Ricordando Ivano Garbuio

ivano-garbujoGuardo fuori dalla finestra e penso che giusto un anno fa l’amico realizzatore di giardini, vivaista, conoscitore finissimo delle piante Ivano Garbujo concludeva la sua vita a soli 53 anni. Ha fatto in tempo ad uscire di casa di buon mattino, pronto ad un’altra giornata tra piante e giardini, e la signora con la falce ha deciso di prenderselo. Niente futuro per Ivano, e invece in tanti pensiamo che c’era ancora bisogno di lui. Della sua voce stentorea, del suo cuore fine, dei suoi racconti che sembravano sempre esagerati, per poi scoprire invece che era tutto vero e magari aveva taciuto per pudore la parte più importante e più esagerata. Come la faccenda di andare a fare giardini in Inghilterra. Una volta mi viene a trovare e mi fa vedere alcune foto di un antico cottage inconfondibilmente inglese. Dice: “Guarda questo bosso: è uno spettacolo e gliel’ho trovato a Pistoia, l’avranno avuto lì da vent’anni, troppo costoso, troppo grande, troppo bello per i giardinetti italiani di oggi. E guarda i tassi: che te ne pare?”. “Bello tutto – dico io facendo passare le foto – anzi tutto formidabile. Ma fammi capire: mi stai dicendo che li hai forniti tu agli inglesi?” E lui, riduttivo: “No, non ho fatto la fornitura, li ho scelti e piantati; un bel posto nel Kent e gente davvero riconoscente, ce ne vorrebbe più spesso di lavoro così, che ti mette in contatto con il mondo degli altri. Degli altri giardini e delle altre culture, voglio dire”. Ivano era curioso, anzi avido di piante e di luoghi. Una volta mi cercò al telefono mentre ero a Parigi e mi disse scherzando che mi avrebbe raggiunta volentieri perché non aveva mai visto la città. E, al mio invito, si era organizzato e mi aveva raggiunta davvero, con l’entusiasmo di un bambino. Grande e grosso, ultraquarantenne, ma ancora con gli occhi puliti di chi ama la vita con candore e non gli pare vero di scoprirla giorno per giorno. Ricorderò quella volta di Parigi perché in meno di un giorno gli ho fatto vedere tutto o quasi, giardini e nuovi parchi compresi, e lui sempre dietro un po’ affaticato da tanti passi e dalle immersioni nella metro e relative emersioni, ma sempre più entusiasta. Solo a metà pomeriggio, finalmente seduti in uno scompartimento del treno che riportava entrambi a casa, sollevando un po’ l’orlo dei pantaloni mi ha fatto segno di guardare: aveva le caviglie ridotte a salsicciotti. Dovevano fargli molto male, ma non aveva detto niente durante il tour de force turistico e continuava a tacere signorilmente il lato meno piacevole della gita. Abbiamo riso sino alle lacrime, con i viaggiatori dello scompartimento che si chiedevano che diavolo fosse tutta quell’allegria all’italiana.

Un momento sereno di Ivano Garbujo, in occasione della prima edizione della mostra di giardinaggio al castello Karolyi, in UNgheria. Alle sue spalle il castello che nel 2005 era appena stato restaurato, tra le sue braccia Quercus pumila, di cui andava fiero.
Un momento sereno di Ivano Garbujo, in occasione della prima edizione della mostra di giardinaggio al castello Karolyi, in UNgheria. Alle sue spalle il castello che nel 2005 era appena stato restaurato, tra le sue braccia Quercus pumila, di cui andava fiero.

