Dove vanno le radici

Un post  che ho scritto due anni fa e che trovate qui, e il commento che arriva ora da chi avevo chiamato in causa, Pia Pera. Credo che la questione sul tappeto abbia interesse generale per due motivi: verte essenzialmente sulla responsabilità di ciò che ognuno di noi afferma attraverso i media, e propone la botanica come scienza non per soli addetti ai lavori, ma come palestra e strumento di conoscenza anche nel giardinaggio. Per questo pubblico come nuovo post il commento, con il contributo scientifico che contiene, e la mia replica.

Cara Mimma,
non ho mai fatto finta di essere uno scienziato, su quanto scrivi ho comunque chiesto a uno scienziato che studia proprio le attività delle radici, ed ecco quanto mi dice:
Cara Pia, Il geotropismo non si chiama più così dagli anni 60. Oggi si parla di gravitropismo. In assenza di qualunque altro stimolo, le radici crescono verso il basso seguendo la gravità (non il centro della terra, per questo si parla di gravitropismo). Tuttavia, lo stimolo della sola gravità è soltanto teorico, in quanto nella realtà le radici sono soggette a moltissimi altri tropismi, i cui effetti contemporanei si sommano dando vita a movimenti compositi. Oltre al gravitropismo, la radice possiede un numero straordinario di altri “tropismi” fra questi: idrotropismo (acqua), chemiotropismo (nutrienti), ossitropismo (aria), elettrotropismo, fototropismo, fonotropismo, ecc. In generale si stima che l’apice radicale sia in grado di monitorare almeno 15 parametri fisici e chimici e di rispondere in accordo. Charles Darwin nel 1880 ha pubblicato un volume di oltre 500 pagine “The power of movement in plants” fittamente scritte in cui descrive per almeno 2/3 del libro i movimenti della radice. Che non sono, ovviamente, soltanto quelli a seguito della gravità, ma molto più complessi ed articolati. Mi spiace di non avere tempo ora, ma sull’argomento sono state scritte intere biblioteche”.
Ecco, spero possa essere di aiuto
Un caro saluto
Pia Pera

Si chiama Barkeria lindleyana l’orchidea di cui ho fotografato un dettaglio delle radici nella serra del vivaio Orchidee del lago Maggiore di Lesa. Mi aveva colpito l’apice verde pistacchio, che mi riportava alla memoria la faccenda della cuffia radicale. Ossia: la punta di ogni radice è protetta da un involucro che impedisce alla fragile porzione in accrescimento di danneggiarsi a contatto con il substrato ma, soprattutto, gioca un ruolo nella capacità della radice di “percepire” la gravità e andare verso il basso. No so se quei tessuti verdi nella radice dell’orchidea corrispondano effettivamente alla cuffia radicale, anche perché sono radici aeree come in tutte le orchidee epifite, che non devono cioè scandagliare il terreno. Mi informerò in merito; in ogni caso per sapere qualcosa sulla struttura delle radici e sulle teorie che le riguardano c’è come sempre wikipedia, all’indirizzo it.wikipedia.org/wiki/Radice_(botanica)

