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Oggi è iniziato a Torino il Salone del gusto e stasera, scaricato il programma dal sito internet (www.slowfood.it), ho letto il tema di quest’anno. Siccome hanno chiamato in causa le mele, eccone alcune del mio melaio elettronico ed ecco il testo di presentazione del salone. Che bisognerebbe visitare non tanto da gourmet, quanto da giardinieri coscienti.


Cibi che cambiano il mondo è lo slogan che sintetizza il senso dell’edizione 2012 del Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre, per la prima volta uniti in un solo grande evento per raccontare la straordinaria diversità agroalimentare di ogni continente, dando voce a tutti i piccoli produttori che, nel Nord come nel Sud del mondo, danno vita a cibi la cui qualità è definita dalla bontà organolettica, dalla sostenibilità ambientale e dalla giustizia sociale.Simbolo di  questo cambiamento è una mela, cibo metaforico per antonomasia e che più di tutti ha segnato, nel bene e nel male, rivoluzioni e trasformazioni epocali: il frutto proibito che determinò la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden; il pomo d’oro consegnato da Paride ad Afrodite, per premiarne l’insuperata bellezza tra le divinità dell’Olimpo; la apple della rivoluzione informatica, partita dalla Silicon Valley alla conquista del mondo; quella che, caduta su una testa ricettiva e pensante – quella di Sir Isaac Newton! –, determinò la scoperta della forza di gravità…

La nostra mela non è il frutto destagionalizzato, che parla ovunque la stessa lingua e rappresenta attualmente il 90% della produzione e del mercato. Non appartiene alle varietà commerciali golden o red delicious, granny smith, gala o fuij, ma si chiama Magnana in Piemonte,
Teresa in Liguria, Annurca in Campania, Green Newtown Pippin a New York… È una mela che vuole tracciare un solco positivo nel cambiamento che  ci auspichiamo il cibo “buono, pulito e giusto” imprima nel nostro pianeta. È una mela con i suoi tempi, i suoi luoghi e i suoi modi; che parla ovunque una lingua diversa, quella delle varietà, di metodi produttivi responsabili nei confronti dell’ambiente e remunerativi per gli agricoltori, di tutela del paesaggio, di un futuro buono da mangiare e bello da immaginare. A cui tutti abbiamo diritto. Quest’anno, dal 25 al 29 ottobre, la nostra mela sarà simbolo dell’intima connessione tra piacere gastronomico e responsabilità nei confronti di quel che mangiamo e di chi lo produce. E, come lei, tutti gli altri cibi protagonisti del Salone del Gusto e Terra Madre, che nei loro mille sapori renderanno più che mai evidente come l’esperienza gustativa affianchi la conoscenza delle donne e degli uomini che coltivano, allevano e trasformano i prodotti alimentari di tutto il mondo, dei territori dove essi nascono e nella cui terra hanno radici profonde.

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Appartengono al passato i melai freschi e ventilati dove i frutti si conservano ordinatamente disposti su graticci, “covate”, come scrive Cesare Pavese delle mele di Gisella che “sembrava fatta di frutta… in una stanza dove ce n’era un pavimento, tutte rosse e arrugginite che parevano lei” o le mele Annurca, le mele degli affreschi pompeiani, che raccolte verdi in autunno ancora oggi in Campania sono adagiate ai piedi degli alberi su strati di canapa (un tempo, adesso trucioli di legno) e girate e rigirate fino all’arrossamento della buccia. Una varietà, quella campana, difesa da un marchio che promuove il legame “territorio-prodotto” che persegue, cioé, una delle strategie valide per affrontare le difficilissime sfide del mercato globale e che mira a quel tipo di consumatore che, piuttosto che un’impersonale mela “top quality” invoca con Rainer Maria Rilke “frutta/ con dentro ancora una volta, tutta la campagna, sconfinata”.
Anche così possono sopravvivere le melicolture di montagna che svolgono funzioni non solo produttive, ma anche di tutela dell’ambiente e del paesaggio quando, come avviene in tante vallate alpine, riescono ad associare l’immagine dei loro prodotti a quella del territorio.
Da  Tuttifrutti, viaggio tra gli alberi da frutto mediterranei tra scienza e letteratura di Giuseppe Barbera, Oscar Mondadori 2007

Queste mele antiche sono una piccola parte delle varietà fotografate e archiviate nel mio “melaio” elettronico. Una sorta di “raccolta delle figurine” che ogni anno in questa stagione si arricchisce di qualche altra varietà. Il mio modo di conoscere e trattenere un po’ della storia agricola, e non solo, del territorio italiano. Per conoscere il nome e l’origine di ognuna è sufficiente sfiorare la foto con il mouse.

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