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Ci vorrebbero senza fiori

No fioriSembra una congiura: quest’anno il marketing dei prodotti di ricorrenza (e non solo) per San Valentino ha chiesto ai consumatori innamorati di non regalare fiori, ma altro. “Lascia stare le solite rose” ammonisce una pubblicità televisiva, “Quest’anno lascia da parte i fiori!” recita imperativo un messaggio elettronico che promuove viaggi low cost. Pure con gli accenti sbagliati. Meno male che stamattina, aprendo internet, ho trovato google. E se non sono rose rosse della caffettiera alla sua teiera, è un adorabile palloncino a cuore di un Echinocactus grusonii al suo…riccio. In ogni caso buon San Valentino. Con o senza fiori, purché almeno ci si ricordi dei sentimenti speciali per una persona.

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Munari, le arance, il design

Bruno Munari: perché l’arancia è un oggetto quasi perfetto. Bella prospettiva, diversa da quella del botanico, del gastronomo, del poeta, del ludico uso carnevalesco di cui ho accennato nell’ultimo post. Grazie all’architetto Patrizio Cagnoni che mi ha fornito la segnalazione.

arancia

L’oggetto è costituito da una serie di contenitori modulati a forma di spicchio, disposti circolarmente attorno a un asse verticale, al quale ogni spicchio appoggia il suo lato rettilineo mentre tutti i lati curvi volti verso l’esterno, danno nell’assieme come forma globale, una specie di sfera. L’insieme di questi spicchi è raccolto in un imballaggio ben caratterizzato sia come materia sia come colore: abbastanza duro alla superficie esterna e rivestito con un’imbottitura morbida interna di protezione tra l’esterno e l’assieme dei contenitori. Il materiale usato è tutto della stessa natura, in origine, ma si differenzia in modo appropriato secondo la funzione. L’apertura dell’imballaggio avviene in modo molto semplice e quindi non si rende necessario uno stampato allegato con le illustrazioni per l’uso. Lo strato d’imbottitura ha anche la funzione di creare una zona neutra tra la superficie esterna e i contenitori così che, rompendo la superficie, in qualunque punto, senza bisogno di calcolare lo spessore esatto di questa, è possibile aprire l’imballaggio e prendere i contenitori intatti. Ogni contenitore è a sua volta formato da una pellicola plastica, sufficiente per contenere il succo, ma naturalmente abbastanza manovrabile. Un debolissimo adesivo tiene uniti gli spicchi tra loro per cui è facile scomporre l’oggetto nelle sue varie parti tutte uguali. L’imballaggio, come si usa oggi, non è da ritornare al fabbricante ma si può gettare. Qualcosa va detto sulla forma degli spicchi: ogni spicchio ha esattamente la forma della disposizione dei denti nella bocca umana per cui, una volta estratto dall’imballaggio si può appoggiare tra i denti e con una leggera pressione, romperlo e mangiare il succo. Si potrebbe anche, a questo proposito considerare come i mandarini siano una specie di produzione minore, adatta specialmente ai bambini, avendo lo spicchio più piccolo. Oggi purtroppo con l’uso delle macchine spremitrici tutto viene confuso e gli adulti mangiano il cibo dei bambini e viceversa. Di solito, gli spicchi, contengono oltre al succo, un piccolo seme della stessa pianta: un piccolo omaggio che la produzione offre al consumatore nel caso che questi volesse avere una produzione personale di questi oggetti. Notare il disinteresse economico di una simile idea e per contro il legame psicologico che ne nasce tra consumatore e produzione: nessuno, o ben pochi, si mettono a seminare aranci, però l’offerta di questa concessione altamente altruista, l’idea di poterlo fare, libera il consumatore dal complesso di castrazione e stabilisce un rapporto di fiducia autonoma reciproca. Gesto cordiale e signorile, non come certi produttori contemporanei che offrono una mucca a chi compra venticinque grammi di formaggio. L’arancia quindi è un oggetto quasi perfetto dove si riscontra l’assoluta coerenza tra forma, funzione, consumo. Persino il colore è esatto, in blu sarebbe sbagliato. Tipico oggetto di una produzione veramente di grande serie e a livello internazionale dove l’assenza di qualunque elemento simbolico espressivo legato alla moda dello styling o dell’estètique industrielle, di qualunque riferimento a figuratività sofisticate, dimostrano una conoscenza di progettazione difficile da riscontrare nel livello medio dei designer. Unica concessione decorativa, se così possiamo dire, si può considerare la ricerca “materica” della superficie dell’imballaggio trattata a “buccia d’arancia”. Forse per ricordare la polpa interna dei contenitori a spicchio, comunque un minimo di decorazione, tanto più giustificata come in questo caso, dobbiamo ammetterla.
Bruno Munari, 1998
arancia

