Una foto una storia (dal 1 novembre 2009)

La foto della testata del blog dal 1 novembre 2009
Crisantemi per i vivi
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Anche io e mio marito siamo andati a “fiurì”, a portare i fiori ai nostri morti in tre o quattro cimiteri. Ma rigorosamente sono fiori di casa con cui noi abbiamo confezionato mazzolini: crisantemi coreani coltivati apposta nell’orto, bacche della rosa Sea Foam, tralci di edera e alloro… Sicché nel tour ho ripensato a ciò che scrissi per la rubrica “Pensieri a margine” di Gardenia (novembre 1998), e adesso mi sento di riproporre quel testo perché non lo trovo affatto scaduto e vorrei che invogliasse qualche frequentatore della rete a dire la sua su un argomento che gli italiani scaramanticamente non vogliono affrontare.
In quanto alla foto della testata, è uno scorcio del cimitero di San Vito di Altivole, in provincia di Treviso e rappresenta la zona di passaggio tra il vecchio cimitero e quello monumentale,  realizzato tra il 1969 e il 1978, che Carlo Scarpa progettò per la famiglia Brion e nel quale il grande architetto ebbe un angolo per sé. Un angolo commovente: una volta ho visitato il cimitero in aprile tomba-Brion-scorcio-su-tomba-Carlo-Scarpa-con-forsizia-fioritae sulla sua scarna, grigia tomba terragna erano caduti i petali di una grande azalea rossa. Un effetto di bellezza vitale e serena come vorrei avessero i crisantemi di questi giorni, invece molto spesso volgare sfoggio di chi li ha portati ai propri morti per mera routine. Carlo Scarpa concepì ariosi spazi verdi e acque nei quali aggirarsi come in un giardino, sintesi di bellezza tra natura e cultura per meditare su vita e morte. Senza angoscia. Rialzò il piano di campagna, perciò da fuori il luogo murato pare invalicabile, mentre da dentro lo sguardo può spaziare sul bel paesaggio collinare, come se non ci fosse cesura tra dentro e fuori, tra momento interiore e territorio, tra vita e morte. In un sito in cui è riportata con encomiabile chiarezza la storia di quest’opera di Scarpa ho trovato una frase molto interessante che egli ebbe a pronunciare: “Questo è l’unico lavoro che vado a vedere volentieri, perché mi sembra di aver conquistato il senso della campagna, come volevano i Brion. Tutti ci vanno con molto affetto, i bambini giocano i cani corrono: bisognerebbe fare tutti i cimiteri così”. Appunto, all’incirca ciò che cercai di dire nell’articolo che qui di seguito riporto.

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Viviamo di luoghi comuni, di tran tran rassicuranti trascinati senza convinzione e senza senso critico, di quotidianità priva di fantasia. Forse è una difesa dall’alluvione di segnali con i quali il mondo contemporaneo ci investe, ma non è una giustificazione sufficiente: chi ha sensibilità per le piante ornamentali ha il dovere di pensare e agire con creatività anche quando sconfina dall’interesse specifico. Un esempio di attualità, ricorrendo questo mese la festa dei morti, riguarda il rapporto che abbiamo con i rituali di ricorrenza, con il luogo della sepoltura di chi ci ha preceduti e con i modi di mantenere viva la memoria dei nostri cari. Perché rimuovere l’argomento se, proprio in qualità di giardinieri, potremmo collaborare all’evoluzione dei costumi?
In Italia i crisantemi hanno scarso successo come piante da giardino, eppure sono gli unici fiori rustici che consentono allestimenti trionfali sino alle soglie dell’inverno. Il motivo è chiaro: sono collegati con l’omaggio di inizio novembre ai defunti. Non è bastato far sapere in giro che in Giappone è esattamente il contrario: in segno di augurio agli sposi, le nozze sono benedette con fasci di crisantemi. E non è bastato introdurre sul mercato decine di vivacissime varietà di coreani a fiori piccoli, che non hanno più niente dei voluminosi (e, in giardino, troppo disordinati) crisantemi da taglio. Così i fiori del genere che Linneo nomenclò
Chrysanthemum in virtù della solarità delle corolle (deriva dal greco, e vuol dire fiore d’oro) restano confinati ai 10 giorni di decorazione delle tombe come vuole tradizione e, per la domanda sostenuta, il loro costo è ben più alto del valore reale, alla stregua di tutte le merci destinate al consumo di ricorrenza.