Cara Pia, ti ringrazio per la precisazione, per quanto tardiva e mediata da uno scienziato anonimo. Grazie anche se non toglie e non aggiunge niente a quanto avevo affermato nel post di due anni fa. Ritengo che al momento attuale siano superate le querelles sui termini gravitropismo e geotropismo, rimanendo chiaro invece il concetto che, alla germinazione dei semi, le radici inequivocabilmente cominciano ad andare in giù, e con poca o nulla indecisione: né di qua né di là, ma verso il basso in ossequio alle regole della gravità. Faccio comunque tesoro del contributo che proponi circa la moltitudine di altri movimenti radicali che intervengono e lo condivido con chi legge questo blog.
In ogni caso la questione centrale a mio parere non è su questo punto, ma sul fatto che tutti quanti – me compresa – ci stiamo sempre più allontanando dalla conoscenza scientifica di base della botanica (in numerose accezioni) e dalla responsabilità che dovremmo avere noi come addetti all’informazione, per avventurarci in un universo di sentimenti ed emozioni personali. I quali sentimenti ed emozioni comunicano all’esterno il nostro amore per le piante, è vero, e contribuiscono alla Felicità Interna Lorda (vedi la “Nota a margine” che ho aggiunto da qualche tempo in fondo alla colonna “di servizio” del mio blog). Non contribuiscono però a collocare le piante nella posizione che a loro compete in natura, nella vita dell’uomo e nella scienza né a spiegare ciò che sembra magico e non lo è. Ben che vada, insomma, facciamo politica alternativa, ma di rado diamo un apporto alla conoscenza botanica e alla sua divulgazione.
In un mondo di valori sempre più approssimativi, quando non calpestati, di movimenti di liberazione da tutto, a cominciare dal rigore scientifico spesso così poco ludico e invece impegnativo, anche nel giardinaggio si dovrebbe azzerare la situazione e ricominciare da capo. Il fatto che l’autunno scorso a Flor 09 a Torino i visitatori – bambini e anziani alla stessa stregua – si accapigliassero quasi per avere diritto a guardare dentro ad un microscopio, mi dice che può esserci spazio per questo pensiero. E così i Festival della Scienza che si svolgono con grandissimo successo in diverse città italiane (Genova, Roma, Perugia, Cagliari, Torino ecc). Forse, intrattenendo buoni rapporti con la disciplina che indaga sul perché le radici crescono verso il basso e la parte aerea delle piante punta verso l’alto, si va incontro, se non alla felicità, almeno alla coscienza serena del disegno che governa il nostro pianeta, di chi siamo, di chi sono le piante e di come, nella convivenza, prendano forma l’armonia, la bellezza e la sostenibilità delle nostre azioni. Un abbraccio, Mimma

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

16 thoughts on “Dove vanno le radici

  1. Cara Mimma,
    lo scienziato a cui ho chiesto lumi è Stefano Mancuso. Chi fosse interessato alle sue ricerche, può trovare su Internet. Sono andata a rivedere quanto avevo scritto due anni fa su Gardenia – e lo riporto qui sotto. Forse non sono stata capace di rendere quanto spiegato da Fukuoka quando lo ascoltai in India, a proposito dell’aiuto che darebbe alla radice il fatto che la pallina d’argilla, anche dopo che ha smesso di piovere, resta comunque più umida nel punto di contatto col terreno. Nel massimo rispetto per la scienza, continuerò a fare il mio mestiere di scrittrice senza tentarne di nuovi. Faccio comunque tesoro dell tuo rimprovero, e mi riprometto di non scrivere nulla che possa dare adito a false credenze sulla vita delle piante o altro. Scusa se ho risposto solo adesso, ma la tua critica mi è stata segnalata pochi giorni fa da un amico. Non pensi, cara Mimma, che quando si muove una critica, specie verso qualcuno che si conosce di persona, sarebbe gentile fare arrivare anche al destinatario? Non si riesce a seguire tutto quanto viene pubblicato, su rete o su carta! Qui di seguito quanto pubblicai nel dicembre 2007 su Gardenia.
    Un caro saluto Pia Pera, il 13 dicembre 2009
    “Nel seme è contenuto tutto ciò di cui una pianta ha bisogno per nascere: il codice genetico – forma in embrione – e il nutrimento minimo – quasi una placenta – indispensabile nei primi giorni di vita. Basterebbe, a cose normali, non però là dove lingue di fuoco abbiano fatto piazza pulita di interi ecosistemi, oppure dove le piogge siano povere e discontinue. Qui il seme non può fare a meno, per non avventurarsi nel mondo prima che le condizioni siano propizie, di maggiore protezione. Ecco cosa ha escogitato Masanobu Fukuoka, l’agronomo taoista che, con La rivoluzione del filo di paglia, ci ha fatti innamorare di Madre Natura: mescola i semi – di ogni genere specie e provenienza – a polvere d’argilla; inumidisce la miscela fino a ottenere un unico blocco malleabile. Ne stacca pezzetti per sfregarli tra i palmi fino a formare tante palline. Le lascia poi asciugare all’ombra prima di spargerle per campi e colline. I semi dormono finché cade abbastanza pioggia da intridere l’argilla. In virtù di questo guscio aggiuntivo non corrono il rischio di svegliarsi subito, alle prime, inaffidabili gocce di pioggia: avvizzirebbero prima di avere raggiunto con la radichetta l’umido grembo terrestre. Custoditi dall’argilla, si aprono alla vita al momento giusto. E neppure sbagliano direzione: nel punto di contatto col terreno la pallina è più bagnata e penetrabile, e così la radichetta punta subito a colpo sicuro verso il basso, senza dispendio di energie. A lungo Fukuoka ha insegnato a preparare le palline a mano, in una semplice ciotola. Più tardi, con Panos Manikis, suo discepolo greco di Edessa, ha escogitato un metodo più confacente alle emergenze degli ultimi anni: argilla e semi vengono miscelati in betoniere private dell’elica. Se ne ottengono quantitativi di palline, ma anche cilindretti e cubi di argilla pregni di semi, abbastanza da stivarne la carlinga di un aereo. Ed ecco piovere dal cielo, anziché bombe, argillosi proiettili di speranza in regioni devastate ora da guerre, ora da siccità, ora da incendi. In Grecia ma anche in Tanzania, in Afghanistan, nel deserto del Gobi. Scalda il cuore pensare alle migliaia di semi lanciati quest’ultimo autunno, innescando nascite che a primavera, in quelle colline sfregiate da tronchi carbonizzati, riveleranno la resurrezione del bosco”. (da Gardenia, dicembre 2007)

