Un futuro per Marlia

All’inizio del pomeriggio ho ricevuto una telefonata ben informata: pare che la Villa Reale di Marlia sia in vendita, dopo la morte l’estate scorsa di Letizia e Camilla Pecci-Blunt. Chi ha ereditato la proprietà sembra interessato a disfarsene alla svelta perché la villa con il suo giardino è un impegno che non restituisce denaro. Marlia non si presta ad essere una impresa: è solo un regno di bellezza che chiede continuità e qualche soldo speso ogni anno. Così viene venduta e magari, come investimento che non si deprezza nel tempo, trova tra i possibili acquirenti aziende immobiliari e banche. Anche straniere.
Ma sì, è così che vanno le cose. In un servizio che ho scritto qualche anno fa dicevo: “Marlia ha l’incanto dei progetti di largo respiro che riservano una magia diversa dietro ad ogni angolo e l’intensità dei luoghi in cui, anche se non se ne sa niente di arte dei giardini, si coglie lieve e fruibile la stratificazione della storia e l’abilità nella conservazione da parte dei giardinieri. Sono 19 ettari di terreno a meno di 10 km a nord di Lucca sulla strada per l’Abetone, dove in epoca longobarda ebbero la casa di villeggiatura i duchi di Tuscia, sin dal Rinascimento gli arcivescovi di Lucca, nel periodo barocco ricche famiglie lucchesi, nell’Ottocento regnanti e nobili di diversa nazionalità e infine, dal secondo decennio del Novecento, i conti Pecci-Blunt”.
Negli anni Cinquanta c’erano ancora 35 giardinieri, molti dei quali abitavano nelle case dentro al giardino e allevavano figli che a loro volta avrebbero fatto i giardinieri a Marlia. Di generazione in generazione venivano tramandati segreti, modi di lavoro, raffinatezze stilistiche, ritmi con le lune e con il calendario, tic professionali. Si producevano sul posto ad ogni stagione 8.000 piantine di annuali, si riproducevano i limoni, si legavano i tassi di quel portentoso teatro di verzura che ha quattrocento anni, si piantavano dalie per rallegrare la padrona di casa, lantane bianche e gialle, hibiscus, ageratum e coleus per colorare i giorni di vacanza degli ospiti illustri, si facevano i trattamenti agli euonimi del giardino spagnolo, che io adoro: a mio parere il Giardino Spagnolo della Villa Reale di  Marlia è uno degli spazi meglio scanditi nella storia dei giardini. Poi i giardinieri sono rimasti quattro e hanno proseguito come potevano. Ma è gente onesta e ambiziosa, che si aspetta un “bravo” se ciò che ha fatto piace. Uno di questi, Piero, all’epoca in cui lo incontrai io lavorava a Marlia da 49 anni e aveva il volto che si illuminava, quando raccontava che Letizia Pecci-Blunt, soggiornando a Marlia d’estate, lo chiamava ancora Pierino come mezzo secolo prima: “Pierino, dammi la mano che andiamo a vedere i fiori”. Di certo quei quattro sopravvissuti di un battaglione decimato nella guerra per la redditività di questi tempi lavorano il triplo che nei giardini di Stato, ammesso che a Boboli, per citarne uno, ci siano ancora giardinieri interni. La volta in cui, nell’ambito di una serie di servizi sui grandi giardini visti con gli occhi di chi ci lavora dentro, mi sono interessata per parlare con i giardinieri di Boboli, è stato un dramma. Ho perso due intere mattinate al telefono a rincorrere qualcuno che mi dicesse, in una delle tre sovrintendenze fiorentine interpellate, e che si rimbalzavano mansioni e doveri: “Sono io il responsabile dei giardinieri”. Invece fu una farsa e io rinunciai, anche perché una donna delle pulizie, venuta a rispondere al telefono (a mezzogiorno in punto in una delle sovrintendenze non c’era più nessuno) mi disse di mettermi il cuore in pace: “Io attraverso Boboli quasi ogni giorno ma di giardinieri non ne vedo da anni. Qualche volta ci vedo gli operai di una ditta esterna dove lavora anche mio marito. Ma non sono giardinieri, mi capisce?, sono operai per fare i lavori pesanti, per la sicurezza perché se cade un albero sulla testa di un visitatore è un guaio…”
Io spero che Marlia resti in mani private e con una gestione illuminata. Almeno in ricordo dei Pecci-Blunt che se ne fecero carico, nel 1918 alla morte di un disgraziatissimo figlio di principe, per evitare lo smembramento, la vendita dei mobili e degli alberi del giardino (come legna da ardere, naturalmente). Serviva denaro per pagare i suoi debiti di gioco, e i Pecci-Blunt investirono sulla redenzione.

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

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