Carnevale e arance

battaglia-delle-arance-al-carnevale-di-Ivreabattaglia-delle-arance-carnevale-di-Ivrea
arancio-rossoUna manciata di chilometri sotto casa mia, ad Ivrea, questa sera l’aria ha un odore intensissimo di essenza di arancio, e sarà così ancora per giorni. Il carnevale – lo storico carnevale di Ivrea – ha impazzato per giorni con ripetute battaglie di arance, al termine delle quali le strade si trasformano in uno strato di acre poltiglia arancione. Molte decine di feriti non hanno mai fermato questo rituale, molto amato e atteso dagli eporediesi. E neppure il costo delle arance è riuscito a fermare il carnevale. Non so quanti vagoni ne abbiano portati quest’anno dal Sud ma, ricordando l’ignobile pratica di passare con le ruspe sopra raccolti di agrumi non ritirati dal mercato, penso che tutto sommato quello del carnevale di Ivrea è un modo gioioso di usare la produzione di scarto pagandola qualcosa, seppure poco. Insomma, con stasera il carnevale finisce, così ho pensato che c’è chi tira arance per gioco e chi le tira fuori dal computer. Così ho fatto io. Per dire che quando diciamo “arancia” non abbiamo detto niente del sapore, del colore, della forma. Per approfondire la storia (simbolicamente molto bella) del carnevale di Ivrea: www.storicocarnevaleivrea.it. Per vedere chi produce, anche per il mercato amatoriale, le piante delle arance delle mie foto (ed altri aranci ancora): agrumilenzi.it

Arancia Quattro Stagioni

Arancia Quattro Stagioni

arancia New Hall

arancia New Hall

arancio amaro melangolo

arancio amaro melangolo

arancio Sanguinello Corrugato

arancio Sanguinello Corrugato

arancia Valencia Late

arancia Valencia Late

arancia Washington Navel

arancia Washington Navel

arancia amara Crispifolia

arancia amara Crispifolia

arancia-Tarocco-Rosso

arancia-Tarocco-Rosso

arancia Fragola

arancia Fragola

Una ricca mostra di agrumi, comprese dunque le arance, a Lucca saranno una delle scenografiche attrazioni di VerdeMura alla sua nona edizione, dall’1 al 3 aprile prossimo. Quella della foto è un’arancia ‘Moro’.

 

