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Posts contrassegnato dai tag ‘Miro Mati’

- Giuseppe Barbera, Abbracciare gli alberi. Mille buone ragioni per piantarli e difenderli, Mondadori 2009, pag 208, 17 euro. Sta sul mio comodino in attesa che io finisca di leggere altri libri. Stasera mi è venuto in mente perché dovrei regalarlo al mio amico Miro Mati, che ha appena compiuto gli anni e con gli alberi ha un rapporto speciale, perché li produce a Pistoia, ma soprattutto perché li capisce. Comincio a regalarglielo così, dal web. A chi mi legge regalo l’informazione che questo libro esiste e bisognerebbe averlo in libreria, fratello più nuovo del bellissimo “Tuttifrutti” dello stesso autore.

- Si scoprono sempre le cose troppo tardi, a questo appuntamento non arrivo più in tempo. Al Potager du roi di Versailles domenica 10 ottobre termina una mostra che mi spiace aver perso: “Du fayot au mangetout. Histoire du haricot sans perdre le fil”. La storia del fagiolo, insomma, con parecchio materiale, al punto che la mostra è stata divisa tra la reggia e un castello non lontano, Domaine de la Grange – La Prévôté a Savigny le Temple. Però ho scoperto che ne hanno anche fatto un libro, pubblicato da Editions du rouergue, costo 26 euro. Me lo procurerò e riferirò.

- Arriverò invece in tempo, così spero, alla presentazione di un altro libro: “Dolci e fiori per ogni stagione dell’anno” di Joëlle Néderlants e Angela Odone, pubblicato qualche mese fa da Bibliotheca Culinaria (64 pagine, 13,90 euro). Avverrà alle ore 16 di domani 9 ottobre a Susegana (Tv), nel castello di San Salvatore, dove questo fine settimana si svolge la prima edizione di Flor Art. Trovate informazioni a questo indirizzo: www.flor-art.it

- Conscia del fatto che senza tempo da dedicare al giardinaggio e con la schiena rotta non si possono fare serie piantagioni di bulbi, sono tuttavia caduta nella mia unica forma di consumismo, con la giustificazione che devo reintegrare i bulbi primaverili che già ho. Per quanto generosi, dopo tre lustri o giù di lì alcuni si sono persi, per esempio Iris reticulata, i minuscoli bulbi di fine inverno che si accompagnano ai crochi (io con i candidi ‘Jeanne d’Arc’, che adoro). Oppure, come nel caso dei giacinti, si sono moltiplicati in una direzione, lasciando sguarnita una parte dell’aiuola. Ho fatto acquisti rigorosamente in bianco e blu, i miei colori preferiti. Adesso andrò a vedere che cosa dicono Margherita Lombardi e Cristina Serra-Zanetti nel libro “Le bulbose”, edito quest’anno nei manuali Salani (13 euro). Unico difetto di un libro sostanzioso e perfetto da consultare al lavoro: non c’è una foto neanche a chiederglielo in ginocchio. Per esempio per sapere che aspetto abbia Pamianthe peruviana, un nome che mi era sconosciuto, ho dovuto chiederlo a internet, che offre qualche immagine, per esempio in questo sito.

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Da VerdeMura sulle mura di Lucca, un appunto perché non si perda. Ci sono infatti fuori programma che bisogna prendere al volo, buone lezioni da buoni pulpiti che sono tali solo se ascoltate, appuntate e ridistribuite.
Ieri pomeriggio ho girato di stand in stand con la giuria per assegnare i premi agli stand considerati i migliori. E io, che avevo il ruolo di segretaria, ho ascoltato gli umori e i commenti. Noi italiani, si sa, siamo anarchici in tutto. Le regole della giuria imponevano di ritrovarsi alla fine a discutere sulle classifiche dei punteggi ottenuti da ciascuno stand; seduti attorno ad un tavolo che era ormai quasi sera, ho trattenuto con difficoltà disquisizioni di ogni tipo che avevano come partenza gli stand oggetto delle votazioni, ma come arrivo una rosa di argomenti quanto più possibile diversi. Partendo per la tangente come capita spesso ai creativi made in Italy, Vitaliano Biondi e Miro Mati si sono lanciati in una discussione che a mio parere è una lezione interessante per tutti. Sicchè per un momento ho smesso di essere la segretaria di una giuria e sono diventata una scolara diligente che, prendendo appunti, adesso è in grado di riportare questo testo sul tema delle radici. A parlare era Miro Mati, vivaista di alberi tra i più importanti d’Europa e di suo, per formazione scolastica, interesse personale, dialoghi con studiosi di mezzo mondo, attento alla fisiologia vegetale, anche in rapporto a quanto serve per migliorare la coltivazione delle piante ornamentali.

