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Posts contrassegnato dai tag ‘Kew Gardens’


La posta elettronica di stamattina porta un regalo: una storia di bisogno di realizzazione che si sta compiendo con la complicità delle piante. E siccome è la storia di un giovane, di questi tempi è miracoloso che succeda e beneaugurale per tutti i ragazzi che si lamentano e non lottano per trovare la loro strada. Trattandosi di un giovane, non mi stupisce che il rendiconto arrivi con un paio di mesi di ritardo perchè, per quanto ne so, la generazione è così: tutto e subito per ciò che è ritenuto importante, e il resto può attendere. Così come mi sono arrivati un po’ dopo gli auguri di Buon Natale, ed è con questo nome che Luca Riccati ha chiamato la cartella di foto che mi ha mandato insieme al testo. Luca, architetto italiano con la passione delle piante, si era affacciato sul mio blog per raccontare l’esperienza di sei mesi di lavoro come giardiniere ai Kew Gardens di Londra. Adesso, ed è il regalo, arriva l’evoluzione di quella esperienza. Un brindisi a tutti i Luca che ci mettono un po’ di coraggio per perseguire i propri obiettivi, trovando ascolto e soddisfazione professionale.

Sono ormai passati circa due mesi da quando sono rientrato in Italia, due mesi che non lavoro più tutti i giorni ai Kew Gardens, dei quali ho potuto ancora apprezzare i colori di un autunno precoce, con le ultime fioriture di anemoni e ciclamini, lo spettacolo delle graminacee, e le prime spruzzate di giallo e rosso sulle foglie.
Un autunno inaspettatamente caldo e soleggiato, dopo un’estate all’insegna della pioggia e del freddo, da record persino per gli inglesi (il mese di agosto è stato uno dei meno soleggiati degli ultimi 100 anni, il peggiore degli ultimi 40, con una temperatura media di 15.5 C). Un bel regalo per gli ultimi giorni a Kew e soprattutto anche per gli ultimi giri per giardini, tra il sud dell’Inghilterra e la Cornovaglia, prima del mio definitivo rientro in Italia.
Perché tornare? Perché  mi aspettava un lavoro, cosa rara di questi tempi, che in parte avevo già iniziato prima di partire, a primavera, e che mi interessava poter proseguire: un progetto nato in un contesto in via di trasformazione, nell’area periferica di Mirafiori a Torino, e che si propone di elaborare percorsi di progettazione partecipata di supporto alle amministrazioni locali per la redazione di progetti esecutivi. Il nome del progetto è Miraorti e per chi volesse saperne di più: miraorti.com
Si tratta di lavorare in mezzo agli orti urbani, quelli abusivi e quelli regolamentati dalla città, insieme agli anziani ortolani, oppure negli orti delle scuole, ad insegnare ai bambini da dove arrivano le carote o i pomodori, a distinguere un narciso da una cipolla, ma anche di collaborare con gli enti locali al fine di dare esempi e suggerimenti, modelli di sviluppo e riqualificazione per un’area difficile della città che ha un estremo bisogno di attenzione.
Contemporaneamente mi si è presentata anche una bellissima occasione: poter salvare, recuperare e valorizzare una splendida collezione di peonie. Un’occasione irrinunciabile: poter creare un giardino che custodisca una collezione botanica e che possa diventare meta per tanti appassionati giardinieri.
Ma soprattutto è la possibilità di mettere a frutto le conoscenze ed esperienze, accumulate negli anni, di sperimentare e creare immagini con le piante, comunicare emozioni e più di tutto, imparare ancora le migliaia di cose che non so. Senza l’esperienza fatta a Kew forse non sarebbe mai potuto succedere. Arrivederci ai Kew Gardens!

