A Milis, a passo di danza

Milis, provincia di Oristano, sabato mattina di sole tiepido marzolino a Villa Pernis per la prima mostra primaverile italiana che non a caso si chiama “Primavera in giardino”. “Eccoli, arrivano i bambini delle scuole, alle elementari ci pensi tu? Sembra che non sia passato un anno, ma un giorno. C’è quello distratto, quello che suda ma non pensa di togliere la giacca a vento, soprattutto ci sono quelli che, se la scuola gli darà qualche infarinatura botanico-giardinieristica, avranno per tutta la vita un buon rapporto con le piante. Si comincia da Le essenze di Lea, presso il cancello del giardino-agrumeto che ospita la manifestazione: “Leggete le etichette: che cosa notate su tutte?”. Il nome salvia, ovvero il “cognome” delle piante che in botanica si dice “genere”. Paragone con i loro cognomi, ma non c’è bisogno di insistere, hanno capito benissimo che Salvia vuol dire chiamarsi Rocco, come fa di cognome uno di loro, e poi c’è Rocco Giovanni, Rocco Giuseppe, Rocco Paolo, che vuol dire essere Salvia desoleana, Salvia splendens e Salvia nonsoqualis. Uno dei bambini – il nucleo forte sono quelli di quarta elementare – chiede a sorpresa se nascere salvia in un modo o in un altro dipende dall’habitat (giuro, ha detto così, e sono quasi sicura che è solo farina del suo sacco e non della scuola). Dietro alla schiena avevamo Dino Pellizzaro: chi meglio di lui per raccontare da dove vengono le piante? Lectio magistralis su quale viene dalle montagne del Cile, quale dal Sud Africa, quale dall’Australia e perché queste regioni, insieme alle nostre regioni mediterranee, hanno lo stesso clima e piante con esigenze simili. Anche se sono piante diverse, hanno in comune proprio l’habitat ed è il motivo per cui un vivaista come lui, che sta nella zona più calda del sud della Francia, è venuto a presentare ai sardi le sue piante rare cilene, australiane e sudafricane. Qualche bambino pende dalle sue labbra. Io penso: magari ha capito che la geografia, che gli sta antipatica, a qualcosa serve. Nello stand del vivaio della Gorra ci sono pensé e euchere in bella vista, quale migliore occasione, nel momento in cui il primo bambino perde la concentrazione sugli habitat ed esulta invece per il colore delle violette, per dire che ci sono piante perenni e piante annuali? Quasi troppo facile: uno chiede se anche gli alberi bisogna chiamarli erbacee perenni o hanno un altro nome. Sicché andiamo a intervistare il signore del vivaio di camelie La Fumosa di Tempio Pausania, che ci dica se le sue sono piante perenni, alberi, arbusti o chissà che. Solo che il discorso scivola quasi subito. Come è qui a Milis l’acqua? Chiede il vivaista Scano. Se ti lavi le mani il sapone stenta ad andare via, allora è dolce, dunque il terreno è tendenzialmente acido, e infatti va benissimo per le camelie, ma in ombra e al fresco, mi raccomando. Uno dei ragazzini si volta: no, a me non piace la chimica, che cosa c’entrano le piante? Piccola lezione sul perché piante e chimica vanno d’accordo e noi dovremmo andare d’accordo con entrambe. Si va avanti così di stand in stand: perché le rose di Maurizio Feletig sono a radice nuda e non soffrono ma bisogna avvolgerle nel telo di iuta;  perché le piante di Alberto Rova si dicono succulente; un ripasso sul perché le tillandsie di Claudio Camarda non hanno affatto le radici ma non ne hanno nemmeno bisogno; perché le carnivore si chiamano così e tutti a guardarsi in giro per catturare un insettino malcapitato e dare da mangiare a quelle povere dionee e sarracenie che sennò fanno la fame. Luigi Callini di Orchidee del Lago Maggiore gongola a poterle raccontare ad un pubblico così attento e interessato. E da dove vengono le orchidee, da dove i mesembriantemi multicolori che stanno nello stand di fronte?
E dopo più di un’ora (da parte loro, eroica) sul filo delle piante l’attenzione cala, si va a bere e a sgranocchiare una fetta di pane. C’è nell’aria in sottofondo un canto sardo. Due bimbe si danno la mano e accennano lievi un passo di danza (“vanno a scuola di balli popolari” dice la maestra e sembra dirlo per scusare il fuori programma). Dopo un attimo si uniscono altri compagni e poi quasi tutti. Dico alla maestra: non si può amare le piante se non si ha l’orgoglio di appartenenza e da lì partire a scoprire il mondo e le creature che lo popolano. Voilà. Mi basta la danza infantile alla fine di un tour attorno alle piante per dire che anche oggi ho ben vissuto.

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

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