Una foto una storia (dall’8 novembre 2010)


La foto della testata del blog dall’8 novembre 2010
Tre mele che non riavrò
Qualche giorno fa ho ritrovato una foto scattata dal fotografo Mauro Patelli oltre vent’anni fa per l’apertura su doppia pagina di un servizio sui frutti antichi che avevo realizzato per il mensile Giardini. Non era forse il primo reportage che scrivevo sull’argomento, in ogni caso era uno dei primi in assoluto che si scrivevano in Italia sul fenomeno del recupero delle vecchie cultivar di frutta. E siccome non c’erano in giro, come adesso, tante mele locali disposte a farsi fotografare, in quel settembre ormai quasi lontano ero andata per le campagne che conoscevo e avevo raccolto un cestino di mele di tre varietà e le avevo portate a Modena perché Mauro potesse scattare la foto. Ne fece una diapositiva morbida ed evocatrice che mi piaceva molto e gli chiesi di stamparmene un cibachrome per memoria.
In quel fondo dimenticato da dove venivano le mele ritratte c’erano tre alberi monumentali, a tre o quattro metri l’uno dall’altro, non di più, e ogni anno regalavano raccolti enormi che nessuno voleva. Io ci andavo un paio di volte in stagione e ne facevo qualche sacchetto. Una mela era precoce, pronta a inizio settembre. Lucente e quasi oleosa, giallo-verde screziata di rosso dove esposta al sole, si riconosceva facilmente per il picciolo ingrossato e infossato. La sua polpa era liquescente, un po’ acidula e subito ossidabile all’aria: buona cruda, era stupenda in composta. L’albero aveva vigoria inaudita e una capacità di produrre mele di pezzatura medio-grossa tutti gli anni, benché nessuno provvedesse alla potatura e al ringiovanimento dei rami. Andavo in giro a chiedere ai vecchi del paese se sapessero il nome, e un paio di loro mi avevano detto che la ricordavano come “mela della Madonna” perché la maturazione avveniva attorno all’8 settembre. Un’altra mela era rosa e rossa, prodotta da un albero rachitico, altissimo, poco ramificato e piuttosto svogliato. Qualche anno di mele sane ne trovavo solo 5 o 6, ma sull’albero ne restavano altre scavate dai banchetti delle vespe. Infatti era molto dolce e saporita, con un aroma fine un po’ esotico, come di rose e gelsomini. Nessuno mi ha saputo dire se avesse un nome locale. La terza mela era una varietà rugginosa invernale a polpa bianchissima e croccante, una mela grigia di quelle piemontesi, di grossa pezzatura, assolutamente insipida. Ma cotta nel forno, in gennaio, diventava squisita. L’albero che produceva una messe incredibile di frutti era una sorta di scultura vivente, massiccia e solida. Infatti dei tre alberi questo della rugginosa è stato l’ultimo a soccombere, ma perché colpito pochi anni fa dalla motosega di imbecilli. Non poteva essere la proprietaria del fondo, una donna quasi novantenne; più facile che ad intervenire sia stato il contadino confinante che, da tempo, sfalciava il prato per le sue vacche. Sono tornata poche volte in quel luogo, divenuto senza i tre meli un nonluogo. Ho sentito ogni volta il dolore del ricordo di qualcosa che c’era, era un patrimonio positivo e diverso della mia terra e che ora non c’è più. Resta la foto di Mauro a ricordarmi che non mi sono inventata quelle mele. Avrei preferito che ci fossero ancora, ogni autunno; non mi consola Cicerone quando dice che la memoria  è tesoro e custode di tutte le cose.

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

4 thoughts on “Una foto una storia (dall’8 novembre 2010)

  1. Ogni volta che un albero viene abbattuto è come un colpo al cuore. Purtroppo sembra che la sensibilità per 3 monumenti viventi com’erano quei meli sia cosa da pochi. L’importante è tagliare, fare spazio, non avere tra i piedi un sacco di frutti che una volta a terra marciscono e si riempioni di insetti. Chissà quante storie erano racchiuse in quelle piante, a partire dalla mano che tanti anni fa li aveva piantati.
    Anche il problema dell’abbandono delle antiche varietà richiederebbe molti discorsi. Fatto sta che adesso si preferisce porre sul mercato solo 5 varietà, di sapore pessimo a mio giudizio, e trattate con i prodotti più nocivi e dannosi x la salute umana che ci siano (sono originario della valle di non, quindi so di cosa parlo). E pensare che di varietà di mele in italia ne abbiamo a centinaia…

    Mi piace

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