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Inaugurati lo scorso giugno, i giardini della Venaria Reale, ad un passo da Torino e dalla fama per la qualità dell’intervento di valorizzazione di una reggia sabauda a lungo rimasta all’abbandono, è un progetto impegnativo e ambiziosissimo. Detto dello Stato in Italia, dove l’ambizione a far giardini e a governarli è quasi solo prerogativa di visionari personaggi privati, è già un miracolo. E lo è ancora di più  se si coglie il respiro dell’opera: 80 gli ettari interessati, quasi 40.000 piante messe a dimora, un investimento di 25 milioni di euro, spazi vasti e profondi tendenti all’infinito se non fosse che a chiudere lo sguardo sul fondo ci sono le Alpi. Le montagne dello skyline sono un gran bel vedere, per altro, e una prova che questo giardino è in Italia, è in Piemonte, non altrove, non in un luogo che esiste solo nei desideri di chi ama i giardini e i grandi spazi costruiti ad arte.

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Più miracoloso di tutto, a mio parere, l’incontro tra natura e cultura (qualcosa che mi lascia sempre pervasa da una magia che mette insieme le mie due anime e le pacifica) del “Giardino delle sculture fluide” realizzato dall’artista Giuseppe Penone nel Parco Basso, lungo tutto un lato della reggia. Questo intervento, da solo, vale lo sforzo generale che è stato fatto, non sempre centrando l’obiettivo al primo colpo o con risultati proporzionati al dispendio di forze (ma se è un giardino amato da chi ce l’ha in consegna, voglio credere che crescerà e diventerà maturo).
Per ora, pur con un progetto forte e il disegno di magnifici spazi ariosi, si sente odore di acerbo, di un luogo che ancora non ha trovato il suo assetto definitivo. Per diventarlo, i 15 giardinieri dell’Assessorato alla montagna della Regione Piemonte dovranno sudare parecchio e vedersela persino con un’orda di lepri (stimate in circa 500) ereditate dal territorio incolto precedente. Mi raccontava il capogiardiniere che le lepri rappresentano un vero e proprio flagello e un limite a certe piantagioni. Pare che, per nulla timorose di far fare brutta figura a chi ce l’ha messa tutta per creare un santuario, trovino buonissima persino l’edera, che era considerata sino a ieri una pianta tossica…
L’altro giorno ho sfogliato la brochure con gli appuntamenti dell’estate all’interno del giardino (tanti, anche questi miracolosamente ambiziosi per una periferia) e ho trovato una frase. Recita: “Il giardino segna l’incontro tra la terra e il cielo, il luogo dove la fantasia e la creatività di un uomo dialogano con le piante e i fiori, dove l’armonia di un disegno mentale dà ordine a uno spazio naturale. Il Giardino è un’entità vivente fragile e si comporta come un innamorato: coglie le attenzioni e, se trascurato, immalinconisce.” Il rischio a Venaria Reale a mio parere è proprio questo, come ovunque si siano stanziati fondi cospicui per la costruzione e neanche un soldo per la manutenzione. Come se creare un giardino fosse un atto fine a se stesso e non prevedesse l’uso di piante vive, che poi sono da mantenere nel corso della loro carriera, tanto più gloriosa quanto più mirata e garbata sarà la cura.
A parlare così sento sul collo il fiato del mio amico Miro Mati, prestigioso coltivatore e cultore d’alberi di Pistoia, che sibila: “Ommimma, nun è che hai aspettato di vedere la Venaria Reale per  imparare una volta per tutte la lezione?”. No, ci credo da sempre. Altrimenti, per superare la natura e le sue esigenze si dovrebbero fare solo giardini “alla Penone”. Il maestro ha fissato in una colata di bronzo il calco di alberi grandiosi. Un cedro monumentale ha fornito il modello per un tronco bronzeo alto 12 metri che si vede da ogni angolo della Venaria e che ha anche una funzione pratica: nasconde gli sfiati degli impianti, sicché mi immagino che in inverno usciranno sbuffi di evanescente vapor d’acqua dall’alto di una scultura solida e ciclopica, come se il tronco liberasse i propri umori.

posa-albero-bronzeo-giuseppe-penone-1posa-masso-per-albero-giuseppe-penone-venaria-reale-2posa-albero-bronzeo-di-giuseppe-penone-venaria-reale-31giuseppe-penone-a-venaria-reale-2007Ho casualmente assistito, alla mia seconda visita un martedì mattina, alla posa di un’altra delle 14 opere complessive divise da boschetti regolari: un grande noce di bronzo con le branche principali mozzate che, come possenti braccia, reggono un masso in pietra grigia. Giuseppe Penone, sessantenne cuneese con una riconosciuta carriera artistica alle spalle (quest’anno è stato uno dei due italiani invitati alla Biennale di Venezia) era lì a dirigere la posa. Mi sono avvicinata per salutarlo e dirgli quanto la sua creatività artistica gratifichi la mia sensibilità, sin dalla prima volta, forse più di vent’anni fa, che visitai il Museo di arte contemporanea di Rivoli che accoglie sue opere. E il maestro, quasi vergognandosi, mi ha detto: “Eppure io non ne so niente di giardini e di piante”. Ho pensato che ne sa molto comunque, con l’istinto di chi vive intensamente la sintesi tra natura e cultura e sull’indagine del rapporto che tra loro intercorre basa da quarant’anni la propria attività.
Mentre io sto qui a far chiacchiere, per favore qualcuno spenda un giorno delle vacanze in modo fattivo e vada a vedere i giardini di Venaria Reale, meglio sul fare della sera (orario 10-20), e a respirare l’aria d’Europa che emana. Corroborante, energetica; con questo caldo estivo a tratti infernale, oserei dire persino celestialmente fresca. E poi criticamente commenti anche le troppe scorrettezze, una piaga degli appalti al ribasso all’italiana di cui però non voglio parlare oggi per non far perdere il buon sapore in bocca. Per leggere qualcosa: www.lavenariareale.it

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