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Posts contrassegnato dai tag ‘vivaio Millefoglie’

Riprendiamoci le piante (e un po’ di quiete a costo nullo). Il fine settimana prima di questo Filippo e Rossana del vivaio Millefoglie hanno fatto porte aperte in un’atmosfera colloquiale e informale che fa bene al giardinaggio. E così di tanto in tanto, condividendo con loro e i loro visitatori qualche ora del pomeriggio del sabato e della domenica,  mi veniva il pensiero dell’evoluzione delle mostre di giardinaggio, un modello di promozione del settore che sembra anche più vecchio dei suoi vent’anni. Benedetti italiani individualisti: vuoi vedere che ognuno farà per sé, al massimo invitando due o tre colleghi per condividere situazione e clienti? Al vivaio Millefoglie c’erano Maurizio Feletig con le sue rose, un giovane apicoltore con i prodotti delle sue arnie e la voglia di far conoscere la vita delle api, un intrecciatore di forme di salice, un libraio con una buona scelta di libri di giardinaggio (compresa la serie Passione Verde di Vallardi che sto curando e che ho presentato) e un esperto delizioso che ha raccontato tutto delle libellule, scommetto facendole amare anche da quelli che eventualmente avessero cattivi rapporti con gli insetti. Non ci vuole di più per una formula vincente che fa sentire bene accolti, con qualcosa di buono da sgranocchiare sempre a disposizione, qualcuno che di tanto in tanto arriva con una tazza di caffé caldo o ti invita a vedere che cosa sta succedendo in quel momento in un angolo del vivaio-giardino. La semplicità della formula riporta le piante al centro dell’attenzione e, nella quiete del godimento, nascono rapporti, si approfondiscono argomenti. Mi dicono che sia stato così anche a Imola da Vivaverde, il vivaio di rose di Monica Cavina. Lei ha sempre un’aria silenziosa e quasi timorosa, ma mi sa che lavora con più stile e più braccia forti di tanti altri suoi colleghi.

Se è una mostra di giardinaggio mi spetta il nome della nepeta, perdio! Tornando dalla mostra Aregai in Fiore a Santo Stefano a Mare, quasi al confine ligure con la Francia, l’altro ieri deviazione estemporanea su Racconigi ricordando che era il consueto week end di fine aprile dedicato alla mostra di giardinaggio. E in un posto magico, una reggia sabauda ormai completamente restaurata con il suo parco, che malinconia trovarci venditori di salumi e vivai che non sanno che cosa stanno vendendo. “Che nepeta è questa?” chiedo piena di curiosità a uno che ha in vendita una cassetta di magnifiche nepete con fiori azzurro vivo su corpose spighe allungate. Risposta stracca: “Nepeta? No, questa è l’erba lepre.” Avrei preso a pedate i vasi (di chissà quale specie di nepeta) e anche i signori in questione. È vero che l’ingresso costa solo un euro, ma è anche vero che proprio in quel posto del parco re Carlo Alberto a metà Ottocento volle che si facesse ricerca scientifico-agronomica per un’agricoltura innovativa e più redditizia. E siamo ancora qui a chiamare erba lepre senza appellativo scientifico (Nepeta nepetella) una pianta che tra l’altro non lo è? Tralasciando il re sabaudo, poveri fratelli Roda, quanto lavoro hanno fatto per niente.

Che delizia lo stile dall’etnologa. Ha un sorriso sbarazzino e gentile, gli occhi puliti e sempre stupiti, la pelle e i capelli luminosi, abiti da combattimento vietcong. Ha una serenità e un ottimismo tali, che solo a gente come lei le cose vanno bene oltre ogni aspettativa. Di nome fa Clemenza, Clémence Chupin, nascita a Versailles, laurea in etnologia all’università Paris X, trasferimento sui bricchi liguri alle spalle di Imperia con il compagno italiano Daniele e ora un figlio. E lassù tra i boschi di Pontedassio il progetto del vivaio-giardino di Ciancavaré (vivaiociancavare.com) che guarda alle piante spontanee come ad una risorsa da scoprire e valorizzare per il giardinaggio sostenibile. Sicché arrossendo racconta: due anni fa ho raccolto i semi di una graminacea mediterranea vicino a casa mia, lo scorso anno l’ho portata a Murabilia e tutti hanno irriso un’idea tanto balzana. Ma io credo davvero che sia interessante anche per il giardino, allora questa primavera presto l’ho portata in Francia alla mostra di Sophia Antipolis. E lì è piaciuta  al paesaggista inglese James Basson che in Costa Azzurra ha lo studio Scape Design (www.scapedesign.com)”. Clémence arrossisce ancora di più e aggiunge: “Così, chi lo avrebbe mai detto, le mie graminacee liguri alla fine del mese andranno al Chelsea Flower Show 2012 nel giardino di James che si chiama Fresh Garden ed è sponsarizzato dalla Renault”. In ogni caso se avete tempo di ascoltarla, di storie così ne ha a decine, dalla collezione di 12 specie di elicrisi scovati chissà dove, che si assomigliano ma sono specie diverse, al docente di ebanisteria finlandese (che lei chiama falegname) sceso per una vacanza in Liguria e coinvolto nella costruzione del pollaio di casa, per altro progettato da architetti. La storia, con il titolo “Il pollaio di Helsinki” è stata raccontata ieri nel blog di Daniele Mongera.

