I lunghi, lucenti stami e le parole per dirlo

Sto lavorando in questi giorni (con un groppo in gola per ciò che vivo come un affronto morale) alla revisione di un libro di giardinaggio per altro uscito solo dieci mesi fa e già necessitante di restyling. L’autore, un povero incompetente e illetterato probabilmente spinto ad accettare l’incarico dalla vanità di vedere il proprio nome stampato in copertina e magari dal miraggio di qualche soldino, non è neppure in grado di parlare un comune italiano, non dico l’italiano specifico del giardinaggio.
Apro una parentesi in merito. Quando ho frequentato Scienze Naturali, una delle prime cose che mi sono state dette è che al termine dei quattro anni del ciclo di studi mi sarei ritrovata con un bagaglio linguistico aumentato di ventimila termini scientifici legati alle scienze naturali. Non certo ventimila, ma forse mille, mi sono rimasti attaccati addosso. Nessuno invece mi ha insegnato il linguaggio specifico del giardinaggio perché non è materia di insegnamento (forse ora sì in qualche master, una volta no). In più l’orticoltura italiana non è mai stata raffinata, per esempio, come quella francese, che ha un termine preciso persino per ogni tipo di vanga, e non ha una lunga storia popolare come quella inglese. Così la mia generazione, quella che ha intrapreso l’attività giornalistica negli anni Ottanta con la nascita dei mensili Gardenia e Giardini, ha dovuto mettere a fuoco un proprio linguaggio che potesse essere riproponibile, divulgabile, evocativo, corretto dal punto di vista orticolo. Chiudo la parentesi, o quasi.
Bene o male tutti coloro che frequentano l’argomento si sono impegnati o adeguati, e insieme abbiamo costruito i modi per dire. Mi fa specie ogni tanto leggere qualcosa sulla stampa specializzata ricordando benissimo il giorno in cui ho inventato un certo modo di dire per rendere chiaro e popolare il giardinaggio e Lorena Lombroso, che allora dirigeva Giardini e non ne sapeva nulla dell’argomento ma era molto attenta, entusiasta e curiosa, recepiva e mandava in stampa. Così urta profondamente la mia sensibilità che un signore a cui è stato commissionato un libro di giardinaggio parli a vanvera, somministrando a ignari lettori concetti assurdi in una lingua improponibile. Ma ancor più mi provoca una vera sofferenza il fatto che, interpellato dall’editore perché dicesse se c’era qualche concetto che nella revisione intendeva cambiare, questo disgraziato ha fatto due correzioni minime. Quasi dovesse solo togliere un impercettibile pelo da una meravigliosa maglia di cashmere o il segno di una goccia d’acqua da un pavimento in marmo pregiato tirato a cera. Una delle due correzioni che ha richiesto riguarda una didascalia. Nell’ambito della descrizione dei fiori delle ortensie, suonava “lunghi, lucenti stami” e questo signore inqualificabile ha chiesto che fosse corretto in “lunghi e lucenti stami”. Una di due sole correzioni suggerite dall’autore, badate, in un libro neppure scritto in italiano.
Dopo essermi preoccupata a suo tempo di riuscire a trasmettere agli italiani un linguaggio orticolo praticabile e puntuale, adesso vorrei trovare altre parole. Per dire che bisogna essere tolleranti con le virgole, ma non c’è motivo di esserlo con chi a loro soltanto riconduce i baratri culturali.

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

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