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(corrispondenza di Luca Riccati dai Kew Gardens) Un’immagine interessante, che testimonia l’importanza che gli inglesi danno alle piante: due agavi in fiore che svettano dal tetto di una delle serre dei Kew Gardens. Ebbene sì, hanno smantellato una parte di copertura della serra per permettere al fiore di crescere liberamente…

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Primo giorno a Kew

(corrispondenza di Luca Riccati da Londra) Eccomi, alla fine del mio primo giorno di lavoro a Kew, felicemente stanco, con la testa che sta per scoppiare, piena di informazioni, immagini, persone … A dire il vero si è lavorato ben poco oggi, è stata una giornata di informazioni pratiche e presentazioni, e a mala pena ricordo il nome del mio team leader… Tanto té, tanti sorrisi, tanta disponibilità, tanta pazienza, tanta tranquillità. Sì, non sono in Italia! Primo lavoro: rifinire i bordi delle aiuole davanti alla Palm House. Ecco, non serve aggiungere altro…

Nella prossima puntata avrò più tempo di raccontarvi tutto, magari aggiungendo qualche foto scattata, appena trovo il modo di farlo, promesso! Qui è come stare in un piccolo paradiso, o forse un sogno… E’ un sogno?

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Questa è una storia che comincia oggi e proseguirà per sei mesi, o forse più, chissà. A scriverla e a condividerla attraverso il mio blog è  un giovane amico torinese, Luca Riccati. Una laurea in architettura e molta passione per piante e orti, Luca un giorno mi ha annunciato l’intenzione di fare la domanda per uno stage ai Kew Gardens. Sembrava quasi che la sua volesse essere una sfida: se mi accettano sarà un buon inizio per molto altro. Lo hanno accettato. Ora Luca sta per partire e, con i miei auguri e un poco di invidia (anche per i suoi anni, che gli consentono di liberarsi da ogni impegno), ecco la prima puntata del suo diario.

Primavera a Kew

Poco meno di tre giorni e sarò su un aereo diretto a Londra, Inghilterra, patria dei giardini, per iniziare il mio internship, ovvero un tirocinio pratico nei giardini botanici più famosi del mondo: sì, vado a sporcarmi un po’ di terra, ma terra di un luogo sacro…

Chi ci è già stato può capire di cosa sto parlando, chi ancora non ci è riuscito probabilmente mi invidierà un pochetto, per chi non è invidioso né si sente coinvolto: http://www.kew.org/ ovvero alcune delle serre più antiche e grandi e famose del mondo, un arboreto da mozzare il fiato, collezioni di piante uniche, ma anche attività di educazione e formazione, progetti di ricerca e conservazione in tutto il mondo, ma anche semplicemente un grande polmone verde nella metropoli londinese e un luogo che tra pochissimo si riempirà di bambini alla ricerca di uova di cioccolata (e allora anch’io sarò molto invidioso…!).

Cos’ho fatto per meritarmelo? Davvero non ne ho idea, ma sono molto felice che abbiano accettato la mia domanda, forse perché quasi nessun italiano ci va, e quindi avranno pensato a solide motivazioni. Ad ogni modo è bastato dimostrare un minimo di esperienza pratica nel campo, compilare qualche modulo e allegare una sintetica lettera di referenze, per la quale non smetterò mai di ringraziare Paolo Galeotti, giardiniere d’altri tempi che dedica la sua vita ad alcuni dei più importanti giardini medicei a Firenze, primo fra tutti il Giardino di Castello, visitato da folle di stranieri da ogni parte del mondo, e forse qualche italiano che ci finisce per errore (l’ingresso è libero) http://www.uffizi.firenze.it/musei/villacastello/

Io ho avuto la doppia fortuna di incontrare Paolo e vedere Castello, tra quegli  antichi agrumi mi sono di nuovo un po’ sporcato.

