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Posts contrassegnato dai tag ‘Potager du roi di Versailles’

Telefona un amico di ritorno dal Salone del gusto di Torino e racconta mirabilia. E dice di aver assaggiato di tutto e acquistato di tutto. “Anche cose di casa nostra di cui non sospetteresti l’esistenza- dice rincarando l’entusiasmo – vedi per esempio la roveja”. Certo, la conosco: è un pisello  (ed infatti di nome botanico fa Pisum sativum ssp arvense) ed è tipico delle Marche e dell’Umbria. Invece di raccontarvelo io, che in fondo l’ho acquistato e cucinato non più di due o tre volte, vi mando a leggere per esempio qui.

A proposito di Salone del Gusto leggo su Repubblica, a firma Cavallito & Lamacchia, della pesca tardiva di Leonforte, in Sicilia. I due si catapultano a cercarla e invece dopo qualche peripezia ricevono una cattiva notizia. “Le pesche non sono più un presidio e i produttori hanno litigato tra loro, mandando tutto in vacca”. Interessante spaccato dell’Italia in cui viviamo: da una parte si recupera, dall’altra ci si lancia i coltelli, ferendo la nostra gola prima solleticata e, soprattutto, pugnalando alle spalle quelli che lavorano ai recuperi sul territorio. Allora sono solo mode e business?

Ad Alessandria un’operazione definita “Green Ecology” nel verde pubblico è stata subito ribattezzata dalla popolazione “battaglia delle rose”. Pare che il comune piemontese abbia aumentato tutte le tariffe di propria competenza, comprese le mense scolastiche e la raccolta dei rifiuti, ma per abbellire la città abbia speso non una cifretta, ordinando 250 alberi e 100.000 rose in Moldavia. Mah, dovrei sincerarmi su come stanno effettivamente le cose. Di certo però qualche produttore di rose l’abbiamo pure in Italia, e magari più competente sulle condizioni pedoclimatiche alessandrine e invece di centomila in una volta poteva fornirne mille per anno per dieci anni o duemila per cinque anni, così si evitavano i rincari per la popolazione e si dava una mano alla nostra economia in difficoltà. Pare anche che in questi giorni i cittadini stiano firmando un documento che dice “Io rinuncio alla mia rosa”. Che peccato metterla giù in questo modo, ma li capisco.

Scrive Lidia Zitara nella sua “biblioteca recensita” sul suo blog giadinaggioirregolare: “ Il “Besler” non è un libro da leggere a letto: pesa venti chili ed è grande quanto il Corriere della Sera. Le illustrazioni sono grossolane, per nulla iper-realistiche. Tuttavia è decisamente un’opera che è bello possedere, anche perché contiene molte informazioni utili.” Forse per questo, oltre che per la gioia degli occhi, l’altro giorno dico all’amico libraio: “Vorrei comperarmi L’erbario delle quattro stagioni di Basilius Besler, ma trovo indecente spendere 59 euro” (tanto costa la nuova edizione Electa). E il libraio mi fa l’occhiolino, non perché io sia una sex bomb, ma per dirmi “Vieni qui che te lo risolvo io il problema”. E tira fuori un’edizione Taschen, uguale uguale, meno l’introduzione ovviamente. “Toh, porta a casa. Invece di 59 costa 30 e per te fa 20”. Felice di questo affare, ho subito investito in libri. Uno per la verità non dall’amico-complice, ma dalla libreria antiquaria Bergoglio di Torino, una nuova scoperta. La trovate qui.

Telefonata del solito ben informato che vuole dimostrartelo, a te che fai la giornalista e magari non lo sai. “Oh, guarda che nei giardini della Reggia di Venaria Reale stanno facendo l’orto, ma non un orto qualsiasi, dieci ettari di orto e frutteto; sarà aperto al pubblico in aprile, avrà i peperoni dei Savoia e sarà la risposta italiana al Potager du Roi di Versailles”. A parte che mi hanno sfiancata con ‘sta storia dell’orto in tutte le salse, a parte che da Venaria mi hanno mandato un invito (all’ultimo minuto, e io avevo un altro impegno) per una conferenza stampa e non hanno neppure comunicato per quale motivo avrei dovuto alzare le chiappe e farmi 70 chilometri (ma un collega mi ha passato l’informazione), io ho cominciato a tremare. Ci buttano dentro altri soldi (erano 25 milioni di euro, in 5 anni ne hanno già spesi altri per tamponare gli errori e i danni), nessuno controlla la qualità delle opere e del materiale vegetale (meno qualche straniero, compreso un giornalista inglese che mi ha telefonato esterrefatto), sognano la competizione con Versailles ma dovrebbero avere un Antoine Jacobshon e non ce l’hanno e uno stuolo di giardinieri veri invece di operai forestali buttati lì perché hanno chiuso i vivai forestali della regione. Già, Tremonti ha detto che la cultura non si mangia. Invece i peperoni dei Savoia sì. Io in questo caso sto con Marchionne: “È difficilissimo capire dove sta andando il nostro Paese”.

