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A proposito di Giovenale

Mi sono alzata un’ora prima per trovare il tempo di dire un paio di cose che mi frullano in testa. Ci riesco, a malapena, ora che sto per andare a dormire. Mi hanno strizzata tutto il giorno altri che come me sono stati strizzati per dare il massimo costando il minimo. La prima delle cose che mi girano per la testa è che il dialogo tra istituzioni e cittadini diventa sempre più difficile, anche nell’ambito delle cose che riguardano il verde e i giardini. E fa male constatare che un volta erano le istituzioni a investire nell’abbellimento delle città, nelle feste, negli eventi culturali, se non perché ci credevano, almeno in ossequio all’antica regola del panem et circenses (vedi alla relativa voce di wikipedia). Partivano insomma dall’assunto che la gente vuole solo la pancia piena e il divertimento, e intanto costruivano a questo modo il consenso politico. Però, per non dire che delle tematiche di cui mi occupo, esistevano davvero i giardini pubblici, con tanto di aiuole stagionali, la data scritta in mosaicoltura, la banda la domenica pomeriggio all’ora del passeggio. Esistevano i viali alberati, i parchi giochi per i bambini e altro che costituiva un costo per la collettività, ma che garantiva un relativa stabilità nella popolazione e, per chi governava nelle amministrazioni locali, una promozione personale e un trampolino di lancio per la carriera politica. Il ribaltamento adesso sta assumendo proporzioni inimmaginabili. Non solo non si investe più in nuovo verde urbano e le piante sono usa e getta, ma se un comune promuove una manifestazione ortoflorovivaistica spesso pretende di guadagnarci, eventualmente travolgendo senza alcuna remora (in ossequio ad un’altra locuzione latina: mors tua vita mea) chi ci ha lavorato da professionista, e i comuni che hanno un servizio parchi e giardini efficiente lo smantellano adducendo poco plausibili ragioni di razionalizzazione e risparmio. Ho assistito negli anni al progressivo smantellamento del servizio del verde a Vercelli, una città piemontese che veniva da una lunga tradizione di attenzione alle fioriture stagionali delle piazze (prodotte nelle serre comunali) e alla manutenzione di parecchi chilometri di viali di cui la popolazione andava fiera. Dato in appalto una volta qui e un là, non so con quanto effettivo risparmio, disperdendo professionlità preziose e accontentandosi di un servizio scadente che nessuno è più in grado di valutare, è andata persa una cultura. Ho appreso giorni fa che la stessa sorte è purtroppo toccata al Settore Verde, Parchi, Giardini e Arredo Urbano del Comune di Padova. Conosco chi dirigeva il servizio sino all’altro giorno, l’agronomo Gianpaolo Barbariol, le sue competenze non solo nella progettazione e gestione del verde pubblico, ma anche nel coordinamento delle 45 persone addette al servizio, il suo impegno nell’Associazione Italiana Direttori e Tecnici Pubblici Giardini e il suo ruolo di rappresentante italiano nell’omonima associazione europea. Dopo 30 anni di costruzione di un servizio ineccepibile e all’avanguardia, frutto dell’affiatamento e dell’impegno di una bella squadra, tutto finito, smembrato, disperso e, quel che è peggio, affidato un po’ qui e un po’ là, di certo a dirigenti che non ne sanno niente e a maestranze non motivate. È l’inizio della fine e lo spregio di una cultura specializzata dalle benefiche ricadute su tutti, operato da chi se ne frega persino del panem et circenses di un tempo, tanto ormai i politici paiono aver trovato altri modi per creare consenso.

L’altro pensiero è che, in linea con la demotivazione generale a dare il meglio e il massimo di sé, sto imparando a posporre la cultura del lavoro al piacere di essere viva, a casa mia, con i miei fiori, i miei paesaggi, i miei percorsi privati di certo assai più gratificanti di quelli professionali. Le foto che seguono sono appunti dei miei amori di questi giorni, tre gradini fuori dalla stanza in cui batto senza tregua sui tasti del computer, qualche volta cantando dentro di me con Caparezza “…e non so più nemmeno da chi farmi governare, vedo circhi ma non vedo pane, dillo a Giovenale…”
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primavera-ventosa-per-testata
La foto della testata del blog dal 3 aprile 2015
Primavera, leggerezza e gioventù
Non posso far passare la Pasqua con una testata del blog di neve e bucaneve, così ho scelto un’immagine leggera ad acquerello per dire che è primavera e qui tira vento da giorni (ma le previsioni vogliono che questo vento caldo pieno di luce e colore da domani muterà in pioggia e in una Pasqua freddina). Per una volta non una mia foto ma un’illustrazione che mi ha colpita. Ho scelto questa immagine anche per dire che, nonostante i tempi non favoriscano i talenti artistici, ci sono giovani che si mettono alla prova e sperimentano con perseveranza ciò che hanno dentro. Lei si chiama Anna Gallotti e disegna da quando era ragazzina, affiancata e sostenuta dalla mia amica Rita Ammassari. E, come tutti i veri talenti, una volta trovato il proprio registro Anna è volata con le proprie ali. Le auguro di arrivare lontano, con la leggerezza soave con cui il vento di primavera primavera-ventosasolleva il bucato steso tra i due alberi del suo acquerello. Per chi vuole contattarla: annagallotti@libero.it. E a tutti l’augurio di una Pasqua che segni definitivamente la resurrezione dopo l’inverno.

