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Posts contrassegnato dai tag ‘Ippolito Pizzetti’

Giardini per tre autori romani. Ovvero tre libri di giardinaggio freschi di questa primavera.
Ippolito Pizzetti, Naturale inclinazione. Divagazioni coerenti di un paesaggista ribelle. EncycloMedia Publishers € 13. Impiegate bene due ore del fine settimana, o di domani che è giorno di sciopero generale. Mettete in sciopero tutto il resto, ma non la testa e sintonizzatevi su  Ippolito Pizzetti. Non romano di origine, ma acquisito, come racconta anche in questo libro.
Serena Dandini Dai diamanti non nasce niente. Storie di vite e di giardini, Rizzoli € 19. C’è voluta la verve brillante di una che frequenta altri giri per collocare il mondo del giardinaggio tra le cose della realtà. Non l’ho ancora visto, ho letto solo l’intervista sul Venerdì di Repubblica di questa settimana. Il giardinaggio come privatissima storia d’amore alternativa all’analista, e brava Serena.
In uscita:  Maury Dattilo Folli Giardinieri. Storie d’amore e di verde. Pendragon, € 18. Uscirà il 25 maggio. Dice la scheda che ho ricevuto: la figura del giardiniere è simile a quella di un regista che, libero da schemi e pregiudizi, in preda alla “follia della passione”, in un grande teatro “verde” lascia la scena a emozioni, sensazioni, forme e colori infiniti, per valicare e far valicare l’immaginario, “al totale servizio del desiderio e del sogno”. Attraverso quindici storie dedicate ad altrettanti personaggi, vere e proprie autorità del verde, l’autore propone un incantevole viaggio alla scoperta dei giardini fuori e dentro di noi.

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Camaiore International. Beh, una piccola città con il suo centro storico ancora umano, la sua piazza buona, la gente che circola in bicicletta, tutti che si conoscono, per due giorni viene invasa da alieni orticoli che però non sono tanto alieni da quelle parti, dove tutti hanno l’orto. E la domenica pomeriggio, domenica scorsa, mentre sono lì che monto la guardia alla mostra di fagioli veri e a quella dei fagioli fotografati da Daniele Cavadini, non faccio in tempo a salutare un signore venuto per l’occasione da Ancona con una manciata di fagioli speciali per me, avuti da un suo amico in Umbria, che una coppietta di ragazzi trafelati mi dicono che non riescono a trovare uno dei 15 orti allestiti in varie parti della città. Ah, dico io, quello delle monache disegnato da Stefano Marinaz! E loro: no, quello della casa di riposo San Francesco. Appunto, replico io: le monache sono quelle della casa di riposo, uno spazio inutilizzato nel cortile, Marinaz che da Londra dà una mano disegnando la disposizione, i Vivai Nord che offrono i meli Ballerina per coprire su due lati un brutto muro. E quando Paolo Gramaglia che ha fornito gli ortaggi (30 le varietà di lattuga!) ha mandato un sms a Marinaz per dirgli che aveva finito le insalate e che cosa poteva usare, l’altro ormai era arrivato a New York. Penso a questo e intanto una signora dal forte accento francese mi dice: “Sono venuta a far vedere queste cose a mia figlia perché domani possa parlarne a scuola. Io ho capito tardi il valore della natura e la responsabilità che abbiamo noi a conservare il nostro pianeta. Nella vita mi occupo di cose molto distanti da queste, ma non si può prescindere dalla natura, anche solo da un orto o da un balcone fiorito. E in francese (dopo mi dirà di essere belga sposata ad un versiliano) sollecita la figlia di 10-12 anni: “Dai, fatti spiegare il più possibile, queste sono occasioni uniche. Chiedile se qui ci sono anche i semi dei flageolets…”. In nome di qualcosa che lentamente sta cambiando anche con il mio contributo ho riempito tanti sacchettini di semi di fagioli e su ognuno ho messo un nome e un inizio di storia perché il lunedì mattina a scuola la ragazzina potesse raccontare e far vedere. Anche se non proveranno a farli nascere, che almeno vedano come sono diversi e quanto c’è da dire a questo mondo persino di umili fagioli.

