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Posts Tagged ‘Orazio Marinali’

La foto della testata del blog dal 15 aprile 2009
Far capriole nel parco di Villa Manin a Passariano di Codroipo

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Allo spuntare della prima giunchiglia ho pensato al vasto prato nel parco di Villa Manin e ho avuto nostalgia di quel luogo, visitato al tempo in cui i narcisi dispiegano la loro fioritura. Ci sono andata anni fa, invitata a parlare in un convegno durante una bella mostra di giardinaggio in uno degli scenari più prestigiosi che si possa pensare e, nella foga di assaggiare tutto, in realtà ho visto poco ma mi è venuto l’appetito. Se il luogo non è troppo lontano, faccio sempre così: la prima volta annuso l’aria e l’atmosfera, a casa mi documento e poi attendo che ci sia un’occasione per tornarci e per vedere tutto con calma.

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A Villa Manin a Passariano di Codroipo, in provincia di Udine, c’è molto da vedere e da gustare. Le architetture, innanzi tutto. Disegnano spazi monumentali con una levità straordinaria, come solo può accadere nella tradizione delle ville venete. La grande villa risale alla seconda metà del Seicento come evoluzione della tenuta di campagna cinquecentesca di Antonio Manin, nobile friulano con interessi in agricoltura. Un ulteriore rimaneggiamento a inizio Settecento ha conferito l’aspetto attuale con le barchesse, la piazza quadrata, l’enorme esedra antistante, la chiesa con statue forse del Marinali e il parco di 19 ettari. Proprio il parco nell’Ottocento ha subito rimaneggiamenti che ne hanno stravolto l’aspetto e provocato sovrapposizioni di stili e di generi, cui si aggiunge l’ulteriore evoluzione degli anni Settanta del Novecento: museo di arte contemporanea. Ed è all’opera “Untitled (slope)” realizzata appositamente nel 2005 da Paola Pivi (Milano, 1971), che si riferisce la foto che ho usato nella testata del blog. Recita il cartello esplicativo: “Consiste in un gigantesco scivolo d’erba sul quale il pubblico è invitato a rotolare. La discesa, la cui inclinazione è stata calcolata empiricamente sulle montagne svizzere, rappresenta una trasposizione artificiale delle fiabesche colline d’erba tipicamente associate con la spensieratezza e il divertimento infantile. In questo caso l’interazione non è definita dal rapporto ludico tra soggetto e oggetto ma è determinata dal rapporto del soggetto con il suo stesso corpo”. Il testo termina con un’annotazione che mi piace molto: “Duplicando l’esperienza della natura per mezzo di una struttura che ne è affinata imitazione, Paola Pivi restituisce artificialmente al parco di Villa Manin quell’attributo che nella fantasia e nell’immaginazione lo rende ancora di più un ‘parco’. Manipolando la realtà, l’artista la fa diventare inspiegabilmente ancora più reale”.

UNA FARNIA DI VILLA MANIN PER MEDITARE SULLA VITA. “E così mi sono accorto che un albero può assumere la stessa importanza di una persona viva. Io sento per questa pianta, che durante cinquanta e più anni ho visto fiorire e rassodarsi, una venerazione familiare, e tra noi un legame tenace, un amore completo, vivo e cupo come le sue foglie, una reciproca fiducia senza reticenze... Sarei rimasto a meditare sulla natura di quest’albero se un primo starnuto non mi avesse avvisato del pericolo che corre un vecchio, anche come me fin qui sano, a stare con i piedi nudi sul pavimento. In fretta mi sono levato, ho fatto le mie abluzioni, poi mi sono messo a preparare la colazione, e ho lasciato montare il latte mentre lo stavo sorvegliando senza distogliere i miei pensieri dall'albero, ricordando il giorno in cui arrivò, non più alto di due metri e lo impiantai e innaffiai lungamente; e, per conseguenza, convincendomi che il giro delle eredità è molto stretto, e che ci si accorge, alla fine, di essere nostro padre e nostro nonno, che la vita non ha davvero soluzione di continuità, se appena la guardiamo oltre la superficie, con l'animo rassegnato a lasciarla. “  da Amedeo Giacomini, Il giardiniere di Villa Manin, Santi Quaranta, Treviso 2002