Bisognerebbe finalmente smetterla di trattare le piante come animali da zoo e mettere più attenzione nello studiare il problema della loro coltivazione in vaso. Io a suo tempo creai il sistema Airplant con i vasi sollevati da terra, forati sul fondo e con la camera rizogena all’interno per evitare o limitare la formazione di spiralizzazioni. Le radici hanno memoria e comunicano tra loro sul modo di vegetare. Gli apici radicali hanno un consumo energetico pari ai neuroni animali, sicché devono ottimizzare infomazioni e modi di crescere. Quando comincia la formazione delle radici, l’informazione che serve è trovare la via più breve per andare alla ricerca di fresco e umido; allora la nuova radice scende e solo dopo si ramifica. Chiunque in questa stagione può controllare il comportamento di una ghianda in germinazione. La nuova piantina non fa foglie, cioé non sviluppa la parte aerea, sino a quando la radichetta non ha passato il via libera, cioé ha trovato un substrato sicuro nel quale svilupparsi. Quando le piante vengono coltivate in vaso, ai primi stadi di sviluppo le radici sanno dove andare, poi non trovano più spazio e cominciano la loro spiralizzazione. Un brutto affare, perché questo modo di crescere resta nella memoria delle radici. Una volta che il pane di radici verrà piantato in piena terra, le radici potranno impiegare sino a 5 anni per capire che c’è un altro modo di svilupparsi e di ottimizzare l’assorbimento di nutrienti.

Prendete la lezione come vi pare, ma non fate crescere le vostre piante in vasi troppo piccoli o per troppo tempo. Tutte le altre informazioni per una primavera di successo in giardino questo fine settimana le trovate qui sulle mura di Lucca, tra Porta Santa Maria e Baluardo di San Martino. Buone piante, buone informazioni e buona atmosfera: per me un mix perfetto.

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Sai come si dice: una koelreuteria sgangherata è peggio di una corretta, bella dritta, soprattutto se vuoi usarla in una alberatura stradale. Così noi si pensa di incrociare koelreuterie e via via. Sono alberi che fanno un monte di semi, ossia poi un monte di piantine. Io le faccio crescere e ne scelgo due che mi sembrano di carattere e me le porto in giardino. Ad un certo punto una comincia a fare lampioncini rosa anziché verdini. Oh, dico io, per le strade di città sono proprio bellini, trillano anche.

Questo il racconto che mi ha fatto al telefono Miro Mati su come succede che un vivaio pistoiese pieno di storia come il suo, che proprio quest’anno compie 100 anni, arrivi a selezionare una nuova varietà d’albero. Koelreuteria paniculata è un albero cinese definito nel catalogo Mati (scaricabile qui)  “a sviluppo medio, portamento irregolare, foglie piccole, dentate, ovali e fiori gialli in giugno-luglio.”  La nuova varietà potrà entrare in produzione in futuro; per ora l’unica in elenco oltre la specie tipica è K. p. ‘Fastigiata’ a portamento colonnare e a crescita lenta.