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  2. A caldo, leggendovi, mi è venuto in mente un episodio che racconti tu Mimma in quello stupendo libricino che è “Rose perdute e ritrovate” (stupendo in particolare nella prima edizione Maggioli perchè quella dell’ Edagricole…).

    E’ il racconto di quel bimbo che piange perchè Maometto ha perso molto sangue e per questo la rosa è rossa. La faccenda della puntura di spine la racconti ad una classe di bambini che bevono la storia senza batter ciglio. Solo a uno non va giù e così lo prendi per mano e, a parte, gli spieghi che la verità razionale, botanica, è fatta di pigmenti e questioni di chimica. Il bimbo sorride: gli hai dato qualcosa, molto.

    Io, come Pia forse, non avrei pianto (o forse si) e comunque sarei stato a mio agio nella storia della spina e del profeta che con il suo sangue, perchè punto, colora la rosa. Questione di corde, di sensibilità, ma ciò non toglie che anche a me il racconto botanico non sarebbe dispiaciuto, come non è dispiaciuto quando poi alla scuola d’Agraria me l’hanno insegnato. Quello che mi è dispiaciuto alla scuola tecnica d’Agraria è che racconti come il tuo, di Maometto e della rosa, non avessero più dignità, amputandomi così una metà del cielo.

    La scienza offre le sue spiegazioni e diventa pesante quando pretende di porre parole definitive e uniche. Che meraviglia aver appreso recentemente proprio da scienziati che le cose che sappiamo in fatto di piante sono sempre meno definitive e più complicate, e affascinanti dico io. Ad esempio sapevi, sapevate, che la spiegazione sui colori autunnali ha nuovi sviluppi? Oggi si dimostra che, in alcuni casi, il virare autunnale del fogliame è sì dato dai pigmenti, ma non come finora si è letto per una semplice sottrazione di clorofilla, bensì in forza di una vera e propria strategia comunicativa verso il mondo animale.

    Perdonatemi ma non riesco a non metterla in racconto.

    Complotta l’albero deciduo pensando all’afide in cerca di nido: tanto più io sono colorato, tanto più tu, insettino che vorresti mettere le tue uovette nella mia corteccia, devi spaventarti, ammirare la mia vitalità e quindi anche la mia capacità di riservarti veleno. Caro afide, meglio dirigerti altrove, non trovi?

    Spiegano così Hamilton e Brown oggi – con altri termini d’accordo – il perchè poco prima della caduta delle foglie gli alberi decidui vanno producendo forti quantità di pigmento.(HAMILTON, W.D. – BROWN, S.P. 2001 – Autumn tree colours as a handicap signal, London, Proc. R. Soc., 268: 1489-1493.)

