Con quei fiori in mano e tra i capelli

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La foto che vi mostro mi ha molto colpita, come se la smorfia su quel volto nel piano americano fosse la risposta ironica e non violenta a razzismi gratuiti e striscianti, purtroppo sempre più spesso buttati in faccia alla società civile anche da parte di coloro che dovrebbero essere i primi a praticare l’arte di unire e non di dividere. E se la foto sfiora soltanto gli argomenti di questo blog grazie ai fiori – finti, per quanto possa importare il dettaglio – che ornano i capelli e tengono occupata una mano della persona ritratta, non marginalmente riguarda le mie scelte di apertura alle civiltà degli altri, di volontà di convivenza e tolleranza. La stessa apertura tra documentazione, compassione e persino complicità che sta alla base di questa fotografia di Dario Fusaro, meritatamente uno dei più quotati fotografi italiani di piante e giardini del momento, ed ecco un altro motivo per cui sono autorizzata a mostrare una sua foto sul mio blog. Qualche giorno fa Dario mi ha chiamata al telefono per un saluto e, discorrendo del più e del meno, mi ha raccontato di aver ritrovato in archivio foto in bianco e nero scattate oltre dieci anni fa in un campo nomadi alle porte di Torino. Gli sono sembrate molto attuali per l’argomento, ma non solo per questo motivo. Chi fotografa, dipinge, compone musica, scrive o pratica un’arte passibile di affinarsi ed evolvere ogni giorno con la pratica costante, spesso rifiuta come superate, magari come elementari, opere di pochi anni prima. Invece, mi raccontava appunto Dario, a lui sembra di potersi ancora riconoscere in quel reportage realizzato a puntate nel modo di cogliere la realtà e di riquadrarla in un click, sicché gli è venuto voglia di farne una mostra. E mentre me ne parlava – ormai si usa spesso fare così – mi ha inviato per e-mail alcuni scatti di quella sequenza e in diretta abbiamo commentato insieme la sua scelta del bianco e nero, i ritratti di persone con una loro dignità non necessariamente rispondente alla nostra, le sue levatacce mattutine per andare in quel luogo di baracche fatiscenti e di fango dove vivevano, nella ricca Torino degli anni Novanta, intere comunità di rom. Luoghi che tornano ciclicamente alla ribalta da decenni e decenni, per un motivo o per l’altro, ma sempre e comunque in nome di un malcelato odio verso chi è diverso e ha rapporti con la nostra civiltà non allineati. Dario invece è una persona calma, ponderante e lucida, che usa le armi dell’understatement e della poesia per mettere a frutto il proprio talento ed entrare in comunicazione con gli altri. Che siano i giardini progettati da Anna Scaravella e Paolo Pejrone – che ha fotografato per alcuni libri Electa – oppure le terrazze milanesi dei servizi per Gardenia o ancora i paesaggi urbani in cui si inseriscono gli zingari di una baraccopoli, Dario dà spazio alla propria creatività compositiva (è stato grafico e illustratore prima che fotografo) sempre con eleganza e una finissima ricerca di luci morbide. E se per i giardini e i primi piani di fiori eleganza e morbidezza di luci sono forse d’obbligo, non sono altrettanto necessari per gli zingari di un luogo degradato ai margini di una metropoli, raggiunto da un bravo fotografo con una levataccia per poterli cogliere nelle luci tenui di un mattino di festa, con quei fiori in mano e tra i capelli. C’era uno che cantava: “Ho visto anche zingari felici”. Qualcuno ricorda?

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

3 thoughts on “Con quei fiori in mano e tra i capelli

  1. Me lo ricordo!! Era Claudio Lolli, che ancora insegna in un liceo alle porte di Bologna!
    Mi ha punta la nostalgia a leggere il tuo articolo!
    Complimenti per la tua scrittura , attendo ancora un po’ e poi mi lancio a visitare qualcuno dei giardini e dei parchi di cui, con tanta passione e tanta maestria, racconti .
    Grazie mille!

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    1. @ Roberta
      …e sapessi che piacere ho io a gettare piccoli sassolini nel mare di sessanta milioni di persone (magari qualcuna in più se contiamo anche gli zingari della foto e gli altri che sfuggono ai conteggi nazionali) e trovarne una che, leggendo, ricorda e amplia. Non sentivo nominare Claudio Lolli da almeno vent’anni, spero faccia piacere anche a lui non essere stato dimenticato.
      In quanto ai giardini, se mi dici da che parti stai posso darti qualche indicazione in base alle mie simpatie e le mie conoscenze.
      Un abbraccio

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  2. Cara Mimma,
    abito a Bologna. Sono nata e cresciuta cittadina, con molte incursioni di inconsapevole innamoramento infantile, nella casa dei nonni nella campagna dei dintorni. Ora, a distanza di pochi anni dai 50, mi sta prendendo una voglia incontrollata di mettere le mani nella terra, di perdermi nel colore di un fiore, di passeggiare ed ascoltare il rumore dei miei passi, di piantare, osservare, accostar colori.Trovare conforto e pace nella natura. Osare un atto creativo.
    Non so, sto approfondendo proprio in questo periodo una ondata di desideri nuovi e sconosciuti e la pressione forte di “fare” qualcosa di visibile, e di avere a che fare con qualcosa di vitale…..
    Grazie mille delle indicazioni che mi darai .
    Nel frattempo mi ristoro con il tuo splendido blog
    🙂
    Buon week end
    Roberta

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