La vita, la morte, le piante

Corri corri e non avanzi il tempo e le forze neppure per registrare ciò che ti succede lungo le rotte del giardinaggio italiano: in un mese Modena, la Sardegna, il Monferrato, Lucca più tutto quel che costruisci alla scrivania con il lavoro quotidiano. Poi in questa mattina di vento e sole che inaugura aprile arrivano due telefonate. Smetto di correre il tempo necessario per raccontare come la vita e la morte incrociano le piante e loro siano un tramite e una consolazione. Ieri sera, portata via da un tumore di cui conosceva gli esiti, se n’è andata la mia collega e quasi coetanea Anna Maria Botticelli, giornalista delle piante dopo essere stata biologa analista e coltivatrice di orchidee. Mi hanno raccontato la sua dignità nell’affrontare un male che lei, da biologa, conosceva come feroce e che pure, con il suo consueto spirito, ha affrontato a testa alta. Mi hanno detto che la sua stanza d’ospedale era piena di vasi di orchidee e io spero che, pur andandosene in quel modo ingiusto, la loro bellezza sia stata sino all’ultimo una prova della Bellezza della vita.
Dendrobium-digibbumE se siamo impotenti davanti al caso che ci punta il dito contro, scelti senza poter scegliere, la fortuna stamattina per me è pensare che a volte invece ci è dato di scegliere e la nostra perseveranza trova il premio nell’amore, nel poter fare progetti per il futuro. Stamattina, poco dopo aver appreso che Anna Maria non c’è più, ho ricevuto la telefonata di Mirco Bagaloni, il vivaista di Tropico del Conero, che mi annunciava di avercela fatta. Dopo tante vicissitudini internazionali e un’infinita pazienza, a inizio anno era riuscito a sposare a Mindanao, la più meridionale delle isole delle Filippine, la sua innamorata Karen, ma non a portarla con sé in Italia. E stamattina, quasi incredulo a sua volta, mi ha telefonato che, appianati ieri l’altro gli ultimi sbarramenti burocratici, l’aveva appena accolta all’aeroporto. Karen lo affiancherà nella vita e nel lavoro qui in Italia e per entrambi da oggi inizia un’avventura. Che la vita e le piante li assistano.
Per chi va e chi viene nel gioco incessante della vita, oggi lascio qui un’orchidea, Dendrobium digibbum.

Ritorno a Milis

disegni-di-piante-e-fiori-dei-ragazzi-delle-scuole-medie-di-MilisOxalis-pes-caprae-lungo-la-strada-di-Milis

Poi un giorno, senza quasi accorgerti, ti trovi al di là di un piccolo braccio di mare, con i bordi di strada tutti gialli di Oxalis pes-caprae che per una volta non ti sembra una aliena infestante, ma una catarsi vestita di sole. L’inverno qui sembra ormai lontano, Milis e la sua mostra di giardinaggio sono un giro di boa che allontana dall’inverno. Benvenuta primavera, qualche giorno prima che il calendario dichiari che lo è davvero. Oggi si prepara la festa, tutti lavorano, qualcuno ripete i rituali di una carovana che in giro per l’Italia ha fatto crescere questa storia di piante, fiori e giardini negli ultimi vent’anni. Ci sono le piante “del continente” e quelle sarde che aspettano di essere ammirate (al supermercato di Oristano ho visto anche i funghi Pleurotus eryngii, qui chiamati antunna), ci sono gli amici sardi incontrati in tutte le edizioni che ho visto, sei o sette o otto non so neppure più, e ritrovati dopo un anno, ognuno con il proprio fardello e la voglia di incrociare la vita degli altri, ci sono i disegni dei ragazzi delle scuole sul tema delle piante e quelli ben più raffinati di Marina Virdis e dei suoi allievi. Domani tutto assumerà un aspetto unitario e sarà festa. Io poco fa ho alzato lo sguardo verso il Montiferru, a un tiro di schippo da questo paese dell’Oristanese che si chiama Milis e ho detto ciao a un oleastro meraviglioso, a Cuglieri, che ho contribuito a premiare nel concorso degli Amici degli alberi come albero d’Italia scelto per il 2014 dalla critica. Stasera sfoglierò con calma e criticamente il mio nuovo libro sul giardino mediterraneo e mi sentirò in sintonia anche con questo. Le piccole felicità stanno da queste parti e, in fondo, perché chiedere altro?
Aranceto-di-Villa-Pernis-2015Antunna-Pleurotus-eryngiiGIARDIINOMEDITERRANEO Pentagora