    Voglio dire che la cosa più importante nel raccontare il nostro amato mondo del giardino e della vita delle piante è per me la precisione. Sia che usiamo parole tecniche o parole sognanti l’attenzione al “chi parla e a chi” e anche al sano principio “fuori le prove” è per me guida. Ad ognuno infine i suoi talenti. Con gentilezza 🙂

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  3. Caro Paolo, grazie di queste belle riflessioni! La scienza non fa che andare avanti, e cose che sembravano vere un tempo dopo un po’ lasciano il posto a nuove scoperte. Quanto scrivi dei pigmenti è interessantissimo! Non conoscevo quel libro di Mimma, adesso cerco di procurarmelo. Chissà se sei lo stesso Paolo che conosco io, se sì, batti un colpo! Con gentilezza, mi è piaciuto e lo copio! Pia

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  4. Paolo, mi hai fatto tornare alla memoria una delle definizioni più brillanti che abbia mai letto sulle antocianine: il coltellino svizzero delle piante.

    Io sono della scuola “prima li acchiappi con la storia, poi li martelli con la tecnica”.

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    1. Caro Meristemi, peccato che tu sia il migliore esempio sul mercato italiano (divido i tuoi meriti con Sylvie Coyeau e, per altri versi, con Odifreddi) per capacità di far partecipi gli altri della scienza e farli innamorare di argomenti anche ostici ai più. Tu sai mediare e trovare connessioni con la vita di tutti i giorni perché conosci con passione la tua materia e, per quanto te ne allontani, sai ritornarci o conosci le liaison segrete che essa ha con tutto il resto e l’impatto su una platea non specialistica. E questa è la differenza fondamentale.

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  5. La gentilezza non è esattamente il mio forte, anzi, se posso dirlo schiettamente, credo che la gentilezza sia per il giardinaggio italiano, una sorta di morbo, di malattia.
    Il giardinaggio italiano ha bisogno di un po’ di sangue sul tappeto della discussione.
    Anche io ho mosso critiche a Pia Pera, mai beneficiando di una sua risposta (ma io non sono che materiale inerte nel mondo del giardinaggio). Lo dico francamente come l’ho già detto: scrivendo sulla rivista di massa più letta d’Italia si dovrebbe essere più consapevoli del proprio ruolo di promozione di cultura.

    Il mondo del giardinaggio si sta allontanando da molte cose, a mio avviso, Mimma, non solo dalla scienza. Dall’arte si è definitivamente allontanato decenni fa, strappato via dal consumismo che la moda inglese ci ha ammaestrati a seguire obbedientemente.

    Ma più di una volta, leggendo “Gardenia” ho la sensazione che il giardinaggio si allontani dal giardinaggio, diventando fatuo costume, sciocca vanità, consumismo posh.

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  6. Cara Mimma noto con piacere che il blog si sta animando, questo mi da lo spunto per collegarmi ad un mio commento a margine del tuo post sulle riviste di giardinaggio francesi.
    Penso che le riviste di giardinaggio vivano in un loro mondo a volte fuori della realtà.
    Purtroppo al lettore non è dato avere garanzie che l’informazione letta ha un riscontro scientifico; nelle riviste tecniche esiste la figura del direttore/responsabile scientifico, perchè non si adotta anche in quelle di giardinaggio?
    Altra possibilità è sottoporre il testo da pubblicare al “parere” di un comitato ed eventualmente pubblicare anche pareri diversi o scrivere chiaramente che è una teoria elaborata e da chi.
    Personalmente non sono in grado di valutare se le teorie riportate siano corrette o meno, però rimasi perplesso nel leggerle su Gardenia, pensai che essendo passato molto tempo da quando leggevo sui testi scientifici classici, vi potessero essere stati passi avanti nella conoscenza dei vari meccanismi biologici dello sviluppo dei semi.
    Dal dibattito attuale e da una breve ricerca che ho fatto, mi sembra di capire che le teorie espresse non sono pienamente condivise nel mondo scientifico, pertanto da una rivista come Gardenia (forse la rivista italiana di giardinaggio con la più alta tiratura) mi piacerebbe venisse fatto il punto riportando le diverse “opinioni” scientifiche.
    Un piccolo sassolino dalla scarpa me lo voglio togliere, da molte parti si dice e ridice che bisogna far crescere (qualitativamente e quantitativamente) gli appassionati di giardinaggio; le riviste cosa fanno? ….
    Cosa dovrebbero fare?
    Fornire info originali.
    Fornire info corrette.
    Scrivere soprattutto di piante.
    Dopo essersi concentrate sui tre punti precedenti occuparsi e scrivere anche del resto (arredo, arte, filosofia, storia, pubblicità, ecc…)
    Scusate la mia divagazione, ma spero di essere stato abbastanza chiaro e che il mio intervento possa favorire un dibattito sull’informazione cartacea del giardinaggio in Italia.
    Giuseppe

