
Ci sono meravigliosi giardini antichi privati e visitabili di cui si parla poco o niente. Non solo Valsanzibio, che io ritengo uno dei tre giardini storici italiani più belli, se non il più bello in assoluto. A Trissino sulle colline vicentine, a mezz’ora di strada dai Colli Euganei orientali dove si trova appunto il giardino Barbarigo-Pizzoni Ardemani detto Valsanzibio per brevità, c’è Villa Trissino Marzotto. Non so perché l’altra notte ho sognato il signor Vicariotto, l’anziano amico del proprietario Giannino Marzotto che sovrintendeva alla gestione e che mi ha fatto visitare la prima volta giardino e villa. Il fedele e appassionatissimo Sergio Vicariotto non c’è più, altri ora hanno in affido la villa. La mattina dopo il sogno ho consultato una brochure con l’idea di tornare, per la quarta o quinta volta, a farci un giro durante il periodo delle feste, e invece ho scoperto che questo giardino resta chiuso dal 20 dicembre al 6 gennaio. Non ho mai visto Villa Trissino Marzotto in inverno e mi piacerebbe farlo prima che torni la primavera. Mi intrigano i suoi grandi alberi, alcuni di duecento anni, altri ritenuti vecchi di quattrocento anni secondo certe targhette dislocate ad arte su una paulownia, un cedro dell’Atlante e una sofora, ma non credo sia stato eseguito un rilievo serio perché si possa affermare a ragion veduta tanta vetustà. Basta per esempio consultare l’Hillier per sapere che la cinese Paulownia tomentosa è stata introdotta in Occidente, via Giappone, nel 1834, dunque di anni al massimo l’esemplare di villa Trissino ne ha centosettanta. 

C’è anche quanto resta di un enorme esemplare di Pinus wallichiana a più tronchi abbattuto da un fulmine e ora facente funzione di scultura. Mi intriga l’idea di vedere dall’alto la grande peschiera ottagonale dopo una nevicata, tutto bianco ovunque, in orizzontale e in verticale, compresa la straordinaria danza di statue di Orazio Marinali (1643-1720) che emergono ton sur ton con il candore della pietra morta di Vicenza di cui sono fatte. Mi intriga la Villa Inferiore lasciata all’edera, che vien fuori dal tutto bianco con il suo intonaco rosa scolorito. Una volta, perdendomi a guardare questa costruzione dal fondo del prato in cui si trova la peschiera, mi sono detta che nell’Ottocento sarei stata una fanatica ruinista. Non so perché una simile debolezza: una componente è di certo il kitch delle finte rovine, un’altra la citazione del Medioevo e del Gotico fatta dalle architetture e dai giardini nella stagione di fermenti post Rivoluzione Francese, la stagione dell’avvento del nuovo con la borghesia e l’industrialesimo. Come tante contraddizioni, anche questa delle rovine mi solletica; ritengo che la grande villa settecentesca di Trissino andata due volte a fuoco, e perciò chiamata Villa Bruciata, e a quel punto con fatalismo lasciata all’edera, sia uno degli esempi più grandiosi di ruinismo insieme ad alcuni castelli che ho visto in Irlanda; in confronto i finti ruderi di Kew Gardens e di Worlitz hanno un’energia assai minore.