Meglio gli orti sinergici. Ricevo con una frequenza terrificante i comunicati stampa di Euroflora 2011, sempre in duplice copia perché si vede che non sono ben coordinati e spediscono da due diverse postazioni. Ma dopo aver deciso di buttar via quei romanzi lunghissimi e autocelebrativi che dovrebbero far arrossire chi li redige, non ci ho visto più quando ai comunicati è stato appiccicata in calce la scritta “Alla conferenza stampa sarà presente il Consorzio focaccia con il formaggio di Recco, ospite di Euroflora 2011”. Adoro i formaggi, ma mi manda in bestia l’idea di sentire puzza di provola e gorgonzola invece che suadenti profumi di rose e fiori. O, almeno, trovo terribile che ad una manifestazione floreale che vorrebbe essere internazionale tutto finisca con un consorzio locale di foccacciai al formaggio che presenzia alla conferenza stampa. Embé? Sento che avanti di questo passo finirò con il diventare snob e elitaria. Perché se per essere popolari e comprensibili a tutti nel giardinaggio ci si deve ungere per forza le dita di focaccia e imbrattarsi di fili di formaggio, io non ci sto. Per dire: mi piace mille volte di più la “semina collettiva e danza sacra meditativa intorno agli orti sinergici di Genova Visima” che ci sarà questo fine settimana. Potete informarvi da Giorgia, responsabile locale dell’associazione Terra!Genova alla mail genova@terraonlus.it

Adesso va di moda il té in piazza. Non so come e perché, ma ho come l’impressione che i fuorisalone del Salone del mobile di Milano facciano ormai parlare e mettano in moto la movida milanese più del salone stesso che evidentemente, in tempi di crisi, sforna novità con il contagocce, mentre le idee creative on the road in tempi di crisi allignano, crescono e fanno tanto evento bon ton. Grandi Giardini Italiani ha deciso di cambiare un po’ il suo pubblico tradizionale e ha chiesto all’architetto Marco Bay un giardino-salotto in Largo Treves che è stato chiamato “Il Grande Giardino di Brera”.
Il calendario degli eventi in programma all’interno del giardino sino a domenica 17 aprile è consultabile sul sito www.grandigiardini.it nella sezione eventi e sul sito del Brera Design District www.fuorisalone2011.breradesigndistrict.it

Auspicabile evoluzione delle mostre di giardinaggio. Questo fine settimana ci sarebbe da mettere le gambe in spalla e andare in Francia a Sérignan du Comtat, nel Vaucluse, dove si svolge la mostra di giardinaggio Plantes rares et jardin naturel giunta alla tredicesima edizione. Quanta distanza ci sia con le manifestazioni italiane, al di là di tutto il resto lo dice un piccolo testo del sito della mostra: “Noi studiamo da vicino l’impatto ambientale della nostra manifestazione. La soppressione dei sacchetti di plastica e dei piatti di plastica, la raccolta differenziata selettiva, l’uso di internet per divulgare il programma, i bagni chimici, l’incoraggiamento e la scelta degli espositori nella direzione di un maggiore rispetto dell’ambiente… sono azioni che portiamo avanti e stanno migliorando. Le emissioni con effetto sul clima provocate dalla nostra manifestazione devono ancora essere ridotte, in particolare riguardo ai trasporti. Vi invitiamo a usare insieme l’auto o, per chi viene da lontano, a trascorrere due giorni qui, facendo tesoro dell’ospitalità locale. Per avere un passaggio in auto potete collegarvi al nostro forum www.plantes-rares.com/forum/”. In quanto ai costi, un giorno 6 euro, due giorni 8 euro, chi ha meno di 15 anni non paga. Qualcuno glielo va a raccontare a quelli di Masino che si può ragionare così?