Dònnia ierru mudat

Nevica, nevica e tuttavia Big Snow, almeno su questi bricchi delle prealpi piemontesi, sembra più un evento mediatico che un problema. Certo è che non ne posso più dell’inverno. E’ dovuta arrivarmi dalla Sardegna la saggezza che la parte di me impaziente non ha: dònnia ierru mudat in beranu, ovvero ogni inverno si trasforma in primavera. Al tempo della muta della stagione, tra poco più di un mese, tornerò là, in mezzo alla Sardegna, per la mostra di Milis “Primavera in giardino”. E se ho imparato il motto sardo sugli inverni che sono sempre anticamera di primavere, è perché quest’anno Milis ha stretto rapporti solidali con Bauladu e Tramatza, un paio di paesi più in là, per promuovere insieme la mostra di giardinaggio nell’aranceto di Villa Pernis e un festival letterario giunto alla sesta edizione che si chiama “Ananti de sa Ziminera”, cioè Davanti al camino, con incontri con gli autori, musica, apertura notturna della biblioteca, cibo a chilometri zero, una rete di ospitalità diffusa. Allora voglio dire. Bauladu ha 700 abitanti, Tramatza 900, Milis ne fa meno di 1.700 eppure si riesce a fare movimento culturale, c’è posto per piante, libri,1901194_700033126686511_1413141407_n musiche, memorie e scambi con altre cult10940432_817701028288630_8119423771116521536_nure. E soprattutto, tre paesi di uno scampolo di Campidano Oristanese riescono, con poco sforzo di mezzi e molto delle persone che ci credono, a creare sinergie tra loro e con l’esterno per creare flusso di persone e di idee. E tutti insieme crescere. Sicché stamattina questa neve che viene giù a badilate da ore non mi fa paura, quasi quasi mi sembra la prova che l’esibizione preannuncia il beranu del 14-15 marzo prossimo, quando sarò in Sardegna e cercherò di carpire il segreto di un popolo che riesce a mettere insieme piccole forze per essere una comunità grande, solidale e ospitale, come su queste austere montagne, dolorosamente, non riusciamo ad essere.

Indecisa tra Alvaro e Orwell

E’ stato conservato un settore di eccellenza, destinato a formare le élites intellettuali, scientifiche, manageriali e tecniche che prenderanno i posti di potere per condurre la guerra socio-economica, sempre più dura e spietata. Questi poli di eccellenza, dalle condizioni d’ingresso altamente selettive, trasmettono in modo classico il sapere. Non una cultura nozionistica, ma un sapere sofisticato e creativo, una coscienza critica altamente sviluppata e una padronanza nel mettere in azione idee e conoscenze. A noi rimangono competenze “specialistiche” di basso livello e saperi usa e getta. E’ proprio quello che afferma un rapporto della Commissione Europea e dell‘OCSE del 24 Maggio 1991. Secondo tale resoconto, le nostre “competenze medie” hanno una vita di dieci anni, poichè il capitale intellettuale perde di valore il 7% annuo. Si tratta di competenze provvisorie, a tempo determinato, adatte ad un contesto tecnologico, ma non solo, ben preciso. Ogniqualvolta un dato contesto viene superato, chi ha limitato il suo campo di conoscenze all’ambito scolastico, diviene obsoleto. Quindi diveniamo dipendenti, ergo controllabili e ricattabili. Insomma, mano d’opera a basso costo. Tale processo, in una società come la nostra in continuo progresso (ma non in continua evoluzione, sia chiaro), mina pesantemente l’autonomia e l’autodeterminazione dell’individuo.Noi veniamo riempiti di saperi utilitari privi di qualsiasi creatività e con un limite ben preciso. Roba che può venire inculcata restando “comodamente” seduti nella proprie case (prigioni?), tramite computer e programmi didattici interattivi. Da  L'insegnamento dell'ignoranza, www.oltrelacoltre.com

