Ieri mattina, una mattina immusonita dal maltempo, da un’influenza fuori stagione, da contrattempi professionali da sistemare e amenità simili, per un attimo ho avuto la mente attraversata da un pensiero triste: ho impiegato tre decenni della mia vita a rendere semplice e appetibile il linguaggio della botanica e dell’orticoltura, a dare alla divulgazione uno stile popolare nel senso dell’affrontabile senza sospetti dalla gente comune, ma non come i media che hanno in spregio la gente e ricercano solo il consenso e il successo di cassetta. E se adessso faccio il bilancio, devo credere che, mentre io porto avanti le mie utopie per dimostrare che non lo sono, altri fanno carriera con molto meno impegno e molta più faccia tosta. Per uno di quei casi che sembrano inventati per fare colpo, di lì a qualche minuto mi è arrivata una mail: “La ringrazio anche perchè scrive di piante e di giardini in modo vivace, semplice, concreto e non astrattamente come talvolta fanno gli architetti che si occupano di giardini o di architettura del paesaggio che parlano e scrivono in modo intellettuale ed astratto e perciò noioso, dimenticando che i giardini sono entità vive e concrete!”. Se cercate tra i commenti del blog, trovate anche il nome di chi l’ha scritta, non casualmente un architetto che forse, come me, mille volte si è chiesto perché lavorare tanto e correttamente se poi tutto viene macinato e servito nella sbobba di regime.

Oggi pomeriggio Masino era in forma, gente e sole discreto e verso sera, proprio attorno all’ora di chiusura, le luci sulle foglie e sui fiori erano meravigliose. Peccato; quindici anni fa dicevo a Silvina Donvito, cerbero e insieme anima gentile della manifestazione, che tanto ci manca: questa mostra sarà perfetta quando la sera, fatta uscire la gente, gli espositori che hanno lavorato tutto il giorno a raccontare piante avranno il diritto ad un concertino come sottofondo e a due dita di vino bianco fresco. Ci ho ripensato stasera voltandomi a guardare una scena che non è più quella austera di allora: ognuno con il suo gazebo made in China, chi bianco e chi no, chi alto e chi basso e il prato intonso al centro solo un ricordo, invaso da tre megatendoni da circo del verde. Todo cambia, cambia también lo profundo cambia el modo de pensar cambia todo en este mundo. Ecco, forse adesso ci metterei questa canzone, invece di un quartetto di archi di Mozart (a me andrebbe bene anche il Salve Regina di Pergolesi, ecco domani me lo porto nell’ipod).
Immaginate un signore ragusano timido, che parla un po’ tra i denti come se si vergognasse di avere la voce. Quello è Giovanni Allibrio dei Vivai del Valentino. E immaginate, mentre si cammina tutti verso l’uscita, di sentigli raccontare questa storia come risposta a me che gli chiedevo come era andata alla mostra di Colorno. “Ah, dapperttutto la gente ha i soldi ma non c’ha più la testa. A Colorno una signora si è avvicinata ad un espositore di rose che aveva cartellinato tutto bene bene, dividendo le sue rose per gruppi. E chista legge: ‘Rose cinesi’ e dice: “Anche le rose, adesso ci fanno. Io non le comprerò mai!”. Giovanni si ferma un attimo, gli viene da ridere, ed è un evento: “Un po’ di vento ci stava, cadde un petalo, e quella: “Ecco, proprio come i giocattoli fatti in Cina che si rompono subito. Neanche i petali sanno tenere!”.
Se domattina, ultimo giorno di apertura, arrivate sin all’ingresso di Euroflora e avete un sussulto di coscienza, sappiate che c’è una navetta gratuita che collega La Fiera di Genova con il parco Negrotto Cambiaso di Arenzano, dove è in svolgimento Florarte, un connubio sano e onesto tra fiori e arte, con una mostra mercato e tante attività. Saltate al volo sulla navetta e andate verso migliore destino. Informazioni sul sito www.florartearenzano.it
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