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Anche per quanto riguarda i nostri cimiteri, ci sarebbe da dire. Un po’ in tutti i paesi d’Europa questi luoghi sono giardini dove i vivi si recano non solo per rendere omaggio ai loro defunti, ma per rilassarsi nel verde (spesso in mezzo a quartieri che ne offrono poco d’altro genere) e a meditare serenamente sulla breve stagione in cui ci è dato di essere ospiti di questo mondo. In Italia invece si arriva al paradosso dei palazzoni di cemento in cui si sta in condominio da morti come da vivi. Chi ne ha il coraggio, visiti il cimitero di Posillipo a Napoli e poi provi a paragonarlo al Père Lachaise di Parigi, ma anche ad un qualsiasi minuscolo cimitero in cima alla Svezia, di certo più adeguati alla pax eterna dei trapassati, come a quella quotidiana di chi resta.
Infine, siamo sicuri che le somme spese in ossequio ai rituali siano il modo migliore di ricordare i morti? Di certo, è un investimento che non ha ricadute positive sui vivi, se non economiche per chi offre servizi nel settore. Da giardinieri non ci farebbe piacere, destinando una somma alla memoria per l’acquisto di una panchina dei parchi pubblici, collaborare all’arredo urbano per il quale nelle nostre città non c’è mai denaro sufficiente e, insieme, sapere che il nome di una persona cara defunta impresso sullo schienale verrebbe letto per molti anni? La paesaggista newyorkese Lynden Miller durante l’incontro che ho avuto con lei per un servizio su Gardenia (n. 170, giugno 1998), ne ha parlato tra i suoi progetti a breve per i parchi newyorkesi: ”Offrirò panchine a 5.000 dollari l’una: la gente dona volentieri questa somma alla memoria dei suoi cari…”. Qui da noi, accantonati gli atteggiamenti scaramantici, perché non dare una soluzione evoluta a discorsi ancora tabù in tutti i sensi?

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

4 thoughts on “Una foto una storia (dal 1 novembre 2009)

  1. …viene un po’ da piangere a pensare che ci sono città in cui le panchine sono state tolte dai parchi ed i muretti cosparsi di vetri, per evitare che la gente vi si sedesse. Immaginate la tristezza se queste panchine fossero state dedicate alla memoria di qualcuno: sfrattati anche da morti!

    Quest’anno i crisantemi del giardino sono morti, così come i settembrini. Senza mnotivo, ad un tratto non sono più spuntati. Chissà… un boicottamento di massa! Forse non hanno gradito l’arrivo delle emerocallidi. Pazienza, vorrà dire che cercheremo da qualche signora della via altri settembrini – i crisantemi sono già stati ricomprati e piantati.

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  2. Carissima Mimma,

    mi preme ricordare che mio padre si occupò negli anni 1974-76, per conto della famiglia Brion, delle piantagioni per la Tomba Brion.
    Approfitto quindi dell’ospitalità del Suo interessante Blog, per ricordare, ancora una volta, Pietro Porcinai con alcune parole della carissima Signora Rina Brion:
    ” Dal punto di vista professionale, i sostantivi più adatti a descriverne la qualità altissima non possono essere che: genialità, creatività, poesia.
    A differenza di altri personaggi devo anche riconoscergli estrema puntualità e tempestività, doti che ne rendono ancora più solida la grandezza, che lo hanno portato, di fronte a un altro grande, Carlo Scarpa, a diventare discreto.Il suo intervento alla tomba è stato di grande importanza, ma in punta di piedi.
    Rimane a me e alla mia famiglia la gioia di poter godere delle sue opere e l’orgoglio e l’impegno di mantenerle come lui le ha pensate, create, volute”.

    Saluti carissimi.

    Paola Porcinai

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    1. Gentile Paola,
      sono felice di poter usare il mio blog per imparare qualcosa che non sapevo. E io non sapevo, nonostante abbia letto qualche libro sull’opera di suo padre, Pietro Porcinai, che il verde del cimitero Brion di San Vito di Altivole sia dovuto alla sua sapienza paesaggistica. Grazie di avermelo fatto sapere e di poter così ricordare, a maggior ragione in questi giorni, chi non c’è più ma ci ha lasciato un patrimonio di idee e opere che sono un’inesauribile scuola. Magari potessimo dire altrettanto dell’epoca attuale.

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