Certi libri che consolazione. Adesso me ne vado a letto e già pregusto il piacere di aprire, finalmente, un libro che ho ricevuto oggi. Un libriccino con la carta sottile e profumata di inchiostro, di quelli da mettere in tasca per trovare ogni tanto una parola di conforto. La cosa strana che mi facevano lo stesso effetto e avevano più o meno lo stesso formato trent’anni fa, quando io a leggere la prima serie ho cambiato il corso delle mie scelte professionali. Caro Ippolito Pizzetti, questo “Naturale inclinazione. Divagazioni coerenti di un paesaggista ribelle” (Encyclomedia, 2011, euro 13) sento che mi metterà addosso molta malinconia. Non perché sono invecchiata io e tu non ci sei più, ma perché è restata acerba questa nazione così poco giardinicola.

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libro-Giardiniere-per-dilettoSto collaborando alla stesura del calendario definitivo delle conferenze, delle presentazioni e degli incontri, gustosi e abbondanti, che a Torino, al parco del Valentino, accompagneranno Flor 09, mostra mercato sottotitolata “Tre giorni di piante, giardini e ambiente”, dal 9 all’11 ottobre prossimo. E la domenica mattina alle 12 all’area incontri ci sarà Lidia Zitara a raccontare il suo libro “Giardiniere per diletto. Contributo ad una cultura irregolare del giardinaggio”, che sto leggendo con molto piacere. Lidia, che conoscevo per il suo blog e come animatrice del sito compagniadelgiardinaggio.it, è una illustratrice e giornalista calabrese che sembra voler calcare le orme di Vita Sackville West per un verso, di Ippolito Pizzetti per un altro. Con risultati a volte notevoli, sia come scrittura, sia come contenuti, altre volte un po’ acerbi, perché lasciano intravedere per trasparenza i suoi malumori, i suoi capricci, la sua cultura esibita. In ogni caso un libro da leggere, sarà perciò bello a Torino sentirglielo raccontare e magari preparare prima qualche domanda per interrogarla sui molti temi che Lidia, con capacità critica non comune, affronta da trasversale non omologata: non per niente il suo è un giardinaggio irregolare. Se non volete attendere la mostra di Torino per acquistarlo, “Giardiniere per diletto” è in libreria a 16 euro, edito da Pendragon.

mostra-internazionale-della-patata-Torriglia-2008Il prossimo fine settimana, 26 e 27 settembre, ritorna la mostra delle patate dal mondo organizzata dal Consorzio della Patata Quarantina Genovese, questa volta nel Centro Visite del Parco Aveto a Rezzoaglio, sull’Appennino alle spalle di Genova. Davvero un modo eloquente di considerare la biodiversità e i viaggi compiuti dalle piante commestibili, ma anche la loro capacità di incidere nella storia dell’uomo e del cibo. Chi è interessato all’argomento, un appuntamento che si fa ricordare. Andate a cercare altre notizie sul sito del Consorzio della Quarantina.

Non potrò essere a Rezzoaglio perché sarò a Guastalla per “Animali e piante perduti”, che io considero una delle manifestazioni più articolate, vivaci e intelligenti dell’autunno. Un appuntamento al quale non posso mancare, anche perché ogni anno torno a casa con qualcosa di nuovo imparato. Per esempio, questa volta, domenica mattina alle ore 11.30 a Palazzo Ducale, si parla di una pianta “perduta”, la trogna, ossia Apios graveolens (=A. tuberosa o A. americana). A quell’ora ci sarà una conferenza dal titolo “La Trogna: da patata di Pocahontas a sostegno dell’umanità” a cura di Emilio Maestri della Cooperativa Eden di Guastalla. E’ una leguminosa americana, rampicante, con

Nel 1639 fu pubblicato a Parigi il libro “Canadensium plantarum, aliarumque nondum editarum historia” con le illustrazioni di Jacques Philippe Cornut compresa questa, che riguarda proprio la trogna. E’ la più antica rappresentazione che si conosca di questa pianta.