arancia Ovale Calabrese

arancia Ovale Calabrese

nocciolo-amenti-per-testata

La foto della testa del blog dal 6 febbraio 2016
La siccità al tempo dei noccioli in fiore
Oggi in giornata arriverà la pioggia, o così è annunciato. E qui sulle Alpi forse sarà neve. Ma allo stupore di vedere in fiore in pieno inverno cotogni del Giappone, gelsomini di San Giuseppe e noccioli e aver appreso dai media che in Italia questo è l’inverno più caldo degli ultimi 215 anni mentre nevica in Arabia, che la temperatura del mese è di 1,42 °C maggiore dell’anno scorso, che le indispensabili piogge in Sicilia e Sardegna sono inferiori del 91% delle medie, che le colture agrarie sono a rischio per mancanza di acqua, ora si unisce il segreto rincrescimento se tutto questo finisce. Fuori, nel mio giardinetto fresco dietro casa e in mezz’ombra, la rosa ‘Sea Foam’ non ancora potata è tempestata di fiorellini rosei, più piccoli del solito, ma numerosi. Nell’orto sono sopravvissuti all’inverno, senza protezioni, la valerianella, alcuni finocchi, la cicoria di Milano, qualche radice di barbabietola, persino i sedani. I broccoli sono in piena produzione, ieri ho raccolto il prezzemolo e la rucola: siamo a inizio febbraio, in genere il mio orto è sepolto nella neve o, in caso contrario, è appena stato vangato ed è nudo.
Mi dispiace se proprio adesso le api, che hanno ripreso a bottinare sui noccioli e sui cornioli fioriti e stanno preparando la prima covata dell’anno, devono rintanarsi di nuovo nelle loro casette.Ai noccioli fioritinocciolo-amenti di casa mia, che si stagliano sui cieli limpidi di un inverno alpino anomalo, dedico la testata del blog. Augurandomi, a questo punto, che l’inverno non si faccia più vedere, ma arrivino pioggerelle gentili e persistenti che arricchiscano le falde prosciugate e annuncino la primavera.

Alberi a Fuerteventura

Pinus-nella-Vega-di-Rio-Palma

 

Abituata alla rigogliosa dotazione arborea di casa nostra (non solo da me sulle Alpi, ma anche in ambiente mediterraneo, meno forse nella pianura padana in cui le emergenze arboree sono state eliminate a favore dei coltivi sin dai tempi dei Romani), Fuerteventura mi è apparsa totalmente priva di alberi. E così in parte è, anche se lungo i barrancos del centro dell’isola compaiono oasi di Phoenix canariensis, Tamarix (di due specie secondo alcuni, T. canariensis soltanto secondo altre classificazioni) rari Pinus canariensis e tozzi esemplari di Pinus radiata (il pino di Monterey), che è stato introdotto nelle isole con una scellerata politica di forestazione a base di alloctone (come è successo da noi con specie come il pino strobo e la criptomeria giapponese). Della laurisilva, i boschi termofili di Lauruslentisco-museo-della-Alcocidaalberopalme-solitarieLaurus, non ho visto l’ombra e qualcosa mi dice che almeno a Fuerteventura non si incontrano tanto facilmente. Qui e là, come un evento eccezionale, ho visto dei lentischi stentati. Potrebbero essere di due specie: Pistacia lentiscus e P. atlantica, ma non sono in grado di distinguerli, credo che la differenza risieda soprattutto nella forma delle foglie. Presso gli abitati e in qualche strada di città ho visto poi altre specie come i ficus, soprattutto F. elastica e F. benjamina, qualche acacia come Albizia julibrissim, alcuni eucalipti quale Eucalyptus globulus (retaggio di decenni fa, come da noi…) giovani esemplari di Araucaria excelsa, Thevetia peruviana, bugainvillee di tutti i colori, di tanto in tanto, non frequenti, altri rampicanti come Pyrostegia venusta, che per altro è in fiore in questa stagione anche in Sicilia. E anche Calotropis procera che, pur potendo

