Servono giardini invece di vivai

marco-picca-alla-mostra-di-racconigi-con-un-vasetto-di-soldanellaEravamo rimasti d’accordo che vi avrei raccontato di Marco Picca Piccon e del suo vivaio Vivalpi, che produce piante alpine. Insisto perché la sua storia è sintesi istruttiva di tante altre storie che dieci o quindici anni fa facevano intravvedere un futuro radioso per la biodiversità vegetale e per la cultura del verde nazionale. Marco è perito elettronico di formazione, vivaista di elezione per un amore insaziabile per le piante e ristoratore di professione, non solo perché interessato alla cultura del buon cibo, ma soprattutto perché poco più che ventenne si è trovato a gestire un ristorantino di famiglia che faceva successo nonostante fosse fuori mano, a Cudine di Corio, minuscolo borgo a 800 m tra Cirié e l’aeroporto torinese di Caselle. Marco è stato bravo a organizzare gli impegni, sicché da vent’anni la mattina si alza ristoratore creativo per la sua linda “Osteria di campagna” che ha scelto di tenere aperta solo a mezzogiorno, il pomeriggio diventa vivaista nei terreni dietro casa e la sera va a dormire con le piante alpine nel cuore e la lista della spesa alimentare pronta per l’indomani mattina. Nei confronti di tanti quarantenni che lamentano di non riuscire a realizzarsi e vedono il tempo passare inesorabile, Marco fa la parte dell’iperrealizzato su più fronti. Suona il piano, tiene aggiornato il sito internet per dare una vetrina alle sue piante (moltissime prodotte per la prima volta in Italia, da semi ottenuti  attraverso associazioni e orti botanici in giro per il mondo) , da anni spende i giorni di riposo ristrutturando un rifugio in quota perchè altri possano scoprire i paesaggi alpini e le piante che li abitano con infinita grazia e miracoloso adattamento. Sino a quando ha sentito aperta e possibile la scommessa, Marco ha battuto il ritmo delle sue giornate con tenacia e buon umore, trovando in più il tempo per allestire mostre tematiche raffinatissime: mille vasetti tutti uguali e tutti giudiziosamente cartellinati, come è successo in cima ad una delle colline delle Langhe, al castello di Serralunga. Ha ripetuto l’esperienza due o tre anni fa anche alla mostra di Racconigi, al tempo della fioritura delle sassifraghe. Marco da qualche tempo sente che qualcosa è cambiato: alla mostra di Masino e a Orticola a Milano i visitatori danno un’occhiata e vanno via o al massimo, colpiti da un fiore strano o da un pulvino di sassifraghe, chiedono se resiste nel giardino al mare  e se crescerà abbastanza per riempire un certo angolo. Chi ha sensibilità, capisce che sono un’altra cosa l’amore, la curiosità scientifica, il desiderio incontenibile di possesso che coglie il collezionista, la scommessa di riuscire a mantenere vive e in buona salute creature di luoghi estremi. In una mostra di giardinaggio dove passano quindici o ventimila persone, dice Marco, al massimo ne trovo tre davvero interessate.  Ed è così che un poco alla volta nascono dubbi sull’investimento: devo essermi sbagliato, ho creduto che ciò che riempiva di gioia me avrebbe dovuto far gioire anche gli altri. Ma non siamo tutti uguali e poi siamo in Italia. E allora: vale la pena di avere una doppia e tripla vita sempre indaffarata, semina, ripicchetta, bagna, moltiplica, difendi, rinvasa piante che poi quasi nessuno capisce?
marco-picca-piccon-tra-le-roccaglie-del-suo-vivaio-vivalpiIl dubbio dilaga tra coloro che rappresentano la nuova leva del vivaismo nazionale, i laureati che hanno fatto conoscere piante diverse dai soliti standard e le hanno coltivate con criteri di qualità. Insomma, più o meno come in Francia, Inghilterra, Germania, anzi una volta vi racconterò di un formidabile, caotico, microscopico vivaio in cima alla Bretagna che è una sorta di santuario a cui attingono i collezionisti di tutta Europa. L’altro giorno ho incontrato per strada Filippo Alossa del vivaio Millefoglie. Si stupisce che di recente qualcuno gli abbia chiesto una consulenza per aprire un nuovo vivaio. Mi guarda e con la sua voce calma riferisce: “E io gli ho detto: ma insomma, come  credi di campare con un piccolo vivaio? Sarebbe più interessante che tu utilizzassi il terreno per fare un giardino. Se è originale, dopo puoi pensare che vengano a visitarlo a pagamento e, semmai, puoi integrare proponendo in vaso alcune delle piante del giardino, che la gente può vedere contestualizzata. Questa è l’unica maniera di fare ancora un piccolo vivaio di qualità.” Così ho capito che una stagione è proprio finita, innanzi tempo e con mio sommo rincrescimento, ma contro le cose e le pieghe del tempo non si può andare. Forse però si sta affacciando un’altra stagione. Tutto sommato più interessante perché prevede che le piante, rare, strane, comuni, alpine o marine, siano inserite in un contesto esteticamente accattivante, come solo l’arte giardinieristica sa suggerire. E gli italiani, sensibili al bello più che alla scienza e alle piante, forse così si lasceranno irretire dalla magia del giardino e dal suo linguaggio. Insomma, devo telefonare a Marco, prima che metta in cantiere nuove semine solo per sé. E dirgli che forse vale la pena raddoppiare e triplicare le sue due splendide roccere di alpine, piuttosto che moltiplicare nuove piante.

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

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