UNA FARNIA DI VILLA MANIN PER MEDITARE SULLA VITA. “E così mi sono accorto che un albero può assumere la stessa importanza di una persona viva. Io sento per questa pianta, che durante cinquanta e più anni ho visto fiorire e rassodarsi, una venerazione familiare, e tra noi un legame tenace, un amore completo, vivo e cupo come le sue foglie, una reciproca fiducia senza reticenze... Sarei rimasto a meditare sulla natura di quest’albero se un primo starnuto non mi avesse avvisato del pericolo che corre un vecchio, anche come me fin qui sano, a stare con i piedi nudi sul pavimento. In fretta mi sono levato, ho fatto le mie abluzioni, poi mi sono messo a preparare la colazione, e ho lasciato montare il latte mentre lo stavo sorvegliando senza distogliere i miei pensieri dall'albero, ricordando il giorno in cui arrivò, non più alto di due metri e lo impiantai e innaffiai lungamente; e, per conseguenza, convincendomi che il giro delle eredità è molto stretto, e che ci si accorge, alla fine, di essere nostro padre e nostro nonno, che la vita non ha davvero soluzione di continuità, se appena la guardiamo oltre la superficie, con l'animo rassegnato a lasciarla." da Amedeo Giacomini, Il giardiniere di Villa Manin, Santi Quaranta, Treviso 2002

Il parco di Villa Manin, comunque, con il suo vasto prato tappezzato di giunchiglie in primavera, con i suoi numerosi alberi monumentali è prima di tutto galleria dell’arte della natura. Durante la visita avevo fotografato il cartello segnaletico, fatto apporre dalla Regione Friuli Venezia Giulia, alla base di un tasso ormai vecchio di quasi 200 anni. Ne avevo fotografato un altro ripromettendomi di segnalare la qualità della scheda relativa ad un esemplare di cedro del Libano: non solo è encomiabile la cura botanica nella descrizione, ma credo sia la prima volta che vedo in Italia la scheda di una specie vegetale compilata in tre lingue, come attenzione al visitatore proveniente dall’estero. Per approfondire la storia della villa, dove visse l’ultimo doge di Venezia e il 17 ottobre 1797 fu firmato il trattato di Campoformio tra Napoleone e l’Austria è puntuale wikipedia. Per la descrizione letteraria del parco c’è un bel racconto del 2002 strutturato come diario, “Il giardiniere di Villa Manin” dello scrittore friulano Amedeo Giacomini (1939-2006), di cui si può leggere l’incipit nel sito dell’editore Santi Quaranta che ne ha pubblicato le opere mentre per l’acquisto, a 11 euro, c’è IBS. Per la visita a Villa Manin, ottima l’occasione di “Estate in villa 2009” che mette in calendario diversi eventi. Io, per esempio, potrei decidere di visitare nuovamente Villa Manin in luglio, per una delle due serate previste dei Momix di Moses Pendleton: titolo in tema con il mio leit motiv di sempre è, manco a dirlo, “Bothanica”.