Per chi volesse provarci: http://www.kew.org/learn/specialist-training/courses-a-z/kew-internship/SP-courses—internships.htm

La Temperate House, la più grande serra di Kew aperta al pubblico, ospita piante da interni di tutto il mondo

Nel frattempo io proverò a raccontare la mia esperienza, e tra 6 mesi, quando finirà, mi guarderò indietro, sperando di vedere lontano, lontanissimo, il giorno in cui sono salito sull’aereo, diretto a Kew…

Luca Riccati

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Cetriolo-del-Sikkim“Mio papà è molto arrabbiato: in primavera ha acquistato tre piantine di cetriolo e sono venuti fuori cetrioli strani e insipidi”. Dico a mio marito di portarmi a casa uno dei cetrioli incriminati, pensando che siano del tipo che quest’anno coltiviamo qui in paese: abbiamo distribuito i semi  insieme a quelli di zucca in nome dell’appartenenza alla stessa famiglia delle cocurbitacee. M’immaginavo chissà che, e invece è uno di quei comunissimi cetrioli inglesi, lunghi lunghi e con la punta ricurva, che qualche anno fa la Comunità Europea voleva far raddrizzare agli abitanti di Albione per ottimizzare il trasporto. Fu uno scandalo: in Europa gli inglesi sono gli unici forti consumatori di cetrioli, che coltivano in serra quasi tutto l’anno; fu interpretato come un attentato alla loro nomea di abitudinari contenti. In effetti la varietà che sta coltivando mio suocero è di sapore troppo gentile per chi ama le nostre varietà tipo ‘Marketmore’. Io, che invece li ritengo pressoché indigeribili, sto cercando alternative. L’altro giorno, spiando tra le foglie di zucca sperando di trovarne altre appena formate, sono sobbalzata: c’era uno strano frutto allungato, bruno e con il craquelé su tutta la superficie. Solo tornando in casa ho ricordato di aver seminato un cetriolo del Sikkim (Cucumis sativus var. sikkimensis) che poi è finito tra le semine di zucche. Così chiamato perché è una varietà selvatica proveniente dalle sir-Joseph-Hooker-nel-1896regioni dell’Himalaya, in particolare Sikkim e Nepal. Fu scoperto nel 1848 da sir Joseph Hooker (botanico, espoloratore, amico di Darwin, direttore dei Kew Gardens dal 1865 al 1885), che raccontò di aver visto cetrioli ovunque in quella regione e moltitudini di locali trascorrere la giornata a divorarli.
Lungo 10-15 cm, di forma oblunga non stabile, talvolta quasi tondo, il cetriolo del Sikkim è rampicante, ha foglie grandi quasi quanto quelle delle zucche e matura i frutti in 55 giorni. Ha polpa bianca succosa e delicata che si conserva parecchi mesi senza alterarsi. Esiste una varietà orticola chiamata ‘Apple Sikkim’, che ha dimensioni inferiori. Un sito interessante per inquadrare i cetrioli è questo, per i nomi delle specie e varietà invece io ho trovato questo

