Elenco floristico del mio orto novembrino

Stamattina ho guardato giù nell’orto un po’ contrariata: la pioggia fredda e cattiva, che è arrivata stanotte dopo tre magnifici giorni di sole tiepido, potrebbe rovinare il bendidio che in questo scorcio di stagione offrono le parcelle ad una come me: potrei avere la tavola imbandita di ogni lecornia ma se non ho verdure e legumi penso di essere ridotta alla fame.
“Non so che cosa hai tanto da stupirti – dice mio marito alle mie continue esclamazioni per la ricchezza dei raccolti di questi giorni. – Il tuo orto in autunno è sempre stato così”. Non proprio; a metà novembre molti anni l’orto era già del tutto in riposo, qualche volta negli ultimi quindici anni anche sotto la neve: spinaci, rape e arrivederci alla primavera. In questi giorni, invece, complici il bel tempo, le semine accorte a fine luglio, una sostanziosa concimazione organica la scorsa primavera, c’è una scelta ricchissima, tanto appetitosa e varia che questo primo giorno di pioggia fredda mi fa temere di perdere un tesoro. Così compilo radicchio-rossoqui, a futura memoria, l’elenco floristico dei 70 metri quadrati di giardino a cui, tutto sommato, sono più legata: gli dedico con affettuosa partecipazione qualche ora del mio tempo e in cambio mi conforta da molti pensieri e mi nutre tutto l’anno, o quasi.
Insalate: ci sono ancora alcune lattughe: ‘Meraviglia delle Quattro Stagioni’ a foglie rossicce, che però da fine ottobre non si è più sviluppata e, sotto il tunnel, della ‘Gentilina’, ma poche teste. Ci sono magnifiche cicorie ‘Pan di zucchero’ dal cuore sodo e candido: una prelibatezza. Ci sono due tipi di radicchi: ‘Palla tonda di Verona’ e soprattutto ‘Variegata di Lusia’. Quest’ultima nel mio orto cresce benissimo con poco, non si ammala e non marcisce mai ed è molto generosa di foglie: raccolgo prima dei grandi freddi i cespi senza estirpare la radice e presto in primavera mi regala ancora i suoi ricacci teneri e croccanti, poco e piacevolmente amarognoli. Qui è là un po’ dapperttutto nelle parcelle ci sono ancora parecchie cespi di endivia riccia. Per abitudine la coltivo tutto l’anno come riempitivo: cresce molto rapidamente in estate (è pronta in meno di un mese) sopporta le basse temperature in inverno (purché sotto il tunnel), una sola testa sfama un battaglione e, per fare accettare l’insalata anche nelle cene “di rappresentanza”, io la propongo come la francese salade aux lardons. Pur non essendo questo il luogo adatto, telegraficamente: endivia riccia tagliata a piccoli pezzi, una vinaigrette con olio di noci, aceto di mele e senape e, dopo averla ben condita, un soffritto di dadini di pane secco e pancetta, caldo così sull’insalata.
Ho ancora un sacco di rucola: ho fatto male i conti a luglio, quando mi sembrava stesse montando quella seminata in primavera. Così ne ho seminata altra, e tutti vengono a rifornirsi da me.
Aggiungo all’elenco delle insalate ancora a disposizione nel mio orto anche la cicoria catalogna perché, prima di consumarla cotta o ritirarla sbollentata in freezer per l’inverno, da fine settembre è tra le mie verdure crude preferite. Altra ricetta volante: cruda, tagliata fine fine, olio e limone e mescolata a ceci bolliti caldi oppure a fettine sottilissime di finocchio.cipolle-di-tropea-germogliate1
Cipolle: non interro più i bulbi in ottobre perché durante la cattiva stagione a volte marciscono in questa terra compatta e fredda e rimando alla primavera. Però ne ho ancora di bianche, piccole e giovani, piantate apposta in estate per insaporire le insalate come cipollotti e sotto il tunnel ho appena piantato le ‘Ramate di Parma’ e le ‘Rossa di Tropea’ germogliate. Lo scorso anno da ogni cipolla spinacio-arenasi sono sviluppati quattro o cinque cipollotti dolcissimi, una bontà, raccolti da dicembre ad aprile.
Ortaggi a foglia: non amo le bietole da costa, non mi piace neppure pulirle e cucinarle, ma nell’orto ce n’è ancora una fila di 8-10 cespi, abbastanza per un certo numero di torte salate invernali, magari depistando dal loro sapore terroso con qualche manciata di spinaci. In quanto a loro, da qualche anno semino solo la varietà semibollosa ‘Arena’ della Asgrow, costosa ma eccellente: è uno spinacio che nasce subito e in modo uniforme, produce presto foglie enormi e molto delicate di sapore, resiste bene al freddo e in primavera monta a seme solo a stagione avanzata. Quando io, per altro, ho già rivoltato gli avanzi della coltura con la vanga per arricchire la terra e sopra ci ho seminato il lattughino da taglio.