Calotropis procera

Calotropis procera

raggiungere 5 m di altezza, viene più spesso usata come arbusto da siepe di un paio di metri. Ha grandi foglie cuoiose quasi circolari che, se spezzate, secernono un lattice assai appiccicoso. Dalle parti di Puerto Lajas, a nord di Puerto del Rosario, ne ho vista un’intera piantagione, non so se a scopo di consolidamento del terreno in declivio, o per bellezza (ma a me come pianta non sembra un granché…). Ho visto poi che cresce sporadica e sparuta tra i sassi del sud dell’isola, in particolare tra Caleta de Fuste e Gran Tarajal. Non ce la fa mai a diventare adulta, sicché ho pensato si trattasse di una specie effimera e infestante. E invece, di una pianta naturalizzata si tratta, pare di origine sahariana con distribuzione ampia in tutta la fascia tropicale e subtropicale del pianeta. Così brutti e malconci gli esemplari in natura, che mi sono augurata una provvidenziale calata di cabras majoreras, le capre dell’isola che hanno devastato la flora spontanea che conta, lasciando solo quella a loro non gradita, in genere perché velenosa. La Calotropis ha quel lattice appicciocoso che dicevo (in India, dove questa pianta è diffusa, il lattice trova impiego per la cura di affezioni fungine da Candida), mentre altre piante sono proprio velenose e la loro diffusione Nicotiana-glaucadipende da questo. È il caso per esempio di Nicotiana glauca, solanacea del Peru e della Bolivia che a Fuerteventura è stata introdotta come arbusto ornamentale attorno al 1890 per i suoi fiori gialli tubulosi e per la rusticità ed è presto sfuggita alla coltura e ora cresce ovunque ci sia un incolto, in quota come nelle sabbie davanti al mare, in natura e presso gli abitati. Rada e disordinata, questa pianta che potrebbe raggiungere 6-8 m di altezza, non supera mai 2-3 m, pare per la mancanza di nutrienti.

Non è un albero, e tuttavia può raggiungere 20 m di altezza. Dracaena draco è una specie delle agavacee endemica della Macaronesia (Canarie, Madera e Capo Verde) nota come sangue di drago. L’appellativo è dovuto al fatto che gli indigeni delle Canarie, i Guanci, raccoglievano la resina che, a contatto con l’aria, si ossida assumendo una colorazione rossiccia. È stata in uso migliaia di anni a scopi magici, medicinali e come colorante. Si racconta che l’esemplare più vecchio di questa pianta abbia 3000 anni; si trova a Tenerife. A Fuerteventura ne ho viste di recente piantagione, la più alta con un “tronco” di 3 metri o poco più. È una specie lenta a crescere (1 m in dieci anni), minacciata di estinzione, anche se sono state da poco individuate popolazioni in Marocco e in Sicilia, forse di sottospecie diverse.

Non è un albero, e tuttavia può raggiungere 20 m di altezza. Dracaena draco è una specie delle agavacee endemica della Macaronesia (Canarie, Madera e Capo Verde) nota come sangue di drago. L’appellativo è dovuto al fatto che gli indigeni delle Canarie, i Guanci, raccoglievano la resina che, a contatto con l’aria, si ossida assumendo una colorazione rossiccia. È stata in uso migliaia di anni a scopi magici, medicinali e come colorante. Si racconta che l’esemplare più vecchio di questa pianta abbia 3000 anni; si trova a Tenerife. A Fuerteventura ne ho viste di recente piantagione, la più alta con un “tronco” di 3 metri o poco più. È una specie lenta a crescere (1 m in dieci anni), minacciata di estinzione, anche se sono state da poco individuate popolazioni in Marocco e in Sicilia, forse di sottospecie diverse.

La diffusione del mimo o tabaco moro è dovuta al fatto che, essendo molto velenoso, non viene brucato dalle capre. Le quali, per altro, indirettamente ne favoriscono la diffusione: con le loro deiezioni nitrificano il terreno dove, tra molte migliaia di semi dispersi da una sola pianta, alcuni trovano la fertilità sufficiente per germinare. Ho letto da qualche parte che stanno provando a controllare questa infestante con il lancio di una farfalla notturna, Acherontia atropos, i cui grossi e famelici bruchi, pur essendo polifagi, prediligono proprio il tabacco glauco.