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la-villa-inferiore-o-villa-bruciata-a-villa-trissino-marzottostatue-del-marinali-a-lato-della-villa-briuciataCi sono meravigliosi giardini antichi privati e visitabili di cui si parla poco o niente. Non solo Valsanzibio, che io ritengo uno dei tre giardini storici italiani più belli, se non il più bello in assoluto. A Trissino sulle colline vicentine, a mezz’ora di strada dai Colli Euganei orientali dove si trova appunto il giardino Barbarigo-Pizzoni Ardemani detto Valsanzibio per brevità, c’è Villa Trissino Marzotto. Non so perché l’altra notte ho sognato il signor Vicariotto, l’anziano amico del proprietario Giannino Marzotto che sovrintendeva alla gestione e che mi ha fatto visitare la prima volta giardino e villa. Il fedele e appassionatissimo Sergio Vicariotto non c’è più, altri ora hanno in affido la villa. La mattina dopo il sogno ho consultato una brochure con l’idea di tornare, per la quarta o quinta volta, a farci un giro durante il periodo delle feste, e invece ho scoperto che questo giardino resta chiuso dal 20 dicembre al 6 gennaio. Non ho mai visto Villa Trissino Marzotto in inverno e mi piacerebbe farlo prima che torni la primavera. Mi intrigano i suoi grandi alberi, alcuni di duecento anni, altri ritenuti vecchi di quattrocento anni secondo certe targhette dislocate ad arte su una paulownia, un cedro dell’Atlante e una sofora, ma non credo sia stato eseguito un rilievo serio perché si possa affermare a ragion veduta tanta vetustà. Basta per esempio consultare l’Hillier per sapere che la cinese Paulownia tomentosa è stata introdotta in Occidente, via Giappone, nel 1834, dunque di anni al massimo l’esemplare di villa Trissino ne ha centosettanta. villa-trissino-marzotto-la-villa-superioreportale-di-ingresso-al-viale-dei-limonifortunia-serrulata-dietro-alla-villa-bruciata-di-villa-trissino-marzottoC’è anche quanto resta di un enorme esemplare di Pinus wallichiana a più tronchi abbattuto da un fulmine e ora facente funzione di scultura. Mi intriga l’idea di vedere dall’alto la grande peschiera ottagonale dopo una nevicata, tutto bianco ovunque, in orizzontale e in verticale, compresa la straordinaria danza di statue di Orazio Marinali (1643-1720) che emergono ton sur ton con il candore della pietra morta di Vicenza di cui sono fatte. Mi intriga la Villa Inferiore lasciata all’edera, che vien fuori dal tutto bianco con il suo intonaco rosa scolorito. Una volta, perdendomi a guardare questa costruzione dal fondo del prato in cui si trova la peschiera, mi sono detta che nell’Ottocento sarei stata una fanatica ruinista. Non so perché una simile debolezza: una componente è di certo il kitch delle finte rovine, un’altra la citazione del Medioevo e del Gotico fatta dalle architetture e dai giardini nella stagione di fermenti post Rivoluzione Francese, la stagione dell’avvento del nuovo con la borghesia e l’industrialesimo. Come tante contraddizioni, anche questa delle rovine mi solletica; ritengo che la grande villa settecentesca di Trissino andata due volte a fuoco, e perciò chiamata Villa Bruciata, e a quel punto con fatalismo lasciata all’edera, sia uno degli esempi più grandiosi di ruinismo insieme ad alcuni castelli che ho visto in Irlanda; in confronto i finti ruderi di Kew Gardens e di Worlitz hanno un’energia assai minore.
peschiera-antistante-la-villa-bruciata-di-villa-trissino-marzottoantiche-sophora-nel-parco-di-villa-trissino-marzottoPerò la cosa più straordinaria di Villa Trissino a mio parere non è il giardino, per quanto articolato e pullulante di pezzi d’arte e artigianato, alberi e costruzioni di pregio, bensì qualcosa che ha solo parzialmente interesse giardinieristico. E’ un ciclo di arazzi che si intitola “Les enfants jardiniers”, ospitato in una sala appositamente progettata dall’architetto Tomaso Buzzi e allestita nella Villa superiore. Si tratta di sei arazzi enormi, commissionati a metà Cinquecento dai Gonzaga alle manifatture di Bruxelles, che impiegarono otto anni a tessere con fili di seta, lana, oro e argento scene a tema bucolico su cartoni preparatori di Giulio Romano, con il probabile intervento di Raffaello almeno per uno di essi.  Alberi, erbe e fiori intessuti nel Cinquecento sono così veritieri, che non si fa fatica a riconoscere ad una ad una le specie delle flora spontanea e dei giardini dell’epoca, pressoché a grandezza naturale. Utilizzati dai Gonzaga come arredo da viaggio, gli arazzi arrotolati seguivano i loro proprietari negli spostamenti e, srotolati, con la loro presenza familiare rallegravano le stanze dove i signori soggiornavano, facendoli sentire a casa ovunque si trovassero. Poi il ciclo venne smembrato. Nel 1630 circa due arazzi vennero venduti in Svizzera, altrettanti alla collezione Donà delle Rose di Venezia e due al Prado di Madrid. Proprio questi ultimi nel 1935 furono messi all’asta per finanziare la guerra di Spagna e aggiudicati al conte Gaetano Marzotto, che riuscì con un’avventura caparbia a riunire l’intero ciclo, poi donato al figlio Giannino nel 1956. Adesso i sei arazzi sono a Villa Trissino Marzotto, protetti dalla luce e visibili solo durante le cene di rappresentanza che il conte Marzotto dà in questi locali.
dettaglio-della-peschiera-con-le-statue-del-marinaliil-portale-con-il-cancello-del-muttoni-a-villa-trissino-marzottoil-gioco-di-statue-e-scalinate-oltre-la-peschiera-di-villa-trissino-marzottoceppaia-scultura-pinus-wallichiana-a-villa-trissino-marzottostatue-del-marinali-attorno-alla-peschieraCiò che mi piace di questa storia è la somma di simboli che racchiude: bisognerebbe insegnarla a scuola spendendo qualche ora nella formazione multidisciplinare. Dentro sei arazzi c’è quasi tutto: dalla botanica alla storia d’Italia, dalle abilità artigiane nell’Europa del Cinquecento all’incolta rozzezza delle guerre che sacrificano l’arte ai cannoni, dall’arte ai giardini alle architetture al bisogno di bellezza che accompagna da sempre l’uomo.