Però la cosa più straordinaria di Villa Trissino a mio parere non è il giardino, per quanto articolato e pullulante di pezzi d’arte e artigianato, alberi e costruzioni di pregio, bensì qualcosa che ha solo parzialmente interesse giardinieristico. E’ un ciclo di arazzi che si intitola “Les enfants jardiniers”, ospitato in una sala appositamente progettata dall’architetto Tomaso Buzzi e allestita nella Villa superiore. Si tratta di sei arazzi enormi, commissionati a metà Cinquecento dai Gonzaga alle manifatture di Bruxelles, che impiegarono otto anni a tessere con fili di seta, lana, oro e argento scene a tema bucolico su cartoni preparatori di Giulio Romano, con il probabile intervento di Raffaello almeno per uno di essi. Alberi, erbe e fiori intessuti nel Cinquecento sono così veritieri, che non si fa fatica a riconoscere ad una ad una le specie delle flora spontanea e dei giardini dell’epoca, pressoché a grandezza naturale. Utilizzati dai Gonzaga come arredo da viaggio, gli arazzi arrotolati seguivano i loro proprietari negli spostamenti e, srotolati, con la loro presenza familiare rallegravano le stanze dove i signori soggiornavano, facendoli sentire a casa ovunque si trovassero. Poi il ciclo venne smembrato. Nel 1630 circa due arazzi vennero venduti in Svizzera, altrettanti alla collezione Donà delle Rose di Venezia e due al Prado di Madrid. Proprio questi ultimi nel 1935 furono messi all’asta per finanziare la guerra di Spagna e aggiudicati al conte Gaetano Marzotto, che riuscì con un’avventura caparbia a riunire l’intero ciclo, poi donato al figlio Giannino nel 1956. Adesso i sei arazzi sono a Villa Trissino Marzotto, protetti dalla luce e visibili solo durante le cene di rappresentanza che il conte Marzotto dà in questi locali.




Ciò che mi piace di questa storia è la somma di simboli che racchiude: bisognerebbe insegnarla a scuola spendendo qualche ora nella formazione multidisciplinare. Dentro sei arazzi c’è quasi tutto: dalla botanica alla storia d’Italia, dalle abilità artigiane nell’Europa del Cinquecento all’incolta rozzezza delle guerre che sacrificano l’arte ai cannoni, dall’arte ai giardini alle architetture al bisogno di bellezza che accompagna da sempre l’uomo.
Posts contrassegnato dai tag ‘Paulownia tomentosa’
Villa Trissino Marzotto a Trissino
Postato in Giardini e Cultura, Giardini storici e Istituzioni botaniche, Persone, Piante e Fiori, tagged arazzi, cedro dell’Atlante, Gaetano Marzotto, Giannino Marzotto, giardino Barbarigo Pizzoni Ardemani, Giulio Romano, Gonzaga, Kew Gardens, Orazio Marinali, Paulownia tomentosa, pietra morta di Vicenza, Pinus wallichiana, ruinismo, sofora, Tomaso Buzzi, Valsanzibio, villa Trissino Marzotto, Worlitz il giorno mercoledì 19 dicembre 2007 | 1 Commento »
In libreria da fine agosto 2012
Se non avete mai fatto il compostaggio, se lo avete fatto e non vi è venuto come speravate, se non avete mai sentito nominare il bokashi, se ci sono cose che per un giardiniere basta avere un po’ di coscienza per risolverle (senza neppure bisogno di sbandierare filosofie sostenibili), se nel portafoglio avete ancora qualche spicciolo spendibile in un libro utile, questo vi potrebbe servire. In libreria a euro 7,90 come nono titolo della collana Passione Verde Vallardi: “Il compostaggio in giardino. Produrre benefico humus e risolvere più di un problema”.Categorie
- Alluce verde
- Ambiente e Paesaggio
- Attualità del verde
- Cartoline
- Civiltà della zucca
- Diario da Kew
- Eventi e appuntamenti
- Giardini e Cultura
- Giardini storici e Istituzioni botaniche
- Green Gossip
- Invito alla visita
- Libri Oggetti Prodotti
- Occhio fotografico
- Pensieri verdi
- Persone
- Piante e Fiori
- Pillole del maestro giardiniere
- Specie e varietà
- Tecniche orticole
- Una foto una storia
- Verde e Società
- Zucche Fan Club
Parole chiave