E’ stato conservato un settore di eccellenza, destinato a formare le élites intellettuali, scientifiche, manageriali e tecniche che prenderanno i posti di potere per condurre la guerra socio-economica, sempre più dura e spietata. Questi poli di eccellenza, dalle condizioni d’ingresso altamente selettive, trasmettono in modo classico il sapere. Non una cultura nozionistica, ma un sapere sofisticato e creativo, una coscienza critica altamente sviluppata e una padronanza nel mettere in azione idee e conoscenze. A noi rimangono competenze “specialistiche” di basso livello e saperi usa e getta. E’ proprio quello che afferma un rapporto della Commissione Europea e dell‘OCSE del 24 Maggio 1991. Secondo tale resoconto, le nostre “competenze medie” hanno una vita di dieci anni, poichè il capitale intellettuale perde di valore il 7% annuo. Si tratta di competenze provvisorie, a tempo determinato, adatte ad un contesto tecnologico, ma non solo, ben preciso. Ogniqualvolta un dato contesto viene superato, chi ha limitato il suo campo di conoscenze all’ambito scolastico, diviene obsoleto. Quindi diveniamo dipendenti, ergo controllabili e ricattabili. Insomma, mano d’opera a basso costo. Tale processo, in una società come la nostra in continuo progresso (ma non in continua evoluzione, sia chiaro), mina pesantemente l’autonomia e l’autodeterminazione dell’individuo.Noi veniamo riempiti di saperi utilitari privi di qualsiasi creatività e con un limite ben preciso. Roba che può venire inculcata restando “comodamente” seduti nella proprie case (prigioni?), tramite computer e programmi didattici interattivi.
Da L’insegnamento dell’ignoranza, www.oltrelacoltre.com

Sono in un periodo di grande turbamento. Attorno a me vedo proliferare a dismisura iniziative editoriali indebite e approssimative, tirannie economiche, quando non ideologiche, dei vecchi clienti del mio lavoro, furbizie o, se vogliamo, piccoli espedienti di sopravvivenza dei 30-40 enni in questo periodo di scarsa offerta di lavoro. Sicché più di uno, tra coloro che amano il giardinaggio e annaspano per stare a galla dal punto di vista economico, negli ultimi anni ha pensato che forse questo è un settore che tira e, di qui o di là, un piccolo corso di orti urbani tenuto a pagamento nella propria città e due righe quasi gratuite su come piantare lattughe e tulipani, scritte tutti i mesi per l’house organ di un supermercato o per un portale internet generalista, alla fine qualcosa si porta a casa e intanto cresce la visibilità, rafforzata poi con facebook, il blog, i tweet, l’ingresso a gamba tesa nel territorio di altri. Sicché, io che leggo di tutto e mi vedo passare davanti di tutto, non smetto di stupire per quanto sta succedendo, per la sguaiata pochezza con cui troppa gente affronta quest’epoca pesante. Stupisco perché continuo a credere che est modus in rebus (c’è una misura nelle cose) e, prosegue Orazio che l’ha scritto anche per dare voce a me stremata dal punto di vista professionale e umano, sunt certi denique fines, Quos ultra citraque nequit consistere rectum, ovvero: vi sono precisi confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto.

Faccio qualche esempio, omettendo nomi e luoghi, perché non è nelle mie intenzioni arrecare danno ad alcuno in specifico: a me interessa solo capire gli spostamenti della società nell’ambito delle cose che conosco e di cui sono vissuta sino a qui. E magari capire quanto sarò tagliata fuori tra poco, se persevero nella mia logica di vita e di morale (non ho alcun dubbio che intendo perseverare).

