Autoctone e aliene

Reynoutria-japonica-(in primo piano) lungo-il-fiume-Sesia-presso-Alagna
Nella rete c’è gente intelligente che porge all’attenzione dei frequentatori della rete argomenti intelligenti sulle piante, argomenti di cui si parla poco, diciamo sempre meno. Uno di questi che rimbalza di blog in blog (andate qui per esempio, oppure qui e soprattutto qui) suona all’incirca così: “le piante provenienti da altri continenti e da altri contesti hanno diritto di cittadinanza nei nostri ambienti naturali? Bisogna accoglierle come elementi di biodiversità o scacciarle come mostri che danneggiano le specie autoctone?”
Personalmente ho un rapporto conflittuale con l’argomento sin da inizio anni Ottanta, quando all’università si davano esami come Ecologia Vegetale e, nel fervore di quegli anni di diffusione dell’ecologismo in Italia, si diceva che qualsiasi nuova entità introdotta in un habitat è un danno per l’equilibrio naturale esistente. Certo che il tempo, l’età che rende più tolleranti, la conferenza di Rio, l’arrivo delle carrette del mare cariche di esseri umani trattati come bestie ci hanno cambiati: io non ripeterei mai una frase simile a quella detta all’esame in cui presi 30 e lode dicendola. Forse soprattutto perché l’equilibrio naturale “esistente” non esiste, è tutto sempre in movimento sennò si è leghisti e salto gli aggettivi che mi verrebbe da mettere di fila.
Tuttavia devo fare dei distinguo. Sono contro il buonismo naturalistico che accoglie a braccia aperte certi mostri vegetali che snaturano il paesaggio, ma sono molto più accomodante con altre “aliene”, diciamo che accetto la loro presenza come segnale che la terra è invitante anche qui e le piante sono adattabili più di quanto noi possiamo immaginare, e quella della loro naturalizzazione è una prova. Che diavolo c’entrano nelle risaie vercellesi le piccole felci acquatiche orientali? Nulla, se non che insieme alle sementi di riso sono arrivate anche le loro spore e si sono accomodate con piacere. Ma se non fanno del male, il riso può crescere e maturare,  l’acqua e il terreno non subiscono danni a causa della loro presenza, le felci galleggianti sono qualcosa in più che va a diversificare ancor più un habitat speciale come quello della risaia. Che diavolo c’entrano le robinie della Virginia nei nostri boschi alpini? Un cavolo a merenda. In più hanno scacciato alberi più fragili. Attenti a che cosa vuol dire: dando il benvenuto a chi è forte si danneggia chi è più debole ma necessario, mi pare che succeda qualcosa del genere anche con le democrazie vacillanti. Ma la biodiversità non prevede che ci siano anche i deboli (tutte le creature, mica solo le piante)? E se in nome della biodiversità io accetto la pianta alloctona e poi questa si fa burla della biodiversità cancellando la presenza delle specie preesistenti al suo arrivo? Io che gioco ho fatto?
Reynoutria-japonica-su-bordo-di-stradaDa tempo ho deciso di lasciare le storie teoriche di lana caprina a chi non ha piacere e interesse a far circolare informazione insieme alle idee. Per questo preferisco parlare di ciò che conosco. In questo caso qualcosa che mi fa soffrire perché mi sento, io che frequento palmo a palmo questi prati, questi boschi, questi bordi di strada, privata del paesaggio e di qualcosa che mi appartiene, per quanto un territorio possa appartenere a qualcuno. In questi giorni passo per strada nella mia valle alpina guardando il meno possibile perché c’è una belva fiorita e, se sono con qualcuno, commento che ci vorrebbe il Roundup (diserbante, per chi non lo sapesse), ettolitri di Roundup e poi la falce una, due o tre volte, sino a quando le radici stolonifere non hanno più energia sufficiente per ricacciare germogli. La pianta incriminata si chiama Reynoutria japonica (= Polygonum cuspidatum), tutta colpa dei giardinieri, pare, e poi forse di un contadino che l’ha protetta nell’Ottocento pensando di farne foraggio. Solo una generazione fa – la Flora d’Italia del Pignatti è del 1982 – era segnalata esclusivamente in Piemonte in Val Sangone, un po’ più di 100 chilometri da casa mia. Questa pianta si è letteralmente impossessata del territorio in meno di trent’anni; dalla pianura ai 700-800 metri di altitudine (in alcuni punti l’ho vista ben oltre i 1000 m) non c’è più un solo bordo di strada integro dalla Val Sangone alla testata della Valsesia, per quanto ne sappia io e, non bastando più le strade, questa erbacea perenne alta oltre 2 m, legnosa alla base ed esuberante oltre ogni dire, già sta imparando a infilarsi nelle retrovie e a infestare i prati e le radure dei boschi. Allora io non ho pietà, nessun piacere dell’accoglienza. La reinutria si è fatta strada a scapito delle ortiche e dei cardi che davano cibo ai bruchi di farfalla, fa massa alta sicché in auto non si vede più chi arriva  dall’altra parte dell’incrocio, forma sieponi ovunque, tanto ordinati e compatti che non si ha più l’impressione di trovarsi in un contesto naturale, ma in uno costruito. Perché poi c’è anche questa faccenda: la bellezza uniforme non è naturale. Anche quando lo è.
La storia di un’altra pianta aliena (mi piace Susanna Magistretti quando le chiama in modo sbarazzino “piante vagabonde” se in giardino se ne vanno di loro iniziativa qui e là) dice la differenza che fa una specie vigorosa e pigliatutto come Reynoutria japonica contro una specie leggera e estranea, ma a suo modo discreta. Discreta mica tanto, poi, perché da luglio a tutto ottobre non c’è muretto, incolto asciutto, bordo di strada (non portato via dalla straniera giapponese) che non abbia ciuffi e ciuffi di foglioline sottili e cime di piccoli fiori gialli a margherita, seguiti da pappi setosi. Il suo nome è Senecio inaequidens, la sua origine il Sudafrica. Giusto ai tempi dell’università ne segnalai la presenza nella siepe divisoria di un’autostrada presso Ivrea. Per i botanici si era fermata nel Vercellese, quando invece lei era già quasi al confine della Valle d’Aosta con la Francia. Pignatti stesso (Flora d’Italia, vol III, pag 130) racconta che dal Veronese, dove fu segnalata durante l’ultima guerra, probabilmente introdotta sotto gli scarponi di truppe inglesi o sudafricane, si spostò seguendo il tracciato delle autostrade, sia ad occidente sia ad oriente, poi a sud, sicché già negli anni in cui uscì la sua Flora era data per comune in Italia Settentrionale e Centrale con la precisazione “in rapida espansione”. Conoscendo palmo a palmo il territorio in cui vivo, ho visto questo senecio avanzare a vista d’occhio, un anno dopo l’altro, sempre lungo le rotte delle auto (si vede che ai suoi semi piace essere trasportati dai pneumatici) e lo scorso anno l’ho trovato lungo una strada bianca a 1400 metri dove, accidenti, alcune auto hanno diritto di passaggio. Eppure Senecio inaequidens non mi fa dannare: condivide lo spazio con le altre piante erbacee senza prevaricare, forma ciuffi vaporosi di fiori gialli anche quando le altre piante sono ormai cotte dal freddo, quasi mi piace la sua intraprendenza alla scoperta di nuovi territori. Se la natura dà queste chances ad una pianta di consistenza fragile, una pianta pensate un po’ sudafricana finita sulle Alpi, un motivo ci deve essere. E comunque la si può ragionevolmente considerare inoffensiva, insomma non è per delirio di onnipotenza che guadagna nuovi territori. Non così la Reynoutria, a me pare. Ma a questi discorsi non so se c’è soluzione. Sulla porta del mio prof di Botanica all’università stava scritto “I piant e i fiur fan l’on chi voeran lur”. Le piante e i fiori fanno ciò che vogliono loro e i miei distinguo sono come fare politica di centro, un colpo qui e uno là e tutti salvi. Chi ha qualcosa di diverso da dire, lo dica.