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  7. Vorrei capire da Giuseppe che cosa intende quando suggerisce alle riviste di “scrivere soprattutto di piante”. Ippolito Pizzetti scriveva “soprattutto di piante”? E Alfredo Cattabiani? E la Sackville-West? E Carlo Pagani?
    In ogni caso, quale sia l’equilibrio fra la precisione delle informazioni e la “penna” non può dipendere da un comitato scientifico. Per due ragioni: la prima, già osservata, che in campo botanico ci si imbatte spesso in quelle che da fuori sembrerebbero beghe di condominio, sostenute da esperti talvolta inclini al fanatismo (non ho assolutamente capito chi abbia ragione sulle radici, fra Mimma e Pia, per esempio: come mai la Scienza lascia così tanto margine alla Verità?).
    La seconda: che è la lingua che fa avvicinare agli argomenti, non il contrario. Altrimenti la Società Botanica Italiana editerebbe da quel dì una bella rivista mensile da 50.000 copie.
    Mimma (ma non ti incazzare, perché poi ti macchio il tappeto come vorrebbe Lidia, la GardenBomber), la Natura desidero che me la racconti Shakespeare, non Odifreddi.

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    1. Spiacente, Daniele, non so sino a che punto concordo con Giuseppe, ma in ogni caso non ci sto a considerare le piante raccontate una questione di poesia shakespeariana. Naturalmente benemerita “anche” e “dopo”, ma non “prima” o “solo”. William vada a braccetto con Odifreddi, e se la vedano loro. Ma io ho bisogno di entrambi, anche in virtù del mestiere che faccio. Te lo dice una che in questi giorni ha per testata del blog la foto di un momento di emozione, come ho raccontato nel proporla. Ma se accettiamo l’aritmetica per imparare che 2+2 fa 4 e ce ne serviamo ogni volta che vogliamo fare una somma, dobbiamo alla stessa stregua accettare che esiste la botanica con le sue regole, le sue scoperte, le sue spiegazioni, le sue codifiche e che sia utile e interessante conoscerle a livello base per praticare anche solo il giardinaggio minimo da balcone. E’ uno strumento di comprensione, di chiarezza, ma anche di maggior godimento e uno stimolo a sperimentare. Uno strumento di cui, anche a scanso di svarioni fuorvianti, deve essere dotato in primis chi parla agli altri di piante. Non si può chiamare “qualità” ciò che è codificato – e dunque comprensibile – come “varietà” e io mi indispettisco se 700.000 lettori di un quotidiano nazionale una volta alla settimana se lo sentono dire. Come puoi citare Pizzetti, Sackville-West, Cattabiani, sino al maestro giardiniere Pagani, tutta gente che parla o ha parlato di piante di certo con passione, partecipazione e grande sensibilità, ma quando necessario ha usato con rigore la botanica, l’orticoltura e le altre discipline scientifiche che possono restituire le piante nella loro interezza? “…il nocciolo è detto Corylus avellana. Quanto a Corylus, deriva dal greco còrys, che significa casco perché la nocciola è racchiusa in una brattea verde che somiglia a un casco…” Questo Cattabiani dando al nocciolo il suo nome scientifico e chiamando brattea l’involucro attorno alla nocciola.
      In quanto alla signora di Sissinghurst, apro “Del giardino” e leggo di Rosa filipes: “Posso descrivere l’effetto nel suo insieme paragonandola ad un merletto, con miriadi di piccoli occhi dorati che occhieggiano tra i pizzi. E’ una descrizione forse un po’ fantastica, del genere che aborro negli altri scrittori che scrivono di giardinaggio, ma ci sono volte in cui ci troviamo costretti a simili bassezze nello sforzo di trasmettere le nostre impressioni provate in una pura serata estiva…”
      Ecco, ci sono momenti in cui le “bassezze” sono infinitamente poetiche, e ci sono tutte le altre volte in cui chi scrive su giornali di giardinaggio deve saggiamente barcamenarsi tra la propria penna, il comitato scientifico e l’informazione corretta.
      A proposito. Se smetti di scrivere Scienza, Natura e Verità con la maiuscola e ti accontenti della lettera iniziale minuscola potrei affidarti il ruolo di Paride, mandandoti un pugno di fagioli e tu, mettendoli a germinare, potresti decidere per tutti da che parte vanno le radici.

