Ieri, visitando la mostra di Colorno

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Venerdì di luce e di spazi. Ci voleva proprio, anche perché qui piove e piove, continua maledettamente a piovere, prima sui ciliegi adesso sui meli, prima ancora a marzo avanzato era addirittura nevicato sugli albicocchi: non avremo frutta. A Colorno si è parlato di piante, di giardini, ma io, con tutto il tempo offertomi dai 250 chilometri necessari per tornare a casa, ho avuto modo di pensare anche ad una sorta di “come eravamo” che poi è anche un ripensare alle trasformazioni dei paesaggi urbani e culturali. Conosco Colorno da sedici anni. Tanto quanti sono gli anni della mostra “Nel segno del giglio”. La prima volta fu allestita contro il lato est del palazzo Farnese fatiscente, con ancora da smantellare al suo interno gli appartamenti dei medici in forze nell’ala che fu a lungo ospedale psichiatrico. Quell’anno, ma anche nei tre o quattro successivi in cui la mostra migrò in direzione del parco (ridotto ad una impraticabile selva di rovi), la colonna sonora raccapricciante fu a base di urla di poveri esseri umani che della vita conoscevano il disagio della malattia mentale. Altri ospiti della struttura, che grazie alla legge Basaglia ormai non era più ospedale, invece sfrecciavano lì nei pressi in bicicletta e sembravano molto incuriositi da tutto quel movimento nuovo.

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Del verde attorno al palazzo è rimasta solo la vecchia Zelkova carpinifolia, che sembrava lontanissima e adesso è inglobata nel parterre e nella mostra di giardinaggio. Racconta un cartello che ha una circonferenza di oltre 6 m, un’altezza di 33 m e il 1840 come anno di nascita. In origine, sedici anni fa, invece del parterre a broderie di bosso e i berceaux laterali di carpino c’era un pratone che pareva sconfinato, in realtà poca cosa rispetto ai 4 o 5 km di profondità che avevano le prospettive nel disegno originale del giardino. Al sindaco di allora proposi, gratuitamente, di fare un piccolo libro con la storia di quel prato. Non raccolse l’idea. Eppure mi sembrava che per la collettività potesse essere simbolo della spirale involutiva che aveva colpito l’antico giardino e annunciasse la promessa catartica di riportarlo agli splendori originari, come poi è successo: da parterre reale nel Settecento a campo di patate durante l’ultima guerra, da campo di calcio sino agli anni Novanta a parterre ricostituito con la lussuosa opulenza delle origini. Tutto nuovo, dunque tutto finto come il giardino di Het-Loo het-loo-foto-aerea-dal-web1presso Apeldoorn in Olanda e ora anche la Venaria Reale a Torino, ma cercando di restituire alla collettività il disegno e le atmosfere delle origini, o comunque un giardino pubblico come altrove se lo sognano, e un richiamo per i turisti. Insomma, una bella scommessa, un po’ presuntuosa e pretestuosa, comunque sino ad allora credo unica in Italia. Era l’inizio del terzo millennio; ci furono polemiche striscianti tra gli addetti ai lavori per come vennero gestiti gli appalti (solito problema, qui non lo Stato come a Venaria, ma la Provincia di Parma) e sulle problematiche della manutenzione, considerata onerosa. Poi le voci si sono placate: gli italiani dimenticano presto e si adeguano facilmente, soprattutto se dal brutto, vile, quotidiano possono passare al bello, spettacolare, che fa sognare. Sicché credo che a Colorno nessuno pensi più ai raccolti di patate e ai calci al pallone di un tempo non molto lontano, io invece mi sono intrattenuta per tutti i 250 km d’auto che mi hanno riportata a casa, e non sono neanche di Colorno, ma queste cose mi danno parecchio da pensare. Notizie approfondite sulla Reggia su wikipedia.

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paeonia-sufruticosa-ariadne-daphnis-1980dahlia-sacchi-esposti-tavalliniPer quanto riguarda la mostra, lascio qui come appunto una manciata di foto. I cisti di Angelo Paolo Ratto, tra cui un magnifico Cistus ladanifer var. petiolatus che ha contribuito a far vincere a questo vivaio di Albenga (Sv) ben due premi per la qualità botanica delle proposte e l’allestimento. Uno scorcio di orto allestito da Paola Gallerani di Orti e giardini, che invece ha vinto il premio speciale in ricordo di Ippolito Pizzetti.Le sementi per prati fioriti di Antichi Poderi del Paradiso di Novellara, un’infinità di miscugli per consentire a tutti azioni da guerrilla garden anche a casa propria e senza dover agire di notte e di nascosto… Le margherite rosa Argyranthemum ‘Pomponette Pink’ di Floricoltura Fenix; i mesembriantemi gialli Delospermum congestum ‘Gold Nugget’ di Il peccato Vegetale (chissà se ricorda di aver iniziato la carriera proprio qui quindici anni fa, vincendo alla prima uscita un premio?). I multicolori Papaver somniferum dei Vivai Mauro Zanelli di Montichiari (Bs) come tappeto di un magnifico Aesculus pavia ‘Koehnei’, il colore stranissimo di Paeonia sufruticosa ‘Ariadne’ (gruppo lutea) del vivaio Buffa. L’esposizione in sacchi – quasi da vendita all’ingrosso – delle dalie in una ventina di varietà di Susanna Tavallini del vivaio la Montà.

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

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