Diario da Kew

Questa è una storia che comincia oggi e proseguirà per sei mesi, o forse più, chissà. A scriverla e a condividerla attraverso il mio blog è  un giovane amico torinese, Luca Riccati. Una laurea in architettura e molta passione per piante e orti, Luca un giorno mi ha annunciato l’intenzione di fare la domanda per uno stage ai Kew Gardens. Sembrava quasi che la sua volesse essere una sfida: se mi accettano sarà un buon inizio per molto altro. Lo hanno accettato. Ora Luca sta per partire e, con i miei auguri e un poco di invidia (anche per i suoi anni, che gli consentono di liberarsi da ogni impegno), ecco la prima puntata del suo diario.

Primavera a Kew

Poco meno di tre giorni e sarò su un aereo diretto a Londra, Inghilterra, patria dei giardini, per iniziare il mio internship, ovvero un tirocinio pratico nei giardini botanici più famosi del mondo: sì, vado a sporcarmi un po’ di terra, ma terra di un luogo sacro…

Chi ci è già stato può capire di cosa sto parlando, chi ancora non ci è riuscito probabilmente mi invidierà un pochetto, per chi non è invidioso né si sente coinvolto: http://www.kew.org/ ovvero alcune delle serre più antiche e grandi e famose del mondo, un arboreto da mozzare il fiato, collezioni di piante uniche, ma anche attività di educazione e formazione, progetti di ricerca e conservazione in tutto il mondo, ma anche semplicemente un grande polmone verde nella metropoli londinese e un luogo che tra pochissimo si riempirà di bambini alla ricerca di uova di cioccolata (e allora anch’io sarò molto invidioso…!).

Cos’ho fatto per meritarmelo? Davvero non ne ho idea, ma sono molto felice che abbiano accettato la mia domanda, forse perché quasi nessun italiano ci va, e quindi avranno pensato a solide motivazioni. Ad ogni modo è bastato dimostrare un minimo di esperienza pratica nel campo, compilare qualche modulo e allegare una sintetica lettera di referenze, per la quale non smetterò mai di ringraziare Paolo Galeotti, giardiniere d’altri tempi che dedica la sua vita ad alcuni dei più importanti giardini medicei a Firenze, primo fra tutti il Giardino di Castello, visitato da folle di stranieri da ogni parte del mondo, e forse qualche italiano che ci finisce per errore (l’ingresso è libero) http://www.uffizi.firenze.it/musei/villacastello/

Io ho avuto la doppia fortuna di incontrare Paolo e vedere Castello, tra quegli  antichi agrumi mi sono di nuovo un po’ sporcato.

Per chi volesse provarci: http://www.kew.org/learn/specialist-training/courses-a-z/kew-internship/SP-courses—internships.htm

La Temperate House, la più grande serra di Kew aperta al pubblico, ospita piante da interni di tutto il mondo

Nel frattempo io proverò a raccontare la mia esperienza, e tra 6 mesi, quando finirà, mi guarderò indietro, sperando di vedere lontano, lontanissimo, il giorno in cui sono salito sull’aereo, diretto a Kew…

Luca Riccati

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Pubblicato da

Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

6 thoughts on “Diario da Kew

  1. dove possiamo leggere i racconti di luca su kew?qui? io ci andavo sempre, nei giardini di kew, quando vivevo lì… è il ricordo più struggente che ho di londra: ogni primavera ripenso alle migliaia di narcisi d’oro nei prati, come nella poesia di wordsworth ..
    una lettrice affezionata

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  2. Curioso che tu debba specificare, come a scusartene, che “ti sporcherai di terra, ma è la terra di un lugo sacro…”
    pensavo che i giardinieri si sporcassero normalmente con la terra e sacra, per i giardinieri, è qualsiasi terra.
    Non ho mai sentito un cuoco sottolineare che si sporcherà le mani, o il grembiule, ma solo di ingredienti “sacri”. E che giardiniere sarai se, prima di sporcarti, vorrai sapere se è sacra o meno…..
    Lapsus o un gioco di parole mal riuscito?
    Buona terra di Kew, ma a loro non dirlo…
    Auguri

