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La foto della testata del blog dal 6 novembre 2009
Autunno a Valsanzibio
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Ci sono immagini che a mio parere non danno possibilità di fare chiacchiere. Questa è una delle testate silenziose del mio blog. L’autunno cede il passo lentamente all’inverno, i cieli diventano inconsistenti, i muschi rivestono le opere dell’uomo. E Valsanzio si fa muto. Come da trecento anni. Il giardino di Villa Barbarigo Pizzoni Ardemani è uno dei luoghi – mentali ancor prima che reali – in cui mi rifugio. Vorrei essere là ora, come tre anni fa,Valsanzibio-autunno mentre le piante hanno un ultimo sussulto, i cieli scolorano, statue e fontane diventano d’un grigio triste come la stagione. E tuttavia rincuora la certezza che il giardino rinascerà a primavera, come la natura. Solo noi saremo un po’ più vecchi.Valsanzibio a questo indirizzo.

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La foto della testata del blog dal 17 gennaio 2009
La dimensione ludica in giardino

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Ragionavo tra me e me sulle malinconie dell’inverno quando, come ora, da oltre un mese non si vedono la terra, i sentieri, le piante di taglia ridotta. E per differenza ho pensato alla dimensione ludica del giardino, come la intendiamo oggi e come era intesa nel passato. Bomarzo con i suoi mostri, i giardini cinquecenteschi romani con le loro macchine idrauliche, e così Versailles, il vulcano di Worlitz, il labirinto di Villa Pisani. E poi il giardino Barbarigo Pizzoni Ardemani: il mio pensiero conduce spesso a Valsanzibio, per me un po’ la summa di che cos’è un giardino. L’opera di restauro che Fabio Pizzoni Ardemani ha perseguito con tanta passione è servita anche a riportare in funzione i giochi d’acqua con cui scherzavano i signori d’antan, ingenuo divertimento  pur nel contesto rigoroso e ascetico di questo giardino. Lo scherzo d’acqua della foto investe la breve scalinata che conduce al piazzale della fontana dell’Estasi antistante la villa, altri sono dislocati lungo il Gran Viale. valsanzibio-giochi-dacquaAttendono  visitatori ancora capaci di comprendere che anche attraverso la dimensione ludica si realizzava il cammino salvifico con cui i Barbarigo ringraziarono di essere scampati alla peste del 1630.