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A me piacciono le persone estrose, creative, difficilmente ingabbiabili e perciò un po’ anarchiche, con passioni forti ma modi gentili per esprimere un cuore sensibile. E con la capacità di arrivare al punto delle cose. Non so a quanti di voi questi aggettivi sembreranno calzanti per qualificare Miro Mati, vivaista d’alberi e progettista di spazi per alberi di Pistoia che a settant’anni ha un po’ mollato la presa sul vivaio a favore dei suoi bravi figlioli per dedicarsi agli alberi sotto tutti gli altri punti di vista.  Compreso il libro “Piantare alberi” (Pacini Editore, Pisa 2003) a cui ne sta seguendo un altro di complessa gestazione, fermo attualmente al titolo “Estetica degli alberi”. Io ritengo Miro un amico proprio per questo suo anarcoide modo di essere. Sta di fatto che tira su il telefono, mi butta addosso un suo problema di ennesime castronerie sentite sul metodo di impianto degli alberi e poi prende fiato prima di terminare. In questo modo: “Alberi in una buca di un metro per un metro? E’ come mettere un leoncino in una gabbia piccina. Sì, sì, ci sta e le proporzioni tornano. Poi però quando cresce bisogna dargliene una grande. E con un albero, che fo?”. Queste sono lezioni fuori aula che non si dimenticano. Ho giusto un grande esemplare di betulla ancora da piantare. Vive in un vaso da vivaio di 70 cm di diametro e, adesso che lo so, dovrò chiedere a mio marito di allargare un po’ la buca d’impianto, grazie, sennò Miro urla e strepita che siamo tutti insensibili agli alberi.

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Stamattina nel silenzio della mia casa è risuonato uno strano rumore proveniente dall’esterno, una sorta di raffica di mitra soffocata dall’impatto su un supporto di legno. Incuriosita, dopo qualche minuto mi sono affacciata, in tempo per vedere il picchio rosso maggiore che si stava dando da fare attorno al tronco malandato di un vecchio melo della varietà ‘Rambour Frank’. Un esemplare è morto a fine estate, adesso temo che questo faccia la stessa fine; ma invece di pensare ai problemi del melo, stamattina mi sono goduta alla finestra il picchio nella sua sfavillante livrea, un magnifico abito di festa. Pensando che chi l’ha vestito è un artista, mi è tornato alla mente un episodio di parecchi anni fa. Ero andata a Pistoia a trovare i Mati, quelli del grande vivaio di alberi; al tempo Miro Mati aveva il suo giardino privato un po’ meno in ordine di adesso, ma molto ben frequentato da una lussuosa orda di minipolli, quelli che si chiamano banalmente “galline americane”. Erano stupendi, sicché ci siamo attardati ad ammirarli seduti su una panchina mentre Miro mi raccontava di averli fatti vestire dai grandi stilisti: “Lo vedi quello lì ossuto e elegantissimo in bianco e nero, con solo le calze e il copricapo rossi? Me lo ha vestito Yves Saint Laurent. Lo vedi quello là in giallo senape, verde scuro cangiante e rosso vino? Ah, mi è costato una fortuna, ma è degno di vivere in un giardino di Burle-Marx. Peccato che quando Roberto Burle-Marx è venuto qui a casa non avevo ancora questo modello di pennuto…” Insomma alla domanda su quanti fossero, mi rispose che erano quasi ottanta e che non sarebbe mai riuscito a farli ammazzare per destinarli alla tavola: morivano di morte naturale, o per “incidente” se incrociavano il cane di casa. Dopo cena gli chiesi se non andava a chiudere i polli pensando alle incursioni di faine o donnole e il mio amico disse di no con il capo e mi fece segno di seguirlo. Prese una torcia elettrica e si avviò; appena fuori di casa si arrestò accanto ad un albero con il tronco di dimensioni contenute, poteva essere una lagerstroemia o un piccolo Acer negundo, e puntò la torcia verso l’alto: “Guarda un po’: che ti pare?”  Sopra la mia testa c’era una chioma di… polli: ottanta creature saldamente aggrappate ai rami, appallottolate al sicuro nei loro magnifici abiti d’autore. Alcuni borbottarono nel sonno, come per dire di smetterla per favore e di spegnere la luce.
nido-artificiale-per-uccellinidi-di-luigi-serafini-appesi-alla-scuola-di-maglione-diDopo la visione del picchio e ricordando i polli di Miro, oggi ho dedicato un po’ di tempo agli uccelli che frequentano il mio giardino. Ho aggiunto acqua al loro bagnetto: in questi giorni non è gelato e loro si tuffano a decine, ben più che in estate. Poi ho appeso ai rami alcune palle di grasso e semi e tre o quattro cotiche di prosciutto e mi è spiaciuto non poter più fornire anche nidi artificiali di legno: il vento forte lo scorso anno ha trascinato lontano quelli che avevo e li ha rotti e oggi, giorno di mezza festa, giù in città non c’erano certo negozi aperti. I nidi artificiali servono per la deposizione delle uova, ma in inverno fungono da hotel in cui uccellini d’ogni specie trascorrono volentieri le notti più fredde. Mi dicono che nei nidi con l’imboccatura piccola ci vanno la cinciarella (Parus caeruleus), la cincia mora (Parus ater), la cinciallegra (Parus major), il codirosso (Phoenicurus phoenicurus), il torcicollo (Jynx torquilla) e il picchio muratore (Sitta europaea). I nidi in legno con il frontalino semiaperto, invece, sono abitati volentieri dalle ballerine, la ballerina bianca (Motacilla alba) che io adoro per il suo riconoscibilissimo volo un po’ vanesio e ubriaco e la ballerina gialla (Motacilla cinerea), dal merlo (Turdus merula) e dal pettirosso (Erithacus rubecula). Quest’ultimo però è timido e si impossessa del nido solo se è in una posizione nascosta nel fitto dei rami e delle foglie. In quanto allo scricciolo, per anni, ma solo nei periodi molto freddi e se stava per nevicare, veniva a dormire nel nido delle rondini sotto il portico d’ingresso di casa. Non lo vedo da tempo: anche questo è un segno del clima che cambia.