Nel 1639 fu pubblicato a Parigi il libro “Canadensium plantarum, aliarumque nondum editarum historia” con le illustrazioni di Jacques Philippe Cornut compresa questa, che riguarda proprio la trogna. E’ la più antica rappresentazione che si conosca di questa pianta.

foglie pennate, fiori papilionacei a mazzetti, viola un po’ profumati, baccelli con semi sferici a quel che ho capito commestibili e, soprattutto, con una radice tuberosa, quella sì commestibile di certo, ma quanto gradevole al palato non è dato sapere. Negli Stati Uniti, da cui proviene, era la patata degli indiani e indian potato è rimasto il suo nome volgare più noto, seguito da molti altri locali: potawatomi, bear potato, groundnut, groundnut pea, Dakota pea, traveler’s delight, pig potato, wild bean… Il fatto che se ne parli a Guastalla è squisitamente una questione etnobotanica (per il significato del termine cliccate qui). La trogna, in italiano chiamata anche gelsomino del Canada, cresce infatti naturalizzata lungo le rive del Po tra il Mantovano e il Reggiano, in alcuni tratti del Ticino e della Stura. Pare infatti che il tubero fosse consumato nei secoli scorsi dalle popolazioni padane più povere e che in seguito, abbandonata la coltura, la pianta si sia riprodotta autonomamente in ambienti a lei confacenti. Su internet c’è un bell’articolo, eccolo qui. Se invece volete visionare il programma intero di Animali e piante perduti (ma le atmosfere, quelle, non possono raccontarvele), potete cliccare qui.

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Julia, la nuova nipotina venticinquenne acquisita in quanto grande amore di mio nipote Pupi, arriva dall’Inghilterra ma è di madre italiana, sicché parla benissimo italiano. Quando, facendone la conoscenza, le ho chiesto inglese di dove, ha detto Sevenoaks e io ho rimandato subito: “Ah, vicino a Sissinghurst Castle, nel Kent!”, anche se Sevenoaks era stato pronunciato non proprio come si legge, né con lo spelling e bisognava sapere che esiste una città che si chiama Settequerce per indovinare che cosa aveva detto. E siccome l’ho presa in flagrante sulle tipiche fallanze che ognuno di noi ha nella mappatura della propria terra, le ho raccontato che da Sevenoaks si scende verso sud e poi si gira a est e si arriva a Cranbrook e, qualche chilometro ancora a sinistra, si è giusto al castello di Vita Sackville West, che adesso è del National Trust e ha uno dei giardini più belli che io abbia mai visto. Gliel’ho rinominato ieri sera a tavola e quando ci siamo date la buona notte io ho tirato fuori un faldone di diapositive e mi sono guardata un’altra volta le immagini di un giardino che amo e che ho fotografato in una meravigliosa giornata di maggio, dove tutto era in fiore e dalla torre il colpo d’occhio sul disegno nel suo complesso era di un nitore impressionante. Forse perché a questo giardino ci sono arrivata dopo un decennio di letture, che del tutto casualmente stringevano il cerchio attorno al luogo e alla sua proprietaria: i libri di Virginia Wolf, poi quelli dei suoi amici e della sua epoca, dunque anche “All passions spent” di Vita “colorata come un pappagallino” come diceva Virginia l’intellettuale. E i giardini di campagna, e la campagna che entra nel giardino, e le bordure miste, e i giardini tutti bianchi come li ha inventati Vita Sackville West, e la sua biografia un po’ scandalosa scritta dal figlio Nigel, e l’evoluzione dei giardini inglesi mentre da noi i giardini manco c’erano, e il libro “Del giardino” dell’Ornitorinco Rizzoli con la raccolta dei pezzi di Vita sull’Observer, tradotti dalla moglie di Pizzetti e presentati da Ippolito Pizzetti stesso. Non oso fare i conti dei decenni che sono passati dal 1975 quando questo libro è uscito e di ciò che io ho fatto nel frattempo. Fatto sta che la voglia di giardini è affiorata anche attraverso Virginia Wolf, e Lawrence, e il Sessantotto come ribellione ad un mondo sbagliato per un sacco di motivi ma anche perché non mi dava piante e giardini e il pensiero che la mia rivoluzione doveva essere che avrei fatto di tutto perché si parlasse di giardini. C’è voluto che nella mia vita irrompesse Julia perché ripensassi a queste cose. Adesso me ne andrò a dormire con il libro dell’Ornitorinco dalla carta ormai irrimediabilmente ingiallita. Mi rileggerò la prefazione e proverò a ricordare il perché di certe mie sottolineature a matita: “Le rubriche di giardinaggio da noi sono sempre state affidate agli esperti; o, in mancanza di esperti, sui giornali femminili, alle signore.” Era prima che arrivasse la mia generazione e neanche adesso, che signora potrei essere, non mi ritengo tale e quando scrivo sui giornali femminili provo a pretendere che i nomi scientifici delle piante siano lasciati in corsivo nel testo come li ho scritti io, ma preferisco scrivere sui giornali di giardinaggio anche se non sono un esperto, solo una che continua a cercare e a volte, casualmente su qualche tema in specifico, dò l’aria di saperla lunga perché amo l’argomento e mi appassiono a raccontarlo e condividerlo. Tutto questo è avvenuto poco dopo i distinguo di Pizzetti nella prefazione al libro di Vita Sackville e molto prima che Julia scoprisse a casa mia che c’è un giardino vicino a casa sua di cui non si dovrebbe fare a meno..

