godano loro per me un aperitivo nel dehors del Marquis’s Coffee, sotto la grande araucaria verso le 20,30 e con l’ultimo sole che accarezza le siepi del giardino all’italiana e le buganvillee ‘Rosenka’ sulla serra. Salut! Lunga vita ai giardini.

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Va di moda il giardiniere

Sfilano marche di abbigliamento maschile all’appuntamento di Pitti Uomo, io vado dritta filata dall’altra parte di Palazzo Pitti, me ne vado a fare un giro al giardino di  Boboli perché della moda non me ne importa niente. Ma poi sui giornali si racconta che un certo brand, Mason’s , fa sfilare i suoi azzimatissimi boys agghindati da giardinieri, con sportine colme di fiori e umili attrezzi a corollario di bicipiti palestrati. Allora penso: se diventa di moda l’immagine del giardiniere, è fatta. Di sicuro ci saranno ragazzi che si iscrivono alla scuola agraria del Parco di Monza, figli di altolocati professionisti metropolitani che fanno i capricci per andare a scuola all’istituto agrario anziché al liceo. Fosse vero che ci pensa la moda a restituirci la categoria dei giardinieri, ora pressoché inesistenti. Come dimostra il mio giardino.

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