Le palme restano la principale componente verticale del paesaggio vegetale di Fuerteventura. Non ce ne sono molte a svettare nel paesaggio, e in quello urbano sono di tre o quattro specie, ma in un vivaio di Tefir ne ho vista in vaso un’intera magnifica collezione: prima o poi qualcuno ne farà tesoro. In quanto alla palma delle Canarie, si coglie lo sforzo di reintrodurle quanto più possibile, anche per ombreggiare le strade. Solo a sud, all’altezza di Morro Jable, ho visto un intero boschetto di Phoenix canariensis piantate e immagino che piacere debba essere d’estate rifugiarvisi durante le ore più calde.

La valutazione della copertura arborea e del suo ruolo è uno degli aspetti che prima o poi i majoreros dovranno affrontare, insieme a problemi paralleli come l’introduzione accidentale di specie invasive e gli effetti del carico antropico eccessivo in alcuni ambienti fragili e biologicamente importantissimi, che hanno valso a Fuerteventura il novero tra le riserve della Biosfera Unesco. Come recita uno slogan ecologista intravisto su un bus di linea: Biosférate, che potremmo tradurre: “sentiti parte della biosfera” o, almeno, “adéguati alla biosfera”.

Tra agricoltura e turismo

campi-a-gradinate-presso-Tindaya

Fuerteventura è la più desertica delle Isole Canarie. I suoi 1650 chilometri quadrati sono costellati di antichi vulcani e di ciò che essi hanno lasciato nel tempo: sassaie gigantesche, pendii brulli a perdita d’occhio, sabbie portate dal vento nella fascia a ridosso del mare. L’aria salmastra, i venti asciutti, la mancanza di acqua, la temperatura elevata nella stagione estiva fanno pensare che sia un territorio assolutamente non vocato all’agricoltura. Invece, con giorni di allenamento, si possono riconoscere qui e là i coltivi, di rado orti familiari, più spesso campetti ripuliti dai sassi che – si scopre – sono un commovente segno di resistenza e di lotta contro la desertificazione, anche con l’appoggio dalla Comunità Europea.

campi-di-cavoli-e-lattughe-vverso-Ajuy

campi-e-incolti-a-Villaverdecampo-di-patate-a-Fuerteventuracampo-di-patate-e-asino-presso-AjuyIn questo periodo dell’anno si vedono file ordinate di patate in piena vegetazione, qualche fila di cipolle, di rado lattughe e cavoli o una distesa ordinata di Aloe per prodotti cosmetici o officinali. Molti campi sono attualmente vuoti, o abitati da piante infestanti dei coltivi come Chrysanthemum coronarium. Non un frutteto, solo qualche sparuto albero di papaya che vien fuori dalla recinzione di una casa o una piantina sofferente di limoni, che tira a campare contro un muro in ombra almeno qualche ora al giorno. Di certo qualche chilo di patate (piatto locale immancabile le papas arrugadas, patate bollite con la buccia e poi salate e infornate), qualche cespo di lattuga o un mazzetto di ravanelli non basterebbero a nutrire i poco meno di 100.000 abitanti e gli assai numerosi turisti. Vien da credere che la popolazione non abbia un granché interesse per l’agricoltura, né tanto meno ce l’abbiano gli europei che hanno eletto Fuerteventura a loro nuova dimora: la prima preferisce il commercio e i servizi legati al turismo, i secondi campano da pensionati oppure tendenzialmente di artigianato, diciamo così, creativo. Di fianco alla casa di giovani “esuli” volontari, non ho ancora visto uno degli orti che invece in questi anni sono filosofia e mito di tanti coetanei in terra italiana. Ho detto che mi sembra quasi inesistente l’interesse per l’agricoltura, ma visitando lo splendido allestimento museale del Mirador di Morro Velosa, a Betancuria, ho scoperto che sino al Novecento l’agricoltura era diffusa e c’era una buona dotazione di alberi nel territorio. Poi l’eccessivo prelievo di acqua per uso agricolo (e per le nuove esigenze del turismo) e i cambiamenti climatici hanno prosciugato le sorgenti e l’accumulo di sale nei terreni li ha resi sterili, decretando così la fine dell’agricoltura locale. Per questo i pochi campi qui e là sono un miracolo di resistenza. Ne ho fotografati un po’ ovunque come emblema di un’isola che tenta di conservare tradizioni, memoria e indipendenza alimentare nonostante l’economia vada altrove.I campi, di dimensioni contenute, sono dislocati quasi sempre nei fondovalle, in fondo ai barrancos che, poco che sia, convogliano acqua e mantengono un po’ di frescura. I fazzoletti di terra ripulita sommariamente dai sassi sono caratteristicamente circondati da muretti e accumuli di terra chiamati teste o trastòn, lasciando all’acqua un invito scavato e una zona di accesso. L’acqua, scorrendo sulla superficie, si carica di nutrienti e provvede anche alla fertilizzazione del campo. Le pareti rialzate hanno un ruolo importante per limitare l’effetto disseccante dei venti, e così, un po’ di umidità dirottata e un po’ di barriera frangivento (ho visto anche l’uso di palme con lo stesso scopo), nelle gavias – questo il nome – qualcosa si coltiva. Altri campi formano ripiani, altri ancora sono ottenuti formando sbarramenti di pietra nelle vallette: in qualche anno lo scorrimento dell’acqua metereologica provoca l’accumulo di terra per coltivare. Gavias, cadenas, nateros oggi sono considerati modi sostenibili di gestire i campi a Fuerteventura. Io mi auguro che in un futuro prossimo diventino un modo per far convivere l’agricoltura con la natura e anche con il turismo: i campi, se danno un reddito, potranno essere un’alternativa al carico turistico e cointribuire a conservare, con la fertilità dei suoli, anche le tradizioni di un popolo di un’isola speciale.