Il backoffice del mio blog a volte racconta storie singolari. Per esempio negli ultimi quattro o cinque giorni sono cresciute in modo assolutamente abnorme le visite ai post sulle zucche (tra l’altro dovrei dire di quelle appena raccolte, ma c’è tanto tempo in inverno). E quando guardo da dove arrivano i gentili visitatori, scopro che sono qui in zona. “Per forza – dice malizioso mio marito – qui in paese stanno tentando di rifare senza di te che sei ingombrante la mostra che gli hai messo in piedi lo scorso anno, ma non se ne intendono, non hanno il nome delle zucche”.  Abbiamo riso di questa piemontesità filtrata da internet, e intanto la mia vicina si è premurata di farmi leggere la notizia della manifestazione sul giornale. Non una virgola diversa dall’anno scorso (siamo nel Piemonte bugia nen, ovvero “non muoverti”, regola aurea di una realtà marginale e diffidente), salvo che la zucca ‘Queensland Blue’ non è affatto grossa, sono riusciti a sbagliare l’aggettivo. Sui contenuti, transeat. Povere zucche.

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- Giuseppe Barbera, Abbracciare gli alberi. Mille buone ragioni per piantarli e difenderli, Mondadori 2009, pag 208, 17 euro. Sta sul mio comodino in attesa che io finisca di leggere altri libri. Stasera mi è venuto in mente perché dovrei regalarlo al mio amico Miro Mati, che ha appena compiuto gli anni e con gli alberi ha un rapporto speciale, perché li produce a Pistoia, ma soprattutto perché li capisce. Comincio a regalarglielo così, dal web. A chi mi legge regalo l’informazione che questo libro esiste e bisognerebbe averlo in libreria, fratello più nuovo del bellissimo “Tuttifrutti” dello stesso autore.

- Si scoprono sempre le cose troppo tardi, a questo appuntamento non arrivo più in tempo. Al Potager du roi di Versailles domenica 10 ottobre termina una mostra che mi spiace aver perso: “Du fayot au mangetout. Histoire du haricot sans perdre le fil”. La storia del fagiolo, insomma, con parecchio materiale, al punto che la mostra è stata divisa tra la reggia e un castello non lontano, Domaine de la Grange – La Prévôté a Savigny le Temple. Però ho scoperto che ne hanno anche fatto un libro, pubblicato da Editions du rouergue, costo 26 euro. Me lo procurerò e riferirò.

- Arriverò invece in tempo, così spero, alla presentazione di un altro libro: “Dolci e fiori per ogni stagione dell’anno” di Joëlle Néderlants e Angela Odone, pubblicato qualche mese fa da Bibliotheca Culinaria (64 pagine, 13,90 euro). Avverrà alle ore 16 di domani 9 ottobre a Susegana (Tv), nel castello di San Salvatore, dove questo fine settimana si svolge la prima edizione di Flor Art. Trovate informazioni a questo indirizzo: www.flor-art.it

- Conscia del fatto che senza tempo da dedicare al giardinaggio e con la schiena rotta non si possono fare serie piantagioni di bulbi, sono tuttavia caduta nella mia unica forma di consumismo, con la giustificazione che devo reintegrare i bulbi primaverili che già ho. Per quanto generosi, dopo tre lustri o giù di lì alcuni si sono persi, per esempio Iris reticulata, i minuscoli bulbi di fine inverno che si accompagnano ai crochi (io con i candidi ‘Jeanne d’Arc’, che adoro). Oppure, come nel caso dei giacinti, si sono moltiplicati in una direzione, lasciando sguarnita una parte dell’aiuola. Ho fatto acquisti rigorosamente in bianco e blu, i miei colori preferiti. Adesso andrò a vedere che cosa dicono Margherita Lombardi e Cristina Serra-Zanetti nel libro “Le bulbose”, edito quest’anno nei manuali Salani (13 euro). Unico difetto di un libro sostanzioso e perfetto da consultare al lavoro: non c’è una foto neanche a chiederglielo in ginocchio. Per esempio per sapere che aspetto abbia Pamianthe peruviana, un nome che mi era sconosciuto, ho dovuto chiederlo a internet, che offre qualche immagine, per esempio in questo sito.

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