Domenica pomeriggio di dolore

C’è rumore di escavatore fuori dal mio giardinetto, dove sino a ieri c’era un orto rialzato di 70-80 metri quadrati che una vicina settantasettenne coltivava con entusiasmo. Mio marito dice: “Ah, sì, stringono un po’ l’orto per allargare il passaggio verso casa loro”.  Ma io sento l’escavatore ormai prossimo alla mia siepe di ortensie, a sette o otto metri dalla loro strada di accesso. Allora salgo al piano di sopra per vedere dall’alto e sorprendo il bambino del vicino di casa (13 anni) che armeggia sull’escavatore a togliere  la terra dell’orto. Suo padre lo guarda, soddisfatto della creatura avviata a diventare un vero macho sottoacculturato di paese. Lo chiamo: “Scusa, sono preoccupata dello stravolgimento che stai combinando. Adesso che sarà in piano, dalla tua strada arriveranno le auto sin contro il mio giardino”. E lui: “Io a casa mia faccio quel che mi pare, non devo chiedere niente a te, e poi non faccio mica niente che non si deve”. Non ha ancora un tono offensivo, mi sento autorizzata a continuare in bel modo per convincerlo che a lasciare una fascia di terra ci guadagna lui, che altrimenti non ha più un solo boccone di terra attorno alla specie di caserma con tapparelle e infissi in alluminio luccicanti che è casa sua. E ci guadagno io, che continuo a rimanere chiusa tra il verde dei confinanti, dunque lontana dalle auto. O per meglio dire: la Provincia ha appena speso 250.000 euro per abbattere frutteti e orti, allargare strade, togliere il boccone di terra a fianco di una casa rimasta terribilmente isolata tra strade da tutte le parti per costruire una rotonda alla francese degna di Nabucodonosor, in un paese di montagna che non avrebbe bisogno di altro che di essere lasciato in pace per rimanere un gioiellino. Sicché a nord la rotonda, a ovest la distruzione dell’orto (non stento a credere che sia in previsione di farci garage, per esempio), a est una vicina che mi ha proposto, non più di due giorni fa, di pavimentare con orribili autobloccanti il viale di accesso a casa, ora inerbito e con le tracce carraie in ghiaia. Il mio vicino mi guarda per nulla convinto: “Scusa, non tutti i gusti sono uguali. A te non piace quello che sto facendo, e io trovo che è uno schifoso pasticcio tutte quelle piante che tu hai messo nel tuo giardino”.
La somma della frase e del sentirmi circondata da insensibilità e luoghi comuni piccolo borghesi di decoro, neppure bon ton, mi fanno salire un singhiozzo in gola. Mi sono ritirata in buon ordine e ho guardato il piccolo regno in cui, in quasi vent’anni, ho collezionato ortensie che qui raggiungono dimensioni inusuali, sono passate erbacee perenni d’ogni genere, due faggi piantati bambini sono già adulti. Un luogo che, un poco alla volta, ho guidato verso la naturalizzazione. Un universo che può piacere o non piacere, ma un universo che cerca l’armonia e assegna alle piante un ruolo nella mia casa e nel paesaggio fuori dalle finestre. Provo dolore per quella frase non perché il mio vicino ha chiamato “pasticcio schifoso” un giardinetto fresco e arruffato di montagna, ma perchè mi ha ricordato che vivo in un luogo di esseri umani senza valori, che assegnano a se stessi ogni priorità. E se penso che non è solo qui, è un po’ ovunque, meno che nei luoghi abitati da soli ricchi (che pagano per avere il bello e conservarlo, sapendo che aumenta il valore della proprietà) o soli acculturati o soli ecologici, quel singhiozzo in gola diventa dolore nella certezza di essere impotente di fronte alla stupidità e all’anelito distruttivo di troppi.

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Pubblicato da

Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

10 thoughts on “Domenica pomeriggio di dolore

  1. L’animo dell’uomo è rispecchiato anche da come costruisce e mantiene la sua dimora.
    Certamente tu non hai dei vicini di casa molto raffinati.

