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Una foto una storia (dal 9 settembre 2016)

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La testata del blog dal 9 settembre 2016

Con un pugno di fagioli

Stamattina sono scesa in città digiuna e presto, prima delle 7, per andare a fare le analisi del sangue. Solo 20 chilometri, ma neppure arrivare per tempo all’ASL è bastato. Alle 7,25 c’era già una lunga coda, molte decine di persone, sin sulla strada. Mi sono spaventata e ho avuto la tentazione di girare i tacchi e rimandare. Ma mi sono sentita incivile, incapace di accettare le regole della società, così ho preso un bel respiro e mi sono adeguata. Tra burocrazie per prendere il numero e pena per tutta quella gente bisognosa di cure e per questo rassegnata ad attendere in piedi, alle 9 ho cominciato a spazientirmi, ho preteso una sedia e mi sono detta che solo un paese incivile lascia in coda a quel modo, mandria al macello, donne incinte, vecchie signore traballanti, uomini panciuti e ansimanti, lavoratori con un’ora di permesso, giornaliste con la schiena rotta. Alle 9,30 qualcuno dal fondo della coda ha deciso fragorosamente di andarsene, e bene ha fatto: dopo qualche minuto è uscita un’impiegata che ha annunciato senza neppure una parola di scusa il mancato funzionamento dei computer per cui il servizio è sospeso sino a lunedì. Sicché un prelievo di sangue, con tanto di ricetta del medico che dice quali analisi sono richieste, non si può più fare, perché non si può registrare nei computer.

Sono uscita e sono andata in banca. La mia dice di essere una banca innovativa: non esistono più casse né cassieri, è un salotto chiaro e asettico con due o tre persone che lavorano al computer al di là di una vetrata. La banca adesso è un luogo dove tu vai e ti arrangi a prelevare, versare, fare bonifici, pagare bollette e F24. Devi solo ricordarti i rituale in codice ed eseguire tu stesso le operazioni, nessuna banca ti dà più un centesimo di interessi perché si tiene in cassa i tuoi soldi e se tu li vuoi ti arrangi a prelevarli poi, semmai, ti chiedono un piccolo contributo perché hai usato la loro struttura. Dopo l’ammodernamento della filiale hanno lasciato solo personale giovane che parla il linguaggio di oggi. Peccato che chi fa girare denaro non sono i giovani nativi di internet e dell’informatica, ma quelli più vecchi, qualcuno magari senza smartphone e computer. Sono uscita chiedendomi se sono io a non essere all’altezza dei tempi o se sono i tempi a non essere all’altezza della vita. E ho rimpianto i cassieri gentili con cui ci si scambiava una parola o una battuta, così andare in banca era anche un attimo di comunicazione con gente diversa da me. Non trovando lungo la strada un solo bar che avesse un parcheggio vicino, sono tornata a casa ancora digiuna. E mi sono goduta le strade invase dalle erbacce perché nessuno passa più a sfalciarle: lo stradino e il cantoniere sono andati in pensione una volta per sempre. Hanno provato per due o tre anni a mandare qualcuno a dare il diserbante, ma non ha funzionato neanche quello (e meno male), perché poi le strade hanno l’aspetto bruciacchiato e poi le erbe secche sono comunque da togliere. E i lavori più importanti vengono dati in appalto a ditte di sterminators: allungano il braccio della barra falciante e fanno tabula rasa per tre metri dal ciglio della strada; se ci riescono, anche oltre i tre metri, così per un po’ non ci pensano più. Hanno provato anche a responsabilizzare gli uomoni dei paesi perché, se vogliono in ordine almeno intorno alle case, si organizzino. Ma le burocrazie cavillano sulle assicurazioni, i comuni mugugnano che tutto quel che viene sfalciato, potato e ripulito diventa rifiuti verdi che il paese deve smaltire pagando, anche se la strada è provinciale, regionale o statale. Rimpalli di responsabilità strutturati in modo che nessuno ne debba rispondere mai. Così tutto, su tutti i fronti, in questa nazione priva di progetti e prospettive invita a non credere più a niente. Cittadini invisibili e impotenti senza futuro.