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  8. sono appena atterrato su questo pianeta. mi chiamo paride. sono verde ma senza spine. ho con me un pugno di fagioli da piantare. le prime due creature che incontro sono bellissime: mimma pallavicini e pia pera. chiedo a loro che cosa succede al mio fagiolo se lo metto sotto terra come mi è stato raccomandato. capisco che loro due ne sanno molto e che hanno entrambe una solida copertura scientifica. ma una mi dice delle cose un po’ diverse dall’altra, sotto una gragnuola di ismi.
    siccome non ho esperienza e neppure pregiudizi, non so a chi credere, e resto col mio pugno di fagioli in mano, in attesa di una commissione d’inchiesta che mi illumini sul comportamento delle radici.
    intanto vado a trovare un anemone (ci conosciamo, funzionano a clorofilla come me) e scopro che gli hanno cambiato famiglia. che qualche esploratore ottocentesco (le piante le ha inventate linneo, prima non esisteva niente) ne ha trovati dei parenti in certe radure del giappone e li ha chiamati japonica, salvo essere corretto un secolo dopo da un altro scopritore che invece ne ha trovati di identici in himalaya ed è sicuro che vengano da là perché ha ragione lui. insomma, come se il cicap, appena vista la mia astronave, mi avesse classificato paride pallavicinum solo perché sono atterrato qui e non in un giardino di gilles clement. non bastasse, vengo a sapere che gli antociani, che credevo fossero gli abitanti di un pianeta della mia galassia, non sono usati dalle piante per attrarre i paesaggisti, ma per fare la contraerea agli afidi. ci risiamo, ho pensato, anche qui le tecnologie più sofisticate vengano sempre dal settore militare…
    infine incontro un signore vestito di bianco che mi dice: “sai, se il tuo fagiolo mette le radici è perché è morto. ma guarda che è una cosa buona: il seme che non muore non dà frutto”.
    sono ancora turbato da queste parole.
    ma non per ragioni filosofiche, quanto perché ho il dubbio che il fagiolo non sia tecnicamente un seme, e tutto il discorso mi cada nel cemento.
    ma mi sono ripreso, dai. ho detto al fagiolo: crepa! e vedi di far presto e di diventare un rampicante, che ho fretta di tornare in cielo. e in maniera sostenibile.

    messaggio alieno finale: ciao mimma, grazie per aver inventato questa base spaziale.

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  9. Io lo devo dire: Daniele, mi sei simpatico, sul serio (anche se non ho capito una beneamattisima di quello che vuoi dire, e comunque credo dovresti darti alla narrativa, scrivi molto bene), ma come accidenti fai a mettere sullo stesso gradino Pizzetti, Cattabiani, Vita Caterpillar-West e Paolo Pejrone? Onore al suo lavoro meritorio in questa italietta giardinicola che sa discutere solo di borsette floreali e piercing alle piante, ma siamo -è proprio il caso di dirlo- su un altro pianeta.

    PS. Mai letto “Il gioco di Ender”? se no, consiglio, leggilo, ti piacerà.

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  10. Interessante il blog. Lavorare in un periodico che va in edicola è un’altra cosa. Devi mettere d’acccordo molti registri. Ed è spesso faticoso. Devi tenere conto del mandato editoriale, della pubblicità che consente di tenere in vita i giornali. Devi lavorare con le aziende che sostengono il giornale per fortuna; il marketing non è solo dare dignità alla “spazzatura”, se lo fai bene, se le aziende sono serie. Il mondo delle piante, del giardino, dell’orto non è più solo patrimonio di addetti ai lavori, per fortuna. La strada è lunga e c’è molto da fare. Mescolando sacro e profano. Scienza e letteratura, botanica e costume. Facendolo bene. I giornalisti non sono esperti botanici. A loro spetta il compito di osservare, informarsi e produrre corti circuiti con il quotidiano.