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la-villa-inferiore-o-villa-bruciata-a-villa-trissino-marzottostatue-del-marinali-a-lato-della-villa-briuciataCi sono meravigliosi giardini antichi privati e visitabili di cui si parla poco o niente. Non solo Valsanzibio, che io ritengo uno dei tre giardini storici italiani più belli, se non il più bello in assoluto. A Trissino sulle colline vicentine, a mezz’ora di strada dai Colli Euganei orientali dove si trova appunto il giardino Barbarigo-Pizzoni Ardemani detto Valsanzibio per brevità, c’è Villa Trissino Marzotto. Non so perché l’altra notte ho sognato il signor Vicariotto, l’anziano amico del proprietario Giannino Marzotto che sovrintendeva alla gestione e che mi ha fatto visitare la prima volta giardino e villa. Il fedele e appassionatissimo Sergio Vicariotto non c’è più, altri ora hanno in affido la villa. La mattina dopo il sogno ho consultato una brochure con l’idea di tornare, per la quarta o quinta volta, a farci un giro durante il periodo delle feste, e invece ho scoperto che questo giardino resta chiuso dal 20 dicembre al 6 gennaio. Non ho mai visto Villa Trissino Marzotto in inverno e mi piacerebbe farlo prima che torni la primavera. Mi intrigano i suoi grandi alberi, alcuni di duecento anni, altri ritenuti vecchi di quattrocento anni secondo certe targhette dislocate ad arte su una paulownia, un cedro dell’Atlante e una sofora, ma non credo sia stato eseguito un rilievo serio perché si possa affermare a ragion veduta tanta vetustà. Basta per esempio consultare l’Hillier per sapere che la cinese Paulownia tomentosa è stata introdotta in Occidente, via Giappone, nel 1834, dunque di anni al massimo l’esemplare di villa Trissino ne ha centosettanta. villa-trissino-marzotto-la-villa-superioreportale-di-ingresso-al-viale-dei-limonifortunia-serrulata-dietro-alla-villa-bruciata-di-villa-trissino-marzottoC’è anche quanto resta di un enorme esemplare di Pinus wallichiana a più tronchi abbattuto da un fulmine e ora facente funzione di scultura. Mi intriga l’idea di vedere dall’alto la grande peschiera ottagonale dopo una nevicata, tutto bianco ovunque, in orizzontale e in verticale, compresa la straordinaria danza di statue di Orazio Marinali (1643-1720) che emergono ton sur ton con il candore della pietra morta di Vicenza di cui sono fatte. Mi intriga la Villa Inferiore lasciata all’edera, che vien fuori dal tutto bianco con il suo intonaco rosa scolorito. Una volta, perdendomi a guardare questa costruzione dal fondo del prato in cui si trova la peschiera, mi sono detta che nell’Ottocento sarei stata una fanatica ruinista. Non so perché una simile debolezza: una componente è di certo il kitch delle finte rovine, un’altra la citazione del Medioevo e del Gotico fatta dalle architetture e dai giardini nella stagione di fermenti post Rivoluzione Francese, la stagione dell’avvento del nuovo con la borghesia e l’industrialesimo. Come tante contraddizioni, anche questa delle rovine mi solletica; ritengo che la grande villa settecentesca di Trissino andata due volte a fuoco, e perciò chiamata Villa Bruciata, e a quel punto con fatalismo lasciata all’edera, sia uno degli esempi più grandiosi di ruinismo insieme ad alcuni castelli che ho visto in Irlanda; in confronto i finti ruderi di Kew Gardens e di Worlitz hanno un’energia assai minore.
peschiera-antistante-la-villa-bruciata-di-villa-trissino-marzottoantiche-sophora-nel-parco-di-villa-trissino-marzottoPerò la cosa più straordinaria di Villa Trissino a mio parere non è il giardino, per quanto articolato e pullulante di pezzi d’arte e artigianato, alberi e costruzioni di pregio, bensì qualcosa che ha solo parzialmente interesse giardinieristico. E’ un ciclo di arazzi che si intitola “Les enfants jardiniers”, ospitato in una sala appositamente progettata dall’architetto Tomaso Buzzi e allestita nella Villa superiore. Si tratta di sei arazzi enormi, commissionati a metà Cinquecento dai Gonzaga alle manifatture di Bruxelles, che impiegarono otto anni a tessere con fili di seta, lana, oro e argento scene a tema bucolico su cartoni preparatori di Giulio Romano, con il probabile intervento di Raffaello almeno per uno di essi.  Alberi, erbe e fiori intessuti nel Cinquecento sono così veritieri, che non si fa fatica a riconoscere ad una ad una le specie delle flora spontanea e dei giardini dell’epoca, pressoché a grandezza naturale. Utilizzati dai Gonzaga come arredo da viaggio, gli arazzi arrotolati seguivano i loro proprietari negli spostamenti e, srotolati, con la loro presenza familiare rallegravano le stanze dove i signori soggiornavano, facendoli sentire a casa ovunque si trovassero. Poi il ciclo venne smembrato. Nel 1630 circa due arazzi vennero venduti in Svizzera, altrettanti alla collezione Donà delle Rose di Venezia e due al Prado di Madrid. Proprio questi ultimi nel 1935 furono messi all’asta per finanziare la guerra di Spagna e aggiudicati al conte Gaetano Marzotto, che riuscì con un’avventura caparbia a riunire l’intero ciclo, poi donato al figlio Giannino nel 1956. Adesso i sei arazzi sono a Villa Trissino Marzotto, protetti dalla luce e visibili solo durante le cene di rappresentanza che il conte Marzotto dà in questi locali.
dettaglio-della-peschiera-con-le-statue-del-marinaliil-portale-con-il-cancello-del-muttoni-a-villa-trissino-marzottoil-gioco-di-statue-e-scalinate-oltre-la-peschiera-di-villa-trissino-marzottoceppaia-scultura-pinus-wallichiana-a-villa-trissino-marzottostatue-del-marinali-attorno-alla-peschieraCiò che mi piace di questa storia è la somma di simboli che racchiude: bisognerebbe insegnarla a scuola spendendo qualche ora nella formazione multidisciplinare. Dentro sei arazzi c’è quasi tutto: dalla botanica alla storia d’Italia, dalle abilità artigiane nell’Europa del Cinquecento all’incolta rozzezza delle guerre che sacrificano l’arte ai cannoni, dall’arte ai giardini alle architetture al bisogno di bellezza che accompagna da sempre l’uomo.

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libro-valsanzibio-di-loris-fontanaDocumentandomi per scrivere di Valsanzibio, ho riletto una nota interessante a pagina 155 del libro di Loris Fontana (“Valsanzibio”, Bertoncello Artigrafiche, Cittadella 1990. Temo però sia esaurito).  Scrive l’ex sovrintendente di Venezia: “Vi era un mercato molto vivace di limoni che venivano venduti in tutta l’Europa del centro nord, e persino a Mosca. I Pisani di Stra con il ricavato della vendita dei limoni pagavano le spese per l’ordinaria manutenzione della villa e del giardino.”  Certo che gli scenari rispetto ai primi decenni del Settecento sono non poco cambiati. Restano i limoni per bellezza e non da reddito: a Marlia i vasi sono ancora duecento, a Villa Pisani sono meno numerosi ma più grandi e più vecchi. A Valsanzibio non credo di averne visti più, c’erano sul Gran Viale, e non mi mancano.

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Avevo pensato di parlarvi di Valsanzibio dal mio punto di vista, dei suoi spazi, dei suoi umori, delle sue geometrie, delle sue informalità che rompono le geometrie, del suo illuminato proprietario, poi però mi sono fatta bloccare da un pensiero: Valsanzibio mi fa sentire piccola, ma partecipe della Grandezza e di quella parte di umanità che ha un certo modo di intendere la vita, le piante, l’architettura, la geometria, la bellezza, l’acqua, l’umanità stessa. E se un giardino mi dà modo di fare questi pensieri, io lo adoro ancora di più e riesco a parlarne ancora di meno.

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Devo scrivere un servizio su uno dei giardini storici che amo di più: il giardino Barbarigo Pizzoni Ardemani a Valsanzibio, sulle colline di Abano Terme, provincia di Padova. E, nonostante sia urgente che mi metta all’opera, sono qui a chiacchierarmi addosso. Scoprendo che i luoghi che appartengono alla mappa dei miei luoghi interiori più intimi mi mettono in imbarazzo: parlarne pubblicamente mi sembra di svilirli. Per dimostrare che non sto qui a cercare alibi invece di lavorare, adesso comincio. Ora, subito. E quando avrò scritto 4.900 battute per lavoro, forse riuscirò a scriverne una manciata in più solo per dire quanto amo questo luogo.

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