Una mattina nata sbagliata all’insegna del nuovo corso che non funziona mi ha fatto venire la voglia di prendermi mezz’ora prima di cominciare il lavoro. Sennò sono solo utente anonima senza diritto di parola, cassiera di banca che paga invece di essere pagata, addentro alle questioni del verde senza poter intervenire a gestirlo, portavoce di tante istanze senza poter incidere sulla realtà, parlandone.

Decidendo di accendere il computer e di usarlo per un momento non per produrre, ma per sfogarmi, ho ripensato alla manciata di semi di fagioli nelle mani di Joseph Simcox the botanical explorer, Joseph che ha fatto del suo sogno una professione, della sua conoscenza delle piante una bandiera e uno strumento di comunicazione con i popoli. Joseph che porta in giro fagioli e messaggi positivi e “politici” e, prendendo la vita con entusiasmo ed energia, distribuisce anche semi di futuro.

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Chi ha incontrato Simcox a Lucca durante Murabilia ne è stato affascinato. Non ha lesinato i suoi semi allo scambio di semi, nella conferenza ha intrattenuto gli ascoltatori per due ore e mezzo, parlando in italiano e ogni tanto dicendo una frase in inglese perché ci fosse lavoro anche per la traduttrice. Ha chiamato qualcuno vicino a sé quando gli sembrava che avesse qualcosa da raccontare, ha interpellato tutti su temi portanti del futuro delle piante che danno cibo, ha chiesto aiuto per pronunciare il nome latino delle piante. Per quest’Italia provinciale e vanagloriosa, piena di ipocrisie e di zerbini, di tanti brutti fuori perché brutti dentro, una lezione: un cinquantenne educato e informale, che parla italiano per farsi accogliere, che condivide ciò che sa, che valorizza chi ha accanto, che è curioso della vita e joseph-simcox-allo-scambio-dei-semi-di-murabilia-2016delle scoperte altrui. Sabato scorso, a cena, dopo cinque minuti aveva imparato il nome dei quattordici commensali. Ha condiviso storie di cactus e di cercatori internazionali di succulente con Andrea Cattabriga, ha fornito un elenco di piante da frutto subtropicali ad un ventiquatrenne che fa ora il suo ingresso nel vivaismo, dicendogli che i semi delle prime diciassette li avrebbe forniti lui la mattina dopo. A quello che colleziona Rubus ha promesso che si farà vivo con qualcosa di speciale di ritorno dalla Svezia. Al maestro giardiniere Carlo Pagani ha chiesto di accompagnarlo in Kazakistan in cerca di meli.

a-cena-16-storie-a-murabilia-2016Se ho pensato a lui in una mattina sbagliata è perché quel ragazzone americano di bell’aspetto e di miglior cervello mi ha ricordato che qui e là ci sono oasi in cui sostare per riprendere fiato, incontri che fanno credere che molto dipenda da noi e dalla nostra capacità di cambiare e far cambiare la realtà fuori da noi. E a me, che fagioli-di-mezzo-mondo-nelle-mani-di-joseph-simcoxcolleziono fagioli per non dover raccontare tutte le volte che cos’è la biodiversità, il gesto di Joseph Simcox di mostrarmi i fagioli tradizionali di un qualche popolo degli indiani d’America ha fatto tornare la voglia di usare il blog.

logo2015_1A tradimento una feroce influenza mi obbliga a stare rimpiattata sotto le coperte e con un bagno a portata di mano. Domani, giovedì, al Lingotto di Torino avrei partecipato volentieri ad un forum su paesaggio e media organizzato nell’ambito del cinquantatreesimo congresso internazionale dell’IFLA, la Federazione Internazionale degli Architetti del Paesaggio (notizie qui: http://www.ifla2016.com). Non ci voleva. Sicché, con molta calma perché sono tutta pesta e ogni gesto costa fatica, metto in rete un testo che mi ero fatta preparare da Mirco Bagaloni, vivaista marchigiano di piante esotiche e giramondo, che nelle Filippine ha trovato moglie insieme a nuovi paesaggi e nuove considerazioni. Spero, per poco che sia, di gettare un sassolino per la discussione. Mi scuso con gli organizzatori e ringrazio Mirco per il regalo.

