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Biocreatività & mele

Tutto vero, niente di inventato o elaborato con improbabili manipolazioni con photoshop. Vorrei che queste mele, che ho fotografato lo scorso anno ad una mostra pomologica,  fossero una lezione in più per i creativi ragazzi dell’istituto Boccioni di Milano, che di mele artistiche ne hanno “inventate” oltre cento (ne ho parlato poco tempo fa nel post Mele… scolastiche). La natura usa anche le armi della fantasia e della bizzarria per esprimere la biodiversità. Dalla casualità di una mela che vuole assomigliare ad una pera, o da una mela allegramente a righe, un giorno può farsi strada il principio che vestirsi a righe è vantaggioso o che la forma allungata è più conveniente. La mia cultura naturalistica, comunque, dice che in natura c’è sempre un perché, dunque quella che a noi sembra fantasia e basta ha una ragione molto meno fantasiosa di quanto ci piacerebbe. Per esempio, le righe possono essere un errore nella differenziazione dei tessuti nei frutti ai primi stadi di formazione, dovuto ad un agente esterno o ad una cattiva informazione genetica. In quest’ultimo caso bisognerebbe sapere che cosa fanno gli uomini quando dicono di coltivare frutteti industriali. Non a caso queste sono tutte mele contemporanee. Ma per una volta proviamo a credere che questi frutti siano solo espressione di biocreatività e non di manipolazione.

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Appartengono al passato i melai freschi e ventilati dove i frutti si conservano ordinatamente disposti su graticci, “covate”, come scrive Cesare Pavese delle mele di Gisella che “sembrava fatta di frutta… in una stanza dove ce n’era un pavimento, tutte rosse e arrugginite che parevano lei” o le mele Annurca, le mele degli affreschi pompeiani, che raccolte verdi in autunno ancora oggi in Campania sono adagiate ai piedi degli alberi su strati di canapa (un tempo, adesso trucioli di legno) e girate e rigirate fino all’arrossamento della buccia. Una varietà, quella campana, difesa da un marchio che promuove il legame “territorio-prodotto” che persegue, cioé, una delle strategie valide per affrontare le difficilissime sfide del mercato globale e che mira a quel tipo di consumatore che, piuttosto che un’impersonale mela “top quality” invoca con Rainer Maria Rilke “frutta/ con dentro ancora una volta, tutta la campagna, sconfinata”.
Anche così possono sopravvivere le melicolture di montagna che svolgono funzioni non solo produttive, ma anche di tutela dell’ambiente e del paesaggio quando, come avviene in tante vallate alpine, riescono ad associare l’immagine dei loro prodotti a quella del territorio.
Da  Tuttifrutti, viaggio tra gli alberi da frutto mediterranei tra scienza e letteratura di Giuseppe Barbera, Oscar Mondadori 2007

Queste mele antiche sono una piccola parte delle varietà fotografate e archiviate nel mio “melaio” elettronico. Una sorta di “raccolta delle figurine” che ogni anno in questa stagione si arricchisce di qualche altra varietà. Il mio modo di conoscere e trattenere un po’ della storia agricola, e non solo, del territorio italiano. Per conoscere il nome e l’origine di ognuna è sufficiente sfiorare la foto con il mouse.

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Domani sera, giovedì 4 novembre, alle ore 18 in una delle scuole italiane che la riforma Gelmini non è ancora riuscita ad appiattire verrà inaugurata una mostra che a mio parere dice molto di quanto si può fare (professori e burocrazie permettendo) per attualizzare la scuola e coinvolgere i ragazzi. L’istituto in questione si chiama Liceo Artistico Boccioni di Milano (piazzale Arduino 4, tel  02-48019249), la mostra ha per titolo “MelaMostro. Il frutto proibito in natura e nell’arte”  e rimarrà aperta sino al 13 novembre prossimo. Se ne parlo è perché lo scorso anno a “Frutti antichi” di Paderna ho avuto modo di apprezzare un assaggio in anteprima: erano presentate alcune delle 90 “mele di Frankestein” realizzate dagli studenti con stupenda verve creativa. E d’altra parte conosco il professore che cura questa manifestazione, Mimmo Cecere, docente di Discipline Pittoriche, ricercatore e antropologo e il suo fattivo entusiasmo nel promuovere la cultura e l’arte anche in mezzo ad infinite difficoltà. Io andrò a vedere l’esposizione attratta innanzi tutto dall’interdisciplinarietà (mostra pomologica, mostra di illustrazioni e quadri antichi, la mela nella pubblicità, nei loghi, sulla copertina dei libri, istallazioni site specific ispirate dalle mele o con esse realizzate).
Dice l’invito che ho ricevuto: “MelaMostro è un’esposizione a tema dedicata al frutto più comune e, al tempo stesso, più ricco di simbologia. Come si può dedurre, è incentrata sul binomio Arte-Natura, Mito e Storia, Realtà e Fantasia, Biodiversità e Creatività. La maggior parte dei frutti esposti provengono da piccolissimi frutteti e da alcuni centri di sviluppo della frutticoltura; rappresentano una piccola campionatura di antiche varietà (circa 2000) un tempo presenti nel nostro Paese e oggi del tutto scomparse dai banchi della frutta dei mercati e dei supermercati… Ad esse si contrappongono le “mele di Frankenstein”. Piccole opere generate dalla biodiversità creativa degli studenti, mimando la biodiversità della natura; manufatti artistici realizzati con materiali di recupero; oggetti ludici e ibridazioni; forme fantastiche e, al tempo stesso, metafore inquietanti di un tempo che sta modificando la nostra percezione della natura.”  Magari queste mele…scolastiche dilagassero fuori dalle scuole per aiutarci a riflettere.
Potete contattare il professor Cecere a questa mail; il fotografo Dario Fumagalli che mi ha amichevolmente concesso di usare le sue foto per illustrare il post è invece contattabile a questa mail.

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Sono sicura che una mela al giorno faccia tanto bene da evitare il medico come vuole il detto popolare e come la medicina stessa ha scientificamente stabilito (vedere
http://giorgiobertin.wordpress.com/2008/04/08/
). Penso anche che, se è una mela spiccata da poco dall’albero, rappresenti una coccola a poco prezzo che tutti dovrebbero fare a se stessi: la dolcezza, il profumo, il colore, la consistenza, di una mela “vera” e non stregata dall’industria come quella di Biancaneve, è una carezza della vita. (more…)

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Di tanto in tanto l’amico saluzzese Domenico Montevecchi telefona per farmi il resoconto dello stato del suo grande e ambiziosissimo giardino di Villa Bricherasio. L’altro giorno chiama e, con la sua parlata fortemente piemontese, mi apostrofa perché da mesi non mi faccio vedere né sentire, mentre la sua penisola di graminacee è diventata spettacolare, il pompelmo gigante nato da seme ha deciso di dare la scalata agli alberi circostanti ma non ha in cantiere neppure un frutto, e tutto è al massimo, esclusi i pomodori nell’orto che quest’anno sono pochi e insipidi per via del clima freddo e bagnato.

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