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  11. Dal momento che Lucia ha esposto in maniera chiara ed evoluta quanto (e più di quanto) intendevo dire, mi limito a due osservazioni, confidando che Mimma apprezzi la franchezza di questo confronto e non si dispiaccia troppo se abbiamo lasciato un po’ di salatini e di cartacce sul suo tappeto.

    Innanzitutto voglio sgombrare il campo dal dubbio che per me la botanica e il suo lessico siano un optional. È un work in progress, come altre scienze, e come le altre ha un’intrinseca predisposizione alla precisione, cosa che giova più d’ogni altra ad un testo.

    Poi, riguardo a Pizzetti e Co.: non capisco dove sia il problema. Li ho citati in quanto ritengo che essi non parlino mai solo o soprattutto di piante (come nel brano di Vita che riporti, Mimma, in cui una rosa è anche un pretesto per parlare di scrittura). Questa è la sola ragione per cui sono accomunati fra loro.

    Poi ci sarebbe una terza cosa che m’è venuta in mente solo ora. Gardenia e Acer hanno 25 anni, VilleGiardini una quarantina (ma solo sei in veste di magazine). Il Libro dei Fiori di Pizzetti è del 1968, la sua rubrica sull’Espresso di sette anni dopo. Masino ha 18 anni e Orticola 13. I primi vivai specializzati italiani andrebbero grossomodo all’università, se fossero persone.
    Siamo ancora al Pliocene. Viene forse da lì tutta questa fame di carne cruda, Lidia?

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    1. @Daniele, @Lucia, @Giuseppe, @Lidia, @Pia, @Paolo,

