Formale e informale a Cormatin

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Una settimana fa ero in Borgogna, al castello di Cormatin. E poiché il week end era dedicato ad altro che ai giardini, l’incontro pressoché casuale è stato ancora più felice. Cormatin è un castello in stile Rinascimento costruito a inizio Seicento sulle rovine di una fortezza medioevale. Dell’epoca conserva al suo interno importanti vestigia Luigi XII, ma ciò che a me interessa è quanto sta fuori a cornice degli appartamenti, passati di mano parecchie volte nel corso dei secoli.

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castello-di-Cormatin-suggestioni-nel-giardino-di-fioriSono 12 ettari di verde, di cui solo una minima parte governata per ornamento. Tutto è stato rifatto nell’ultimo decennio del Novecento: erano diventati illeggibili i segni del disegno originale e dei giardini che si erano sovrapposti nei secoli. È documentato un jardin de plaisir del 1620 con un parterre de broderie, un rimaneggiamento del 1717, un ulteriore rimaneggiamento secondo le nuove mode paesaggistiche all’inglese dopo il 1785. A quell’epoca furono piantati alberi allora rarissimi come Liriodendron tulipifera e Taxodium distichum, introdotti dall’America dal signore del castello, il capitano Pierre Dezoteux che aveva partecipato alla guerra d’indipendenza americana e acquisito il titolo di barone di Cormatin andando a nozze con la baronessa Geneviève-Sophie Verne erede della proprietà. La quale, dopo aver divorziato da questo come da un precedente marito per non vedere dilapidato il patrimonio, vendette il castello nel 1809, che fu rivenduto l’anno successivo ad un industriale di Lione intenzionato a usare l’edificio come fabbrica, e nei lavori di trasformazione finì con il restare sotto le macerie di un’ala crollata (ah, quanti danni ha fatto la borghesia imprenditoriale sin dal suo esordio per mancanza di sensibilità per il patrimonio e per ingordigia del business!). In quegli anni soggiornò a Cormatin il poeta Lamartine ventenne, che mise incinta la figlia dei nuovi proprietari. Da allora è stato tutto un susseguirsi di proprietari, compreso il direttore dell’Opéra di Montecarlo, che a cavallo tra Ottocento e Novecento usò i giardini per repliche dei grandi concerti monegaschi, sicché a Cormatin fu ospite anche Enrico Caruso.

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Sulla destra del viale di accesso e dell’ampio miroir d’eau in cui sembra poggi l’edificio, si apre un delizioso giardino, che unisce formale e informale con un piacere tutto francese. Nel rigoroso disegno geometrico sottolineato da siepi e arbusti topiari d’ogni sorta si inseriscono gonfie bordure di lavanda, ciuffi di fiori, persino macchie di fiori selvatici per attirare farfalle e insetti, come adesso si vede ovunque Oltralpe.

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Superato questo giardino a pianta quadrata si raggiunge il labirinto e la sua voliera centrale, dall’alto della quale si apre la visuale su quasi tutta la proprietà, che sfuma nella tranquilla campagna della Borgogna meridionale. Dalla parte opposta del castello, oltre l’orangerie si entra in un potager à l’ancienne, un orto-giardino di grande interesse e governato con molta cura. Chiuso su un lato dalla costruzione e sugli altri tre da una siepe, in linea con l’accesso porticato prevede dalla parte opposta un cancello che affaccia sulla campagna, dove si indovinano i lavori in corso di un nuovo allestimento.

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castello-di-Cormatin-il-potager-e-sullo sfondo la orangerie-a-lato-del-castellocastello-di-Cormatin-sul-limitare-del-potagerTutto il resto è poco costruito e molto aderente alla campagna circostante, con una lunga passeggiata che in parte affianca la deviazione del fiume Grosne, realizzata a suo tempo per le esigenze estetiche e funzionali del giardino.

Su una lapide all’ingresso del jardin de plaisir una frase di  Friedrich Nietzsche tratta da La gaia scienza (1882): “Siamo noi a dover tradurre la Pietra e la Pianta per poter passeggiare in noi stessi”
Su una lapide all’ingresso del jardin de plaisir una frase di Friedrich Nietzsche tratta da La gaia scienza (1882): “Siamo noi a dover tradurre la Pietra e la Pianta per poter passeggiare in noi stessi”

E siccome in questi casi le parole servono molto meno delle immagini, affido ad alcune delle foto che ho scattato il compito di solleticare l’interesse per il luogo. Che è facilmente raggiungibile dall’Italia: attraversata la galleria del monte Bianco, un paio di ore di viaggio. Per informazioni c’è come sempre wikipedia, a cui ho attinto anche per la mia documentazione, oppure il sito del castello. Per un’immagine d’insieme internet offre una foto aerea suggestiva; chi è interessato deve solo cliccare qui.

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

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