Carabao il vero re di Mindanao
di Mirco Bagaloni
La prima volta che mi recai a Mindanao persi la coincidenza da Manila per General Santos e così ripiegai per Davao, capitale di Mindanao. Piccolo dettaglio: Davao dista 5 ore di autobus da General Santos. Però amo viaggiare in autobus; con questo mezzo in passato ho percorso decine di migliaia di km. Da Città del Messico al confine del Texas, sul Golfo del Messico per poi ripiegare su Los Angeles, per esempio. Ti fanno entrare nel paesaggio scoprendone spesso i più intimi dettagli. Gli aerei sono solo un mezzo di trasporto; gli autobus una finestra sul mondo.
Così fu anche da Davao a General Santos. Vicino a Davao il paesaggio è molto mosso, alte colline si alternano a montagne che culminano con i 3000 m del monte Apo. Intorno a Davao le colture prevalenti sono le risaie in pianura, che lasciano a mano a mano il passo alle piantagioni di banano, cacao e papaya dove i terreni acquistano pendenza. La maggior parte di queste pantagioni sono seguite dalla multinazionale americana della frutta Dole. Più in alto le piantagioni lasciano spazio ai piccoli appezzamenti con palme da cocco, caffe, durian, pumelo, mango, marang, guava, guyabano, santol, lanzones, rambutan, avocado e tanti altri frutti che qui nella eterna foschia caldo umida dei climi equatoriali fruttificano senza sosta e senza grandi contributi umani.
Dopo General Santos in direzione di Koronadal si apre una vastissima valle dove si estende la più grande piantagione di ananas del mondo, a sua volta in mano alla Dole. Qui, a causa del colore glauco delle foglie di ananas, il paesaggio sembra più brullo e anche il caldo sembra più soffocante.  35 gradi in una radura soleggiata in mezzo ad un bananeto sembrano più rinfrescanti che 35 gradi in mezzo ad una piantagione di ananas, con quelle foglie dall’aspetto così ostile! Provate a mangiare un ananas appena colto al sole dell’equatore: dolcissimo (però prima togliete con grande cura la scorza perché nelle grandi piantagioni con i fitofarmaci ci danno giù pesante). E infatti la fertilissima terra vulcanica di Mindanao, almeno da queste parti, si sta desertificando. Non è un’accusa generica; e se è vero che spremono la naturale fertilità della terra, non è che dalle mie parti, nelle Marche, vada tanto meglio. Almeno, la Dole retribuisce decorosamente i lavoratori: 150 euro al mese che nelle Filippine è moltissimo. I lavoratori possono costruirsi una casa più che decorosa, mandare a scuola due figli e sfamare bene la famiglia. Non si mantengono due auto, non ci si può permettere viaggi extracontinentali, né ristoranti o abbigliamento griffato. Ma la qualità della vita è decorosa. Inoltre, queste grandi compagnie hanno sempre ospedali moderni ed attrezzati, convenzionati con i propri dipendenti, per i quali è tutto gratuito. Devo ricordare che a Polomolok gli ananas e le papaye vengono lavorati e inscatolati pronti per l’esportazione, dando lavoro a 12.000 dipendenti.
Sto pensando che anche questo è paesaggio e bisogna non guardare una immensa piantagione con gli occhi di un occidentale condizionato da false convinzioni oppure vederlo con gli occhi di chi da questa immensa distesa ci ricava un futuro migliore per i propri figli, come i miei cognati. Futuro che io faccio fatica a vedere per mio figlio nel paesaggio agrario marchigiano.
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La valle che da Gensan va a Koronadal ed oltre non è solo monocoltura estensiva; ai suoi lati, salendo per la montagna, inizia un paesaggio più movimentato e vario dove piccoli contadini traggono sussistenza coltivando ogni sorta di verdura: peperoni, pomodori, cipolle, cetrioli, sayote, sitao, patate, manioca, taro, pichai e poi di nuovo, nella fascia arborea, cocco, papaya, durian, lancao jackfruit, banani e platani, mango e altro ancora. Qui, tra torrenti montani, scampoli più o meno vasti di foresta pluviale e tanta biodiversità agraria, il paesaggio sembra veramente primordiale. Nei punti più umidi dove crescono Angyopteris evecta, felce gigante con foglie di 6 metri, e vetuste piantagioni di caffè, adorne sui loro rami di ogni tipo di orchidee, le monocolture estensive sembrano appartenere ad un mondo lontanissimo nel tempo e nello spazio.
Tutta questa frutta e verdura trova sfogo commerciale nei mercati locali e parte di essa viene mandata a Gensan presso grossisti che pagano questi prodotti in media 20 centesimi di euro al kg. Non molto, sembrerebbe, ma nelle Filippine il potere di acquisto di 0,20 euro corrisponda a circa 1,50 euro in Italia.
Parlo di queste cose a ragion veduta: le ho vissute di persona in molte occasioni, accompagnando un mio cognato nelle consegne. L’ho accompagnato diverse volte anche ad asciugare e pulire le bacche di caffè pronte per essere conferite al magazzino della Nestlè a General Santos, dove venivano valutate da personale specializzato per poi essere pagate subito con assegno. A seconda della qualità gli venivano pagate da 0,80 euro a 1,20 euro. Considerando il trasporto e la lavorazione, il margine per mio cognato era dai 40 ai 60 centesimi di euro al kg.
E allora mi domando: quanto vengono pagati ai nostri contadini i prodotti della terra, ma sopratutto quanto è il potere d’acquisto di quel ricavato? Spesso ci fanno vedere storie di sfruttamento e sottosviluppo nei paesi del Sud-est asiatico, Sud America e Africa. Comincio a credere che sia per far credere a noi “ricchi” occidentali che siamo fortunati.
E se laggiù in pianura sono tecnici e agronomi con i loro computer e le loro provette a controllare e regolare tutto, tra colline e montagne sono la passione e l’esperienza a fare lussureggiare il paesaggio. Da una parte immensi trattori e rimorchi colossali a fare tutto il lavoro, dall’altra a dissodare il terreno e a trasportare al villaggio i prodotti della terra sono i bufali, che poi provvedono anche alla concimazione della già fertilissima terra, come un secolo fa qui da noi. Dunque è lui, il bufalo, in lingua locale carabao, ad essere lamindanao-che-coltiva-famiglia-10773744 colonna portante, il re dell’agricoltura a Mindanao, il tutore di un paesaggio. Simbolicamente erigo un monumento a tutti i carabao che sulla faccia della terra mettono d’accordo il paesaggio naturale con quello agrario, le esigenze dell’uomo con quelle di questo povero pianeta tanto maltrattato.