pendio-presso-Santa-Inesparque-rural-Betancuria-Mirador-Risco-de-las-penas-12orto-nero-con-patate-a-Lajaresorto-a-Lajarescordoli attorno a campi verso Aguas verdescoltivazione-di-aloe-presso-La-Oliva

Ancora fiori del “mio” giardino

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In quell’ettaro e mezzo di terra canaria tra la strada e la montagna che io ho eletto a mio giardino del cuore, questa è la settimana di Nauplius schultzii, una margherita che cresce in pulvini fitti e tondeggianti raso terra. A me ricorda le piante delle Alpi e, fotografata con vista su un cocuzzolo, potrebbe trarre in inganno. Invece siamo in clima subtropicale, tutto un altro discorso, anche se la convergenza di forme insegna: che sia la neve che schiaccia la vegetazione, o il vento e l’aridità che la offende, il portamento tende ad essere lo stesso. Sporadica la scorsa settimana, ho creduto a quel che dicono le chiavi che sto usando (Flores silvestres de las Islas Canarias di D. e Z. Bramwell): rara a Fuerteventura e solo lungo la strada di La Oliva, molto localizzata a Lanzarote su rocce costiere. Sarà anche rara, ma questa settimana nel terreno sabbioso del “mio” giardino naturale si rivela abbondantissima, in spettacolari pulvini tutti in fiore che emergono dalla sabbia. Adorabile, non so che cosa darei per vederla fiorire a casa mia, dove invece non sopravviverebbe probabilmente neppure in estate… Nauplius-schultzii 1 A Fuerteventura si trova un altro Nauplius, N. sericeus a fiori gialli. È dato per piuttosto comune nella zona centrale dell’isola, ma io non l’ho ancora visto, o forse non è la sua stagione.