  1. Finisco casualmente in un blog inglese che non c’entra niente con le piante, ma trovo citata una cariatide del giornalismo modaiolo italiano un po’ più vecchia di me. Allora mi fermo a curiosare, per scoprire che il compunto signore inglese, che tiene una rubrica di giardinaggio per una famosa testata nella terra d’Albione, con grandi onori è stato ospite, in varie località d’Italia, di una serie di vecchie cariatidi, di cui una sola giornalista, ma tutte presentatesi come horticultural journalist and garden writer. Due o tre di queste sedicenti giornaliste di giardinaggio le conosco: sono signore senza arte né parte, con un consistente conto del marito a disposizione, e tuttavia infelici perché senza identità, non qualificabili diversamente che mogli di qualcuno, anche se dotate di laurea e appassionate di giardini, o almeno del loro. Niente di più semplice allora che presentarsi con una qualifica non impegnativa… O per meglio dire: non impegnativa per chi non deve essere né giornalista né garden writer davvero in questi tempi balordi.
  2. Visito il sito di un’associazione internazionale di giornalisti con finalità interessanti, navigo pertanto a lungo nelle diverse pagine e alla fine finisco nella pagina dei giornalisti italiani che aderiscono al progetto. A parte tre o quattro professionisti di testate come il Corriere della sera, La Stampa e Il fatto quotidiano, ci trovo di tutto: amministratori delegati di società con piccoli businnes metalmeccanici e persino la proprietaria di un sito di vendita di mazzi di fiori dall’estero verso l’Italia. Si vede che a scrivere le specifiche dei mazzi, venduti per altro a carissimo prezzo, dà automaticamente la qualifica di giornalisti…
  3. Per altro, ormai forse ci vorrebbe la qualifica di chef per scrivere il retro delle bustine di sementi. In un blog trovo illustrata con entusiasmo l’idea di una ditta sementiera, che ha dotato una serie di bustine di ricette tradizionali: il pesto genovese, la pasta al sugo di pomodoro, il risotto al radicchio e cose simili. Allora non capisco più come funziona: chi si occupava d’altro adesso scrive di giardinaggio e intanto le posizioni raggiunte sono via via erose da altri, che si occupano di cucina. Che farci: la cucina tira sicuramente di più del giardinaggio e poi c’è in vista l’Expo sul tema Nutrire il pianeta…
  4. Mi ricordo improvvisamente di essere passibile di multe e chissà cosa altro dall’Ordine dei giornalisti, perché nel 2014 mi sono dimenticata di frequentare i corsi e non ho accumulato almeno 15 dei crediti obbligatori all’anno. Giornalisti punibili se non ottemperano ai bla bla, e non giornalisti aggiornati, a chi vuoi che importi? Una prova. C’è un corso che dà ben 8 punti, tenuto in una nota località sciistica alla moda. Si svolge su tre giorni, casualmente un fine settimana lungo in cui in zona si fa festa e per di più quando la neve è al massimo, bella da sciare. Il corso non ha costi e si svolge, guarda caso, dalle ore 12,30 alle 14 per due giorni, ovvero nella pausa pranzo, il venerdì da quando fa buio all’ora di cena. Il corso è gratuito (molti altri sono a pagamento), ma se devi soggiornare sul posto ti paghi l’albergo, però ti fai un fine settimana con i fiocchi, letteralmente. Lo dico ad un amico giornalista che ama sciare e lui mi risponde che due ore dopo la comunicazione del corso non c’era già più posto. Mi sono dimenticata di dire il tema del corso che dovrebbe garantirmi metà dell’aggiornamento obbligatorio per quest’anno: “Quando il cibo prende quota”. Mi scappa da ridere. Posso?
  5. Firmo un contratto che mi impegna a scrivere un libro su un argomento che riguarda piante e giardini, lo scrivo, lo consegno dopo aver messo a punto alcuni contenuti che, a detta dell’editore, mediato dal direttore della casa editrice, devono essere generalizzati al clima di tutta Italia, anche se i climi italiani sono tanti, dalla zona 5 delle Alpi alla zona 10 del Sud costiero. Mi dicono all’incirca di fregarmene, di cacciarci dentro a forza soprattutto la pianura padana, visto che è lì che le librerie vendono i libri. Prometto di cercare una mediazione dignitosa, cioé che accontenta loro e non mi fa diventare ridicola, e così faccio. Tengono lì un mese il libro finito senza neppure accusare ricevuta, sollecitati a dirmi se lo hanno ricevuto prima parlano d’altro, poi che non hanno ancora avuto tempo di vederlo, quando prendono coraggio e stabiliscono che non sono più in grado di pubblicare i libri che loro stessi hanno richiesto agli autori ricominciano con pressioni assurde, uno sbracamento ignominioso: guarda che nel frattempo è nevicato a Palermo, come la mettiamo con le tue zone climatiche? E poi guarda che alla luce dei cambiamenti climatici non ci sono più zone climatiche, bisogna ragionare in altri termini. Io già avevo ragionato anche in altri termini, alla luce di nuovi scenari ma, non avendo neppure sfogliato le pagine, loro non se ne sono accorti.Vabbé, mi dicono a corto di argomenti, chiediamo al Grande e Onnipotente Editore che tutto sa e poi vediamo. La risposta che a quel punto era un po’ più che ovvia è arrivata di lì a poco con una e mail scipita con cui ritengono risolto l’affaire, come se chi scrive fosse gettonabile con niente e ricattabile con la pagnotta. Se i contratti valgono per me, valgono anche per questi personaggi, o no? No, e lo sanno, perché io, che avrei ragione (ho un loro contratto firmato), dovrei andare da un avvocato ed è un costo, una rogna, discussioni, altre male parole che offendono la decenza e portano via altro tempo. Destinerò un’altra volta un post a raccontare perché è demenziale pensare di piantare fichi d’India a Piacenza e non è innovativo né sensato destinare bugainvillee a Torino, ma lascio qui adesso, appena ricevuta una raccomandata che dice che non sono più interessati a pubblicare il libro, questa goccia che fa traboccare il vaso, visto che sono in tema. Comunque, su questa storia sto in bilico: mi sta crescendo dentro una sorta di fede buddista sul fatto che le cose spesso sono in grado di prendere da sole la piega giusta. Il futuro non sta dalle parti di ciò che ho frequentato sino ad ora. E così, tra l’altro, devo fare un po’ meno fatica a districarmi in questo orticaio immondo che è diventato il mondo professionale.