Preferisco più a Sud. E poi dicono del Sud non allineato e arretrato. Ma che facciano il piacere. Mi basta un segnale: il manifesto che hanno progettato e diffuso insieme “In giardino” di Caltagirone, Sicilia (24-27 maggio) e “Cittanova Floreale” di Cittanova, Calabria (1-3 giugno), un manifesto chissà quanto orgogliosamente intitolato “Più a Sud”. Laggiù forse non arrivano echi di competizioni nordiche fratricide, di ipocrite convivenze con inviti alle inaugurazioni che si spera vengano declinati. Loro si sono accordati per date diverse in modo da concedere la possibilità agli espositori di partecipare ad entrambe le manifestazioni, poi ognuna ha preso la propria strada mantenendo vivo un rapporto di fratellanza. Consultare in merito www.ingiardino.org e www.carloruggiero.it. Tutto molto interessante, con un unico neo palese nel manifesto: seppur belli usati come texture per ricavare la sagoma di Sicilia e Calabria,  che cavolo c’entrano gli anemoni giapponesi con il Mediterraneo?

Perché a Paratico si può, e altrove no? Stamattina trovo nella posta elettronica, proveniente dal blog al quale mi è stata inviata, una mail: “Sono Cristina Mazzucchelli, autrice e fautrice di quelle  nuove rotonde e le aiuole spartitraffico di Paratico che lei ha definito ‘uno spettacolo da fine primavera a inizio autunno’. Oltre a complimentarmi per il suo blog, volevo ringraziarla per l’apprezzamento, perchè fa piacere sapere che anche interventi apparentemente così banali possano dare gioia e possano essere compresi da qualcuno.” Alla faccia dei banali. Vi invito da fine maggio in avanti ad andare a vedere, oltrettutto è un bel posto sul lago di Iseo. Gli interventi non sono da cercare: bordano le strade, arruffano angoli rigidi, danno dignità alle rotatorie, gonfiano la città di vaporose fioriture e di onde di graminacee.
Cristina Mazzucchelli aggiunge un post scriptum che segnalo: “Se ha occasione di ripassare da Paratico, vada a vedere anche il Parco delle erbe danzanti (o delle chiatte), un altro mio ‘figlio’ che lì si sta sviluppando. Credo che ne valga la pena, e sono persuasa che le piacerà.” Ne sono sicura. Resta l’interrogativo del titolo; grazie se qualcuno prova ad azzardare un’ipotesi plausibile sul perché una cittadina trova le risorse per far progettare con le erbacee perenni un verde pubblico di tanta eleganza, e tutti gli altri comuni italiani (sono oltre 8.000) invece no.

Le muguet porte-bonheur. Oggi è il primo maggio, una volta sentita e dovuta festa dei lavoratori; ora che di tali ne restano pochi, potrebbe almeno diventare il giorno in cui ci si scambia un mazzolino di mughetti per augurare buona fortuna a chi si vuol bene, come si usa in Francia, Belgio, Svizzera e Andorra. I francesi alimentano tradizioni e usanze attorno al profumato fiorellino del sottobosco che sboccia in questi giorni di primavera e che con la sua presenza in natura dichiara che il bosco è antico e in equilibrio. Poco fa mi sono avventurata in giardino sotto la pioggia: i primi mughetti si stanno schiudendo proprio oggi. Ho pensato che vorrei donarne un mazzolino a molta gente. Ma non ne ho abbastanza per tutti e inoltre l’ora mi dice che devo tornare a fare la lavoratrice. Senza festa, o meglio: festeggiando il fatto che il lavoro, almeno, ce l’ho.