    Chiamare un giardino ben curato “pasticcio schifoso” è solo un dettaglio illuminante.

    Purtroppo certa gente non abita solo intorno a casa tua ma è sparsa per tutto l’orbe terracqueo.

    E’ la nostra “condanna”, dobbiamo combattere. Resistere e, quando sarà il momento, contrattaccare.

    Prima o poi sarà chiaro a tutti che vale di più un lombrico sotto la tua ortensia che non una rotatoria costruita dove non serve a nulla.

    Domani sarai di nuovo combattiva, coraggio.

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  2. Carissima, ho appena trovato il tuo blog per caso e ti dico di non abbatterti, non siamo tutti così. Esitono persone che gioiscono del giardino arruffato, delle ortensie fioritissime dopo queste piogge, delle rose che non si abbattono per i tuoi errori ma ti ripagano di profumate fioriture. Esistono.
    Sono solo un po’ mimetizzati, sarà perchè nascosti tra le erbe, ma possono sempre alzarsi e brillare più della santolina dopo un temporale.
    Lo sto insegnando ai bambini, quelli piccoli, delle elementari. Loro potranno cambiare questo mondo. Spero.
    Sono un po’ sognatrice?
    Buona giornata d’estate!
    Lorenza

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  3. ciao Mimma, accidenti che dolore dover sopportare dei vicini imbecilli, certo che per partire con una risposta cosi agressiva e offensiva deve averci un po di coda di paglia, cosa teme dal tuo “pasticcio schifoso”?

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    1. @trem
      No, non credo sia una questione di coda di paglia, anche se stava facendo lavorare un bambino su una macchina movimento terra e in più senza alcuna autorizzazione per trasformare l’appezzamento e sapeva che avrei potuto creargli qualche dispiacere: infatti ha mollato tutto e non ha più ripreso. Piuttosto è lo spirito di un raggiunto ordine piccolo borghese che li predispone alla protervia. Il mio vicino lavorava a creare il deserto ordinato e piatto. E per per stabilire il nuovo ordine, che impone di cancellare la memoria del passato e intervenire sul territorio per dimostrare di poterlo addomesticare. Le piante sporcano, ricadono, marciscono, crescono troppo e, soprattutto, ricordano a gente così le proprie origini povere e contadine. Essere diventati operai e artigiani, per queste popolazioni segregate, ha voluto dire affrancarsi dalla povertà. Con ambizione e orgoglio non appena hanno avuto due soldi in tasca hanno abbattuto la loro civiltà insieme alle loro belle, intelligenti e poetiche case di pietra, le fontane con l’acqua di tutti, i viali alberati dove ritrovarsi, le cappellette votive lungo i viottoli che, invitando alla preghiera, ricordavano etica, spiritualità e i desideri inespressi di esseri umani. Orfani di tutto, adesso vivono nelle anonime villette da geometra (e a volte, magari fossero anonime!) e si sentono autorizzati a chiamare schifoso il verde che il vicino crea anche per difendersi dalla loro foga distruttiva. Tu hai detto una parola grossa: imbecilli. Mi piace di più ignari. Se si lavorasse di più sulla scuola, invece di distruggere anche quella come si sta facendo, ci sarebbe spazio per tutte le idee, mie e del vicino, chi appassionato di giardinaggio e chi della lettura, chi addentro alla storia e chi degli sport estremi. Sono contro l’omologazione delle idee, ma lotto perché non debbano più esserci quelle indecenti, che fanno della distruzione una bandiera. Non so se mi spiego.