Ho detto che a me interessa solo capire gli spostamenti della società nell’ambito delle cose che conosco e di cui sono vissuta sino a qui. E magari capire quanto sarò tagliata fuori tra poco, se persevero nella mia logica di vita e di morale. La risposta tutto sommato l’ho già trovata, non so se più in Corrado Alvaro (Ultimo diario, 1961): “La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile” o in George Orwell (1984 del 1948): “Era un solitario fantasma che proclamava una verità che nessuno avrebbe mai udita. Ma per tutto il tempo impiegato a proclamarla, in un qualche misterioso modo la continuità non sarebbe stata interrotta. Non era col farsi udire, ma col resistere alla stupidità che si sarebbe potuto portare innanzi la propria eredità di uomo”.

Una foto una storia (dal 21 gennaio 2015)

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La foto della testata del blog dal 21 gennaio 2014

Fioriscono i bucaneve
Oggi è arrivata la neve. Il primo fiocco è sceso mentre guardavo fuori dalla porta il grande vaso – una vecchia botte da vino riciclata –  nella quale un paio di mesi fa abbiamo rinvasato un faggio disgraziato, con tutto il suo corteggio di erbe e bulbi. Anzi, per appoggiare la base del vaso, ben più grande di quello precedente, ho dovuto togliere da terra due o tre ciuffetti di bucaneve: si vedevano appena spuntare le prime foglioline.  Allora avevo commentato con mio marito che conoscevo di preciso l’anno in cui era arrivato a casa un solo bulbo (spesso le mie bulbose sono iniziate da un bulbetto sfuso affidato alla terra senza molta convinzione). I bucaneve (Galanthus nivalis) sono estremamente prolifici e ho appena scoperto che sono le formiche a portare in giro con convinzione i semi: sono ingorde delle capsule carnose in cui i semi sono contenuti. Così dopo una ventina di anni il mio solo bulbo, interrato nel vaso del faggio, si è moltiplicato per cinquanta o cento, anche ad una certa distanza, a Galathus-nivalis-sotto-la-neveterra e nel vaso stesso. Amarillidacea della flora italiana precocissima, il bucaneve è presente in Toscana, Calabria e Sicilia anche con la specie Galanthus reginae-olgae, dedicata alla regina greca della seconda metà dell’Ottocento Olga Konstantinovna e, inselvatichito qui e là, riconoscibile innanzi tutto per le dimensioni maggiori, con la specie Galanthus elwesii dell’Europa orientale. Oggi i primi ciuffetti di bucaneve in fiore, in anticipo di qualche settimana rispetto alla norma, hanno “assaggiato” la prima neve della stagione.Galanthus-nivalis Speriamo non ne venga troppa, diciamo non più di 10 centimetri, perché questi primi fiori dell’anno dall’aspetto fragile, ma robustissimi, possano mantenere fuori la loro testolina. Per chi vuole collezionarli, la notizia che ci sono ben 160 varietà, quasi tutte dei soliti inglesi, come racconta il sito di Floriana Bulbose a questo indirizzo.

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