Maledetti giardini di internet

salotto-al-tramontoNel 2012, per un annetto, ho ricevuto raffiche di mail con foto e piccoli commenti di un giardinaggio forse entusiasta, di certo non colto, da un signore che aveva impiantato un giardino al sud e cercava di lanciarlo agganciando persone che ne potessero parlare. Io leggevo (leggo quasi sempre tutto quel che ricevo) e trovavo tutto sommato triste quel modo di proporsi. Si intuiva un progetto ambizioso a cui però non faceva eco l’effettiva capacità di eseguirlo e, soprattutto, mi sembrava esecrabile che qualcuno rompesse le palle alla gente ogni due per tre pur di essere notato. Già il nome mi sembrava un po’ eccessivo, ma passi: ognuno dà al proprio giardino il nome che vuole e sono affari suoi. Un giorno, per la precisione il 23 novembre 2012, esasperata da notizie sul colore del tramonto di quella sera, il colore della cacca del cane e meraviglie simili, ho risposto alla mail chiedendo gentilmente di essere cancellata dalla mailing list e ho aggiunto “Grazie e saluti”. Due ore dopo è arrivata la prima bordata:
Gentile Signora, mi scuso se ancora le scrivo, ma sono sorpreso per la sua repentina richiesta. Le ho inviato notizie del mio giardino, sapendola sensibile e attenta ad ogni aspetto del “verde” e dell’ambiente. Le comuni conoscenze poi (e cita un vivaista, un universitario, una giornalista e uno scrittore) mi rendevano quasi d’obbligo farle conoscere questa difficile realtà che abbiamo impiantato sulle alture di XX. Non importa, comunque. Mi scuso e non la importunerò più
.