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  4. Capisco bene il dolore e forse anche un po’ l’offesa, la tristezza nell’osservare come le persone si allontanino sempre più dalla natura, da valori che nutrono l’anima più che il corpo, da valori che lasciano spazio alla spiritualità di cui l’uomo da sempre ha bisogno, ma che negli ultimi decenni ha perso di vista. Per me il giardino (la natura in generale), la montagna, il mare… sono questo: spiritualità e nutrimento dell’anima. Occasioni e luoghi di meditazione e introspezione. Spazi di tempo e di luogo in cui fermarmi e avvicinarmi all’energia dell’univero.
    Sono appena tornata da un viaggio in Normandia, una regione stupenda dove la natura ancora si impone, e dove la gente è molto legata alla propria terra. In quei meravigliosi paesini incastonati tra le falesie che si affacciano sull’Atlantico, ci sono giardini che sembrano usciti da un libro illustrato e le persone sono di una gentilezza indescrivibile.
    Nel viaggio di ritorno abbiamo visitato il giardino di Monet a Giverny. Non è difficile immaginare come il celebre artista abbia trovato in quel luogo incantato (anche se ora un po’ tanto “turisticizzato”), l’ispirazione per i suoi stupendi dipinti.
    Cara Mimma, le auguro di tutto cuore di riuscire a preservare il suo spazio e a goderselo nonostante i vicini.
    Cinzia

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    1. @Cinzia
      Gentile Cinzia, non credo che qualcuno violerà il mio spazio di verde privato, il mio cruccio invece è vivere isolata con le mie idee di conservazione in un contesto che si accanisce in direzione opposta al buon senso e alla sostenibilità delle azioni umane. Nei luoghi di vita quotidiana non basta sapere di non essere i soli a pensarla in questo modo: so che ci sono tanti paesini dove la gente scommette insieme, le ortaglie condivise di periferia a Modena, i borghi del Trevigiano dove non c’è una sola cartaccia in terra e le case rivelano l’ambizione dei loro abitanti ad apparire al meglio, il verde pubblico del Bresciano, i balconi e i davanzali del Trentino, i restauri finissimi della Toscana, i luoghi di aggregazione del Reggiano… sino alla realtà della Normandia, e anche oltre se per questo. A New York per combattere la spersonalizzazione dei grattacieli sono nati spontanei i community gardens: la gente del quartiere mette del verde al posto delle piazze nude, gestisce e migliora questi spazi, con amore di uguale intensità all’odio con cui in altri posti, compreso quello in cui vivo, sradicano e cancellano, inquinano e cementificano. Sopporterei meglio questo “isolamento ideologico” se sapessi che è il prezzo perché le nuove generazioni imparino a guardare con altri occhi e a cambiare i parametri di giudizio. E’ quello che ha scritto Lorenza in un altro commento a questo post, dicendo di adoperarsi per far crescere bambini con una diversa sensibilità: “Loro potranno cambiare questo mondo.” Ma poi aggiunge: “Spero” e secca si chiede: “Sono un po’ sognatrice?” Io so per certo, e qui mi impongo, che non è per sognare che Michelle Obama ha voluto l’orto biologico alla Casa Bianca, che ai Kew Gardens mettono in banca i semi minuziosamente catalogati; che Legambiente fa il monitoraggio delle nostre spiagge, e via discorrendo. Credere in un mondo più vivibile e rispettoso non è un sogno ma un bisogno per non perdere il senso di sé e delle cose.

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  5. Mi spiace molto per l’insensibilità di cui sei circondata come vicini di casa.

    E non sei la sola: un paio di mesi fa vedo il mio vicino con motosega che abbatte una bellissima palma di 40 anni nel suo giardino.

    Non ho rapporti molto amichevoli con l’essere per cui indago sulle motivazioni per vie traverse: la palma è stata abbattuta perchè “così imparano gli uccelli a farci il nido sopra, che vadano da un’altra parte!”

    Nel mio giardino, che non ha doti nè artistiche nè architettoniche, ogni pianta ha una sua storia, un ricordo, una situazione personale e quando ne muore una mi spiace come se mi seccasse una parte di me stesso.

    OT su questo post: Buon compleanno!

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  6. Mimma, ma insomma, i montanari per secoli hanno mantenuto pulita la montagna e tu… vai a realizzare “uno schifoso pasticcio con tutte quelle piante che tu hai messo nel tuo giardino”…. ??? all’inizio del secolo scorso, per preparare al rimboschimento terreni particolarmente rocciosi, usavano far brillare delle piccole mine. Non è che vorresti mettere qualche bella pianta al parcheggio del vicino? … Buonagiornata, Maurizio.

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