Ancora paesaggio

Se ci si mette dal balcone di La Morra e si guarda la fuga delle colline del Barolo e del Barbaresco si vede un capolavoro del giardinaggio, le vigne disegnano tracciati come quelli dei giardini di Marella Agnelli. Bisognerebbe chiamare uno come Pejrone per migliorarle.

Così Bruno Ceretto, uno dei maggiori produttori di vini langaroli, in una intervista a La Repubblica Torino di sabato 28 ottobre 2009, a proposito della candidatura delle Langhe a patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Ma, ahimé, quanta stupida confusione su che cos’è bello per sua natura e quanto è costruito dall’uomo, e quanta insopportabile spocchia (e un che di piaggeria) nel nominare i due personaggi che in Piemonte fan tanto provincia blasé. Sarebbe auspicabile che Ceretto tacesse e continuasse a fare invecchiare strepitose botti di barolo. Nel qual caso, e solo in quello, salut!

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

6 thoughts on “Ancora paesaggio

  1. Come mai ultimamente nel mondo del giardinaggio quando si fanno i nomi di Pejrone e Marella Agnelli tutti accusano orticaria?
    Lo chiedo solo a titolo informativo senza alcun tono polemico, sono un appassionato lettore di questo blog.

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  2. ah ah ah ma che provincialismo far citazioni così piaggiose.

    perchè si accusa orticaria al sentire quei nomi? io semplicemente perchè non li ritengo dei maestri, non ritengo interessante il loro lavoro.
    e poi quando sento uno che dice che bisogna chiamare il Peirone per migliorare il paesaggio collinare proprio mi incomincio a grattare a più non posso.

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    1. Caro Trem, caro Giamma, io cerco di essere politically correct e, debitamente spalmata di pomata antistaminica, lavoro e interagisco in un ambiente che mi ostino a credere debba accogliere tutti. Ma diffido dei “maestri” che fanno agio alla provincia pigra e ricca, assetata di personaggi e di mondanità che la rappresenti, e ho orrore della loro claque. Niente di personale con le due persone citate ma, come ha notato Giamma, al pari di molti altri che frequentano da vicino l’ambiente del giardinaggio, ritengo che esista altro, più nuovo, più fresco, più onesto, più interessante di cui parlare per vivere il presente e costruire il futuro del giardinaggio italiano. Qualcosa che deve portare con sé un messaggio: il giardinaggio è un’arte non per pochi, ma per chiunque a quest’arte si accosti con interesse, passione e cultura.

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  3. Sono perfettamente d’accordo con voi, basta fare un giro a Masino il giorno dell’inaugrazione e tutto ciò appare chiaro.
    Però io, e credo molti altri aspiranti giardinieri italiani, ho un grosso debito nei confronti di Pejrone che è il suo primo libro. Senza quello non mi sarei mai avvicinato a questo mondo in cui, ormai da qualche anno, sono completamente perso e in qualche modo mi sembra abbia contribuito a fare del giardinaggio una materia alla portata di tutti anche se poi i giardini d cui parla son quelli dei Taverna e dei Noailles.

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  4. Penso che in Italia non sia valorizzato il lavoro di uno sparuto gruppo di giovani progettisti di giardini che hanno il coraggio di proporre le proprie idee. Purtroppo spesso, dopo avere esposto le proprie idee a chi gli ha chiesto di fare un progetto, debbono “adeguarsi” al volere del committente che è sempre legato a vecchi stereotipi. I giovani possono sbagliare, ma hanno idee e voglia e portano freschezza, gli “affermati” hanno già dato molto e fatto il loro tempo, ormai ripetono quasi meccanicamente, senza “spirito”, il lavoro di progettare. Tra qualche anno se non avremo dato spazio ai giovani, ci troveremo senza “ideatori” di giardini.
    Nel mondo del Giardinaggio mi piace usare il termine di “Ideatore” e non quello di progettista; ideatore è colui che valuta l’ambiente, ascolta il committente e poi “inventa” il giardino; progettista è colui che ascolta il committente, valuta il contesto e poi progetta tenendo conto di stili e parametri già codificati.
    Giuseppe

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    1. @Giuseppe
      Non so quanto la nuova leva sia in grado di rinnovare il modus operandi italiano. So che c’è una generazione di mezzo che potrebbe esprimere tutte le potenzialità, se la committenza avesse più fiducia, il denaro circolasse un po’ di più di quanto stia succedendo e se solo non ci fossero quei quattro o cinque assi pigliatutto sul mercato nostrano. Quel che è certo è che l’individualismo italiano non aiuta. Chi è arrivato e più o meno è in età da pensione dovrebbe ormai aver “allevato” la generazione dopo di lui, cosa che non succede affatto, nonostante a sua volta sia stato a bottega, magari ad una bottega internazionale che è servita da trampolino di lancio. Sicché tutti cominciano sempre da zero, ed è penoso pensare che chi ha talento e un pregiato curriculum di studi ha più o meno le stesse chances di un mestierante formatosi a qualche master dozzinale (per quanto ne sappia io, lungo la penisola ce ne sono almeno due o tre, che non vorrei frequentare neppure se mi regalassero il costo di iscrizione e mi dessero uno stipendio per stare lì ad ascoltare). Apprezzo perciò chi va via, va magari a Londra e fa gavetta per anni, ma con grandissima soddisfazione e la possibilità di spostarsi di studio in studio per modulare l’esperienza e la propria crescita professionale. Per poi magari restare nel paese che lo ha ospitato, come è avvenuto per esempio – e con meritato successo – per il senese Luciano Giubbilei (http://www.lucianogiubbilei.com).

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