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L’altra sera ho fatto una sfuriata a mio marito: “Ma che cosa volete ancora tutti quanti da me?”. Da tredici mesi non faccio altro che mettere di fila parole per riempire pagine o per comunicare eventi. Sino a notte inoltrata, ricominciando alla mattina presto a battere sui tasti di un povero mac esausto quanto me. E quando non ho scritto, sono andata fuori a raccogliere il materiale per poterlo fare. Per difetto, in un anno sono stati due milioni di battute per raccontare piante, giardini, idee verdi, iniziative e persone che lavorano e vivono di piante.
Sicché negli ultimi mesi non sono riuscita a lasciare traccia nel blog di ciò che è transitato nella mia testa e sulla mia strada professionale in un periodo furioso, che solo il tempo di crisi fa apparire miracoloso anche quando ti ammazza di fatica e non ti ripaga in nessun senso (sì, perché appartengo ad una genia che considera pagamento anche la soddisfazione a crescere e a imparare ancora). Non ho scritto nel blog per mancanza di tempo innanzi tutto, ma anche per una grande stanchezza a maneggiare parole e per l’allarme dentro di me a causa dell’uso “cinese” che mi vien chiesto di fare dello strumento con il quale esprimo le mie competenze, la mia professione, l’amore per un mondo che mi appartiene. E per l’uso stupido che in troppi fanno di strumenti tecnologici di straordinaria potenza, che creano contatto tra le persone, allargano gli orizzonti, mostrano la vita in tempo reale. C’è su internet uno spreco tale di parole, un uso tanto massivo della fatuità verbale, che il mio blog ha trovato saggio tacere per un po’. Anche se avrei molte cose da raccontare, dal libro finalmente davvero bello che ho letto nottetempo, per liberare la testa dalla tensione del lavoro e potermi addormentare serena (La confraternita dei giardinieri, di Andrea Wulf, Ponte alle grazie, 22 euro per 426 pagine intelligenti e godibilissime), alla gioia di aver ricevuto, in questi giorni, i nuovi cataloghi (Baumaux, Ingegnoli, ieri Jelitto), passando per gli auguri creativi che mi stanno arrivando, dal vivaio Millefoglie che manda imbustato con il bigliettino rosso di rito una tavoletta di cioccolato equo solidale, alle tre donne speciali della mostra di giardinaggio “Frutti antichi” di Paderna che lasciano come messaggio del loro biglietto di auguri “Lo stolto cerca la felicità lontano, il saggio la coltiva sotto i propri piedi”. Adesso dovrei lasciare qui anch’io gli auguri, soprattutto a coloro che mi hanno cercata per sapere che cosa mi stava succedendo, visto che non scrivevo più sul blog. Prendo a prestito la bella frase di Madre Teresa di Calcutta che mi ha mandato l’amica Barbara: “E’ Natale ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza”. Che sia Natale per tutti.

P.S. Non ho ancora finito il mio anno di parole per lavoro: lo devo fare con urgenza, conti alla mano, sino alla sera della vigilia di Natale. Anche perchè il tentativo di rimettermi a fare altro ha avuto uno strano esito: dopo aver smontato un paio di librerie piene di libri per consentire all’imbianchino di fare il suo lavoro a casa mia, sono qui immobile a muovere solo le dita sulla tastiera del computer con i muscoli delle braccia strappati. Scoprendo così che, volendo, ho ancora le braccia e potrei usarle per coltivare una materialissima felicità sotto i miei piedi, dopo tanta felicità virtuale.

