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Appartengono al passato i melai freschi e ventilati dove i frutti si conservano ordinatamente disposti su graticci, “covate”, come scrive Cesare Pavese delle mele di Gisella che “sembrava fatta di frutta… in una stanza dove ce n’era un pavimento, tutte rosse e arrugginite che parevano lei” o le mele Annurca, le mele degli affreschi pompeiani, che raccolte verdi in autunno ancora oggi in Campania sono adagiate ai piedi degli alberi su strati di canapa (un tempo, adesso trucioli di legno) e girate e rigirate fino all’arrossamento della buccia. Una varietà, quella campana, difesa da un marchio che promuove il legame “territorio-prodotto” che persegue, cioé, una delle strategie valide per affrontare le difficilissime sfide del mercato globale e che mira a quel tipo di consumatore che, piuttosto che un’impersonale mela “top quality” invoca con Rainer Maria Rilke “frutta/ con dentro ancora una volta, tutta la campagna, sconfinata”.
Anche così possono sopravvivere le melicolture di montagna che svolgono funzioni non solo produttive, ma anche di tutela dell’ambiente e del paesaggio quando, come avviene in tante vallate alpine, riescono ad associare l’immagine dei loro prodotti a quella del territorio.
Da  Tuttifrutti, viaggio tra gli alberi da frutto mediterranei tra scienza e letteratura di Giuseppe Barbera, Oscar Mondadori 2007

Queste mele antiche sono una piccola parte delle varietà fotografate e archiviate nel mio “melaio” elettronico. Una sorta di “raccolta delle figurine” che ogni anno in questa stagione si arricchisce di qualche altra varietà. Il mio modo di conoscere e trattenere un po’ della storia agricola, e non solo, del territorio italiano. Per conoscere il nome e l’origine di ognuna è sufficiente sfiorare la foto con il mouse.

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