Ivano aveva un fiuto formidabile per trovare piante nuove e ogni volta che alla mostra di Masino vinceva un premio con qualcosa di mai visto, o che egli aveva riscoperto, dimenticato in fondo a qualche vivaio all’ingrosso, diceva che non era giusto, il premio era per chi aveva coltivato quella pianta. L’anno che vinse con Carpinus betulus ‘Monumentalis’ telefonò seduta stante al vivaista brianzolo Mauri per dirgli che la sua pianta era stata giudicata la più interessante della manifestazione e che lo ringraziava. Era fatto così, irruente ma con una sensibilità finissima. In Inghilterra, nei giardini di Wisley che sono un santuario da affrontare ben concentrati, fu un tormento sentirgli urlare da lontano, con immensa gioia, il nome di arbusti che io non sapevo neanche esistessero e che lui aveva imparato a riconoscere leggendo libri e cataloghi. Era sempre così esuberante se qualcosa lo entusiasmava. E se riusciva ad entrare in possesso di un esemplare raro e strano, era con atteggiamenti scoppiettanti che lo raccontava. In Ungheria nel 2005, alla prima edizione della mostra al castello Karolyi di Fehérvàrcsurgò, girava abbracciato ad un vaso con dentro una strana quercia arbustiva coprisuolo, Quercus pumila. Diceva: “Scommetto quello che vuoi che nessuno sa dirmi che cos’è: questo è l’unico esemplare in Europa; lo spirito europeista di questa mostra mi ha obbligato a portare questa pianta per farla conoscere, ma non la venderei per nulla al mondo.” Una volta tornai con l’aereo dal Chelsea Flower Show atterrando a Treviso e per caso lo trovai al vivaio Priola. Aprii lo zaino per fargli vedere le meravigliose ortensie che avevo acquistato e che in Italia ancora non c’erano, buttò incuriosito uno sguardo e, guardando poi me, scosse la testa: “Ma non potevi dirlo, che volevi una ‘Ayesha’, una ‘Blue Diadem’ e cose simili? Le ho riprodotte lo scorso anno, qualche pianta per te è già sicuramente pronta”. Mi disse di aspettare, se ne andò nel suo vivaio a Vallà di Riese e tornò portandomi in dono una Hydrangea ‘Preziosa’ e chiedendomi di controllarne il comportamento sulle mie montagne. Lei vive ancora nel mio giardino fresco dietro casa e quello che non è giusto è che Ivano, invece, non c’è più.

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

2 thoughts on “Ricordando Ivano Garbuio

  1. Conoscevo Ivano, eravamo e siamo colleghi, con sensibilità ed atteggiamenti diversi. Io propendo per un giardino il più naturale possibile, come si dice ora “in movimento”. E’ stato profondo il mio dolore per aver perso ancora un altro caro collega ancora così giovane. Leggendo il suoi pensieri m’è venuta alla mente la dedica di un’amica e cliente su un dono natalizio “Chi pianta degli alberi pur sapendo che non potrà mai sedersi sotto la loro ombra ha almeno cominciato a comprendere il senso della vita”. Chissà se con tutta la frenesia del nostro tempo è proprio vero, oggi costruire un giardino vuol dire bruciare le tappe, mentre dovrebbe essere un’esperienza di vita. Spero proprio che i giovani che si formano alla nostra difficile arte imparino ad essere umili di fronte alla natura, già bella senza bisogno del “nostro design”.
    Con stima.
    Carlo Boscardin – paesaggista

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    1. @Carlo Boscardin
      Ivano Garbujo costruiva giardini anche importanti ma, per quanto ho potuto conoscerlo, sapeva rifuggire dal “chiavi in mano” quando coglieva nel cliente non la volontà di rappresentazione di se stesso e del proprio benessere economico, ma il desiderio di appropriarsi di un’arte e di un benessere intimo e condivisibile. Oggi è vero che corriamo troppo e anche i giardini bruciano le tappe, ma è anche vero che per la prima volta molta gente che non ha mai posseduto un giardino impara a farsene uno con mezzi minimi, sfruttando piccoli spazi, tra errori e successi, tra scelte botaniche azzeccate e altre terribili, però vivendo un’esperienza che era sino ad ora negata. Provi a tendere l’orecchio nello stand di un vivai qualsiasi durante una mostra di giardinaggio e capirà che è in atto un processo di crescita nella direzione della comprensione del senso della vita di quella bella frase da lei citata. I risultati non sono di certo immediati e continueranno comunque ad esserci quelli che vogliono subito il giardino finito e maturo, visto che siamo una nazione di esteti e un po’ esibizionisti. Ma professionisti come lei che cercano la sintonia con la natura per un verso, e divulgatori come me per un altro, hanno una responsabilità nella crescita. Per quanto mi riguarda mi piace il pensiero di assumerla, questa responsabilità, anche pensando a Ivano che non c’è più.

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