Senecio-inaequidens-in-novembre-a-1400-metri-di-quota

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

4 thoughts on “Autoctone e aliene

  1. Proprio ieri leggevo questo editoriale su New Scientist (http://www.newscientist.com/article/mg20327275.900-immigrant-species-arent-all-bad.html) e da bravo riformista in realtà sottoscrivo sia la tua posizione (non sono tutte buone a prescindere) che la sua (non sono tutte cattive a prescindere), perchè cercano di interpretare il problema e non di abbatterlo a testate.

    Non mi occupo di ecologia, per cui ho sicuramente una visione parziale della questione. Quello che mi prude è il dover constatare come la comunicazione avvenga sempre per estremi e mai con l’intento di portare l’opinione pubblica ad una reale consapevolezza delle questioni. Sembra quasi che solo assumere posizioni radicali garantisca la sopravvivenza e la diffusione delle idee…

    (Guastalla è sempre uno spettacolo meraviglioso, magico)

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  2. Grazie Mimma, ho messo anche questo intervento alla “bibliografia” 🙂
    Il parallelismo tra le massicce migrazioni vegetali e quelle umane sorge quasi inevitabile, però seguito a credere che sia senz’altro meglio, e per molti motivi, tenere decisamente distinti i due piani. Un saluto.

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  3. mi fa piacere leggere questo post perchè, pur non essendo una botanica ma assolutamente affascinata dal mondo vegetale, guardo ‘le piante estranee’ che snaturano il paesaggio prealpino e sono come ‘cavoli a merenda’ con un rifiuto di queste presenze.
    mio figlio grande mi fa notare lo sfondo razzista del mio pensiero seppur applicato ai rappresentanti vegetali.
    sono belle le robinie e profumano l’aria ma stanno cambiando il bosco e spariscono i castagni, gli abeti e le querce; le palme mi sembrano stonate vicino agli abeti; sempre mio figlio mi dice che se sopravvivono vuol dire che questo ambiente va bene anche per loro.
    Forse è difficile accettare il cambiamento di paesaggio che non può restare immutato in eterno. rimango con le mie preferenze, non ne faccio più una scelta ideologica e mi accontento di non scegliere per me le palme in giardino. un particolare per far capire la contraddizione nella quale sono immersa, io sono sposata con un extracomunitario.

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  4. grazie per le notizie su Reynoutria japonica, questa piantaccia che infesta anche tutti i corsi d’acqua….sono una studentessa della provincia di Biella e sto facendo la mia tesi in “Analisi e gestione dell’Ambiente” sugli aironi e la loro predazione di fauna ittica in valsessera. Trovandomi a descrivere i corsi d’acqua e la loro vegetazione non sa che fatica per trovare il nome di questa infestante! Grazie!
    Inoltre ho visto il la sua pagina sulle zucche…fantastica!! anche io coltivo zucche ornamentali!

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