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Stamattina nel silenzio della mia casa è risuonato uno strano rumore proveniente dall’esterno, una sorta di raffica di mitra soffocata dall’impatto su un supporto di legno. Incuriosita, dopo qualche minuto mi sono affacciata, in tempo per vedere il picchio rosso maggiore che si stava dando da fare attorno al tronco malandato di un vecchio melo della varietà ‘Rambour Frank’. Un esemplare è morto a fine estate, adesso temo che questo faccia la stessa fine; ma invece di pensare ai problemi del melo, stamattina mi sono goduta alla finestra il picchio nella sua sfavillante livrea, un magnifico abito di festa. Pensando che chi l’ha vestito è un artista, mi è tornato alla mente un episodio di parecchi anni fa. Ero andata a Pistoia a trovare i Mati, quelli del grande vivaio di alberi; al tempo Miro Mati aveva il suo giardino privato un po’ meno in ordine di adesso, ma molto ben frequentato da una lussuosa orda di minipolli, quelli che si chiamano banalmente “galline americane”. Erano stupendi, sicché ci siamo attardati ad ammirarli seduti su una panchina mentre Miro mi raccontava di averli fatti vestire dai grandi stilisti: “Lo vedi quello lì ossuto e elegantissimo in bianco e nero, con solo le calze e il copricapo rossi? Me lo ha vestito Yves Saint Laurent. Lo vedi quello là in giallo senape, verde scuro cangiante e rosso vino? Ah, mi è costato una fortuna, ma è degno di vivere in un giardino di Burle-Marx. Peccato che quando Roberto Burle-Marx è venuto qui a casa non avevo ancora questo modello di pennuto…” Insomma alla domanda su quanti fossero, mi rispose che erano quasi ottanta e che non sarebbe mai riuscito a farli ammazzare per destinarli alla tavola: morivano di morte naturale, o per “incidente” se incrociavano il cane di casa. Dopo cena gli chiesi se non andava a chiudere i polli pensando alle incursioni di faine o donnole e il mio amico disse di no con il capo e mi fece segno di seguirlo. Prese una torcia elettrica e si avviò; appena fuori di casa si arrestò accanto ad un albero con il tronco di dimensioni contenute, poteva essere una lagerstroemia o un piccolo Acer negundo, e puntò la torcia verso l’alto: “Guarda un po’: che ti pare?”  Sopra la mia testa c’era una chioma di… polli: ottanta creature saldamente aggrappate ai rami, appallottolate al sicuro nei loro magnifici abiti d’autore. Alcuni borbottarono nel sonno, come per dire di smetterla per favore e di spegnere la luce.
nido-artificiale-per-uccellinidi-di-luigi-serafini-appesi-alla-scuola-di-maglione-diDopo la visione del picchio e ricordando i polli di Miro, oggi ho dedicato un po’ di tempo agli uccelli che frequentano il mio giardino. Ho aggiunto acqua al loro bagnetto: in questi giorni non è gelato e loro si tuffano a decine, ben più che in estate. Poi ho appeso ai rami alcune palle di grasso e semi e tre o quattro cotiche di prosciutto e mi è spiaciuto non poter più fornire anche nidi artificiali di legno: il vento forte lo scorso anno ha trascinato lontano quelli che avevo e li ha rotti e oggi, giorno di mezza festa, giù in città non c’erano certo negozi aperti. I nidi artificiali servono per la deposizione delle uova, ma in inverno fungono da hotel in cui uccellini d’ogni specie trascorrono volentieri le notti più fredde. Mi dicono che nei nidi con l’imboccatura piccola ci vanno la cinciarella (Parus caeruleus), la cincia mora (Parus ater), la cinciallegra (Parus major), il codirosso (Phoenicurus phoenicurus), il torcicollo (Jynx torquilla) e il picchio muratore (Sitta europaea). I nidi in legno con il frontalino semiaperto, invece, sono abitati volentieri dalle ballerine, la ballerina bianca (Motacilla alba) che io adoro per il suo riconoscibilissimo volo un po’ vanesio e ubriaco e la ballerina gialla (Motacilla cinerea), dal merlo (Turdus merula) e dal pettirosso (Erithacus rubecula). Quest’ultimo però è timido e si impossessa del nido solo se è in una posizione nascosta nel fitto dei rami e delle foglie. In quanto allo scricciolo, per anni, ma solo nei periodi molto freddi e se stava per nevicare, veniva a dormire nel nido delle rondini sotto il portico d’ingresso di casa. Non lo vedo da tempo: anche questo è un segno del clima che cambia.

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Comunque, parlando di nidi oggi ne regalerei volentieri agli uccelli locali tre o quattro d’autore come quelli che vedo al Macam (Museo d’Arte Contemporanea all’Aperto di Maglione) di Maglione Canavese (To) quando vado a fare un giro per ricordarmi che natura e arte, interagendo, riescono a vivificare e nobilitare una ruvida, incolta realtà di paese. Sono nidi in ceramica poliroma dell’artista romano Luigi Serafini (Roma, 1949), che a Maglione ne ha installati 26.
Sulla realtà incolta dei paesi come il mio bisognerebbe parlare a lungo in cerca di soluzioni: se hanno quasi del tutto cancellato la cultura materiale del passato, dovrebbero almeno darsi prospettive di sopravvivenza futura. Ma non essendoci qui in paese giardini degni di questo nome, ed essendo io autorizzata a parlare solo di piante, giardini e affini, rivolgetevi altrove: io non posso sentenziare, anche se lo vorrei fare.

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Stamattina ho perso un po’ di tempo alla finestra, ma è tempo ben perso. C’era un merlo molto indaffarato nel mio orto a cercare non so che cosa sulla terra semigelata. Spero siano le uova della mosca del porro (le larve mi hanno decimato il raccolto), i ferretti che non fanno grandi danni ma mi inquietano (se sale la loro popolazione scende la mia produzione), i bruchi di cavolaia sopravvissuti alle gelate dei giorni scorsi, chissà mai la progenie di una signora oziorrinco in transito verso più appetibili sassifragacee e finita casualmente a partorire nell’orto. Ho visto come sono i nidi che piacciono ai merli: una cassetta rettangolare aperta per metà davanti, da appendere verticale ad un tronco. Farò in modo di regalarne una al mio collaboratore orticolo. Se la vedrà poi lui con altri possibili inquilini alati che frequentano simili ripari: la ballerina gialla (Motacilla cinerea), la ballerina bianca (Motacilla alba: adoro il suo volo) e il pettirosso (Erithacus rubecula).

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