      Non ho più molto da aggiungere a ciò che ho cercato di dire e a ciò che avete detto voi. Mi avete convinta per sfinimento: più avanza la discussione e più si allontana il senso iniziale della stessa: diventa un gioco che potremmo continuare all’infinito, mentre in origine sul tappeto c’era un problema che io continuo a ritenere una responsabilità e perno di una professione. Svilita, o forse mai assurta alla dignità di giornalismo specializzato, d’autore se uno è bravo, sennò giornalismo specializzato e basta. Dice Lucia, “ i giornalisti non sono esperti botanici”. Infatti mi rendo conto che ho perso parecchio tempo per imparare a mediare tra penna e scienza: non serviva. Adesso il tappeto, come aveva avvertito Daniele, è un po’ schizzato di sangue come voleva Lidia; in privato ognuno si lecca le ferite o si compiace della propria penna e tutto continua come prima. Stile mutuato dalla politica contemporanea nei dibattiti televisivi.
      In ogni caso. Apprezzo infinitamente lo spirito di Daniele; accetto, e spero di avere ancora modo di applicare, i suggerimenti saggi di Giuseppe; grazie a Pia ho rinfrescato la memoria su quanti movimenti partecipano alla crescita delle radici e alla loro esplorazione del terreno; credo di aver capito, più di quanto già non sapessi, che la posizione di Lidia è poco da gardenbomber, e molto invece da amante appassionata e rigorosa malamente tradita dai tempi e dall’italica fatuità. Questa per me è una coltellata (ecco parte del sangue sul tappeto): pazienza che in Italia ci sia poca gente appassionata di giardinaggio, ma se qualcuno come Lidia che è giovane, di talento vivace e disposta a formarsi nel mio mestiere viene mortificato nelle aspettative, per me è una sconfitta. Quasi personale.
      Butto lì ancora qualcosa, prima che l’aspirapolvere inghiotta quanto resta sul tappeto:
      1) se ci avete fatto caso, ci parliamo addosso tra addetti ai lavori. Di parole da giardinaggio e dintorni, non di principi botanici da divulgare. L’unico che era in regola in merito, Meristemi, si è dileguato alle prime battute. Lucia giustifica i giornali e dice che andare in edicola è diverso che stare su un blog. Beh, cara, sono al corrente da qualche lustro di che cosa vuol dire servire la causa della carta stampata e adesso cerco di capire le potenzialità del web per mio esercizio personale di comunicazione e per non perdere di vista il futuro, che mi intriga parecchio.
      Insomma, se me lo consentite preparo la tessera del club di tutti noi, e se non va bene che vi chiami Giornalisti Italiani del Verde, ditemelo. E d’altra parte non invento niente: i francesi l’associazione ce l’hanno davvero, è efficiente e solidale (160 tra giornalisti, fotografi, illustratori specializzati più un numero pressoché identico di supporter) e, tanto per non incorrere in discussioni come questa, che mi sembra privilegi l’arte della parola sulle conoscenze botanico-orticole, si chiamano dettagliatamente “giornalisti del giardino e dell’orticoltura”. Che vi devo dire: se non troviamo un accordo dovrò chiedere ospitalità Oltralpe.
      2) non riesco ad accettare la deriva attuale, anche perché frustra le aspettative su cui ho costruito la mia “carriera” (mancando in me la molla dell’ambizione, sono d’obbligo parecchie virgolette) di antesignana di questo lavoro: scrivo di piante dal 1982. Né posso accettare che chiudano i giornali di giardinaggio che sono l’unico tramite per raggiungere gli italiani o che alcune testate, passando di mano, diluiscano il loro messaggio sino a renderlo irriconoscibile. Ritorno ai francesi, se me lo permettete: nel bene e nel male là i giornali esistono, crescono, si muovono, creano spazi nuovi, competenze nuove, incontri nuovi, legami nuovi con le istituzioni (per esempio l’INRA), con le aziende di settore, con i proprietari di giardini e gli organizzatori delle mostre. Non proprio così avviene da noi e, quando qualcosa del genere avviene, i legami sono troppo spesso parrocchiali o di sudditanza. “Te lo dico adesso: era una marchetta” mi confidava a cose fatte qualche anno fa il direttore di un giornale, per dirmi che il reportage che avevo appena consegnato su un giardino era pagato.
      3) Può darsi che, come dice Daniele, qui in Italia siamo al Pliocene, ma nel tempo ho misurato a sufficienza la temperatura al settore: è salita lentamente e costantemente sin verso la fine degli anni Novanta per poi scendere nella stanchezza generale: il giardinaggio come giocattolo passato di moda. Persino per i vivai è così. Oggi non potrebbero più nascere avventure come quella di Rita Paoli con il suo vivaio di ortensie, di Filippo Alossa con il suo Millefoglie e idee pionieristiche come quelle delle collezioni di Flora 2000, il primo che ha dato in pasto al volgo quantità strabilianti di rose, arbusti da bacca, alberi da frutto di antiche varietà, erbacee perenni poi mai più viste sul mercato. Sicché dopo il torrente in piena di una stagione interglaciale, siamo ad un’altra glaciazione. Perché questa è l’Italia, suppongo. Abbiamo nel frattempo ereditato un mucchietto di depositi morenici che hanno modificato il paesaggio, ossia: è aumentato il numero di giardini (ma soprattutto perché nell’ultimo quarto di secolo sono aumentati il benessere, le ambizioni borghesi e il numero di proprietari di case unifamiliari) e di pubblico che, invece di andare a vedere le vetrine in centro, la domenica pomeriggio visita le mostre di giardinaggio. In quanto agli appassionati, si cercano, si contano, si incontrano nei forum su internet, intessono rapporti di amicizia con i fornitori di piante e giardini. Ma sono pochi e la cultura che sta dietro a tutto questo non decolla. Sino a quando il ruolo dei giornalisti di settore sarà solo di “osservare, informarsi e produrre corti circuiti con il quotidiano”, io non potrò fare altro che riportare dettagli come quello che ho registrato a Masino il maggio scorso. Esasperato dalle continue domande su che pianta fosse, quella nel grande vaso davanti al suo stand, Roberto Garbujo ha preso un foglio bianco e lo ha scritto una volta per tutte: “E’ un glicine”. Era un glicine banalissimo ancorché bello, ma nessuno aveva raggiunto quei visitatori con le informazioni base. Si vede che chi scrive di piante è chiamato a produrre cortocircuiti su altro o altrove e io non mi sono ancora sgolata abbastanza

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