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    1. @tiziano
      Mettiamo che io sono la zia Mimma e che io capisca che cosa voleva dire Luca, essendomi felicemente sporcata le mani mille volte nonostante piante e giardini io li debba solo raccontare da giornalista orticola. Perciò mi permetto di replicare al posto di Luca, che in questo momento suppongo sia in tutt’altre faccende affacendato a Londra. Chi ha ricevuto una formazione intellettuale e di professione dovrebbe fare qualcosa di asettico che il mondo considera a monte e più importante del lavoro pratico del giardiniere, ci tiene a dire che si sporcherà le mani, quasi una liberazione dalla gabbia delle costrizioni di ruolo. Luca ha studiato da architetto e quello dovrebbe fare. Invece lui decide di andarsene a Castello a Firenze prima e ora direttamente nel santuario di Kew a Londra a fare IN PRATICA ciò che il ruolo gli imporrebbe IN TEORIA. E’ una tendenza in atto da qualche anno (vedi per esempio L’orto di un perdigiorno di Pia Pera, di mestiere scrittrice e traduttrice), come lo era per intellettuali e scienziati del passato, che univano in un unico afflato alla conoscenza teoria e pratica di vita. L’interesse a riunificare le due anime che ognuno quasi sempre ha (forse non Einstein, ma di certo Galileo e Leonardo), l’architetto paesaggista e il giardiniere di tutte le discipline possibili, è suffragato da libri che stanno uscendo in merito. Leggevo l’altro giorno del libro The Mind at work scritto da un professore dell’Università di California, Mike Rose, esperto di processi cognitivi. E questi ha stabilito che artigiani e lavoratori “umili” usano il cervello e hanno manualità e un livello di attenzione e di decisione simili a quelli di chirurghi e scienziati, un mondo lontano da chi a tavolino fa un lavoro sicuro e ripetitivo. Quel mondo da cui Luca è momentaneamente fuggito e per il quale si augura di sporcarsi le mani. Letto ad un livello diverso, vuol dire “appropriarsi dell’arte”.

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    2. E’ proprio vero: le parole contano…. ma a volte si dà loro troppo peso.
      L’espressione di Luca era appropriata, dipende da quello che ci vuoi vedere nel mezzo,
      o dietro, fai tu.
      Quando fai un salto nel buio, lasciandoti tutto alle spalle, come sta facendo Luca,
      è giusto avere forti motivazioni e aspettative su quello che hai di fronte,
      ed è anche istintivo mettere un certo pathos in quello che dici o che fai.
      Luca si è messo in viaggio… e da quello che leggo, ha le gambe e lo spirito pronti per marciare lontano.
      Quando ho letto la frase di Luca, ho pensato a tutt’altro, tiziano.
      Avevo davanti agli occhi questa scena: un uomo che chiude gli occhi,
      respira a lungo e profondamente, dimentincando tutto quello che lo circonda
      ed entrando in contatto con la parte migliore di sè.
      Adesso sì che ti invidio, Luca!

      Ancora una nota sui blog, anzi sul limite dei blog…. ragione per cui non li frequento volentieri:
      ci portano a sparare giudizi su persone di cui conosciamo a malapena le poche tracce
      che lasciano di loro sulla rete.
      Io penso che i blog non servano per esprimere giudizi sugli altri,
      ma per condividere esperienze. Punto.

      In bocca al lupo, Luca!! e tienici aggiornati.

      PowerToy

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  3. grazie mimma, direi che la tua risposta è stata più che esaustiva
    si da come al solito troppa importanza alle parole, in fondo io sono qui per l’esatto contrario, tornare a dare importanza alle azioni, sulla terra, con la terra, per terra, pulite o sporche che siano…
    sono qui per imparare, perchè un giardiniere che si rispetti non smette mai di farlo
    e per raccontare

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