Sotto alla firma, però, si celava la frase di fatale stupidità: “Mi permetta almeno di partecipare la sua richiesta a tutti gli amici ed anche ai forumisti di tutti i siti italiani“. Sono scoppiata in una fragorosa risata, mi sono immaginata in una scena con Totò che diceva la frase.  Mi sono ricomposta e ho cercato di essere una volta ancora gentile nel tentativo di spiegare perché non posso ricevere dalla stesso sconosciuto quattro mail alla settimana con i fatti suoi.
Gentile signor XY, vorrei che lei non si sentisse l’unico in una difficile realtà. Molti e molti altri mi segnalano la loro realtà. Io ascolto tutti e poi però a turno mi dovete lasciare libera la casella di posta elettronica. Ha mai provato a doversi far largo tra centocinquanta mail in un giorno? Lei non lavora per non sapere che cosa voglia dire? Sicché adesso ho capito la sua realtà e vorrei dare spazio a quella di qualcun altro. 
Rinnovo i miei saluti, con preghiera di non sentirsi offeso. Lei non mi ha importunata, ma le ho spiegato la ragione. Soprattutto, eviti di alzare sciocchi polveroni mettendo a parte (di chissà cosa, poi) “tutti gli amici ed anche ai forumisti di tutti i siti italiani“. Quanto meno se decide di farlo riporti per intero questa mail che racconta un fatto solo: essere giornalisti vuol dire informare e informarsi, non raccogliere per sempre le confidenze del mondo intero. In ogni caso, auguri per il suo giardino e buona fortuna.
Due o tre giorni dopo ho ricevuto un piccolo messaggio (pur di importunare ulteriormente): Grazie e al piacere di conoscerla personalmente. Rispettosi saluti e auguri, XY. La mia mail deve aver rimesso a posto l’ordine delle cose – mi sono detta – e in fondo mi ha mandato un messaggio finale pacificatorio e gentile.
Era il 2012, novembre e non ho più sentito nessuno. Ogni tanto mi è capitato di vedere in internet una recensione del giardino in questione su Tripadvisor o un’autocelebrazione da qualche altra parte con invito a visitare il luogo. Ho sorriso dell’elementarità di simile marketing, che denota la convinzione che sulla rete voli l’affare: basta lanciarsi e la gente arriva nel tuo giardino. Mai più pensato all’incidente, ma l’altra sera alle 20,01 dalla stessa posta elettronica di allora è partito un messaggio di rimozione dalla mailing list, un messaggio forse risvegliato dal sonno di quattro anni fa Betulada chissà quale operazione: “Lo faremo senz’altro, vista la simpatìa che esprime. Pensavamo che avesse interesse per i giardini e soprattutto per quelli con anima e sentimenti! Addio, XY”, questa volta anche con nome e cognome della moglie.
Non invento niente. Leggo tutto quel che mi arriva e conservo quasi tutto, infatti ho ritrovato persino qualche vecchia mail con cui questo signore con la fede in internet e nei personaggi che possono fornire credenziali mi rendeva edotta del colore dell’ultima rosa sbocciata e sulla dura realtà di chi vuole allevare betulle in un posto del sud prossimo al mare.

Bouquets per donne vere

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Questa foto mi racconta tante cose, così ho chiesto all’amico Iacopo Lazzareschi, che l’ha scattata, di regalarmi la possibilità di rivederla nel tempo. La archivierò con cura. Ognuna con la propria storia: la giovane polacca selezionata per diventare responsabile di un antico giardino della Lucchesia, la Villa Reale di Marlia; la madre che conosce quale sarà l’esito della malattia della figlia; la glottologa divenuta prima rettore dell’Università per stranieri di Perugia e ora ministro dell’Istruzione del nostro Stato; la giornalista che si è lasciata irretire dai fiori e dai giardini un attimo prima che le venisse chiesto di dirigere il mensile Gardenia e che oggi dirige anche altre tre testate. Paulina Ulanek, Elvira Pera, Stefania Giannini, Emanuela Rosa Clot. Ognuna di queste donne una storia, un’origine, un’aspettativa forse divergente da quella delle altre, ma per un attimo dello scorso sabato unite dai fiori, reggendo tra le braccia una danza di camelie per la foto ricordo. Il loro volto non racconta un’espressione di circostanza, e forse è questa la cosa che mi piace di più. Parla dell’esserci in quel mezzogiorno di celebrazione dei fiori, dimenticando almeno per un attimo tutto il resto.