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Ricordo di Ippolito Pizzetti

Sembra abbia scelto apposta il 16 agosto, con la gente spensierata al mare e ai monti, per allontanarsi da questa vita senza dare disturbo. Ippolito Pizzetti, giardiniere paesaggista di talento e fama, è andato via a 81 anni in punta di piedi, con la garbata civiltà con cui è vissuto. Quando ho letto la notizia su Repubblica ho avuto un sussulto, come se certe figure che ti accompagnano quasi da sempre dovessero essere eterne, riferimenti immutabili di generazione in generazione. Avevo forse 25 anni quando gli ho scritto la prima volta, lui ne aveva il doppio (l’anno in cui sono nata, lui si laureava in Letteratura italiana), aveva pubblicato il “Libro dei fiori” che allora era l’unico testo italiano di piante credibile e aggiornato e da poco teneva la rubrica “Pollice Verde” sull’Espresso. Sono andata alla Sip (o forse si chiamava ancora Stipel) e sono risalita al suo indirizzo tramite l’elenco abbonati di Roma. E’ stato facile arrivare così sino a lui che, gentilissimo, mi ha risposto una, due, non so quante volte, utilizzandomi anche per mettere a punto un suo pensiero: i giovani non sono minimamente interessati al giardinaggio, al massimo alla natura, e tu perché invece sì, in questa nazione che non ha background giardinieristico? Ci siamo rincontrati dopo qualche anno; sensibile a paesaggio e piante, ma letterato di professione, Pizzetti era diventato paesaggista, docente universitario e divulgatore di giardinaggio e io, anche come conseguenza di quanto avevo messo a punto grazie alle chiacchierate epistolari con lui, avevo frequentato Scienze Naturali all’università e contemporaneamente avevo iniziato a scrivere di verde e botanica per i giornali.
Ciò che ho apprezzato di più della sua figura professionale è la capacità che ha avuto per primo di guardare, e di aiutarci a vedere, i giardini e il paesaggio contemporaneamente da tutti i punti di vista che concorrono a restituirli agli occhi e alla mente nella loro completezza. Non solo piante, non solo architettura, non solo storia, non solo scienza orticola, non solo natura, non solo spazio costruito, ma tutto questo insieme ed altro ancora. In quanto all’aspetto umano, avrò di Ippolito Pizzetti il ricordo di una persona squisita, capace di ascoltare e interloquire, presente con quell’aspetto fragile di folletto dei boschi bavaresi, cappellaccio di feltro e giacchetta di lana cotta. Negli ultimi anni anche un po’ malinconica e, nonostante nel 2004 gli avessero conferito la laurea honoris causa in architettura, segretamente convinta (non senza ragione) che nel mondo d’oggi cultura, onestà e disponibilità sono virtù ormai poco considerate.

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