cavolo-nero-toscanoCavoli: questo non è il loro anno (e pensare che, orto, Obama e poco altro esclusi, ho ragione di credere che è un anno del cavolo), non so perché ho privilegiato altre colture e la scorsa estate me li sono un po’ dimenticati. Sto raccogliendo broccoli che in casa mia si consumano più crudi in pinzimonio che cotti, tanto per dare ragione a Veronesi che ne caldeggia il consumo crudi come ottimo antitumorale naturale. Ne ho di due varietà; non ne conosco il nome, ma una è tanto tardiva che in agosto ho deciso di piantarne altri precoci per poter avere presto qualche raccolto. Sono in formazione alcuni cavolini di Bruxelles, ma le piante sono brutte, poco vigorose, stortignaccole, non so che cosa sia successo. Siccome finisco sempre per avere più cavoli neri toscani di quanti me ne servano, quest’anno invece di seminarli ho acquistato solo una vaschetta di sei piantine: mi basteranno appena, foglia dopo foglia, per le minestre dell’inverno. Ho visto che è pronto un cavolfiore (io non ne ho piantati: occupano molto spazio e da me, con terra piuttosto acida e fredda, producono male), finito per caso nel quantitativo di cavoli rapa che il mio fornitore, per disperazione non avendone venduto neppure uno, mi aveva regalato in agosto, conoscendo la mia passione per questo ortaggio, soprattutto la varietà ‘Di Vienna Violetto’ perché è più dolce e succosa. Non bellissimi, ma li sto ancora raccogliendo. In fondo ad una parcella ormai vuota è rimasto un cavolo cappuccio rosso, dimenticato dalle colture estive. Ammetto: ne avevo piantata una fila perché creavano cromatismi fantastici con insalate verdi e tagete arancioni e ho atteso sino all’ultimo a raccoglierli perché erano troppo belli. Sono pochi e poco convinti di voler sviluppare la testa anche i cavoli verza, messi a dimora nell’orto delle zucche in fondo alla proprietà, perché nell’orto vero e proprio, per una cattiva programmazione, d’estate non c’era più posto. Per esperimento, cavolo-cappuccio-rossodavanti ai cavoli in settembre avevo seminato una bustina di semi di fagiolino scaduti da due anni. Ho pensato che, se fossero nate le piante, le avrei usate per fare sovescio a favore dei cavoli. Invece, magia! I semi sono germinati tutti, le piante si sono sviluppate senza alcun intervento da parte mia, che anzi me li ero dimenticati del tutto. E quando, in pieno ottobre, hanno iniziato a fiorire, li ho coperti con il velo di tessuto non tessuto: è la quarta volta che raccolgo fagiolini chiari e un po’ corti rispetto allo standard, ma in quantità assolutamente impensabile in novembre.
E ancora: rape per tutto l’inverno e le loro foglie da preparare bollite o con la pasta sino ai grandi geli. Una fila di grossi e gustosi finocchi. Non so di quale varietà, avendoli acquistati in piantine stupidamente senza farmi dare il nome. Peperoni ‘Tumaticot’ che ancora maturano a pieno ritmo, avendoli piantati sotto il tunnel, per altro in estate coperto solo dalla rete ombreggiante. Lì sotto, a dar fastidio perché non ci posso seminare come al solito la cicoria zuccherina di Trieste per l’inverno, ci sono anche peroncini di due tipi e un paio di piante di peperoni friggitelli. Non so come si faccia ad estirpare piante che mostrano ancora tutta la loro vitalità e settimanalmente offrono ancora un raccolto. E per fortuna che i pomodori quest’anno sotto il tunnel come all’aperto hanno avuto vita breve, perché almeno ho potuto seminare al loro posto la valerianella. Per finire: gli ultimi porri a sigaretta e le ultime carote, cinque o se grossi cespi di cardi, sedano verde, prezzemolo ed altre erbe aromatiche, la salvia all’ananas (Salvia elegans ‘Scarlet Pineapple’) che è appena fiorita con le sue lunghe spighe rosso fuoco per zucca-butternut-poncafar dimenticare che, massimo tra qualche settimana, il gelo avrà bruciato tutto ciò che, con poca capacità gestionale, avrò lasciato in terra.
Se a queste tre o quattro decine di ortaggi e aromi aggiungo all’elenco floristico le malerbe di cinque o sei specie che ancora allignano baldanzose, tre varietà di patate (‘Monalisa’, ‘Desirée’ e ‘Quarantina Bianca Genovese’) che riposano in cantina e oltre trenta zucche in una decina di varietà raccolte in ottobre e ora ordinatamente schierate sulle scale di casa, mi sento una persona ricca e fortunata. Ed in fondo, nonostante la giornata uggiosa di pioggia, era solo a questo che volevo arrivare.

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

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