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marco-picca-alla-mostra-di-racconigi-con-un-vasetto-di-soldanellaEravamo rimasti d’accordo che vi avrei raccontato di Marco Picca Piccon e del suo vivaio Vivalpi, che produce piante alpine. Insisto perché la sua storia è sintesi istruttiva di tante altre storie che dieci o quindici anni fa facevano intravvedere un futuro radioso per la biodiversità vegetale e per la cultura del verde nazionale. Marco è perito elettronico di formazione, vivaista di elezione per un amore insaziabile per le piante e ristoratore di professione, non solo perché interessato alla cultura del buon cibo, ma soprattutto perché poco più che ventenne si è trovato a gestire un ristorantino di famiglia che faceva successo nonostante fosse fuori mano, a Cudine di Corio, minuscolo borgo a 800 m tra Cirié e l’aeroporto torinese di Caselle. Marco è stato bravo a organizzare gli impegni, sicché da vent’anni la mattina si alza ristoratore creativo per la sua linda “Osteria di campagna” che ha scelto di tenere aperta solo a mezzogiorno, il pomeriggio diventa vivaista nei terreni dietro casa e la sera va a dormire con le piante alpine nel cuore e la lista della spesa alimentare pronta per l’indomani mattina. Nei confronti di tanti quarantenni che lamentano di non riuscire a realizzarsi e vedono il tempo passare inesorabile, Marco fa la parte dell’iperrealizzato su più fronti. Suona il piano, tiene aggiornato il sito internet per dare una vetrina alle sue piante (moltissime prodotte per la prima volta in Italia, da semi ottenuti  attraverso associazioni e orti botanici in giro per il mondo) , da anni spende i giorni di riposo ristrutturando un rifugio in quota perchè altri possano scoprire i paesaggi alpini e le piante che li abitano con infinita grazia e miracoloso adattamento. Sino a quando ha sentito aperta e possibile la scommessa, Marco ha battuto il ritmo delle sue giornate con tenacia e buon umore, trovando in più il tempo per allestire mostre tematiche raffinatissime: mille vasetti tutti uguali e tutti giudiziosamente cartellinati, come è successo in cima ad una delle colline delle Langhe, al castello di Serralunga. Ha ripetuto l’esperienza due o tre anni fa anche alla mostra di Racconigi, al tempo della fioritura delle sassifraghe. Marco da qualche tempo sente che qualcosa è cambiato: alla mostra di Masino e a Orticola a Milano i visitatori danno un’occhiata e vanno via o al massimo, colpiti da un fiore strano o da un pulvino di sassifraghe, chiedono se resiste nel giardino al mare  e se crescerà abbastanza per riempire un certo angolo. Chi ha sensibilità, capisce che sono un’altra cosa l’amore, la curiosità scientifica, il desiderio incontenibile di possesso che coglie il collezionista, la scommessa di riuscire a mantenere vive e in buona salute creature di luoghi estremi. In una mostra di giardinaggio dove passano quindici o ventimila persone, dice Marco, al massimo ne trovo tre davvero interessate.  Ed è così che un poco alla volta nascono dubbi sull’investimento: devo essermi sbagliato, ho creduto che ciò che riempiva di gioia me avrebbe dovuto far gioire anche gli altri. Ma non siamo tutti uguali e poi siamo in Italia. E allora: vale la pena di avere una doppia e tripla vita sempre indaffarata, semina, ripicchetta, bagna, moltiplica, difendi, rinvasa piante che poi quasi nessuno capisce?
marco-picca-piccon-tra-le-roccaglie-del-suo-vivaio-vivalpiIl dubbio dilaga tra coloro che rappresentano la nuova leva del vivaismo nazionale, i laureati che hanno fatto conoscere piante diverse dai soliti standard e le hanno coltivate con criteri di qualità. Insomma, più o meno come in Francia, Inghilterra, Germania, anzi una volta vi racconterò di un formidabile, caotico, microscopico vivaio in cima alla Bretagna che è una sorta di santuario a cui attingono i collezionisti di tutta Europa. L’altro giorno ho incontrato per strada Filippo Alossa del vivaio Millefoglie. Si stupisce che di recente qualcuno gli abbia chiesto una consulenza per aprire un nuovo vivaio. Mi guarda e con la sua voce calma riferisce: “E io gli ho detto: ma insomma, come  credi di campare con un piccolo vivaio? Sarebbe più interessante che tu utilizzassi il terreno per fare un giardino. Se è originale, dopo puoi pensare che vengano a visitarlo a pagamento e, semmai, puoi integrare proponendo in vaso alcune delle piante del giardino, che la gente può vedere contestualizzata. Questa è l’unica maniera di fare ancora un piccolo vivaio di qualità.” Così ho capito che una stagione è proprio finita, innanzi tempo e con mio sommo rincrescimento, ma contro le cose e le pieghe del tempo non si può andare. Forse però si sta affacciando un’altra stagione. Tutto sommato più interessante perché prevede che le piante, rare, strane, comuni, alpine o marine, siano inserite in un contesto esteticamente accattivante, come solo l’arte giardinieristica sa suggerire. E gli italiani, sensibili al bello più che alla scienza e alle piante, forse così si lasceranno irretire dalla magia del giardino e dal suo linguaggio. Insomma, devo telefonare a Marco, prima che metta in cantiere nuove semine solo per sé. E dirgli che forse vale la pena raddoppiare e triplicare le sue due splendide roccere di alpine, piuttosto che moltiplicare nuove piante.

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