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la-villa-inferiore-o-villa-bruciata-a-villa-trissino-marzottostatue-del-marinali-a-lato-della-villa-briuciataCi sono meravigliosi giardini antichi privati e visitabili di cui si parla poco o niente. Non solo Valsanzibio, che io ritengo uno dei tre giardini storici italiani più belli, se non il più bello in assoluto. A Trissino sulle colline vicentine, a mezz’ora di strada dai Colli Euganei orientali dove si trova appunto il giardino Barbarigo-Pizzoni Ardemani detto Valsanzibio per brevità, c’è Villa Trissino Marzotto. Non so perché l’altra notte ho sognato il signor Vicariotto, l’anziano amico del proprietario Giannino Marzotto che sovrintendeva alla gestione e che mi ha fatto visitare la prima volta giardino e villa. Il fedele e appassionatissimo Sergio Vicariotto non c’è più, altri ora hanno in affido la villa. La mattina dopo il sogno ho consultato una brochure con l’idea di tornare, per la quarta o quinta volta, a farci un giro durante il periodo delle feste, e invece ho scoperto che questo giardino resta chiuso dal 20 dicembre al 6 gennaio. Non ho mai visto Villa Trissino Marzotto in inverno e mi piacerebbe farlo prima che torni la primavera. Mi intrigano i suoi grandi alberi, alcuni di duecento anni, altri ritenuti vecchi di quattrocento anni secondo certe targhette dislocate ad arte su una paulownia, un cedro dell’Atlante e una sofora, ma non credo sia stato eseguito un rilievo serio perché si possa affermare a ragion veduta tanta vetustà. Basta per esempio consultare l’Hillier per sapere che la cinese Paulownia tomentosa è stata introdotta in Occidente, via Giappone, nel 1834, dunque di anni al massimo l’esemplare di villa Trissino ne ha centosettanta. villa-trissino-marzotto-la-villa-superioreportale-di-ingresso-al-viale-dei-limonifortunia-serrulata-dietro-alla-villa-bruciata-di-villa-trissino-marzottoC’è anche quanto resta di un enorme esemplare di Pinus wallichiana a più tronchi abbattuto da un fulmine e ora facente funzione di scultura. Mi intriga l’idea di vedere dall’alto la grande peschiera ottagonale dopo una nevicata, tutto bianco ovunque, in orizzontale e in verticale, compresa la straordinaria danza di statue di Orazio Marinali (1643-1720) che emergono ton sur ton con il candore della pietra morta di Vicenza di cui sono fatte. Mi intriga la Villa Inferiore lasciata all’edera, che vien fuori dal tutto bianco con il suo intonaco rosa scolorito. Una volta, perdendomi a guardare questa costruzione dal fondo del prato in cui si trova la peschiera, mi sono detta che nell’Ottocento sarei stata una fanatica ruinista. Non so perché una simile debolezza: una componente è di certo il kitch delle finte rovine, un’altra la citazione del Medioevo e del Gotico fatta dalle architetture e dai giardini nella stagione di fermenti post Rivoluzione Francese, la stagione dell’avvento del nuovo con la borghesia e l’industrialesimo. Come tante contraddizioni, anche questa delle rovine mi solletica; ritengo che la grande villa settecentesca di Trissino andata due volte a fuoco, e perciò chiamata Villa Bruciata, e a quel punto con fatalismo lasciata all’edera, sia uno degli esempi più grandiosi di ruinismo insieme ad alcuni castelli che ho visto in Irlanda; in confronto i finti ruderi di Kew Gardens e di Worlitz hanno un’energia assai minore.
peschiera-antistante-la-villa-bruciata-di-villa-trissino-marzottoantiche-sophora-nel-parco-di-villa-trissino-marzottoPerò la cosa più straordinaria di Villa Trissino a mio parere non è il giardino, per quanto articolato e pullulante di pezzi d’arte e artigianato, alberi e costruzioni di pregio, bensì qualcosa che ha solo parzialmente interesse giardinieristico. E’ un ciclo di arazzi che si intitola “Les enfants jardiniers”, ospitato in una sala appositamente progettata dall’architetto Tomaso Buzzi e allestita nella Villa superiore. Si tratta di sei arazzi enormi, commissionati a metà Cinquecento dai Gonzaga alle manifatture di Bruxelles, che impiegarono otto anni a tessere con fili di seta, lana, oro e argento scene a tema bucolico su cartoni preparatori di Giulio Romano, con il probabile intervento di Raffaello almeno per uno di essi.  Alberi, erbe e fiori intessuti nel Cinquecento sono così veritieri, che non si fa fatica a riconoscere ad una ad una le specie delle flora spontanea e dei giardini dell’epoca, pressoché a grandezza naturale. Utilizzati dai Gonzaga come arredo da viaggio, gli arazzi arrotolati seguivano i loro proprietari negli spostamenti e, srotolati, con la loro presenza familiare rallegravano le stanze dove i signori soggiornavano, facendoli sentire a casa ovunque si trovassero. Poi il ciclo venne smembrato. Nel 1630 circa due arazzi vennero venduti in Svizzera, altrettanti alla collezione Donà delle Rose di Venezia e due al Prado di Madrid. Proprio questi ultimi nel 1935 furono messi all’asta per finanziare la guerra di Spagna e aggiudicati al conte Gaetano Marzotto, che riuscì con un’avventura caparbia a riunire l’intero ciclo, poi donato al figlio Giannino nel 1956. Adesso i sei arazzi sono a Villa Trissino Marzotto, protetti dalla luce e visibili solo durante le cene di rappresentanza che il conte Marzotto dà in questi locali.
dettaglio-della-peschiera-con-le-statue-del-marinaliil-portale-con-il-cancello-del-muttoni-a-villa-trissino-marzottoil-gioco-di-statue-e-scalinate-oltre-la-peschiera-di-villa-trissino-marzottoceppaia-scultura-pinus-wallichiana-a-villa-trissino-marzottostatue-del-marinali-attorno-alla-peschieraCiò che mi piace di questa storia è la somma di simboli che racchiude: bisognerebbe insegnarla a scuola spendendo qualche ora nella formazione multidisciplinare. Dentro sei arazzi c’è quasi tutto: dalla botanica alla storia d’Italia, dalle abilità artigiane nell’Europa del Cinquecento all’incolta rozzezza delle guerre che sacrificano l’arte ai cannoni, dall’arte ai giardini alle architetture al bisogno di bellezza che accompagna da sempre l’uomo.