Lotus lancerottensis leguminosa perenne e strisciante, con base legnosa. Ha foglioline obovate ricoperte di peli setosi e fiorellini gialli in genere a gruppetti di 3-5. Il termine specifico lancerottensis, comune a un certo numero di piante, dice che appartiene alla flora dell’isola di Lanzarote. Che dal nord di FuerteventuraLotus-lancerottensis dista un soffio di vento, di quel vento che tira sempre, talvolta come una carezza, altre volte un po’ arrabbiato. Sembra pertanto naturale che qualcosa della flora di una di queste due isole si trovi anche nell’altra. Questo è uno dei numerosissimi Lotus delle Canarie. Uno di essi, L. berthelotii, era specifico dei margini dei boschi di Tenerife tra 700 e 1200 m di quota, ma probabilmente in natura si è estinto. Però è noto ai giardinieri come tappezzante o ricadente da clima mite con i fiori rosso ruggine molto grandi e appuntiti: una di quelle piante che si sono salvate perché coltivate per bellezza.

Matthiola-bolleanaMatthiola bolleana segnalata solo a Fuerteventura, e soprattutto nella zona meridionale dell’isola (dove in effetti l’ho vista l’altro giorno: Puenta de Jandìa), io la trovo spesso anche nel nord, e sempre si fa ammirare con la sua fresca fioritura azzurro-malva che risalta sul fogliame glauco. Un giorno l’ho vista come infestante in un campo (è una annuale), poi lungo i bordi di una strada bianca, ora nella sabbia del “mio” giardino. Bellissima, mi chiedo se non potrebbe esere un’annuale per i nostri giardini estivi, al posto o in concorrenza con petunie e zinnie…

Mesembrianthemum crystallinum (barrilla) nel “mio” giardino nella sabbia, tutto così Mesembrianthemum-crystallinum-in-fioremeravigliosamente fiorito in gennaio, avevo notato le foglie succulente, ampie e rossicce, ma nessun fiore che fornisse un indizio. Ora questo mesembriantemo è fiorito: ha corolle bianche a petali stretti e le foglie rosseggiano se sentono che si avvicina la stagione calda e arida, sennò sono verdi e sulla pagina inferire sono tempestate di papille traslucide, come di rugiada. Per un verso mi ha delusa: ha una distribuzione molto vasta, trovandosi in Africa, Asia e Europa meridionale. Ma la sua presenza Mesembrianthemum-cvrystallinum-dettaglio-foglienelle Canarie e la sua ricorrenza dicono che è un retaggio della coltivazione che in passato veniva fatta per l’estrazione della soda caustica, mentre i suoi semi erano macinati dalle popolazioni indigene per la preparazione del gofio (piatto tipico locale, tipo polentina, ma usato anche in altre preparazioni gastronomiche).

Pancratium-canariense

Pancratium canariense (làgrimas de virgen) amarillidacea apparentata con il giglio bianco delle spiagge (P. maritimum) che qui e là si trova lungo i litorali italiani (sinché resiste). Per Fuerteventura la specie P. canariense, specifica delle isole Canarie, è data come frequente in diverse località, compresa la zona in cui ho fatto le mie osservazioni. I fiori bianchi e profumati ora non ci sono, ma le foglie sì. Poco distante da qui, sulle dune di Corralejo, è segnalato proprio l’altro pancrazio, quello mediterraneo

Polycarpaea nivea ho faticato un po’ per capire di che pianta si tratta. Ha portamento arbustivo basso, foglie succulente, piatte, addossate, ottuse, simili per certi versi ad alcuni Sedum. Ma non è affatto un’erba pignola, bensì è una cariofillacea, parente di Polycarpaea-niveagarofani, silene e minuarzie. I fiori, piccolissimi e incolori, sono portati in tozze infiorescenze ramificate. Pare abbia un grosso rizoma legnoso. Non rara in diverse località sabbiose e aride di Fuerteventura, come delle altre isole canarie. Nonostante la fioritura sia poco interessante, è una bella pianta ordinata e colorata, che non sfigurerebbe nei giardini mediterranei a bassa manutenzione. Una mezza dozzina di altre specie di Polycarpaea frequentano gli ambienti naturali delle Canarie.

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