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Comunque, parlando di nidi oggi ne regalerei volentieri agli uccelli locali tre o quattro d’autore come quelli che vedo al Macam (Museo d’Arte Contemporanea all’Aperto di Maglione) di Maglione Canavese (To) quando vado a fare un giro per ricordarmi che natura e arte, interagendo, riescono a vivificare e nobilitare una ruvida, incolta realtà di paese. Sono nidi in ceramica poliroma dell’artista romano Luigi Serafini (Roma, 1949), che a Maglione ne ha installati 26.
Sulla realtà incolta dei paesi come il mio bisognerebbe parlare a lungo in cerca di soluzioni: se hanno quasi del tutto cancellato la cultura materiale del passato, dovrebbero almeno darsi prospettive di sopravvivenza futura. Ma non essendoci qui in paese giardini degni di questo nome, ed essendo io autorizzata a parlare solo di piante, giardini e affini, rivolgetevi altrove: io non posso sentenziare, anche se lo vorrei fare.

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Inaugurati lo scorso giugno, i giardini della Venaria Reale, ad un passo da Torino e dalla fama per la qualità dell’intervento di valorizzazione di una reggia sabauda a lungo rimasta all’abbandono, è un progetto impegnativo e ambiziosissimo. Detto dello Stato in Italia, dove l’ambizione a far giardini e a governarli è quasi solo prerogativa di visionari personaggi privati, è già un miracolo. E lo è ancora di più  se si coglie il respiro dell’opera: 80 gli ettari interessati, quasi 40.000 piante messe a dimora, un investimento di 25 milioni di euro, spazi vasti e profondi tendenti all’infinito se non fosse che a chiudere lo sguardo sul fondo ci sono le Alpi. Le montagne dello skyline sono un gran bel vedere, per altro, e una prova che questo giardino è in Italia, è in Piemonte, non altrove, non in un luogo che esiste solo nei desideri di chi ama i giardini e i grandi spazi costruiti ad arte.

