Vetan e il paesaggio

Stasera mi sento suonata come un pugile che ha perso un incontro, ma credo sia solo una strana coincidenza tra un pensiero e l’aria dei 1800 metri di una valle alpina valdostana: a tanta aria non ci sono più abituata, e neanche al caldo del tutto inusuale a queste quote. Tutto per far contento mio marito, che ricordava di essere stato in vacanza, trent’anni fa, da ragazzo, in una frazione sopra Saint Pierre, non distante da Aosta dove proprio oggi alle 15 c’erano un po’ più di 32 °C. La storia però deve partire prima, da ieri sera.

Rincasavamo da un piccolo tour rinfrescante su una strada panoramica, che proprio Panoramica si chiama, Panoramica Zegna dal nome dell’industriale laniero che la volle a inizio Novecento come attraversamento di tutto il Biellese a circa 900 m di quota.  E io non riuscivo a stare zitta, guardando giù la pianura, individuando i manufatti belli e brutti dei declivi pedemontani sino alle due torri della ex centrale nucleare di Trino Vercellese, settanta o ottanta chilometri più in là. Vedi, dicevo a mio marito a cui va sempre bene tutto come succede solo agli inguaribili ottimisti; vedi, se la gente imparasse a guardare davvero e a vedere ciò che ha intorno con occhi critici, come minimo non accetterebbe e non pagherebbe certi progetti di villette orripilanti, non sprecherebbe territorio per costruire edifici nuovi lasciando all’abbandono le emergenze architettoniche tradizionali, si ribellerebbe alla proposta di asfaltare le strade di montagna e se l’amministrazione locale (e il riferimento era al paese in cui abitiamo) dipinge la facciata del grande edificio sede del Comune di un terrificante giallo limone, un pugno nello stomaco anziché il benvenuto a coloro che vogliono onorare con una visita questo paese di montagna che, se non esistessero gli uomini, sarebbe uno dei posti più belli sulla faccia della terra. Ci sarà pure un motivo, gli dicevo, se le uniche case accettabili di questa valle sono quelle vecchie che i milanesi hanno ristrutturato con l’amore dovuto ad un passato architettonico che si vuole far proprio. E aggiungevo: se anche la gente da queste parti non ha gusto, è tuttavia sensibilissima al denaro: dovrebbe sapere che le casette da geometra con giardinetti infimi perdono valore ogni giorno, mentre le case dei milanesi ristrutturate ad arte, pietra e legno e sobri giardini recintati di pali di castagno, guadagnano valore nel tempo, anche perché rappresentano la memoria architettonica di questa valle e non la fame di modernità male interpretata dai locali.
Insomma, parlavo così, con il mio tono un po’ sopra le righe di quando provo dolore ad assistere impotente alla distruzione del territorio che mi appartiene. Da sempre, ho interiorizzato ogni albero, ogni pietra, ogni profilo del paesaggio, ogni fungo che nasce in una certa stagione in un certo bosco. E soffro per ogni variazione che cancella una frase della favola, perché sento che porta via un po’ delle mie radici e un patrimonioo indispensabile per il futuro di tutti. E mentre sono lì a raccontare, incontriamo un compaesano che vive in città e viene d’estate a prendere il fresco. Impegnato in associazioni di valorizzazione del territorio, racconta di fondi e di una convenzione provinciale per il paesaggio, ora che si cerca di chiudere la stalla quando ormai i buoi sono scappati. Siamo stati tutta la sera sulla strada a cercare una redenzione per il luogo e per noi che l’abitiamo, ma è così difficile, se si è isolati e si fa fatica a contarsi. Con una domanda ricorrente: da dove si comincia a formare nella gente una nuova coscienza del territorio e del paesaggio? Io penso dalla scuola, prima da quella da far frequentare obbligatoriamente agli insegnanti per formarli, poi dalle classi elementari, cioè dai giovani più ricettivi.

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

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