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Sto curando la scheda dei gadget allegati ad una enciclopedia di giardinaggio a fascicoli; ieri ho dovuto scrivere del perché si deve lavorare in giardino indossando i guanti. Essenzialmente perché in questa uscita dell’enciclopedia sono allegati i guanti, dico io; ma sono un caso disperato di pratiche selvagge e le mie mani lo dimostrano. Mi consolo ricordando quelle di Penelope Hobhouse; la volta in cui le ho parlato nel suo regno di Tintinhull House, mi veniva continuamente l’istinto di guardarle le mani meravigliosamente strapazzate dalla pratica, che nobilitavano e addolcivano il suo viso dai tratti duri. Dieci anni prima, una vita fa, l’allora proprietario dell’agenzia Farabola Foto che mi aveva presa in simpatia, la volta che andai a portargli un servizio dei Kew Gardens mi salutò calorosamente e poi, guardandomi le mani, disse: “Peccato, che una bella ragazza come te abbia le mani così sciupate…” Ero giovane, me ne fregavo delle mani e non me ne fregavo delle piante. Ed ero ingenua perché, mi fossi documentata per tempo su quali e quante piante ornamentali possano fare del male per contatto, avrei dovuto accettare il consiglio di indossare guanti. Possono provocare dermatiti il fico, l’edera, Arum italicum e A. maculatum, la thuja, la primula, il bosso, oltre alle solite euforbie per via del latice, che hanno anche le clematidi e un’erbaccia come la chelidonia. Ma se si raccoglie un mazzolino di mughetti e poi si portano le mani alla bocca si rischia anche di peggio di una dermatite (contengono glucosidi cardioattivi) e, ripetendo il gesto dopo aver maneggiato piante da appartamento comuni come il filodendro e la dieffenbachia si rischiano gravi irritazioni alla bocca e agli occhi a causa degli aghi di acido ossalico e ossalato di calcio che le loro foglie contengono. Io cerco di avvertire gli altri perché le cose in giardino non succedano mai per caso, nel bene e nel male, però mi riservo di continuare a credere che, rispettando il proprio ruolo e mantenendo contatti che sono anche di rispetto, le piante non possono punire chi le ama.

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Quesito telefonico che mi ha posto una collega giornalista oggi all’ora di pranzo. Mi chiede se so darle indicazioni, a lei viene in mente solo l’Inghilterra, in primis i Kew Gardens. Dice: “Capiscimi bene: non i giardini topiari, non quelli di sempreverdi, ma i giardini che hanno cornus e salici per le cortecce, amamelis e calicanti per i fiori, qualche altra pianta per le bacche” . E’ un bell’esercizio per il dopocena. Sino a domani non sono in grado di dare risposta a lei e a voi.

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