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Ci ho preso gusto, mi sembra un esercizio per non perdere i contatti con i luoghi che amo sino a quando me ne starò qui a casa, cioè ancora non più di qualche giorno, ovvero sino a quando si sarà compiuto l’ultimo rientro di massa dalle vacanze. Tutti i pomeriggi, come adesso, mi chiedo: dove vorrei essere stasera? Sarà che sono sensibilissima al fascino dei giardini all’ora del tramonto, a quelle luci leggere e calde che disegnano i contorni di siepi, petali, acciottolati, statue e balaustre. Sta di fatto che oggi, per esempio, vorrei ritrovarmi sul fare della sera in uno dei giardini veneti con tutte quelle statue del Marinali, che so, villa Trissino Marzotto oppure villa Trento da Schio a Costozza di Longare. Credo ne sarebbe felice il proprietario di quest’ultima e mi offrirebbe volentieri un bicchiere del vino che produce e conserva nella cantina in grotta. A proposito di statue del Marinali. Oltre a quelle in Veneto (un’enormità: Orazio Marinali doveva avere una bottega che pullulava di collaboratori) ce ne sono alcune a Villa Peyron al Bosco di Fontelucente. Che cosa ci fanno a Fiesole? Hanno rimpiazzato altre statue andate distrutte durante l’ultima guerra. Certo è che quando nel cortile di Villa Peyron mi sono voltata e ho notato una signora che mi guardava fissa dall’alto ho pensato: “Ohibò, sembra sorella di quelle che vedo nei giardini veneti!” ma zitta zitta, per precauzione prima di fare la solita figura dell’incompetente che vuol dire la sua, ho evitato di farne parola. Salvo sentire raccontare un momento dopo dal mio accompagnatore che quella statua proveniva dalla Riviera del Brenta ed era opera del Marinali. Non vi dico come mi sono sentita acuta e addentro alla materia. Non ve lo dico ora, forse però la prossima volta. Tanto perché sia aggancio per parlare di questo curioso giardino fiesolano.

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