Disappunti italiani: Venaria

La sera di venerdì 12 ottobre hanno inaugurato il restauro della Reggia di Venaria Reale in pompa magna e con 5.000 invitati. Chissà se anche la cerimonia con i soldi del lotto e in stile “na scarpa e na socla” come si dice da queste parti non lontane dalla ritrovata Reggia sabauda. Ovvero una scarpa e una zoccola. Dove zoccole sono tutti quegli avanzi di piante che nel giardino costato 25 milioni di euro hanno avuto la dignità di piante in regola perché lo Stato fa solo aste al ribasso e con il 43% di ribasso che cosa si vuole pretendere: che siano piante? Dopo avermi suggerito la mano leggera nel parlarne male, aver pubblicato solo il meglio e poi non aver ricevuto in cambio nemmeno l’invito formale all’inaugurazione, la direttrice del giornale per cui ne ho scritto mi ha espresso la perplessità sui modi di agire. Non si sa bene di chi, come quasi sempre nelle cose pubbliche. La Stampa si è affrettata ad allegare un libro di Allemandi che riesce ad avere 80 pagine solo perché le foto sono su doppia pagina e il corpo dei testi da miopi quasi ciechi, mentre La Repubblica il giorno dopo all’inaugurazione ha dedicato pagine su pagine all’evento mondano e al suo contenuto culturale e, tramite la penna di Marco Trabucco e di Maurizio Crosetti, si è permessa un tono giusto perplesso come quello della mia direttrice. Per esempio: “E’ un trionfo di scudi e cimieri, dipinti e carte topografiche, stucchi e velluti, damaschi e plexiglas, cuoio antico e mancorrenti anodizzati, un po’ palazzo reale e un po’ Ikea”. Sob. E la presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso chiamata “madama reale”, il popolo dietro le transenne che applaude i Savoia (quelli di oggi, riammessi sul sacro suolo patrio e agli aventi mondani nazionali), Veltroni che preferisce andare a mangiare la pastasciutta da un operaio e arriva con un’ora di ritardo, le signore invitate definite “carampane d’epoca”, il pensiero che “magari la prossima volta si potrebbe organizzare qualcosa di più sobrio, una conferenza stampa e poi i cancelli aperti a tutti, senza buffet, senza discorsi replicanti, senza gran dame e nobiluomini”. E il ricordo con un brivido che negli anni Sessanta si era pensato di spianare tutto e farci case popolari e la vista sui nuovi giardini che è consolatoria, ma “certo bisogna far finta di non vedere i container e la gru, simboli del cantiere eterno”. Si vede che il giornalista de La Repubblica non ha gli occhi avvezzi come i miei a vedere giardini, perché guardando dalle finestre rimesse a nuovo del palazzo si sarebbe accorto che i 750 metri di viale centrale con il doppio filare di pioppi cipressini non ne ha due soli alti uguali e la prospettiva va a farsi benedire.
Giusto perché due mesi fa ho sollevato io il caso dei vasi di plastica ancorati con catene nel giardino a fiori proprio sotto la reggia, e Mirella Macera, funzionario della Sovrintendenza a cui avevo mostrato la foto chiedendo conto, si è affrettata a far rimuovere quella “installazione” che mi piacerebbe poter chiamare con il suo nome e in pubblico non si può.

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

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