Tre nuove camelie sabato a Lucca

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Camellia-‘Stefania-Giannini

Chissà se è perché mi piace sapere che qualcuno in Italia ha ancora voglia, pazienza e talento per selezionare e ibridare piante, o se è per il calibro delle persone e dei luoghi a cui le nuove varietà sono dedicate. Sta di fatto che quella di questo sabato alle ore 12 a VerdeMura a Lucca sarà una cerimonia di qualche spessore, con tanto di oboe e corno inglese che diffonderanno  nell’aria il messaggio della Bellezza che dà senso alla civiltà e alla vita. La cerimonia celebra le camelie della Lucchesia e la loro lunga storia, omaggia

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Camellia-‘Pia-Pera’

il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini che è lucchese, come lo è Pia Pera, la scrittrice a cui è dedicata un’altra varietà. E celebra quella meraviglia che è il giardino storico della Villa Reale di Marlia e il suo viale di camelie che i nuovi proprietari hanno da poco ripristinato.
Camellia ‘Stefania Giannini’ varietà a fioritura medio-tardiva caratterizzata da fiori grandi semidoppi a petali rosa tempera elegantemente venati di rosa più scuro.
Camellia ‘Pia Pera’ varietà medio-tardiva con fiori di dimensioni medie, doppi,

Camellia 'Villa Reale di Marlia'

Camellia ‘Villa Reale di Marlia’

irregolari al centro, dove il rosa scuro dei petali scolora in una tonalità più chiara.
Camellia ‘Villa Reale di Marlia’ varietà con fiori di dimensioni medie, semidoppi, d’un lussuoso rosso scuro rischiarato al centro da un consistente ciuffo di stami color oro. Fioritura a metà stagione.

Chionodoxa luciliae-per-testata
La foto della testata del blog dal 25 marzo 2016
Occhietti azzurri di primavera
Ho voltato lo sguardo verso la porta finestra che dà sul giardinetto dietro casa e li ho visti improvvisamente schiusi nel sole di prima mattina. I fiori di Chionodoxa luciliae sono sbocciati tutti insieme, oggi, in tempo per rendere un po’ più pasquale la testata del blog. Mi sono alzata dalla postazione di lavoro con la macchina fotografica in mano e sono andata fuori a dargli il benvenuto. Dieci anni fa era un vasetto avanzato da un vivaio: non lo avrebbero più venduto perché sfiorito, così me lo hanno regalato. Ho messo in terra i due o tre bulbetti e la natura ha fatto il resto. Ora sono un Chionodoxa luciliaemetro quadrato di occhietti che sorridono alla primavera tra le ortensie e il susino, per la felicità delle api di casa che sono ingorde del polline giallino tenue di questi piccoli fiori. Benvenuta primavera, siamo tutti contenti: i fiori, le api e io. E a tutti coloro che mi leggono, Buona Pasqua.

I tentacoli della pianta peggiore

Pasqua-di-paura
Sono tornate le Follette stagionate, dopo una lunga latitanza, qualche capello bianco in più e qualche rotolino di troppo al posto del fu vitino di vespa. Rita Ammassari, la folletta disegnatrice, dice che vuole farmi gli auguri di Buona Pasqua, ma intanto alla televisione annunciano la strage di Bruxelles di un 22 marzo di terrore. E allora la tua penna trema, si inquieta, si irrigidisce e invece di fiori di pesco e primule gentili come converrebbero ad una Folletta giardiniera, vengono fuori i tentacoli inquietanti della pianta della paura. Questi sono i tempi e noi chiuse incredule nella rete di questa pianta infestante che si chiama paura, sorta di cuscuta psicologica che rischia di snaturare i nostri rapporti con la vita, i luoghi e gli altri. Chi ricorda il significato di pace della Pasqua? Come faremo a vivere ancora il giardino senza inquietarci per ciò che succede al di là della siepe?