alberi Bellezza biodiversità Boboli Carlo Pagani Cittanova Floreale Courson Dino Pellizzaro Emilio Tremolada Epicuro festa della donna Flor 09 florovivaismo Franciacorta in fiore Frutti Antichi a Paderna Gardenia Gilles Clément giornalismo Giuseppe Barbera Grandi Giardini Italiani Ippolito Pizzetti Kew Gardens Libereso Guglielmi maestro giardiniere Maury Dattilo mele Milis Sardegna Miro Mati Mostra di Masino mostre di giardinaggio Murabilia paesaggio primavera in giardino a Milis Reggia di Venaria Reale Rita Ammassari sassifraghe Valsanzibio Villa Nazionale Pisani Villa Pisani Villa Reale di Marlia villa Trissino Marzotto Vitaliano Biondi Vita Sackville West vivai di frutti antichi zucchePost più letti
- 15 erbacee perenni a crescita lampo
- Piante da frutto in giardino, istruzioni per l’uso
- L’orto di maggio apprezza le erbacce
- Donne e fiori
- Carlo Pagani
- È primavera, gli uccellini fanno il nido
- Una foto una storia (dal 6 aprile 2011)
- Girasoli d’oro come il sole
- Sequoie, fusti d'epoca
- Il ritorno delle zucche (in forma di semi)
Io visito questi Blog
Commenti recenti
A Flowers & Food… su Donne e fiori antonella fornai su Donne e fiori betticalani su Donne e fiori Meldiket su Sequoie, fusti d’ep… lorenza mori/ vitami… su Che sorpresa la vita Ad oggi il Blog conta
- 706,156 visite
-

Testi ed immagini in questo sito sono pubblicati sotto una Licenza Creative Commons Nota a margine
Un giorno dello scorso febbraio un amico mi manda una mail, con il tono preoccupato di chi vuole proteggermi: “Ricorda che non sempre è giusto agitare come bandiera il proprio desiderio di democrazia dal basso e sbattersi per realizzare le proprie utopie. Fai attenzione: tu con i tuoi credo eticamente corretti puoi ritrovarti senza saperlo a realizzare i businness di altri più concreti di te. Vai a vedere questi siti.” E mi manda un elenco di indirizzi, dai quali deduco che in rete il mio nome circola soprattutto insieme alle cose del mio blog, e spesso a sproposito. Per dire: c’è chi si è impossessato a gennaio dell’elenco delle mostre di giardinaggio che ho preparato, ma non si è accorto che è in continuo perfezionamento, dunque la versione che usa è superatissima. La figura ce la faccio io perché hanno scritto che è roba mia (però non mi hanno linkata). Oppure c’è chi ruba il “chi sono” del mio blog (non una biografia né un curriculum, solo una nota a uso e consumo del mondo a parte del blog) per la biografia in appoggio ad un libro che ho scritto e di cui non c’è motivo che io vada fiera: poco più che la compilazione di un repertorio di piante ben documentato, insomma onesta pagnotta. C’è anche di peggio: un editore piccino così nel 2007 annuncia un libro sulle collezioni botaniche in Italia e io risulto la principale fornitrice di foto. Mai successo: avevamo parlato di questo progetto, ma proprio durante chiacchiere informali io lo avevo smontato sul nascere perchè la tesi che in Italia esistono “persone che si sono dedicate a questa passione e coltivano nel proprio giardino o vivaio, come in un museo privato, un’unica specie nel maggior numero possibile di varietà” è impensabile, essendo merce rarissima in Italia l’amour fou botanico dell’Inghilterra ottocentesca. C’è anche chi ha preso di peso un intero post del mio blog e, per farlo stare di misura nel proprio sito, lo ha tagliuzzato facendogli perdere il senso e la sintassi. Comunque. Nonostante qualche danno che mi può derivare dalle furbizie o dalle poco assennate asserzioni altrui, io, che credo nelle utopie con tutto il buonsenso di cui sono capace, continuo a pensare che internet è fatto per la condivisione. Il signore che in questo momento sta prelevando una foto o una notizia a casa mia, però, è pregato di farlo con rispetto del lavoro altrui, in memoria di quello che in un mondo diverso si chiamava diritto d’autore.