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Più miracoloso di tutto, a mio parere, l’incontro tra natura e cultura (qualcosa che mi lascia sempre pervasa da una magia che mette insieme le mie due anime e le pacifica) del “Giardino delle sculture fluide” realizzato dall’artista Giuseppe Penone nel Parco Basso, lungo tutto un lato della reggia. Questo intervento, da solo, vale lo sforzo generale che è stato fatto, non sempre centrando l’obiettivo al primo colpo o con risultati proporzionati al dispendio di forze (ma se è un giardino amato da chi ce l’ha in consegna, voglio credere che crescerà e diventerà maturo).
Per ora, pur con un progetto forte e il disegno di magnifici spazi ariosi, si sente odore di acerbo, di un luogo che ancora non ha trovato il suo assetto definitivo. Per diventarlo, i 15 giardinieri dell’Assessorato alla montagna della Regione Piemonte dovranno sudare parecchio e vedersela persino con un’orda di lepri (stimate in circa 500) ereditate dal territorio incolto precedente. Mi raccontava il capogiardiniere che le lepri rappresentano un vero e proprio flagello e un limite a certe piantagioni. Pare che, per nulla timorose di far fare brutta figura a chi ce l’ha messa tutta per creare un santuario, trovino buonissima persino l’edera, che era considerata sino a ieri una pianta tossica…
L’altro giorno ho sfogliato la brochure con gli appuntamenti dell’estate all’interno del giardino (tanti, anche questi miracolosamente ambiziosi per una periferia) e ho trovato una frase. Recita: “Il giardino segna l’incontro tra la terra e il cielo, il luogo dove la fantasia e la creatività di un uomo dialogano con le piante e i fiori, dove l’armonia di un disegno mentale dà ordine a uno spazio naturale. Il Giardino è un’entità vivente fragile e si comporta come un innamorato: coglie le attenzioni e, se trascurato, immalinconisce.” Il rischio a Venaria Reale a mio parere è proprio questo, come ovunque si siano stanziati fondi cospicui per la costruzione e neanche un soldo per la manutenzione. Come se creare un giardino fosse un atto fine a se stesso e non prevedesse l’uso di piante vive, che poi sono da mantenere nel corso della loro carriera, tanto più gloriosa quanto più mirata e garbata sarà la cura.
A parlare così sento sul collo il fiato del mio amico Miro Mati, prestigioso coltivatore e cultore d’alberi di Pistoia, che sibila: “Ommimma, nun è che hai aspettato di vedere la Venaria Reale per  imparare una volta per tutte la lezione?”. No, ci credo da sempre. Altrimenti, per superare la natura e le sue esigenze si dovrebbero fare solo giardini “alla Penone”. Il maestro ha fissato in una colata di bronzo il calco di alberi grandiosi. Un cedro monumentale ha fornito il modello per un tronco bronzeo alto 12 metri che si vede da ogni angolo della Venaria e che ha anche una funzione pratica: nasconde gli sfiati degli impianti, sicché mi immagino che in inverno usciranno sbuffi di evanescente vapor d’acqua dall’alto di una scultura solida e ciclopica, come se il tronco liberasse i propri umori.

posa-albero-bronzeo-giuseppe-penone-1posa-masso-per-albero-giuseppe-penone-venaria-reale-2posa-albero-bronzeo-di-giuseppe-penone-venaria-reale-31giuseppe-penone-a-venaria-reale-2007Ho casualmente assistito, alla mia seconda visita un martedì mattina, alla posa di un’altra delle 14 opere complessive divise da boschetti regolari: un grande noce di bronzo con le branche principali mozzate che, come possenti braccia, reggono un masso in pietra grigia. Giuseppe Penone, sessantenne cuneese con una riconosciuta carriera artistica alle spalle (quest’anno è stato uno dei due italiani invitati alla Biennale di Venezia) era lì a dirigere la posa. Mi sono avvicinata per salutarlo e dirgli quanto la sua creatività artistica gratifichi la mia sensibilità, sin dalla prima volta, forse più di vent’anni fa, che visitai il Museo di arte contemporanea di Rivoli che accoglie sue opere. E il maestro, quasi vergognandosi, mi ha detto: “Eppure io non ne so niente di giardini e di piante”. Ho pensato che ne sa molto comunque, con l’istinto di chi vive intensamente la sintesi tra natura e cultura e sull’indagine del rapporto che tra loro intercorre basa da quarant’anni la propria attività.
Mentre io sto qui a far chiacchiere, per favore qualcuno spenda un giorno delle vacanze in modo fattivo e vada a vedere i giardini di Venaria Reale, meglio sul fare della sera (orario 10-20), e a respirare l’aria d’Europa che emana. Corroborante, energetica; con questo caldo estivo a tratti infernale, oserei dire persino celestialmente fresca. E poi criticamente commenti anche le troppe scorrettezze, una piaga degli appalti al ribasso all’italiana di cui però non voglio parlare oggi per non far perdere il buon sapore in bocca. Per leggere qualcosa: www.lavenariareale.it

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